Resistenza postumana per adolescenti

Lettera d’amore alla serie Animorphs: inno alle potenzialità rivoluzionarie della metamorfosi, nonché narrazione tra le più assurde della letteratura young adult

Avevo 12 anni e il mio rifugio era la biblioteca di Nichelino, una piccola città in provincia di Torino dove tuttora abita mio padre. Ho trascorso un numero incalcolabile di pomeriggi ai tavoli di plastica grigia della sala lettura, seduto su una sedia foderata di stoffa blu immancabilmente macchiata dai caffè del distributore che ronzava pochi metri più in là. 

Da quando avevo 8 anni ci leggevo quel che capitava: Topolino, i libri del Battello a Vapore, Geronimo Stilton. Piccoli Brividi era stata l’audacia prima, complici i mercatini dell’usato che mio papà era solito frequentare. Per qualche mese avevo trangugiato in fretta un buffet di fascicoli che promettevano sgomento a basso prezzo, con copertine infettate dai peggiori verdi, arancioni e viola neon sul mercato. L’attacco del mutante era il mio preferito: un ragazzino si ritrova a fronteggiare un terribile antagonista mutaforma che veniva infine sconfitto, sciolto da un’ondata di acido. Ero galvanizzato dalla sua distruzione, partecipavo alla gioia del protagonista dopo aver annientato il responsabile dei propri incubi. Se avessi saputo che di lì a breve chi praticava la metamorfosi sarebbe invece diventato parte del mio pantheon personale di eroi, forse avrei provato compassione per il mutante. 

Mi ricordo chiaramente una fila di libri su uno scaffale poco frequentato nella sezione libri per ragazzi, quello fantascientifico. Il formato di quella ventina di volumi era identico ai Piccoli Brividi, ma le copertine erano diverse: dallo stile caricato e acido dei primi si trascorreva in una grafica molto più essenziale, guidata ripetutamente da un’unica idea. Come in tutti gli altri, nel primo volume, sotto alla scritta «Animorphs», c’erano il volto e il corpo di un ragazzino in disfacimento metamorfico. I connotati di un mio coetaneo immaginario stavano gradualmente collassando nel muso di una lucertola. I capelli si appiattivano in scaglie verdi, gli occhi si ingiallivano, svuotandosi di ogni espressione, e gli angoli della bocca si allargavano fino a sfaldarsi alle estremità di un taglio orizzontale. Sul retro, qualcuno mi interpellava con una smisurata intensità fàtica:

Non possiamo dirti chi siamo. Né dove viviamo. È troppo pericoloso, e noi dobbiamo essere cauti. Molto cauti. Non possiamo fidarci di nessuno. Perché se ci trovassero… be’, diciamo che l’idea non ci sorride. Il fatto è che tutti sono in un grosso guaio. Sicuro. Perfino tu.

Iniziava con queste parole la mia storia d’amore con una delle narrazioni più assurde e segnanti che io abbia incontrato negli anni dell’adolescenza. La premessa narrativa ne cattura in parte la stranezza: Jake, Rachel, Cassie, Marco e Tobias, cinque ragazzini di una piccola città americana, intercettano sulla strada di casa il rottame di astronave un alieno agonizzante, che li avverte che un’altra specie extraterrestre sta invadendo il pianeta Terra. Elfangor, l’alieno morente, è un Andalita, centauri alieni dal pelo blu, dotati di quattro paia di occhi, di cui un paio fanno capolino alle estremità di due antenne multidirezionali.

Qualora questo ritratto degli alieni benevoli non risultasse strampalato a sufficienza, devo aggiungere che gli Andaliti, sprovvisti di una bocca, si alimentano dagli zoccoli, hanno sei dita e, sulla sommità della loro lunga coda, svetta una falce affilatissima. Gli aggressori sono invece gli Yeerk, ben più affini ad altre specie del canone fantascientifico: lumaconi in grado di infilarsi nelle orecchie degli esseri umani per raggiungerne il cervello e controllarne la mente e il corpo. È pertanto impossibile capire chi sia uno Yeerk: l’amatissimo fratello maggiore di Jake ne è preda, la madre di Marco è l’host di Visser Primo, l’antagonista principale della saga. 

