L’alba del Sole Nero

Dal Mediterraneo spira la fine dei tempi e irradia il ritorno del mito. Pandemia, delirio e contagio dal buco di culo della Storia

Per O.

Negli ultimi giorni di febbraio, uno scudo venne innalzato sulle sponde del Mediterraneo allo scopo di proteggere la Fortezza Europa dalla minaccia dell’Altro. Sulle isole di Lesbo e Chios, la popolazione si scontrava con la polizia per impedire la costruzione di nuovi centri di detenzione per migranti e rifugiati – non perché quei centri erano delle prigioni infami, ma perché a essere intollerabile era la pura e semplice presenza degli stessi rifugiati. Vennero dati alle fiamme i magazzini per medicinali delle ONG e i rifugi temporanei per chi era appena sbarcato. Al largo di Kos, le motovedette della guardia costiera greca tagliavano la strada ai gommoni in arrivo nel fin troppo esplicito tentativo di farli affondare, sparando colpi di fucile e prendendo a bastonate i disperati  che su quei gommoni stavano stipati. E intanto, lungo il fiume Evros squadre di vigilantes armati pattugliavano il confine tra Grecia e Turchia. Erano immagini agghiaccianti. Lo Scudo d’Europa, nei confronti del quale arrivavano i sentiti ringraziamenti di Ursula von der Leyen e dell’intera UE, si svelava in tutta la sua disumanità. «Tornate a casa!», era la minaccia sbraitata da masse di infervorati sulle coste di Mitilene, decisi a respingere a tutti i costi l’attracco di imbarcazioni talmente miserevoli da trasformare tanta sete di vendetta in un gesto al limite del surreale.

Nelle stesse ore, diverse leghe più a nord, montava il morbo: dal cuore della pianura padana, il virus iniziava la sua implacabile opera di contagio.

Ora: tra lo «sbarco» del Covid-19 in Italia e la rivolta contro gli «invasori» sulle coste greche, non sto suggerendo alcuna analogia, né voglio azzardare parallelismi su biopolitica, confinamento dei corpi e stati d’eccezione. Il motivo per cui i due eventi sono nella mia memoria così strettamente legati, la ragione per cui continuano a rimbalzare nella mia psiche da oramai un mese a questa parte, è di tipo strettamente personale: negli ultimi giorni di febbraio, mentre da una parte arrivavano le brutali immagini provenienti dalla Grecia e dall’altra filtravano le prime, confuse notizie sul coronavirus in Italia, mi ritrovavo fortuitamente in uno stato di quarantena anticipata, rinchiuso controvoglia in casa a seguito di un banale, minuscolo intervento chirurgico che però si stava lasciando dietro un’inattesa serie di complicanze.

Costretto a uno stato di immobilità non previsto, subivo passivamente il flusso continuo di eventi che, da una parte e dall’altra, alimentavano un senso di claustrofobia pronto a sfociare nel delirio paranoide. Le angoscianti notizie che, in quelle ore di fine febbraio, mi arrivavano dal sud della Grecia e dal nord dell’Italia, parevano muoversi verso di me in una specie di manovra a tenaglia di gigantesche proporzioni, come se da un angolo all’altro del Mediterraneo si fosse azionata una morsa destinata a stritolarmi nella clausura che mi isolava dal mondo. Sei milioni di anni fa, i movimenti tettonici che scorrono sotto la superficie del pianeta spinsero la placca africana contro quella eurasiatica fino a farle cozzare tra loro, al punto da trasformare l’intera area che va dalla Spagna alla Siria in un’immensa vallata arida puntellata da laghi salini. Solo il cedimento della diga che oggi conosciamo come stretto di Gibilterra trasformò quel deserto di rocce in una distesa d’acqua, schiudendo gli orizzonti e introducendo l’illusione dei grandi spazi aperti. Ma è una parentesi che, indifferente alle ere dell’uomo, già prevede la sua conclusione. Nello stesso momento in cui scrivo queste righe, l’Africa silenziosamente slitta verso nord forte di una pressione che ricava la sua forza da potenze geologiche immani, e prima o poi il Mediterraneo tornerà a essere quello che dapprima fu: un recinto asfissiante battuto dal sole. Quel movimento che procede al ritmo impercettibile di due centimetri all’anno, mi sembrava di sentirlo risalire lungo la mia spina dorsale mentre impietoso convergeva al centro di un Mare Nostrum trasformatosi in epicentro della violenza e della catastrofe. Sono questi gli effetti dell’isolamento prolungato mentre tutto attorno il mondo crolla?


