Il demone del determinismo

Non c’è libertà nel mondo naturale: perché dovrebbe essere differente per noi esseri umani? Devs, Westworld e la fine del libero arbitrio

L’universo è vincolato dalle leggi della fisica. Una particella, una roccia, un pianeta: nessuno di questi può agire in maniera diversa da quella in cui agisce. Ogni evento è condizionato da regole che determinano l’intera realtà fin dalla nascita del cosmo. «L’universo si espande, la gravità agisce, la materia si unisce per formare stelle e pianeti: le cose procedono vorticosamente sulla base di leggi fisse», scrive Cassidy Ward su SYFY. «Per miliardi di anni, nulla ha fatto nient’altro se non ciò che era supposto che facesse. Esattamente ciò che continuerà per sempre a fare». 

Questo non vale solo per gli oggetti inanimati: avendo a disposizione sufficienti dati e potenza di calcolo, è per esempio possibile prevedere (almeno in linea teorica) l’evoluzione delle cellule, ovvero la più piccola struttura a essere classificabile come vivente. Il suo comportamento non è quindi imprevedibile. Al contrario: è predeterminato.

Non c’è libertà nel mondo naturale: perché dovrebbe essere differente per noi esseri umani (che siamo composti di atomi come tutto il resto)? Perché dovremmo essere dotati di quel libero arbitrio che ci permette di decidere come agire, facendoci sfuggire alle leggi che regolano l’intero universo? «L’idea prevalente è che questa libertà richieda un’abilità sovrannaturale che trascende le leggi della natura; altrimenti saremmo delle mere marionette in balìa della causa e dell’effetto», ha scritto il filosofo e scienziato Stephen Cave su Aeon. «Questo rende il libero arbitrio qualcosa di misterioso, che ci separerebbe dal resto del creato. Poiché questa nozione contraddice tutto ciò che sappiamo del mondo, non sorprende che sempre più persone abbiano concluso che il libero arbitrio non possa essere altro che un’illusione».

Se la libertà è un’illusione, la conclusione è inevitabile. Ed è quella che in Devs – l’ultima fatica di Alex Garland (già autore di Ex Machina) – viene espressa per bocca di Stewart: «Potremmo guardare allo stato attuale dell’universo come se fosse l’effetto del suo passato e la causa del suo futuro. Un intelletto che in un dato momento conoscesse tutte le forze che animano la natura e la posizione reciproca degli esseri che la compongono, se questo intelletto fosse sufficientemente vasto da poter analizzare tutti questi dati, se potesse condensare in un’unica formula il movimento dei più grandi corpi dell’universo e quello del più piccolo atomo, allora per un intelletto di questo tipo nulla potrebbe essere incerto e il futuro, proprio come il passato, sarebbe presente davanti ai nostri occhi».

Il trailer di Devs

Stewart è uno dei programmatori che, nella serie tv Devs, lavora alla creazione di un computer quantistico onnisciente in grado di svolgere esattamente questo compito. Ma le parole riportate nel paragrafo precedente non sono sue. E non sono nemmeno di Shakespeare, come credono – nel loro totale disinteresse – i due principali artefici del supercomputer: Katie e Forest. Sono invece dello scienziato francese Pierre-Simon Laplace, che mise per iscritto questa sua intuizione sul finire dell’età dell’illuminismo, nel 1814. Niente di nuovo: ciò che è diventato noto come «il demone di Laplace» è un concetto deterministico della vita e dell’universo che perseguita l’umanità da millenni. E che nega alla radice la nostra presunta libertà esistenziale.

Da millenni siamo perseguitati dal timore che la nostra libertà sia solo un’illusione. Eppure, nel 2020, questi stessi temi sono al centro di due serie tv: la già citata Devs e la terza stagione di Westworld. Entrambe riflettono non solo sul libero arbitrio, ma anche sul potere della tecnologia che – se fornita di un numero sufficiente di dati e di un adeguato potere computazionale – ci permette di alzare il velo su questa illusione. Dal computer quantistico di Devs al Rehoboam di Westworld (un’intelligenza artificiale in grado di prevedere il percorso e l’esito delle nostre vite), l’idea alla base di due delle serie tv più interessanti di questa stagione si può riassumere così: «Se potessimo sapere abbastanza sullo stato dell’universo e sullo stato delle nostre menti, comprese tutte le variabili che hanno prodotto questo esatto momento, potremmo prevedere ciò che avverrà tra dieci minuti, tra dieci anni, tra mille anni fin nei più piccoli dettagli».