Prima di morire, l’alieno benevolo conferisce un dono fatale ai cinque. Impossessandosi di una tecnologia aliena chiamata dispositivo Escafil, i protagonisti acquisiscono l’abilità di trasformarsi in qualsiasi animale di cui, toccandolo, abbiano assorbito il DNA. Dopo alcuni tentennamenti, gli adolescenti formano un gruppo segreto di guerriglieri mutaforma tredicenni. Le loro armi più forti: zampate di leone, cazzotti di gorilla, zannate di elefante, empatia. Tutto questo, esclusi gli spin-off, per 54 libri, che incontrai nella loro interezza in un mercatino di montagna, in vacanza con i miei genitori. Inutile dire che la perplessità di mio padre non gli risparmiò l’acquisto. Li divorai tutti nello spazio di un paio di settimane di lettura febbrile. 

Ciò che mi meraviglia di più ripensando alla saga è dovuto da un lato alle involontarie assonanze con alcuni dei più singolari e luminosi astri della costellazione della theory contemporanea, sui quali dirò qualche parola tra una manciata di paragrafi; dall’altro, alla devastante crudezza della narrazione e a quanto i personaggi che la attraversavano mi risultino tuttora vividi. Il trucco che consentiva a K. A. Applegate – autrice della serie in coppia col marito Michael Grant – di sorpassarsi in ferocia fabulatoria di volume in volume era dovuto alle abilità metamorfiche dei cinque guerriglieri: una volta tornati in forma umana, erano in grado di guarire da qualunque ferita. Era pertanto assai complicato che mancasse almeno una mutilazione altrimenti letale in ciascun volume della serie. In un libro tutto sommato privo di rilevanza per la narrazione, Rachel, la top model bionda che all’interno del gruppo si rivela essere la più spietata guerriera, viene tagliata a metà da una paletta di plastica in forma di stella marina. In battaglia, Rachel perderà diversi arti nella sua forma da combattimento favorita, l’orso grizzly: se la guarigione era certa, il dolore lo era altrettanto. 

Il loro superpotere non era affatto esente da altri rischi: in primo luogo – con un’intuizione che potrebbe indurmi a stiracchiare riferimenti a testi come Altre menti di Peter Godfrey-Smith o, esagerando, alle tesi sul prospettivismo amerindio sciamanico di Eduardo Viveiros De Castro – a ogni corpo corrisponde una prospettiva, cioè un campo di agency proprio, un modo di percezione e pensiero e un assetto pulsionale specifico, sul quale l’animorph di turno può esercitare un margine di controllo sempre precario. Quando Jake sperimenta la propria prima metamorfosi in lucertola non sa che di lì a poco si troverà a divorare un ragno contro la propria volontà, perché il suo nuovo corpo e la sua mente rettile lo reclamano in concerto; in secondo luogo, il tempo della metamorfosi è limitato a 120 minuti, una volta terminati i quali è necessario tornare in forma umana. Qualora questo tempo venga ecceduto, si rimane intrappolati nella forma prescelta. 