Canicola

Dal letto su cui dolorante passavo interminabili ore agognando una dose di Toradol, il mio unico filtro con la realtà che mi attendeva «lì fuori» era lo stesso monitor su cui mi ritrovo a scrivere ora. Insofferente al mio stato di inerzia coatta, tutto quello che mi restava era gironzolare casualmente su Street View in un penoso surrogato di mobilità virtuale, e lì visitare su schermo i luoghi di cui mi arrivava notizia – apparizioni fantasmatiche di un mondo in pieno collasso. 

Sono stato tra campi verdi e auto in coda sulla E 84, l’autostrada che scavalca l’Evros collegando la Grecia alla Turchia. Sono stato tra le splendide rocce di Mavra Voila, una delle più rinomate attrazioni turistiche di Chios. Sono stato sulla spiaggia di Misurata, sulla costa libica a cui per mesi, prima della pandemia, hanno guardato preoccupati i cronisti dell’«emergenza profughi». In cerca di un po’ di quiete, sono stato tra gli svincoli della Strada Provinciale 75 nei pressi di Enna, in quello che sulla mappa mi sembrava il più remoto angolo dell’entroterra siciliano e che invece ho scoperto ospitare le surreali architetture di un outlet in pieno deserto. E poi sono risalito sulla costa tirrenica, ho scavalcato gli Appennini e sono atterrato nella piatta orizzontalità padana da cui sorgono Codogno e Lodi, e poi più a oriente in una nebbiosa Vo’, lì nell’operoso Nord che tanto testardamente rivendicava la sua alterità alle mollezze mediterranee, la sua fiera appartenenza all’Europa «che non si ferma». 

Da quel Nord che di colpo si riscopriva periferia infetta, arto malato di un continente ottuso e ancora cieco dinanzi al contagio, chi poteva scappava in direzione di un Mezzogiorno dove il morbo sembrava ancora presenza ignota. Era il Mezzogiorno benedetto dal sole, il Mezzogiorno dove l’estate regna perenne mentre eccitata si faceva largo la voce che proprio l’estate sarebbe arrivata a salvarci, con le sue temperature calde, il suo sole che abbaglia, le sue brezze marine dalle insondabili qualità balsamiche. In fuga da una delle aree più ricche del pianeta, scendevano verso il cuore del Mediterraneo in un moto contrario eppure parallelo a quello dei rifugiati presi a fucilate sulle coste greche, in un’ennesima stretta che mi sembrava confluire verso un bacino putrescente dove la pestilenza andava a darsi appuntamento coi flagelli suoi alleati. Il sole incontro al quale si riversavano le frotte di fuggiaschi provenienti dal nebbioso nord, era lo stesso sole torrido da cui scappavano i migranti in fuga dalla guerra e dalla carestia. È lo stesso sole assassino che, quando l’estate arriverà davvero, attiverà l’asfissiante canicola a cui ci ha ormai abituato il surriscaldamento del pianeta. È un sole che, anziché di salvezza, sa di morte, di fine dei tempi. 

