Insegnare a Cristo come ci si difende

Medievalismo americano, i tatuaggi di Pete Hegseth, l’Armageddon MAGA. Cosa succede quando la politica statunitense diventa il cosplay delle crociate

Pete Hegseth guarda dritto in camera con aria sicura. È a torso nudo, sudato, coi capelli umidicci avviati all’indietro. Esibisce alcuni tra i tatuaggi che decorano il suo fisico ostentatamente atletico, a cominciare dalla grossa croce di Gerusalemme sul pettorale destro e da una bandiera statunitense che sembra fondersi con un AK-47.

È il frame di un video del 2019, diventato virale all’indomani della designazione di Hegseth a segretario della Difesa da parte di Donald Trump, e le ragioni di quella viralità stanno proprio nei suoi tatuaggi. La croce di Gerusalemme, detta anche “croce dei crociati”, non è infatti l’unico riferimento al militarismo cristiano che Hegseth porta inciso sul corpo: sulla sua spalla sinistra campeggia un chi-rho, il simbolo che, secondo la leggenda, sarebbe apparso in sogno a Costantino alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio; sul tricipite spiccano invece il motto crociato “Deus Vult” e la scritta in arabo “kafir” (“infedele”), che gli è costata l’esclusione dalle operazioni della Guardia Nazionale alla cerimonia di insediamento di Joe Biden. Tutti simboli che rimandano all’immaginario della cosiddetta “guerra santa”, con cui Hegseth, al pari di altri oltranzisti religiosi, è notoriamente fissato. 

Nazionalista ostile all’Islam e ossessionato dall’idea che l’America possa essere invasa o snaturata da presunti “barbari” (siano essi immigrati somali o universitari woke), Hegseth ha pubblicato nel 2020 un saggio dal titolo American Crusade. Our Fight To Stay Free, in cui parla di Trump in termini messianici e paragona la sua adesione al trumpismo alla conversione di Paolo sulla via di Damasco. Scrive dell’americanismo come di una missione, servendosi di un linguaggio a metà tra il sermone religioso e il discorso motivazionale, oltre che con una particolare insistenza su raffazzonati parallelismi storici:

“Mille anni fa, dopo aver ceduto terreno per anni alle conquiste delle orde musulmane”,  scrive Hegseth, “il papa ordinò un’azione militare per salvare l’Europa. ‘Deus Vult’ (‘Dio lo vuole’) era il grido di battaglia dei cavalieri cristiani in marcia verso Gerusalemme. Duecentocinquant’anni fa, i coloni del Nord America si ribellarono al potere sempre più grande di re Giorgio III. ‘Give me liberty, or give me death’, affermavano. L’ America appena nata veniva subito messa alla prova sul campo di battaglia. Il grido di guerra più importante della nostra era – ‘Make America Great Again’ – ha catalizzato un miracolo politico di simili proporzioni e ha provocato conseguenze così scioccanti da confondere ancora oggi quanti lo avevano pronunciato. Come i crociati o i patrioti del passato, la ribellione dei cappelli rossi di Donald Trump dimostra che andare all’attacco senza remore è l’unica strategia efficace per difendere la nostra repubblica. Circondati dalla Sinistra e con le probabilità contro di noi, solo una crociata può salvarci.”

“Deus Vult”, “Give me liberty or give me death”, “Make America Great Again”: la crociata, la guerra d’indipendenza americana e la campagna elettorale contro Joe Biden vengono poste sullo stesso piano, quasi fossero l’una la prosecuzione dell’altra. La storia è intesa come cammino verso un fine ultimo orientato da leggi universali, nella migliore (o peggiore) tradizione dell’escatologia monoteistica e dello storicismo di matrice idealista. Per il popolo MAGA, quel fine è la grandezza americana intesa come affermazione dell’uomo bianco, capitalista e cristiano in un mondo finalmente epurato dai suoi antagonisti. E l’America, in ragione della propria eccezionalità in questo orizzonte di senso, sarebbe chiamata a giocare un ruolo da protagonista nella sua realizzazione.