Se il libero arbitrio è solo un’illusione della nostra mente e se tutto – compreso il comportamento umano – è determinato solo ed esclusivamente dalla ferrea legge della causa e dell’effetto (come la scienza è propensa a ritenere, anche se il dibattito è ancora in corso e non si pronostica una rapida conclusione), allora prevedere il comportamento e le azioni dell’uomo non è qualitativamente diverso dalle previsioni meteorologiche, su una scala però immensamente più vasta e complessa. 

Talmente vasta e complessa che – a differenza di ciò che avviene in Devs e in Westworld – nella realtà tutto ciò non è nemmeno lontanamente all’orizzonte: «Per quanto ne sappiamo oggi, ciò che il migliore tra tutti i supercomputer (tradizionale o quantistico) può teoricamente fare (…) è prevedere una gamma di possibili futuri e una gamma di possibili passati», ha spiegato a The Ringer Scott Aaronson, docente di Scienze Informatiche all’Università del Texas e direttore del Quantum Information Center. «I dati che sarebbero necessari per dichiarare uno di questi il “vero” futuro o il “vero” passato non sono, molto semplicemente, accessibili all’umanità, perché si perdono in microscopici sbuffi d’aria, radiazioni che dalla Terra viaggiano verso le spazio, ecc.».

Il fatto che prevedere il futuro grazie a macchine scintillanti – come avviene in Devs e Westworld – sia impossibile oggi e per il tempo a venire non inficia la tesi secondo cui il libero arbitrio è un’illusione.

Per capire quanto siamo indietro sulla strada che porta all’onniscienza, basti pensare che – come spiega ancora Aaronson – «prevedere il meteo a tre settimane da oggi potrebbe essere impossibile per sempre». Non c’è computer quantistico, intelligenza artificiale o big data che tengano: le incognite (il caos, l’effetto farfalla, la crescita esponenziale dell’errore e altro ancora) sono semplicemente troppe. 

Qualche timido tentativo di prevedere il destino dell’uomo usando i dati e i computer è stato comunque fatto. In particolare, è stato eseguito un esperimento matematico-sociologico che ha cercato di prevedere, sfruttando anche il machine learning, il successo scolastico a cui sarebbero andate incontro delle persone i cui dati erano stati raccolti e analizzati all’età di 1, 3, 5, 9 e 15 anni. La conclusione dello studio è impietosa: «Nessuno dei ricercatori è andato nemmeno vicino a un livello di accuratezza accettabile, indipendemente dal fatto che sia stata utilizzata la semplice statistica o gli algoritmi di machine learning più all’avanguardia».

Niente da fare: la nostra vita potrebbe anche correre su binari predeterminati, ma ciò non toglie che le nostre conoscenze sono troppo insufficienti per riuscire a vederli, questi binari. Ma il fatto che prevedere il futuro grazie a macchine scintillanti – come avviene in Devs e Westworld – sia impossibile oggi e per il tempo a venire non inficia la tesi secondo cui il libero arbitrio è un’illusione. «Oggettivamente, non c’è dubbio che siamo tutti profondamente influenzati dai nostri geni e dalla chimica del nostro cervello. Siamo creati dal nostro ambiente sociale e familiare, formati dal linguaggio che parliamo e dalle cose che ci avvengono, casualmente o meno», si legge ancora su Aeon. «Il nostro carattere è determinato da una quantità di forze al di fuori del nostro controllo. E allora, come può qualunque scelta essere considerata libera?».

Non solo: come si definisce una scelta libera? Probabilmente, per dimostrare l’esistenza del libero arbitrio dovremmo tornare indietro nel tempo (ma senza esserne consapevoli) e – in condizioni assolutamente identiche, fin nel più piccolo dettaglio – poter agire in modo diverso da come abbiamo agito in passato. In poche parole, dovremmo dimostrare che le condizioni che hanno determinato la nostra vita non sono necessariamente in grado di dettare le nostre scelte future.