Solarizzazione

L’anno scorso ho scritto un libro che si chiama Remoria, in cui tento di decifrare quella che per me è la principale qualità del sole mediterraneo: la sua potenza d’inversione. Lì suggerivo che il disco che tirannico dilata lo spaziotempo della perenne estate meridiana, ha l’effetto di «sciogliere i contorni di strade e palazzi e proiettare le figure umane tra i piani inclinati di geometrie inafferrabili». La sua luce è talmente potente e il suo effetto è talmente prolungato che il piano di realtà viene alterato fino a lasciar emergere l’ombra che risiede nella luce delle cose; oppure, detta altrimenti, anziché illuminare la sua luce non produce altro che tenebre: è lo stesso processo che in fotografia va sotto il nome di «solarizzazione», laddove «la sovraesposizione esasperata alla luce in fase di sviluppo produca la cosiddetta “inversione tonale”, cosicché il negativo diventa positivo e viceversa». Il bianco diventa nero, il nero diventa bianco.

Uno dei più celebri esempi di solarizzazione risale agli anni Cinquanta del Novecento e l’ha firmato il fotografo statunitense Minor White: immortala uno scorcio rurale della provincia americana, ma il risultato è una sorta di mondo alieno intrinsecamente ostile alla presenza umana, un pianeta uguale e contrario a quello che conosciamo: tre silos si stagliano grigi su un terreno dalle tinte cineree quasi fosse ricoperto da uno strato di polvere radioattiva, cupe sterpaglie ne punteggiano la superficie scabra, mentre in alto, sullo sfondo di un cielo lattiginoso, incombe la cupa sfera di un sole nero – Black Sun, si intitola non a caso lo scatto. 

È curiosa, l’assonanza tra il Black Sun di Minor White e il «Sole Nero» della tradizione alchemica e occulta. Se il secondo sta a simboleggiare l’iniziale stadio di nigredo in cui la materia viene disintegrata così da ridursi a caos primigenio, in fotografia la solarizzazione viene perlopiù derubricata a incidente di percorso, un utilizzo «sbagliato»  del mezzo fotografico (la sovraesposizione) da cui accidentalmente possono discendere risultati estetici apprezzabili o quantomeno interessanti.

E invece, esattamente come il Sole Nero degli alchimisti, l’opera di Minor White è la prova controintuitiva di quello che sulle prime appare come un paradosso: da una parte, anziché essere l’elemento che tutto rischiara, anziché essere uno strumento di luce e quindi di conoscenza, il sole innanzitutto acceca. A guardarlo dritto in faccia non ricaviamo altro che tenebre: d’altronde, Lucifero è il portatore di luce – eppure il suo è il dominio dell’ombra. 

Dall’altra, se noi possiamo comunque godere della luce riflessa del sole perché è attraverso di essa che illuminiamo la realtà che ci circonda, più sole dovrebbe conseguentemente tradursi in più realtà. La solarizzazione ci insegna invece che l’esposizione prolungata alla luce solare produce quella che noi percepiamo come un’inversione: il nero viene commutato in bianco, e viceversa. Se dunque fosse proprio quell’inversione la realtà ultima che scalpita dietro la superficie delle cose? Se fosse nel negativo che affiora là dove non lo si sospetta che risiede l’elemento che il nostro sguardo, nella sua finitezza, non riesce a cogliere? È dopotutto indicativo che un tale disvelamento non possa avvenire che attraverso il filtro della macchina (in questo caso fotografica): la dimensione rivelata dalla solarizzazione è a tutti gli effetti una dimensione extra (anti?) umana, ed è quindi perfettamente naturale che l’occhio umano non riesca a intuirla. Solo negando l’elemento umano, solo sostituendolo col tocco gelido di ciò che umano non è, può emergere il non visibile – e di conseguenza l’innominabile.

I demoni di mezzogiorno

Presso le antiche civiltà mediterranee, era a mezzogiorno che si manifestavano i demoni. Quando il sole è più alto, quando il torrido disco è allo zenit e le ombre si assottigliano fino a scomparire, il mondo dei vivi e quello dei morti entrano in reciproco contatto.