Secondo Hegseth, questa supremazia può essere ottenuta solo al prezzo di una guerra contro il nemico, e una guerra di questa portata, mossa da ragioni cosmiche più che economiche o politiche, non può essere che santa. Sebbene in American Crusade Hegseth abbia precisato di non riferirsi letteralmente ad una crociata in senso militare, quanto piuttosto ad una battaglia culturale fondata su un attento scrutinio dell’educazione scolastica e su una convinta adesione alla causa israeliana, non mancano passaggi anticipatori dell’attitudine bellicosa che avrebbe assunto nell’incarico che oggi ricopre:

“Gesù ci ha detto di porgere l’altra guancia, ma sono piuttosto sicuro che in quel momento non stesse dando consigli ad un segretario della difesa. Se mi insultano su Twitter per la mia fede, sorrido e mi volto dall’altra parte. Ma porta una spada nella mia proprietà, nella mia comunità, minaccia la mia cultura e la mia patria, e ti affronterò con ogni arma a mia disposizione.” 

Insegnare a Cristo come ci si difende, insomma, perché qualora un tizio con una spada (sic.) dovesse entrare nella sua proprietà, lui sarebbe troppo mite per affrontarlo come si deve. Un proposito che non deve essere  del tutto estraneo alla destra Italiana, se si pensa che in un comizio del 2019 Giorgia Meloni ha dichiarato l’impegno del suo partito a difendere Dio, oltre alla patria e alla famiglia. 

Questo immaginario, oggi, è arrivato al Pentagono. Hegseth, che ha rafforzato la propaganda religiosa al quartier generale della difesa USA imponendo preghiere mensili e invitando esponenti di spicco del nazionalismo cristiano, parla dell’aggressione all’Iran come di una guerra voluta da Dio e fatalmente votata alla vittoria. In una recente intervista rilasciata alla CBS, ha dichiarato: “Our capabilities are better. Our will is better. Our troops are better. The providence of our almighty God is there protecting those troops, and we’re committed to this mission.”

Agostino o Tarantino

Leone XIV, primo papa statunitense, sembra però lontanissimo da Urbano II, il cui appello al Concilio di Clermont del 1095 è generalmente indicato come l’innesco delle crociate. Per Hegseth, che è evangelico, il posizionamento del pontefice può rappresentare un problema relativo, ma non è così per i cattolici più in vista nei circuiti MAGA, come J.D. Vance e Marco Rubio. Lo si è visto chiaramente con l’attacco frontale sferrato da Trump a papa Prevost e il suo strascico di raffigurazioni cristologiche e dichiarazioni maldestre. A proposito del suo ritratto nei panni di Gesù, Trump ha dichiarato di essersi visto piuttosto come un medico o un operatore della Croce Rossa: “I make people a lot better” – non novello Cristo, ma “solo” re taumaturgo.

Re o forse imperatore, a giudicare da come certe sue espressioni ricordano la Lotta per le investiture. Nel XII secolo, alla radice della disputa tra papato e impero sul diritto di nominare gli alti ecclesiastici c’era una questione di potere, ovvero chi dovesse sottomettersi a chi. Da un lato l’imperatore, garante di un ordine divino mantenuto con la forza; dall’altra il papa, che di quell’ordine divino era il massimo portavoce teorico. Su questo tema, Trump sembra pensarla come Enrico IV, che della Lotta per le investiture fu un grande protagonista: “If I wasn’t in the White House, Leo wouldn’t be in the Vatican”, ha scritto sul suo profilo Truth. E proprio come Enrico IV con Gregorio VII, anche se in modi e per motivi diversi, Trump ha dovuto ridimensionare le proprie dichiarazioni per non perdere il sostegno delle persone da cui dipende il suo ruolo. 

