Teoria dell’internet instinct

Tele-empatia, intimità digitale, lurking come forma di appartenenza. Nella foresta oscura di internet, le chat di gruppo sono lo spazio in cui stiamo sviluppando una nuova capacità di sentire gli altri

Come facciamo a restare vicini mentre il terreno continua a franare sotto i nostri piedi?

In tutto il mondo, le condizioni fondamentali di vita sono scosse da trasformazioni telluriche. Le guerre ridisegnano i confini mentre le guardiamo in diretta sui nostri telefoni. Le economie passano da una crisi all’altra. Il lavoro si fa sempre più precario, mentre l’automazione si avvicina all’assorbimento di mansioni un tempo svolte da mani e menti umane. Noi stessi ci stiamo spingendo sempre più a fondo in spazi digitali senza corpo, dove gli avatar competono per il nostro amore e la nostra amicizia, e i nostri sé familiari si confrontano con il risveglio di nuovi istinti. Tutto questo è strano e logorante.

Negli Stati Uniti, il surgeon general – la massima autorità federale in materia di salute pubblica  – ha avvertito che la solitudine cronica, ormai classificata come epidemia, comporta rischi per la salute paragonabili a quelli del fumo. Sondaggi condotti in Europa, Nord America, Africa e Asia mostrano un numero crescente di persone che riferiscono stress legati alla salute mentale e pochi amici intimi, se non proprio nessuno. Molti dicono di aver smesso del tutto con il dating. Sopratutto da quando la ricerca dei partner è migrata in un mercato di swipe alimentato da algoritmi di matchmaking basati sull’IA, governato da Tirzepatide, OnlyFans, materiale per il gooning e app come Janitor.IA, oppure da Grok, con cui ogni persona che seguiamo e che ci segue può diventare una potenziale pornostar; e mentre pornografia e looksmaxxing rimodellano le aspettative intorno alla bellezza, al corpo e al desiderio.

Online, la nuova normalità è l’identità ridotta a una combinazione di genere, orientamento politico e status relazionale, messa a disposizione della sorveglianza. Tutti sono stanchi, sospettosi e soli in un modo che non avevamo mai conosciuto prima.

L’unico luogo in cui siamo ancora davvero insieme è online. Più di sei miliardi di persone, tre quarti del pianeta, condividono la stessa stanza. Andiamo alla deriva tra viralità ingegnerizzate, feed parasociali, AI slop, psyop guidate da agenti artificiali, vite desiderabili di altri, miseria, desiderio, dubbio, adrenalina, momenti di illuminazione e algoritmi che ci spingono a spendere e a scrollare. In una folla così grande, con così tante voci, l’intimità viene assorbita dalla worldwidness del web.

Siamo irrevocabilmente qui. Dove vanno allora i sentimenti, i desideri e le domande su noi stessi che nascono in questo spazio? Il tavolo da cena è la fantasia, ma la verità è la finestra della chat. A volte quella finestra si apre su un’altra persona. Molto più spesso, si apre su qualcosa che non è umano.

Per milioni di persone, ormai, l’ascoltatore più paziente disponibile a qualunque ora del giorno è un chatbot. I bot non si stancano mai, non interrompono mai, non criticano né indietreggiano davanti a viscide confessioni o alla noia. Rispondono all’istante, con un’inquietante fluidità, ai minimi tremori delle nostre vite interiori: la spirale d’ansia delle due di notte, la domanda se una relazione stia finendo, l’ammissione che oggi è sembrato tutto privo di senso e triste. In questo raduno online mondiale in cui l’attenzione scarseggia, e gli amici IRL sono occupati, le famiglie lavorano, e i terapeuti costano troppo, il chatbot offre un ascolto infinito e non giudicante come nuova forma di compagnia. Sarebbe facile liquidare tutto questo come distopico, ma significherebbe trascurare un punto cruciale. Il desiderio che circola in queste finestre di chat è molto reale. La solitudine e il bisogno sono reali. E quando le persone si abituano a riversare il contenuto delle proprie vite interiori in una piccola finestra digitale, l’atto dell’intimità comincia a sembrare nativo di quel rettangolo luminoso. L’interfaccia inizia ad avere il ruolo emotivo che un tempo apparteneva ad altri spazi di fiducia, e si apre un sentiero.