Man mano che la mia clausura procedeva e con essa l’avanzare della pandemia, man mano che zona rossa dopo zona rossa tutta l’Italia vedeva profilarsi all’orizzonte i panorami spettrali della quarantena, l’unica via di uscita al senso di accerchiamento provocato dal continuo persistere delle complicanze post-operatorie (su cui i farmaci  non sembravano sortire effetto) a loro volta impotenti dinanzi all’incubo che prendeva forma lì fuori («è meglio se di questi tempi non vai per medici e ambulatori»), era sprofondare in un processo paranoico-critico in cui tutto si ricollega a tutto.

Torno allora a quel grande profeta della distruzione è stato Georges Bataille, una presenza che aleggia sinistra sulle mie giornate sin dai primi giorni del contagio, perché è fin troppo facile ricollegare i foschi presagi delle settimane che verranno alla nozione di dépense nella quale convivono tanto il gioioso spreco di risorse dell’orgia quanto la morte, il sacrificio, il gratuito dispendio della vita umana. 

Qui però Bataille mi interessa perché è stato innanzitutto un poeta del Sole Nero, colui che nel sole intuiva «un occhio anale, uno sfintere a guardia dei cancelli dell’oscurità». Per Bataille, «il globo terrestre è coperto di vulcani che gli servono da ano»; bene: dall’eruzione di Thera a quelle del Vesuvio, tutta la storia del Mediterraneo è una storia di vulcani. E se è vero che i vulcani servono da ano, e che l’ano altro non è che una figura solare, stupisce poco che qui il sole abbia assolto a quella che per Bataille è la missione principale di ogni cratere da Santorini all’Etna: «spandere ovunque la morte e il terrore».  

E così, quello che mi pare di cogliere nel Mediterraneo battuto dal sole di questo inizio anni Venti è un processo di solarizzazione su larga scala che costringe lo sguardo umano a scrutare l’abisso che cova nelle profondità di un bacino che si rivela come buco del culo cosmico le cui deiezioni, variamente dissimulate per decenni, hanno infine cominciato a riversarsi ovunque. Invisibilizzare l’escremento, lo scarto, le escrezioni partorite dall’ano su cui la geologia ha voluto convergessero i continenti d’Europa, d’Africa e d’Asia, è stata una delle principali preoccupazioni dell’Occidente che negli ultimi trent’anni ha autoalimentato il miraggio di un consensus generalizzato al suo dominio sul pianeta. Trent’anni che nel Mediterraneo hanno prodotto una catena ininterrotta di traumi da cui lo stesso Occidente ha tentato di distogliere lo sguardo, applicando a ciascuno di essi una una retorica, una narrazione, una formula di rito, capace quantomeno di spostarli in un non meglio definito Altrove, e così esorcizzarli.

Dapprima, mentre in Europa si festeggiava la caduta del Muro e l’alba di una nuova era all’insegna della pace e della condivisione, di là dall’Adriatico si consumava il bagno di sangue dei Balcani e il ritorno dei sonnambuli col loro repertorio di pulizia etnica, nazionalismo e sete di sterminio: per l’Occidente, fu la «Guerra in Jugoslavia». Sulla sponda sud, spinto dalla potenza orizzontale dei deserti, si affacciava intanto il fondamentalismo millenarista sgorgato dal perverso incrocio tra frustrazione postcoloniale e modernità: per l’Occidente, fu lo «Scontro di civiltà». Dopodiché, la crisi finanziaria che nel 2008 avrebbe scatenato la più grave recessione dal 1929 concentrò tutta la sua violenza su un singolo paese trasformato in enorme discarica: per l’Occidente, fu la «Crisi del debito greco». Nel frattempo, le tratte marine che collegano le tre sponde del sedicente Mare Nostrum si sono trasformate in sterminati cimiteri di cui nessuno conosce i numeri: per l’Occidente, fu la «Crisi dei migranti».

In una simile prospettiva, la pandemia che, una volta sbarcata in Italia, si accinge a contagiare lo stesso Occidente che dalla pandemia si credeva al sicuro, ha il sapore del memento che prima o poi l’Altro arriva. Il suo passo ineluttabile, i suoi numeri «insensati» vengono giustamente colti come il presagio di una fine che riguarda innanzitutto quella parte di mondo che per proteggersi ha innalzato Fortezze e Scudi. Dopodiché, il mondo non finirà: ma il Sole Nero del Mediterraneo avrà definitivamente scoperchiato le ombre del non detto.