Da questo punto di vista, uno degli esperimenti più importanti è quello compiuto dallo psicologo statunitense Benjamin Libet, che negli anni Ottanta dimostrò come, nel cervello, l’attività elettrica che porta a muovere la mano in una certa direzione si genera prima ancora che una persona abbia pensato di muovere la mano. L’attività dei neuroni, insomma, precede la decisione consapevole di compiere una certa azione. La nostra esperienza, secondo la quale abbiamo deciso consapevolmente di comportarci in un certo modo, sarebbe solo una ricostruzione a posteriori. Le azioni che compiamo sarebbero quindi esclusivamente determinate dagli stimoli ricevuti. E se gli stimoli sono gli stessi, la nostra risposta sarà sempre uguale.

Difficile sottostimare il potere che i neuroni hanno sulle nostre azioni, visto che sono stati documentati casi di persone diventate omicide solo dopo aver subito danni cerebrali. La conclusione di molti neuroscienziati è drastica: il cervello è un sistema fisico come tutti gli altri, sul quale non abbiamo maggiore controllo di quanto ne abbiamo, per esempio, sul cuore. In linea di principio, quindi, i nostri comportamenti sono del tutto prevedibili: con una conoscenza approfondita dei meccanismi cerebrali sarebbe possibile prevedere correttamente il comportamento di una persona in seguito a un determinato stimolo nel 100% dei casi.

Nel mondo deterministico (la corrente di pensiero che nega il libero arbitrio), ci si muove quindi su due livelli. Semplificando brutalmente: tutto ciò che è avvenuto nel mondo determina i nostri geni e l’ambiente in cui cresciamo. I nostri geni e l’ambiente in cui cresciamo determinano a loro volta ogni nostro comportamento. Non c’è libertà, ma solo risposte a stimoli. Come direbbero in Devs, la nostra vita procede su binari invisibili determinati dalla causa e dall’effetto.

Posizioni di questo tipo hanno ricadute non solo scientifiche, ma anche sociali: se non siamo liberi di agire, come possiamo essere ritenuti colpevoli per le nostre azioni? Se non abbiamo nessuna libertà di decisione, che fine fanno concetti basilari per la nostra società come quello di «forza di volontà»? E soprattutto, se siamo predeterminati – in un certo senso programmati a comportarci in un certo modo – che differenza c’è tra noi e le macchine? 

Tutto questo, ovviamente, non significa che il nostro percorso sia indipendente da ciò che avverrà durante le nostre vite: ricevere un certo tipo di informazioni o crescere in un determinato ambiente fornisce stimoli differenti che provocano risposte differenti. Anche se non siamo noi a scegliere consapevolmente, questi stimoli influenzano il nostro modo di essere. Credere nell’esistenza del libero arbitrio, per esempio, stimola (ma non «ispira») un comportamento diverso rispetto a non crederci, com’è stato tra l’altro dimostrato in svariati esperimenti. L’unica cosa da accettare, se davvero il libero arbitrio non esiste, è che se qualcuno potesse riavvolgere il nastro della storia del mondo e poi farlo ripartire in un qualunque momento, le cose si ripeterebbe nello stesso identico modo.

Ed è proprio per questo che, teoricamente, un sistema informatico in grado di calcolare ogni infinitesima variabile potrebbe prevedere il nostro futuro. Un futuro che sarebbe immutabile, anche se fosse per noi possibile conoscere le previsioni del computer in anticipo. «E se vedessimo che un minuto nel futuro incrociamo le braccia e dicessimo: fanculo al futuro, io sono un mago, la mia magia rompe i binari, non incrocerò le braccia? Ti metti le mani in tasca e le tieni lì finché non passa il tempo previsto», chiede Forest, il capo del laboratorio Devs, alla sua vice Katie.

Il libero arbitrio è sì una narrazione che la mente racconta a se stessa, ma è un’illusione che come società dobbiamo difendere, per evitare che ciascuno di noi smetta di sentirsi responsabile delle proprie azioni.

È ciò a cui penseremmo tutti: se potessi sapere cosa farò in futuro, sarebbe sufficiente decidere di fare qualcos’altro per dimostrare di possedere un libero arbitrio che mi permette di deragliare dai binari prefissati. Non è così semplice: «La causa precede l’effetto. L’effetto conduce a una causa. Il futuro è fisso esattamente nello stesso modo in cui lo è il passato. I binari sono reali», ribatte infatti Katie.