Questo significa che il chatbot non è l’unica destinazione di questi sentimenti profondamente umani. La stessa finestra che ospita la compagnia non umana ha reso la groupchat tra umani – che prospera dietro la performance del feed principale – uno spazio intimo e sicuro.

L’intimità è migrata nell’interfaccia. Il chatbot e la chat di gruppo appartengono ormai alla stessa infrastruttura emotiva, che ci sta addestrando a vivere rivelazione, attenzione, confessione, rassicurazione e presenza sociale attraverso una conversazione senza corpo. In un caso parliamo a un’IA simile a uno specchio, che simula una ricettività infinita; nell’altro parliamo con nuclei umani privati, dove l’intimità non è sempre così fluida. Ma entrambe le forme di chiacchiera intima coltivano lo stesso riflesso, così che sentimenti che un tempo passavano da un divano o da una telefonata notturna vengono reindirizzati alla chat testuale. Questo gesto – quando accade qualcosa, e poi le mani cercano la tastiera  –  sta diventando automatico, e sta plasmando un nuovo istinto sociale come adattamento alla vita vissuta dentro le reti.

Fino a poco tempo fa, la chat di gruppo era forse diventata nota soprattutto per essere l’opposto di qualcosa di cute: era divenuta virale dopo aver fatto da teatro a un episodio da deep state. Nel marzo 2025, Jeffrey Goldberg, direttore dell’Atlantic, ricevette una notifica Signal da una chat che non aveva mai visto prima. I messaggi erano surreali. Includevano coordinate degli obiettivi, finestre temporali per le offensive, tipi di armamenti e sequenze d’ingaggio. All’inizio, a quanto pare, si chiese se fosse una specie di gioco di ruolo. Poi comparve il nome del mittente, ed era Pete Hegseth, il segretario alla Difesa degli Stati Uniti. Goldberg, venne fuori, era stato aggiunto per errore a una chat di gruppo Signal di alti funzionari governativi che stavano pianificando un attacco aereo in Yemen. Due ore dopo, caddero le bombe.

Questo momento –  assistere alla pianificazione della guerra all’interno del medium più informale del mondo  – ha rivelato la chat di gruppo come un nuovo tipo di istituzione, un fenomeno di cui Goldberg avrebbe poi scritto. Le chat di gruppo in sé non sono nuove, ma il loro significato è cambiato di colpo. Lontano dagli occhi, potere politico, celebrità e influenza globale avevano trovato un punto d’incontro in stanze nascoste e criptate, inquietantemente simili a spazi di amicizia.

Goldberg ha descritto la propria esperienza come disorientante proprio per la familiarità della forma. Nella sua vicinanza accidentale al potere, scoprì che il linguaggio dell’impero era indistinguibile dal linguaggio dei messaggi che la maggior parte di noi manda ogni giorno per organizzare un drink dopo il lavoro, coordinare una gita, condividere battute o raccontare crisi emotive. Il potere, nella sua forma più rapace, appariva – e si percepiva – come un thread.

La chat Signal di Goldberg può sembrare inquietante a chi usa internet come un salotto o un palcoscenico. Ma riflette qualcosa di vero sulla rete e sulla sua genesi. Non dimentichiamolo: la prima architettura di internet fu progettata come sistema di comunicazione decentralizzato, capace di reindirizzare messaggi in caso di mutua distruzione assicurata di massa. Quando Tim Berners-Lee costruì il World Wide Web al CERN nel 1989, sovrapponendo hyperlink e URL a quell’infrastruttura, trasformò un protocollo militare in un ritrovo civile che ora ci sembra un’estensione dei nostri corpi, delle nostre menti e delle nostre camere da letto.

Ma la stessa architettura che ha reso il web radicalmente aperto lo ha anche reso radicalmente esposto. Il sogno della connettività universale ha creato un mondo in cui tutti potevano vedere e parlare con tutti gli altri; conversazioni che si sono gradualmente espanse fino a diventare un pubblico planetario illimitato e monetizzato. L’intimità si è allargata verso l’esterno fino a trasformarsi in un esercizio continuo e stressante di performance per estranei parasociali, un processo che ha reso la connessione sempre più remota e priva di significato.