Paranoia mediterranea

Il metodo paranoico-critico impone di razionalizzare gli impulsi apparentemente sconnessi che provengono dagli stati di delirio. È una tecnica di indagine, oltre che di sopravvivenza. Applicando tale metodo ai tempi lunghi della Storia, la pandemia del 2020 mi pare allora seguire una traiettoria tracciata nel corso di millenni: diffusosi dapprima in Cina, il virus ha attraversato furioso l’antica terra di Persia che adesso va sotto il nome di Iran, per poi piombare assassino al centro di quel bacino che vide nascere il mito della téchne di cui è ultimo esito la stessa Neo-Cina del binomio accelerazione tecnologica-totalitarismo securitario. «Vorrà la Cina essere ricordata per aver originato il virus che ha portato al completo collasso le democrazie occidentali? Vorranno essere ricordati come coloro che hanno ucciso l’Occidente? Certo che sì», leggo in un commento pescato a caso su Twitter. Da questo punto di vista, il «virus cinese» di cui blatera il tragico pagliaccio Donald Trump può essere letto come il necessario movimento della Storia che metterà fine a secoli di primato occidentale, accelerando il processo che eleggerà la Neo-Cina a salvatrice e nuova dominatrice dell’umanità. 

Può essere, chi può dirlo. Ma intanto, affinché il passaggio si compia, il virus è dovuto transitare per quel buco di culo su cui l’Europa – e da lì l’Occidente tutto – ha sversato tonnellate di escrementi nella speranza che il Mediterraneo altro non fosse che una specie di cloaca controllata. Solo che a furia di sversare (l’ho imparato bene, in queste settimane di medicalizzazione forzata), si rischia l’infezione – e questo l’Occidente lo sa, l’ha sempre saputo e ne ha sempre temuto gli effetti, semplicemente procrastinandoli. 

È deprimente e un pizzico beffardo tornare alla formula che, nel post-crisi 2008, l’Europa adottò per giustificare le misure economiche nei confronti della Grecia: «contenere il rischio contagio». Adesso il contagio è arrivato per davvero, ma la sua natura è tale che nulla possono i tecnocrati a cui si devono le fantasiose teorie sugli «sprechi» e sui «tagli». Gli ottimisti suggeriscono che la pandemia è l’occasione buona per mettere in discussione il sistema e pensare a un dopo in cui finalmente il mondo sarà libero dal ricatto del Capitale. Tutti gli altri – nello stesso momento in cui intere fasce di lavoratori vengono costrette a tentare la sorte pur di continuare a produrre – si sono trasformati in delatori zelanti, bramosi di segnalare dai rispettivi balconi chiunque non si adegui al livello massimo di autoreclusione. In attesa che il controllo prenda le sembianze della sorveglianza algoritmica generalizzata, sopperiscono come possono: sbraitando ai passanti le stesse parole intonate dai vigilanti sulle coste di Mitilene – «Tornate a casa!».

Miti del Sole Nero

Quale sarà lo stato psichico provocato da mesi e mesi di terrore, isolamento e sospetto? È la domanda che nessuno si azzarda ad avanzare, perché il timore è che la risposta sia troppo atroce per essere persino verbalizzata. Tutta la speranza si concentra, oltre che in tattiche di autocontenimento che rischiano di avvitare su se stessa la spirale di paranoia, in una «scienza» dai tempi lunghi al cuore della quale cova la più disperata delle contraddizioni: e cioè che, ancora una volta, è chiamata a riparare ai danni da essa stessa generati. La quantità di energia che dovrà dispiegare nella ricerca di cure e vaccini, rischia di non tenere testa a quella dispiegata dalla stessa scienza applicata nello sfruttamento animale e nella distruzione di interi habitat (da cui l’ormai famigerato spillover). È una corsa su se stessa che, per tornare a Bataille, deriva da una «concezione mistica dell’universo» dalla quale il pensiero scientifico tenta di recuperare gli strumenti utili alla vita materiale dell’uomo, espungendo al contempo «le parti deliranti delle vecchie costruzioni religiose per distruggerle». E così, ancora per Bataille, una volta incaricatasi di dissolvere nella sfera dell’indicibile «i fantasmi della mitologia», la scienza si ritrova libera di «vuotare ciecamente l’universo del suo contenuto umano». 