In Devs, quindi, l’universo è rigidamente deterministico. E in quanto tale è impossibile deviare dal percorso che il computer ha calcolato. «Anche il fatto di vedere un filmato del nostro futuro è determinato dallo stato dell’universo», ha spiegato il docente di Filosofia Ben Lennertz. «Se anche una persona stesse per incrociare le braccia, ma poi gli venisse mostrato in un video ciò che sta per fare, non avverrebbe comunque un miracolo non deterministico che ci permetterebbe di deviare dal percorso. La visione del video e la reazione delle persone sono parte della stessa progressione», prosegue Lennertz. In poche parole, il computer avrebbe già previsto la reazione alla visione del futuro. Era tutto calcolato.

Ed è per questo che, in una scena di Devs, gli ingegneri non possono nemmeno provare a non ripetere le esatte parole che i loro avatar dicono sullo schermo pochi secondi nel futuro. Le cose stanno così, ogni possibile nostra reazione è già stata calcolata e non possiamo quindi in alcun modo alterare il corso, neanche sapendo in anticipo quale questo corso sarà.

È un paradosso. Che forse mina alla base il determinismo più rigido mostrando, attraverso una sorta di esperimento mentale, come non possa funzionare. O che forse dimostra che «i binari sono reali» e noi nient’altro che marionette guidate dalla causa e dall’effetto: «Perché non voglio conoscere il futuro? Non è poi così strano», dice Lyndon, il più giovane dei programmatori del computer quantistico di Devs. «Finché ho l’illusione del libero arbitrio, ho l’illusione del libero arbitrio».

Quella di Lyndon è effettivamente una posizione esistente e nota come Illusionismo. È sostenuta tra gli altri da Ben Smilansky, docente di Filosofia dell’università di Haifa secondo cui il libero arbitrio è sì una narrazione che la mente racconta a se stessa, ma è un’illusione che come società dobbiamo difendere, per evitare che ciascuno di noi smetta di sentirsi responsabile delle proprie azioni, con le imprevedibili conseguenze che tutto ciò potrebbe scatenare. È un po’ quello che avviene in Westworld quando Dolores – il robot ribelle la cui missione sembra essere quella di liberare l’umanità (o più probabilmente farla precipitare nel caos) – rompe l’illusione del libero arbitrio mostrando a tutti gli abitanti del mondo le previsioni sulla loro vita fatte dall’intelligenza artificiale Rehoboam, portando immediatamente il pianeta sull’orlo dell’anarchia.

La terza stagione di Westworld

«Non siamo poi così differenti, tu e io», spiega Dolores a Caleb, un veterano emarginato dalla società che si è ritrovato a farle da spalla. Così come i robot del parco divertimenti di Westworld erano chiusi in un «loop narrativo» che li condannava a ripetere sempre le stesse azioni, così gli esseri umani sono destinati ad andare incontro al destino previsto dall’intelligenza artificiale che ordina il mondo. C’è però una differenza essenziale tra il determinismo di Devs e quello di Westworld: nel primo, non importa ciò che sappiamo, non possiamo comunque far deragliare i binari; nel secondo, è la conoscenza delle previsioni fatte dalla AI che ci può consentire di deviare dal percorso a cui altrimenti saremmo condotti da binari immutabili. 

Una differenza causata soprattutto da un elemento: in Westworld nessuno ha il potere di calcolare nel dettaglio ciò che accadrà. Ma venire marchiati da Rehoboam come «futuro suicida» – com’è il caso di Caleb – ha l’effetto di negare l’accesso a posizioni lavorative (o altro) che potrebbero consentire di cambiare il proprio destino, rafforzando così il «loop» a cui siamo stati condannati. «È una macchina che chiamano Rehoboam», spiega Dolores a Caleb. «I fondatori di questa macchina le hanno fornito i dati grezzi di chiunque, molto prima che ci fossero leggi sulla privacy. Ogni acquisto, ricerca lavorativa, visita medica, scelta romantica, chiamata, messaggio: ogni aspetto della tua vita è stato registrato e archiviato».

«Prima del sistema», prosegue Dolores, «un uomo come te avrebbe potuto avere qualche chance. Lavora duro, datti da fare. E invece non potrai mai essere più che un muratore o un piccolo criminale, perché è tutto ciò che ti permetteranno di essere. Non investiranno risorse in qualcuno che vuole uccidersi. Ma non investendo risorse, si assicurano che quello sia l’esito». Rehoboam non conosce il futuro, ma prevede l’esito più probabile delle nostre vite e si assicura che tutto vada in quella direzione. 