Le dichiarazioni di Trump hanno riportato alla luce la già nota distanza di Leone XIV dal cattolicesimo MAGA. Già qualche mese prima della sua elezione, Prevost aveva infatti contestato dal suo profilo X alcune dichiarazioni rilasciate a Fox News da J.D. Vance, in cui il vicepresidente tentava di dimostrare la liceità morale delle deportazioni forzate servendosi di una lettura deformante della dottrina dell’ordo amoris. Si tratta di un argomento teologico sviluppato da Tommaso d’Aquino ma ispirato da Agostino d’Ippona, secondo il quale l’amore verso le persone e le cose deve seguire una precisa gerarchia: prima Dio, poi il prossimo più prossimo, poi tutti gli altri, in ordine di distanza e urgenza. Vance, che adotta una lettura nazionalista del messaggio cristiano, sostiene che nella scala della carità il connazionale venga prima dell’immigrato irregolare, secondo un’interpretazione che Leone XIV e altri teologi hanno fortemente contestato.

L’assenza di un vero background storico, inoltre, fa sì che il medievalismo americano abbia un tratto imitativo peculiare rispetto a quello europeo: non è solo una copia fantasiosa del Medioevo, ma la copia di una copia, l’immaginazione di un immaginario

Vance attribuisce proprio ad Agostino la sua conversione, e l’appartenenza di Leone XIV all’ordine agostiniano (lo stesso di Lutero, prima della rottura con Roma) finora sembra essere stata per lui più un boomerang che un sostegno. Ma il legame tra il cristianesimo trumpista e Agostino – senz’altro il filosofo che più ha influenzato la filosofia politica medievale sul rapporto tra Stato e Chiesa – non si esaurisce qui. 

Nel libro IV de La Città di Dio Agostino affronta anche il tema della guerra, offrendone la più influente giustificazione del pensiero patristico. Il filosofo latino non giustifica la guerra in quanto tale, ma afferma che alcune guerre rientrino nel piano della divina Provvidenza: ad esempio, quelle ingaggiate per mantenere l’ordine o per garantire la pace, purché siano condotte da una legittima autorità e sotto una guida riconosciuta. Per questo, secondo Agostino, furono giuste le guerre che portarono al predominio romano.

Quella proposta da Agostino resta comunque una questione più morale che giuridica. Il tema dello ius ad bellum (il diritto di fare la guerra), distinto dallo ius in bello (che riguarda come si fa la guerra) è materia più recente e ha avuto la sua trattazione contemporanea più importante negli anni Settanta, nel celebre saggio di Michael Walzer Guerra giusta e ingiusta

Il diritto, tuttavia, ha un’importanza assai relativa se il motivo per cui si combatte è la difesa di un ordine superiore. La rivendicazione della natura difensiva dell’aggressione americana contro l’Iran, l’unica che metterebbe davvero d’accordo Agostino e Walzer e l’unica che apparirebbe accettabile sotto il profilo legale, è fiacca e piena di contraddizioni. In generale, analisti di tutto lo spettro politico concordano su l’imperscrutabilità delle ragioni di questa guerra, che l’amministrazione Trump sembra la prima a non preoccuparsi di chiarire.

Trasmettere l’idea che la guerra sia il fardello del buon impero, del solerte garante di una pace divina di cui devono beneficiare innanzitutto i propri connazionali, offre alla propaganda un trampolino formidabile per oltrepassare la questione giuridica. Il motto “law and order”, a quel punto, non si riferisce più all’umana giurisdizione e per tenere il punto basta citare un versetto biblico o qualsiasi cosa gli assomigli. Un po’ come è successo in queste settimane proprio a Pete Hegseth, che durante uno dei già citati incontri di preghiera al Pentagono ha evocato il famoso “Ezechiele 25:17” inventato da Quentin Tarantino per un’iconica scena del film Pulp Fiction.