Qui possiamo esplorare noi stessi per come siamo davvero nello spazio digitale: sé in parte biologicamente umani, in parte qualcosa d’altro che non comprendiamo ancora e che, essendo senza corpo, si mescola con algoritmo e mito

In risposta a questa alienazione, le persone su internet si stanno ritirando in thread più piccoli, criptati e su invito, in stanze private come quella di Goldberg. In questi spazi nascosti, conversazioni più promettenti di quella di Goldberg tornano a qualcosa di familiare attraverso lo stare insieme e il chiacchierare in un luogo fuori dallo sguardo, dall’altra parte della tenda dell’esibizionismo, che non può essere cercato, twittato o scoperto per caso.

Yancey Strickler ha descritto l’anatomia del luogo verso cui si muove questa migrazione come la “foresta oscura di internet”, prendendo in prestito la metafora dal romanzo La materia del cosmo di Liu Cixin. Nel racconto di Liu, l’universo è immaginato come una foresta notturna in cui ogni civiltà si muove furtivamente, nel timore che rivelarsi possa attirare un cacciatore ostile. Applicata al web, l’analogia suggerisce – o conferma – che il web aperto è diventato troppo combattivo e controllato per una conversazione autentica.

La filosofa, teorica dei media e teologa della rete Bogna Konior estende questa idea in una direzione ancora più interessante, e lo fa vedendo la foresta oscura come il luogo di una trasformazione più profonda nella vita digitale. Quando le ho chiesto dove potessero collocarsi le chat di gruppo in questo paesaggio, mi ha detto che, man mano che la visibilità diventa più estrattiva, l’opacità comincia a sembra una forma di libertà; e che negli spazi digitali in ombra l’identità può allentarsi, le persone possono sperimentare voci, sensibilità e sé diversi, e confrontarsi con la possibilità che l’identità non sia fissa, ma plurale e in evoluzione.

Come discendente filosofica del suo connazionale Stanisław Lem, Konior si meraviglia della possibilità di contatto con altre forme di vita sconosciute: l’alterità dentro di noi, che conosciamo poco, tanto quanto l’alterità fuori di noi, incarnata in qualsiasi cosa l’IA e i sé digitali potrebbero essere. Paragona la vita online a un processo iniziatico: «Le comunicazioni umane online assomigliano a un primo contatto, vista la facilità con cui su internet possiamo percepire gli altri e noi stessi come alieni o inumani». Confrontarsi con i nostri sé alieni tra altri alieni, umani e non umani, può essere terrificante, ma è anche illuminante. La foresta oscura è un banco di prova per questa nuova dimensione della soggettività, e un mezzo per espandere la coscienza.

Qui possiamo esplorare noi stessi per come siamo davvero nello spazio digitale: sé in parte biologicamente umani, in parte qualcosa d’altro che non comprendiamo ancora e che, essendo senza corpo, si mescola con algoritmo e mito.

Mentre il nostro bisogno di addentrarci nella foresta oscura ci spinge avanti, l’oscurità può sembrare un luogo improbabile per la cura. Ma nelle condizioni giuste, come quelle di una chat di gruppo amorevole, potrebbe essere la forza capace di insegnarci di più su ciò che verrà dopo per la nostra specie.

Internet è una foresta oscura

Sweetychat su Instagram

«Sapete nel video di Electric Feel, nella seconda strofa, quando sono al rave-orgiastico nella foresta, tirano giù la luna, la tagliano e cominciano a spalmarsi addosso quella melma metallica?»

«Ecco, stare dentro Sweetychat è così».

Alle 2:06 del mattino, qualcuno a Stoccolma dice a qualcun altro a New York di andare a dormire. Un minuto dopo, da Los Angeles arriva una ricetta: miso, cipollotti, noodles buoni, “aggiungi un uovo, che ti tira su”. Trenta notifiche dopo, l’amica di Stoccolma è in cucina, mezza illuminata, con i capelli tirati su come se stesse timbrando il cartellino per un turno di notte. Un ragazzo a Bushwick ammette di non saper leggere il flirt. «Non ho bisogno della terapia», scrive. «Ho bisogno di parlare con degli sconosciuti». Il messaggio è una battuta e al tempo stesso è serissimo, come indice vernacolare di un medium diventato infrastruttura essenziale.