Quel che sembra un deterrente narrativo utile solo per mantenere la tensione e per evitare che i protagonisti siano eccessivamente potenti si realizza in realtà dal primo volume. I cinque attaccano una base Yeerk con tremenda ingenuità e riescono a sopravvivere e scappare per miracolo: tutti tranne Tobias, che nascosto nella base oltrepassa il limite temporale della metamorfosi. Rimarrà un falco rosso per i 53 libri rimanenti, riguadagnando però la capacità di trasformarsi in umano due ore alla volta grazie all’intervento di una strana entità aliena chiamata Ellimist, una sorta di divinità intergalattica che però non vuole interferire (in altre parole e con altri riferimenti, Tom Bombadil all’Area 51). Alcuni volumi dopo, Tobias inizierà però a vivere nella soffitta di Jake mangiando avanzi, lottando con tutte le forze per rimanere cosciente e non lasciare il falco prendere il sopravvento. Dopo aver ceduto divorando un topo vivo tenterà il suicidio più volte scagliandosi contro le finestre di un supermercato e, salvato dall’intervento provvidenziale di Marco, deciderà finalmente di far pace con la propria nuova configurazione psicosomatica vivendo in un bosco, continuando però a lottare con i suoi compagni.

Una lettrice ha affermato in un articolo che le ci sono voluti vent’anni per capire che nessun preadolescente avrebbe dovuto essere esposto a una lettura del genere. Certo, oggi Hunger Games e le sue copie carbone ci consegnano centinaia di distopie per adolescenti fatte su misura, ma gli Animorphs non vivevano nel futuro: vivevano in un presente all’interno del quale la minaccia dimorava ovunque e non era solo costituita dagli alieni. I libri nei quali il buffone del gruppo, Marco, unico personaggio di origine sudamericana, era il protagonista si concentravano tanto sulle sfide e i tormenti della lotta agli alieni quanto sulle difficoltà che un ragazzino di tredici anni aveva a convivere con un padre affetto da depressione e con un grave problema di alcolismo. Questo per tacere sulla profondità con la quale i coniugi Applegate si soffermavano sul disordine post-traumatico da stress dei loro giovani protagonisti: Cassie, l’unica afroamericana del gruppo, nonché l’animorph più abile nella trasformazione, è a detta di tutti i suoi compagni una pacifista abbraccia-alberi. Lavora per la clinica di riabilitazione per animali selvatici feriti del padre ed è colei che sorveglia l’anima del gruppo. Decide perfino di abbandonare il gruppo dopo aver lacerato la gola a un Hork-Bajir, una specie aliena di enormi rettili bipedi coperti di lame che, prima che gli Yeerk ne colonizzassero il pianeta, passavano il tempo a comporre poesie nelle loro enormi foreste. Cassie sarà anche l’unica animorph a entrare in contatto con il movimento degli Yeerk pacifisti, infilandosi in interminabili dilemmi etici sia con i propri commilitoni sia con i propri nemici. 

«Ci sono alcuni fra noi che vorrebbero che le cose fossero diverse. Che ci fosse una scelta media fra essere lumache sotto gli zoccoli degli andaliti ed essere… ed essere…»
«Schiavisti?»
«Che cosa faresti, Cassie? Che cosa faresti, se fossi una di noi? Vivresti la tua vita come una lumaca cieca e impotente?»

Una di queste relazioni si conclude con una delle scene più wholesome dell’intera serie. La Yeerk pacifista che Cassie ha accudito nella propria clinica, Aftran 942, è in una situazione tragica. Deve tornare dalla propria comunità per riuscire a sopravvivere, immergendosi nella pozza Yeerk, una gigantesca piscina sotterranea traboccante di liquido color piombo dove gli Yeerk assorbono i raggi Kandrona, generati da una copia in miniatura del sole del proprio pianeta natale. Aftran 942 però si rifiuta di farlo, preferisce la morte al proprio ritorno dalla parte degli oppressori. Il gruppo allora ha un’idea: farle toccare il dispositivo Escafil perché possa trasformarsi in un animale a sua scelta per il resto dei suoi giorni. Qualche pagina dopo, una nuova megattera nuota nell’Atlantico. Non tutti gli Yeerk sono quindi votati alla conquista, e non tutti gli umani sono impegnati a resistere: alcuni decidono di consegnare interamente il proprio libero arbitrio agli alieni. I coniugi Applegate sembrano suggerire che la vocazione parassitaria dell’Impero non cala come una meteora dagli spazi siderali: sta già dentro ciascuno di noi in potenza.