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Il cosplay della crociata

L’invenzione non è un elemento secondario nella teologia politica dell’America MAGA. È infatti funzionale alla costruzione di un immaginario, che come suggerisce Benedict Anderson in Comunità Immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi (1996), è cosa più sottile della fabbricazione. Secondo Anderson, i nazionalismi non nascono semplicemente sulla base di premesse inventate come sosteneva, semplificando molto, Ernest Gellner in Nazione e Nazionalismo (1983). I nazionalismi hanno colmato il bisogno di nuovi orizzonti di senso in un momento storico, tra il XVIII e il XIX secolo, in cui l’unità religiosa e la legittimità dinastica erano state profondamente messe in discussione, lasciando senza risposta la domanda sul perché uccidere o farsi uccidere su un campo di battaglia.

Immaginare una comunità di sconosciuti legati da un’identità comune serviva (e serve ancora) a guidare il presente e a darsi obiettivi futuri. A questo scopo, come si comprese già alle origini del nazionalismo, è cruciale la creazione più o meno consapevole di un passato immaginario. 

È da queste premesse che ha origine il medievalismo, ossia l’idealizzazione della vita e della cultura medievali finalizzata a veicolare messaggi politici, culturali o artistici. Citando Umberto Eco e il suo celebre saggio Dieci modi per sognare il Medioevo, il medievalismo è una sorta di “rabberciamento utilitaristico” dell’Età di Mezzo: “[…] quanto rimane del Medioevo lo si rabbercia e si continua a riutilizzarlo come contenitore, per porvi qualcosa che non potrà mai essere radicalmente diverso di quel che già vi si stava”.

Si tratta di una tendenza nata in epoca romantica e ancora oggi molto diffusa nella cultura mainstream, come testimoniano i tatuaggi di Pete Hegseth e la sua American Crusade. “La stretta associazione del motto ‘Deus Vult’ alla crociata è un’idea del XIX secolo”, ha spiegato la storica del conflitto religioso e delle nazionalità Charlotte Gauthier in un articolo di New Line dedicato proprio ai simboli sul corpo di Hegseth. “Praticamente tutta la nostra interpretazione contemporanea della cultura crociata può essere ricondotta all’età Vittoriana o agli inizi del XX secolo”.

Nella sua chiamata alla guerra per la libertà e l’affermazione dell’americanismo, Hegseth chiede tanto ai suoi lettori quanto ai marine di farsi crociati, o piuttosto di aderire a un certo immaginario legato ai crociati: valorosi paladini di una fede e di un’identità minacciate, pronti al sacrificio in una missione più grande della vita stessa. Una missione che Dio ha affidato loro, facendone strumenti dell’inevitabile confronto con l’Armageddon.

Poco importa se le crociate, che pure ebbero un’importante spinta religiosa, non furono esattamente dei conflitti identitari, né furono animate da mistificazioni sul destino storico. Il fatto che i cristiani le crociate le abbiano perse, poi, è del tutto irrilevante (con buona pace del fatto che in American Crusade ribadisca più volte l’importanza della preparazione storica e liquidi come ignoranti coloro che mettono in discussione la sua narrazione del passato).

Il Medioevo, periodo storico lunghissimo e complesso, noto al grande pubblico solo per approssimazione, si presta particolarmente bene a essere reinventato. Tanto più che proprio in questa approssimazione si radicano alcune distorsioni ormai ampiamente interiorizzate, al punto che il Medioevo storico viene spesso sostituito, nella cultura di massa, dal suo stesso immaginario: un’epoca misteriosa, permeata da valori oggi ritenuti perduti — l’onore, la difesa della donna, un coraggio virile e guerrafondaio, l’armonia con la natura. Questo, almeno, per chi lo immagina come una sorta di età dell’oro, e non come l’era oscura tanto vituperata dal medievalismo umanistico e illuminista. 

Per chi la pensa come Pete Hegseth, questo Medioevo mistificato rimanda anche a un tempo in cui i problemi si risolvevano in modo semplice e franco, ovvero con la violenza: il più forte vinceva sul più debole, e le posizioni di potere o subalternità erano definite dall’alto o dalla natura. Si faceva la volontà di Dio, senza che cavilli woke come i diritti umani o la giurisprudenza internazionale complicassero le cose. 