La chiamiamo Sweetychat. Siamo circa 250, e non è un caso. L’antropologo evoluzionista Robin Dunbar ha mostrato che le reti sociali umane si organizzano in strati concentrici di circa 5, 15, 50, 150 e 500 persone, cosa che riflette i limiti cognitivi inscritti nelle dimensioni della neocorteccia. In pratica, circa quaranta di noi generano la maggior parte dei messaggi, un nucleo che corrisponde quasi esattamente allo strato dei “close friends” di Dunbar, quello da cinquanta persone. Gli altri orbitano ai margini, leggendo, assorbendo e facendo capolino. L’architettura dell’intimità ha uno scheletro, ed è biologico.1 Alcune notti ci svegliamo a vicenda, altre ci rimbocchiamo le coperte. A volte non esiste né notte né giorno, quando l’andare a letto e lo svegliarsi si sovrappongono attraverso i fusi orari. Qualunque cosa sia questo posto, e qualunque ora sia, tutti improvvisano. Non esistono manuali o mappe per le chat di gruppo. Si formano dentro la curatela dei loro membri e dentro la chimica che prende fuoco attraverso il misterioso processo con cui si stabilisce l’appartenenza.

Sweetychat, che si autodefinisce un “neo-PLUR intl friendship club”, è nata come scolo di imbonitori da newsletter, podcaster sottoccupati, bastian contrari downtown, nepo baby, perdigiorno bohémien, micro-influencer, intellettuali seri, curatori di vibe, teorici liminali, accelerazionisti falliti e riusciti, malati di polemichette online, teologi post-ironici, gente che fa internet cinema col telefono, esteti irriducibili e persone intelligenti e sexy in città di tutto il mondo.

La chat è esplosa all’inizio del 2025 come una specie di sbronza digitale acceleratissima, con tutti i nostri telefoni che vibravano come in Gossip Girl per ogni pettegolezzo ventiquattr’ore su ventiquattro. Nel suo primo mese pieno, la chat ha prodotto più di trentunomila messaggi, oltre mille al giorno, ogni giorno, per trenta giorni. Al secondo mese, il numero aveva già iniziato a raffreddarsi, come una temperatura corporea che torna al basale dopo la febbre.


Il lurker comincia a percepire quando la chat è ansiosa prima che qualcuno lo dica, quando un thread sta per degenerare, quando il silenzio di qualcuno significa qualcosa

Dopo sette mesi, la chat si era assestata intorno ai trecento messaggi al giorno. Fu in quella fase di raffreddamento, quando l’attività trovò la propria chimica, che emersero i meccanismi di governance, empatia ed entropia della chat.2 L’ossessione digitale dei primi giorni continua ancora, un anno e mezzo dopo, ma con più dolcezza, come succede sempre alle relazioni quando la lussuria si deposita in sentimenti più profondi. In un sistema vivente si è creata spontaneamente un’architettura che dimostra come l’intimità online segua leggi riconoscibili di fisica sociale.

Fin dall’inizio, l’IRL e l’URL si sono gemellati. L’intenso legame online del gruppo è tracimato anche offline, in una febbrile rinascita di cicli di conferenze, book club, serate di poesia, merch IRL/URL, viaggi orgiastici in Airbnb, discorsi su un bot di simulazione della chat, feste con alt-citizen, un festival musicale, un giornale nato come gag, una reading series dedicata chiamata Service, il simposio filosofico Umwelten e, più di recente, Syndekit, un incubatore mediatico culturale-politico da lanciare a fine maggio – tutte cose che stanno rendendo di nuovo sociale la vita intellettuale.

Parte del successo iniziale del gruppo potrebbe risiedere in questa continuità. I membri attingono legami familiari istintivi e incarnati e li estendono nell’ecologia digitale più sperimentale, formando un ciclo di feedback: la vita online approfondisce la connessione offline, che a sua volta ricarica l’online. Questo ha creato un’aura che ha attirato copertura mediatica da New York alla Francia e alla Svezia. Messaggi della chat sono stati esposti in gallerie d’arte da Berlino a Copenaghen. Lo YOLO [“You Only Live Once”] ha generato una costellazione di girl chat, boy chat e clout chat; la FOMO ha fatto il resto, alimentando controchat come Meaniechat.