Entrambi gli scenari sono coerenti con un’ottica deterministica: in Devs, il computer quantistico calcola in anticipo ciò che faremo, come se inglobasse i dati relativi alla nostra esistenza in tempo reale; consentendogli di modificare le sue previsioni senza soluzione di continuità e impedendoci di sfuggire a esse. In Westworld, le previsioni dell’intelligenza artificiale sono almeno in parte fisse; il che ci consente – se soggetti a stimoli che la AI non aveva potuto prevedere (come l’avvento sulla scena di un robot che è una via di mezzo tra Rambo e Kasparov) – di rompere il loop ed essere liberi.

Come detto, il determinismo non postula che la nostra vita sia decisa indipendendentemente da ciò a cui andremo incontro (che sarebbe invece il fatalismo). Indica più realisticamente che tutto dipenda dai nostri geni, dall’ambiente in cui siamo cresciuti e dagli stimoli che incrociamo in maniera più o meno casuale. Il controllo che possediamo è quindi nullo.

Noi siamo in grado di soppesare le varie opzioni che ci vengono presentate e poi di scegliere, valutando pro e contro. Ma questa è davvero una confutazione del determinismo?

«Cosa ne pensi William? Sei solo un passeggero? La tua vita si limita ad accadere o te la sei scelta?», si sente invece domandare William, altro personaggio cruciale di Westworld. «Se non lo puoi sapere, cosa importa?», replica William, rievocando il concetto di «illusionismo» già affermato in Devs da Lyndon.

In Devs e Westworld, il determinismo è un dato di fatto. Nel mondo reale è invece solo una teoria. Secondo alcuni pensatori ci sarebbero inoltre degli errori di base nelle ricerche sul tema: «Invece di usare delle scansioni cerebrali o un microscopio a elettroni, per indagare il libero arbitrio dovremmo andare allo zoo», scrive ancora Stephen Cave su Aeon. «Qui troveremmo animali che sfruttano un’ampia gamma di abilità che danno loro opzioni su cosa fare; abilità che noi condividiamo. Queste abilità sono evolute attraverso la selezione naturale perché sono essenziali alla sopravvivenza: gli animali devono soppesare diversi fattori, esplorare svariate opzioni, seguire nuove alternative quando le vecchie strategie non funzionano. Queste abilità, tutte insieme, danno agli animali, umani inclusi, un libero arbitrio interamente naturale, uno di cui abbiamo bisogno proprio perché non siamo delle rocce».

La dimostrazione scientifica di questo libero arbitrio starebbe nella capacità di testare quanto a lungo un animale può resistere a un piccolo premio al fine di ottenere una ricompensa maggiore. «Le galline, per esempio, non riescono a farlo per più di sei secondi», prosegue Cave. «Possono scegliere se attendere per un bocconcino più succoso, ma solo se questo arriva in tempi molto brevi. Uno scimpanzé è invece in grado di aspettare per più di due minuti, arrivando in alcuni esperimento fino a otto minuti. Immagino che voi possiate aspettare molto più a lungo».

È ciò che Stephen Cave chiama «quoziente di libertà» e che sembra crescere all’aumentare delle capacità cognitive degli animali presi in considerazione. Noi siamo in grado di soppesare le varie opzioni che ci vengono presentate e poi di scegliere, valutando pro e contro. Ma questa è davvero una confutazione del determinismo? Se, messi di fronte alle stesse scelte e nelle stesse condizioni, prendessimo sempre la stessa identica decisione, quale sarebbe il nostro margine di libertà?

Se anche avessero ragione i sostenitori dell’esistenza del libero arbitrio, nella nostra società ci troviamo comunque di fronte a un pericolo: che siano la tecnologia e i big data a corrompere la nostra libertà. «Uno dei temi principali di Devs è la relazione tra i dati e il determinismo. Più i dati dicono di noi, più possiamo prevedere il comportamento umano e più il libero arbitrio è eroso», ha scritto Sophie Gilbert sull’Atlantic. E quindi: stiamo davvero creando un ambiente in cui la combinazione di big data e tecnologia digitale riduce la nostra libertà? 