Eppure in questo movimento, nota sempre Bataille, sta anche un «atto di liberazione»: spogliato da qualsivoglia necessità, il delirio – il mito – «nudo e lubrico, dispone dell’universo e delle sue leggi come di balocchi». All’ombra del Sole Nero, si affaccia una comprensione della morte (umana) che è contemporaneamente irrazionale e spoglia di qualsivoglia residuo messianico. 

Fu Tucidide, nell’opera in cui tante parole vengono spese sulla peste che colpì Atene nel 430 a.C. («una forma particolarmente virulenta di influenza», ipotizzano gli storici), a stabilire in maniera netta l’irriducibilità della sfera del logos a quella del mito. Ne discese una concezione della storia lineare e progressiva, dalla quale l’Occidente ricavò nientemeno che il suo destino manifesto. Ma adesso che quella linearità si infrange tra i piani obliqui di un tempo spiraliforme, adesso che quel tempo viene sospeso nella ciclicità coatta delle nostre quarantene, mito e delirio tornano a tuonare dalle sponde del buco di culo mediterraneo. È un mito finalmente detecnicizzato perché libero di non dover più rispondere a nessun altra missione che non sia la propria: penetrare l’innominabile; è un delirio dinanzi al quale persino i millenarismi invasati scompaiono, ricacciati nella sfera della superstizione puerile dalla fredda, implacabile, algoritmica avanzata della «peste che vaga nelle tenebre, lo sterminio che devasta a mezzogiorno».

A quali miti rivolgersi, quali miti coniare per rendere il collasso che dal Mezzogiorno d’Occidente promana, io non lo so. Posso vagamente intuirne alcuni, recuperarne le ombre nei pozzi di scarico del Sole Nero. Il grande dio Deserto che dalle sabbie del Sahara promette di spirare verso nord, abbracciando l’ano mediterraneo in tutta la sua circonferenza e appiattendo ogni traccia di verticalità, ogni ambizione di spinta verso l’alto. I jinn che si incarnano nelle architetture automatizzate di Neom, la città che preannuncia la definitiva scomparsa dell’elemento umano. Gli immani organismi elettrici che prendono vita dall’intrico autoreplicante di Shatila, scarto innominabile del grande esperimento modernista israeliano. Le potenze ctonie riportate in superficie dai gas di scarico delle Cante a mete di Barbarano e dai tunnel della metropolitana di Arcana. Le città invisibili e le geometrie occulte che invertono la scacchiera orizzontale di Exarchia. Lo stato psichico che da Fiume in poi scorre tra le quinte non euclidee dei Balcani, perennemente oscillante tra incubo e festa, tra godimento e vendetta. Le creature mostruose che dall’Interzona di Tangeri presidiano i viandanti che osano attraversare lo stretto. I fantasmi su gommone degli Djekker, degli Shardana e degli altri Popoli del Mare, chiamati a una missione soltanto: distruggere una volta per tutte quella che chiamiamo «civiltà». 

Il Mediterraneo si sta chiudendo, le placche si vanno incontro al ritmo di due centimetri l’anno. Presto o tardi, con o senza di noi, tutte queste divinità saranno chiamate a popolare lo stesso affollatissimo pantheon.

Valerio Mattioli è editor per NERO. Ha pubblicato Superonda. Storia segreta della musica italiana (Baldini & Castoldi 2016) e Remoria. La città invertita (minimum fax 2019).