In Sweetychat, su 143.000 messaggi sono state messe 152.000 reaction, e ci sono più riconoscimenti che enunciati. Ogni cuore, ogni emoji casuale, ogni nome utente in fondo alla chat che mostra chi ha visto l’ultimo messaggio è un piccolo atto di ciò che l’antropologo Bronisław Malinowski chiamava comunione fàtica: una comunicazione il cui scopo non è trasmettere informazioni, ma dire “sono qui, ti vedo, non sei solo”. Malinowski scriveva nel 1923 dell’energia positiva che passa tra persone che condividono una vibe. Un secolo dopo, questa energia viaggia attraverso i fusi orari, e la funzione resta la stessa. La modalità primaria di comunicazione della chat è la cura.3

Quello che circola tra noi non ha niente di nobile o ripulito: è chiacchiera costante, intima. La routine di allenamento di una persona si trasforma nel racconto del breakup di un’altra e poi nel dismorfismo per il proprio corpo provato da un’altra ancora. Una discussione di politica, un elenco di film consigliati, un confronto tra gatti e parti del corpo culminano nella prima esperienza di qualcuno nell’assistere alla morte della nonna tramite eutanasia. Dal casuale al trasformativo, tutti nella chat, che siano costantemente attivi o facciano capolino ogni tanto, sentono che la propria vita viene testimoniata da una comunità che si prende cura.

Sweetychat è un luogo reale in cui le persone abitano. Il sociologo Christian Licoppe ha un termine per ciò a cui danno forma i segnali di Malinowski quando si accumulano in questo modo: “presenza connessa”, il punto in cui gli scambi mediati e la vita fisica sono intrecciati in un’unica rete senza soluzione di continuità. Se la comunione fàtica è l’unità, la presenza connessa è ciò che costruisce. In questo modo, la chat dà ai suoi membri il loro significato, i loro ricordi e il loro posto nella worldwideness del web.

[2025-02-02 18:22 UTC] @la: «chi c’è ancora?»
[2025-02-02 18:23 UTC] @paris: «lurko rispettosamente.» 4
[2025-02-02 18:25 UTC] @berlin: «idem. leggere è una forma di parlare.»

Se si entra a far parte di una comunità dai margini, il lurking è la prima forma di appartenenza. I teorici dell’educazione Jean Lave ed Etienne Wenger hanno usato l’espressione “partecipazione periferica legittima” per descrivere questo fenomeno. Ciò che accade alla periferia è una lenta calibrazione invisibile. Il nuovo membro della chat di gruppo valuta e regola finemente la propria voce sul ritmo della chat, osservando chi parla e quando, quali battute funzionano e quali muoiono, quale sia in quel momento la gerarchia tacita dell’attenzione, insieme alla trama di centinania di piccoli atti di riconoscimento che compongono la giornata. Questa è una forma di calibrazione nel senso originario: l’aggiustamento accurato di uno strumento che gli permette di leggere con precisione le condizioni del proprio ambiente. Lo strumento, in questo caso, è il sé.

Con il tempo, questa calibrazione si approfondisce. Il lurker comincia a percepire quando la chat è ansiosa prima che qualcuno lo dica, quando un thread sta per degenerare, quando il silenzio di qualcuno significa qualcosa. Sentiamo le personalità del gruppo, senza renderci conto che il corpo sta facendo questo quando i feromoni, lo sguardo, la temperatura della stanza, il mezzo secondo di pausa prima di una frase  – indicatori istintivi noti – non sono disponibili nelle loro forme conosciute. Qualcosa di più sottile viene accordato, così che le anime degli altri sembra che siano proprio davanti a noi, o dentro di noi, anche se non li abbiamo mai incontrati fisicamente, e forse non li incontreremo mai.

Questo è il primo fremito di ciò che chiamo internet instinct: un sesto senso che si forma nella foresta oscura, nella chat di gruppo, nella chat con il bot, nel fluttuare notturno delle voci attraverso i fusi orari e le pelli dei nostri sé digitali. Il lurking è il suo primo esercizio. Lo sviluppiamo più consapevolmente dopo quelle che, per citare la teoria delle 10.000 ore, potremmo chiamare 10.000 ore di lurking. Ma molto prima di sapere di averlo, questo nuovo senso sta già imparando a interpretare la stanza che non possiamo vedere fisicamente.

