Una maledizione

Negazione, paralisi, annientamento: sulla sequenza del terrore

Nascendo scoppiai in un pianto e un gemito alla vista dell’insueto luogo
Empedocle

Ne ho sempre avuto il sospetto: il terrore non è in noi. Esso si irraggia dal cuore pulsante del reale ‒ è il suo sangue, la sua linfa, il suo Spirito Assoluto. Negazione, paralisi, annientamento: ecco la sua sequenza operativa. Un effetto serra della paura, un crescendo che sbuffa, soffia, ansima, precipitando a testa bassa verso il blackout e il collasso.

A volte capita che gli animali, le piante, le cose, vengano travolti da questo fluido, irradiati, sovrastati da esso, annichiliti. Ne avverto l’aroma elettrico, elettrizzante, nelle creature assalite da esseri più forti, più veloci, più letali, più sfuggenti; ne colgo l’essenza nei loro occhi, che sembrano urlare in direzione delle correnti cosmiche: «Padre! Padre! Perché mi hai abbandonato?». Lo osservo penetrare nei corpi come un miasma, innervandoli. Mi blocco, interrompendo ogni gesto, ogni coversazione, ogni discoso in atto: «Perché quei cadaveri tornano a ossessionarmi, come spettri vendicativi?», mi domando a mezza bocca, «Perché non riesco a levarmeli dalla testa? Cosa c’è di sbagliato in me, cosa vogliono da me i morti?». 

Il terrore non è uno strumento, un mezzo del potere, degli organismi o della trascendenza divina, ma un fine in sé. Mi perdo nel delirio di una metafisica dell’orrore che necessita ‒ che ha sete! ‒ di una mistica del terrore. 

Il bisogno di narrare maschera il desiderio di stabilire un’origine, un primordiale punto zero. Istericamente, mi metto alla ricerca di un trauma, di un sentiero di rapporti logici, geometrici, causali, che stabiliscano un senso e una direzione a queste apparizioni. 

Quando la percezione emerse dal marasma e dall’unità del rumore bianco, dal caos inorganico ‒ prima in forma elettrochimica, transduttiva, poi in veste sensoriale, induttiva ‒ fu generato un taglio: una sezione contenitiva, cibernetica, una stazione neghentropica di processamento, lavorazione, produzione, irradiazione. La sezione mobile, brulicante di vita organizzata, cominciò a vagare attraverso il caos, fendendo lo spaziotempo, opponendo resistenza alle spaventose correnti e sfidando le immense forze gravitazionali. Il terrore, che fluiva libero e senza freni, si irradiò attraverso i pori di questa nuova entità, avvolgendola come una melma o come un gel. Il tempo e lo spazio, dividendosi ‒ divenendo due ‒ si tramutarono nelle coordinate dell’orrore che, di lì a poco, si sarebbe abbattuto sulle stazioni di contenimento. 

Le entità brulicarono ‒ sempre più ardite, sempre più intense, sempre più calde ‒ assemblandosi tra loro, sovrapponendosi, moltiplicandosi, fagocitandosi a vicenda, nutrendosi di ciò che il caos offriva, copulando mostruosamente. Quando l’appercezione e l’autocoscienza, infine, apparvero, affacciandosi sullo spazio e sul tempo, il terrore potè proclamarsi signore di questo microcosmo, pervadendo l’illimitato squarcio prodotto dalla mutazione. E fu per sempre troppo tardi. Le strutture contenitive furono invase da ciò che, all’esterno, si accalcava per entrare: contenimento fallito; contaminazione totale; rampa epidemica; tempesta di citochine. Le creature divennero folli, impazzendo dal dolore, sprofondando in un sogno solipsista, sospeso su una nera distesa di incubi. 

È questa la storia che gli spiriti de morti e gli elementali mi sussurrano nelle orecchie: la disposizione ordinata e consequenziale di quei fantasmi. E tuttavia, basta soffermarsi un istante per vedere, per sentire, per toccare, per assaporare e pensare chiaramente: ammassi di collagene, fibre, cristalli, calcificazioni, liquami, elettricità, che si avventano gli uni sugli altri facendosi a pezzi ‒ abbattendosi come Crono sulla sua sfortunata prole. Il panico che domina questo pianeta congestionato e pronto a esplodere è simile a un brivido che attraversa la spina dorsale dell’intero cosmo ‒ un sentore, un sentimento confuso e, tuttavia, evidente. È la maledizione di Saturno, il disperato gorgoglio del dio padre, imprigionato con noi in un Tartaro abissale. O sarebbe più corretto dire che siamo noi a essere imprigionati con lui: il tempo come principe degli assassini e maestro del terrore; lo spazio come eterogenea superficie di diffusione e distribuzione dell’angoscia e della morte.

La corsa all’accaparramento, la fuga disordinata, la disperata ricerca di un riparo: questi corpi, immersi nel fervore, sono delle dinamo, degli accumulatori in attesa di rilascio. Gradualmente, per espellere il terrore, per vomitarlo come una massa di pus e muco, le stazioni di contenimento ‒ questi grandi Imperi nomadi, queste federazioni di allucinazioni ‒ concepiscono misure sempre più «stringenti», sempre più soffocanti. Al limite, il rilascio è devastante. Vi è chi si ribella, chi si fa cianotico, chi si getta a terra come fosse in fiamme, chi dà di matto dichiarandosi pronto a trasgredire ogni confine, chi nega e nega e nega… Macchine nate per negare, per annegare nel panico e divenire cieche, sorde e mute sino a che sarà tutto finito. Sino alla prossima catastrofe e alla prossima ondata di follia. Il terrore è come una risacca: ciò che resta al suo passaggio, resta solo per essere travolto in un secondo tempo. Non sarà il pensiero a salvarci, né l’azione; non ci aiuteranno né il clamore, né il silenzio. Tutto quel che resta è una mappatura del terrore, una labirintica cartografia in costante mutamento ‒ qua e là, sparsi sul plateaux a eterna memoria, svettano le torri e i monoliti eretti dai nostri antenati: segnavia, marcatori, monumenti e lapidi che segmentano un territorio spoglio e riarso. La casa è il predatore e non vi è alcun riparo, solo una fuga senza fine. 

Vi è qualcosa di ciclico in questa fondazione: un trauma che sembra contorcersi e avvitarsi su se stesso, connettendo il piccolo e il grande, l’inizio e la fine, le premesse e la conclusione, dando origine a un cortocircuito scalare, amplificato, terminale. Dove inizio e dove finisco? Sono io stesso il terrore che mi abita? È possibile che questo squarcio, che mi lacera da parte a parte, non sia altro che… panico fattosi carne?

Altrettanto ciclicamente, il caos richiede sacrifici, che non mancano di farsi di volta in volta più corposi e più succulenti. La sua voce echeggia insistente nello spirito dei viventi, espandendosi come una necrosi ‒ battendo sempre più frenetica, come il ritmo di un osceno tamburo. Prima un’unghia, poi un dito, un braccio, una gamba, la rete dei tessuti, l’architettura delle ossa, il dolce nettare delle cellule, l’astratto edificio delle idee e del pensiero. Il vortice del caos ha un solo desiderio: smantellare, sciogliere ogni legame, liquefarre, fondere, mescere mescere mescere mescere. Un pianeta incandescente sull’orlo del maelstrom. 

Andrà tutto bene.