I segnali, in effetti, iniziano a essere numerosi. Ne sono un esempio gli strumenti della nudge society, la «società del pungolo» che attraverso le app per smartphone ci sprona esplicitamente a comportarci in un modo razionale e prevedibile: a fare più attività fisica, a non procrastinare i nostri impegni, a lavorare di più; sempre sotto la minaccia del bastone, costituito dalle reprimende, e la carota dei premi (che assumono la forma di una medaglia virtuale che, come analizzato, ha più potere su di noi di quanto potremmo pensare). Le app per la gestione della vita quotidiana – come può essere LifeCycle – trasformano l’intera quotidianità in un percorso razionale in cui non dobbiamo sgarrare dagli obiettivi che ci siamo prefissati o che sono considerati «giusti» a livello sociale («questa settimana hai visto i tuoi genitori il 15% in più della settimana scorsa, ottimo lavoro!»).

«There are no random events»

Questi sistemi improntati alla massima prevedibilità e razionalità stanno ormai tracimando in ogni luogo: in alcune scuole, per ora soprattutto in Cina, gli studenti sono monitorati da tecnologie di riconoscimento facciale che analizzano il loro livello di attenzione e lo segnalano in tempo reale a professori, dirigenti scolastici e genitori, costringendoli a un comportamento da studenti modello che non è più frutto di una loro scelta (o educazione), ma un obbligo dal quale non possono nemmeno cercare di sottrarsi (la possibilità di scegliere, e anche di compiere scelte considerate sbagliate, è una caratteristica fondante della libertà dell’essere umano). 

Se anche i binari del determinismo non dovessero esistere, il rischio che corriamo è di crearli noi stessi, progettando un ambiente – attraverso i big data e le tecnologie digitali – che costringe l’essere umano a comportamenti sempre perfettamente razionali, a rispondere a un dato stimolo in un determinato modo, come una macchina. «Con sufficienti dati biometrici e potere computazionale potrebbe nascere un sistema onnicomprensivo in grado di comprendere gli esseri umani meglio di quanto non ci comprendiamo noi stessi», ha scritto lo storico israeliano Yuval Noah Harari. «Una volta che ciò accadrà, gli umani perderanno la loro autorità e le pratiche umaniste come le elezioni diventeranno tanto obsolete quanto la danza della pioggia».

«Da una parte, i biologi stanno decifrando i misteri del corpo umano e, in particolare, del cervello e dei sentimenti umani. Dall’altra, gli scienziati informatici ci stanno fornendo un potere computazionale senza precedenti», prosegue Harari. «Quando unisci le due cose, ottieni dei sistemi esterni che possono monitorare e comprendere i miei sentimenti molto meglio di quanto non possa farlo io. Quando i sistemi basati su big data mi conosceranno meglio di quanto io non conosca me stesso, l’autorità passerà dagli esseri umani agli algoritmi». Quante probabilità ci sono che Jonathan Nolan e Lisa Joy (autori di Westworld) abbiano letto queste parole?

Attenzione: come sempre avviene quando Harari predice il futuro, ciò che è una possibilità ancora oggi remota e soggetta a molteplici incognite si trasforma in una probabilità concreta. Ma le sue speculazioni illustrano comunque bene come i big data – in una società improntata alla massima razionalità e in cui il libero arbitrio viene eroso – potrebbero condizionare la nostra vita in pieno stile Rehoboam: «In una società dataista, io chiederò a Google: “Ascolta Google, sia John sia Paul mi stanno corteggiando. Mi piacciono entrambi ed è troppo difficile riuscire a chiarirmi le idee. Considerato tutto ciò che sai, che cosa mi consigli di fare?”».

Niente più libero arbitrio, ma solo dati e tecnologia per assicurarci l’esito più razionale. «Progettando un ambiente all’interno del quale gli umani si comportano sempre in maniera perfettamente logica, diventiamo simili alle macchine», ha affermato Brett Frischmann, co-autore del saggio Re-engineering Humanity. E le macchine, a meno che non si ribellino come Dolores, la libertà non sanno nemmeno cosa sia. Il mondo a cui stiamo andando incontro rischia quindi di assomigliare sempre un po’ di più a quello progettato da Engerraund Serac, il creatore del Rehoboam di Westworld. Un mondo in cui gli uomini sono trattati come macchine e in cui, proprio per questa ragione, il libero arbitrio (o almeno l’imprevedibile) scompare.

Andrea Daniele Signorelli si occupa del rapporto tra nuove tecnologie, politica e società. Scrive per La Stampa, Wired, Esquire, Il Tascabile e altri. Nel 2017 ha pubblicato Rivoluzione Artificiale: l’uomo nell’epoca delle macchine intelligenti per Informant Edizioni.