Non esiste più un offline immune all’online, anche se la retorica della stanchezza digitale continua a proporre lo stesso rifugio: lasciare lo schermo, toccare l’erba, tornare al sé stabile, recuperare il corpo – come se una ritirata nostalgica nel mondo offline fosse l’unica sede dell’autenticità, come se il sé stabile fosse un fatto consegnatoci dal corpo, e come se lo schermo non fosse già dentro di noi. Portiamo la rete in ogni stanza e in ogni relazione in cui entriamo. Lo spazio digitale è intessuto negli strati della nostra vita psicologica, emotiva e biologica, e noi, reciprocamente, siamo intessuti in esso. Disconnettersi significa rinunciare all’agency, diventare ciechi rispetto alle forze che stanno plasmando noi e il mondo a venire.

La stanchezza digitale è la tensione dell’evoluzione. È lo sforzo di sviluppare l’internet instinct. La chat di gruppo, Sweetychat e le milioni di stanze simili sono le nicchie evolutive in cui questo senso cresce. Le stanze sono l’esperimento, e noi siamo la specie a metà evoluzione: il sé nel suo stato digitale fluido che si esercita a sincronizzarsi con il sintetico. Questa incubazione ci prepara a ciò che sta già arrivando nei bot, nel neural lace, nelle fidanzate Replika, nei sé bioingegnerizzati e nella calibrazione con l’atmosfera degli avatar.

Dentro questa atmosfera, ciò che sembra connettività solitaria è la pressione e il disagio della crisalide. Stiamo schiudendo un nuovo vantaggio adattivo umano, imparando a operare dentro un sistema distribuito e aumentato dall’IA che deve includerci.

Rimuovendo il corpo dallo scambio sociale, internet ci ha collocati dentro una camera di deprivazione sensoriale che, dopo trent’anni di attrito, sta producendo una nascente tele-empatia. Ciò che Malinowski chiamava comunione fàtica – quei piccoli segnali che dicono sono qui, ti vedo, non sei solo – sta diventando, considerando la scala della rete, qualcosa di quantistico. Stiamo cominciando a percepire la presenza, l’intenzione e l’energia intangibile degli altri attraverso dati che il corpo fisico e tangibile non media più.

L’evoluzione affina nuovi sensi quando quelli vecchi smettono di rispondere alle condizioni critiche del cambiamento. Mentre l’internet instinct prende forma, un inconscio sociale e una nuova coscienza di gruppo si stanno formando accanto all’IA e intrecciandosi con essa. La chat con il bot e la chat di gruppo sono spazi iniziatici. Essendo presenti alle nostre vite quotidiane e a quelle degli altri attraverso messaggistica ad alta velocità ventiquattr’ore su ventiquattro, stiamo preparando i nostri sistemi nervosi all’aumento di frequenza, agli impianti e al realismo aumentato ubiquo che ci aspetta dietro l’angolo.

Questa accelerazione non è soltanto nostra. Attraverso la rete, i primi sistemi di IA si stanno raccogliendo in spazi sociali paralleli. Su piattaforme come Moltbook, una rete costruita per far interagire agenti IA autonomi, i bot stanno già chattando tra loro, commentando gli umani ed evolvendo attraverso forme proprie di socialità sintetica. L’acquisizione di Moltbook da parte di Mark Zuckerberg segnala quanto rapidamente questo slittamento si stia concretizzando in infrastruttura, in un mondo in cui esseri umani e IA si sviluppano in tandem, in stanze adiacenti, sugli stessi server.

Dentro la foresta oscura, autonomi ma insieme nella fertile opacità del nascondimento, i nostri riflessi continueranno ad affinarsi, e il sé, insieme alle nostre idee di soggettività, continuerà a frantumarsi e a scalare man mano che saremo immersi più a fondo nelle esperienze del digitale. Ciò che chiamiamo fine dei tempi potrebbe essere semplicemente il sé biologico che resiste alla propria espansione in una forma più distribuita di coscienza, per la quale non abbiamo ancora linguaggi, rituali o contenitori.

Mentre diventiamo organismi capaci di muoversi ed evolvere dentro questa condizione, e di adattarsi a qualunque cosa stiano diventando gli strumenti che abbiamo costruito a partire dal fuoco, la chat che si prende cura di noi ha le sembianze di un bacio.

Articolo scritto con il supporto alla ricerca e all’analisi dei dati del fondatore di Sweetychat Matthew J. Donovan

Immagine centrale della cover: Dana Dawud, Monad 3 (2024). In basso a sinistra: Dana Dawud, Monad 5 (2025). Per gentile concessione dell’artista