Ho cercato di essere fedele per tutta la mia vita agli insegnamenti di quei romanzetti da supermercato e me ne rendo conto solo ora, dopo aver intercettato alcuni dei prodotti teorici più stravaganti dell’Antropocene. Credo che Donna Haraway parlerebbe degli Animorphs come un esperimento di story-telling for earthly survival: il tentativo di costruire narrazioni ibride per sopravvivere come comunità inter-specie in un tempo tempestato di catastrofi quotidiane a tutte le latitudini. Anche gli Animorphs si trovano a dover lottare contro una tragedia di dimensioni catastrofiche, della quale gli adulti che li circondano sono ignari o complici. Gli Animorphs conducono una lotta solitaria e disperata contro un nemico più grande di loro. La loro solitudine era la mia e vedo la loro determinazione e frustrazione incrostata addosso a larga parte delle ragazze e dei ragazzi che incontro come educatore, a Greta Thunberg e ad Artemisia Xakriabà, un’attivista climatica indigena diciannovenne proveniente dalla tribù Xakriabà, collocata nel sud-est del Brasile. I Gen Z si trovano a dover lavorare ai fianchi del colosso disastroso che imperialismo coloniale ed estrattivismo capitalista hanno scolpito e gli hanno lasciato come eredità tossica. 

Neil Gaiman ha dichiarato che leggere Ursula Le Guin da ragazzino è stato essenziale per la sua formazione umana e politica. Gaiman sostiene che aver incontrato Il mago di Earthsea e La mano sinistra delle tenebre fra gli 11 e i 12 anni gli abbia insegnato due cose: in primo luogo, che andare a una scuola di stregoneria era la cosa più bella di sempre; in seconda battuta, una enorme apertura sul tema della fluidità di genere. Lungi da me comparare i libri dei coniugi Applegate ai capolavori di Le Guin: ammetto però di nutrire la convinzione che una saga interamente dedicata alle potenzialità emancipatorie della metamorfosi mi abbia reso negli anni, nella profonda periferia industriale piemontese, molto più preparato ad accogliere l’idea che le persone avessero tutto il diritto di cambiare la propria identità. Anzi, si trattava di una cosa che facevano i miei supereroi preferiti. Inoltre, ho il sospetto che la mia ossessione per quella saga possa avere avuto più rilevanza di due anni di magistrale in Antropologia rispetto all’elaborazione di un quadro ideologico antimperialista.

Qualcuno ha scritto che era chiaro fin dall’inizio che la battaglia combattuta dagli Animorphs era destinata al fallimento. Non sono per nulla d’accordo. Certo, il tono era cupo e la serie finisce in tragedia, senza fare alcuno sconto ai propri giovani lettori, proprio come li aveva abituati. Tuttavia, questo è vero all’altezza del cinquantaquattresimo volume. I precedenti 53 erano tutt’altro che paralizzanti; erano una chiamata alle armi e alla resistenza. I fantasmi di Jack, Rachel, Cassie, Marco e Tobias persistono per tante lettrici e tanti lettori e gridano vendetta contro un mondo ostile, che tentavano di attraversare con una cura ostinata nei confronti di ciascuno dei loro compagni. Non voglio intellettualizzarli tentandone una politicizzazione a posteriori, sarebbe ingiusto: questo è il mio modo per intensificare una lettera d’amore a un pezzo di letteratura che non ha mai mancato di offrirmi un luogo sicuro a cui tornare e che mi ha radicato in degli assetti valoriali che credo valga la pena di difendere. Se dovessi trovargli un nome, credo lo si potrebbe chiamare casa. 

Dario Bassani
studia filosofia e antropologia e lavora come educatore per l'associazione Deina. Si interessa di teatro e arti performative, educazione non-formale, archivi, etnografia multispecie e musica trap.