Le crociate immaginate fanno buon gioco a una comunicazione così violentemente reazionaria. C’entra l’immagine della lotta manichea tra bene e male, tra noi e loro, ma anche una più sottile tendenza del radicalismo di destra a mescolare politica, militarismo e spiritualità (il materialismo, dopo tutto, è roba da marxisti). 

Hegseth, dal canto suo, ha senz’altro potuto apprezzare una sottile retorica della crociata anche nei discorsi di un presidente con cui condivide il conservatorismo spinto, il cristianesimo tradizionalista e un rapporto complicato con l’alcol – ovvero George W. Bush jr. 

Bush definì apertamente la guerra al terrorismo successiva all’11 settembre una crociata e, secondo alcuni documenti recentemente desecretati dai servizi segreti britannici, adottava in privato una retorica quasi messianica per parlare della seconda guerra del Golfo. Secondo Christopher Meyer, allora ambasciatore britannico negli Stati Uniti, durante un loro incontro Bush affermò che “distruggere Saddam era una crociata contro il male che doveva essere presa in carico dalla nazione scelta da Dio”.

Questo ricorso a una crociata svuotata del suo significato storico e ridotta a mero strumento estetico e propagandistico diventa particolarmente interessante se si considera che gli Stati Uniti non hanno mai vissuto il Medioevo. Lo conoscono solo per interposta cultura, in ragione delle loro lontane origini europee. Non hanno mai conosciuto il feudalesimo. Il castello più famoso d’America è a Disneyland.

Eppure, come abbiamo visto, il medievalismo nella politica statunitense sembra più vivo che mai. Già nel 1989, nel corso di un convegno sul tema tenuto alla SUNY Bighamton University di New York, Morton W. Bloomfield notava una connessione tra la diffusione del medievalismo americano e il successo crescente del cattolicesimo. Ma il filtro culturale attraverso cui la destra MAGA rilegge le crociate risente, forse, anche del calvinismo seminale nella costruzione della società americana. 

Nella sua tesi di dottorato La rivoluzione dei santi. Il puritanesimo alle origini del radicalismo politico (1965), il già citato Michael Walzer sottolinea come le crociate siano state un raro esempio di attivismo religioso “inclusivo” in un’epoca in cui l’opinione pubblica non esisteva e le questioni non superavano quasi mai i confini regionali. Per i puritani inglesi, artefici della rivoluzione che portò alla decapitazione di Giacomo II e all’istituzione del Commonwealth nel XVII secolo, la crociata rappresentava il precedente di una missione popolare condivisa, giustificata non da ragioni civiche o giuridiche, ma religiose. I suoi fautori, gli uomini chiamati a farsi attori del cambiamento, non erano rappresentanti di istanze sociali o politiche, ma santi. In quest’ottica, è possibile immaginare una parentela tra la crociata e la costruzione di una comunità giusta.

L’assenza di un vero background storico, inoltre, fa sì che il medievalismo americano abbia un tratto imitativo peculiare rispetto a quello europeo: non è solo una copia fantasiosa del Medioevo, ma la copia di una copia, l’immaginazione di un immaginario. Proprio come il castello di Disneyland, copia del castello di Neuschwanstein, a sua volta creatura del medievalismo fantastico di Ludwig di Baviera.

O forse, per ricollegarsi al recente saggio di Mattia Salvia Cosplayers. Quando non c’è alternativa a ciò che esiste, ma ciò che esiste non funziona (Nero Editions, 2025), il medievalismo del crociato Hegseth e di re Trump non è altro che la sublimazione di un cosplay:

Questa strategia gattopardiana, questo ricorso all’estetica radicale per mascherare una vuotezza politica effettiva, è la chiave per capire la politica globale contemporanea, sempre più simile a una convention di cosplayer in cui un passato illusorio – e talvolta anche il presente – viene saccheggiato per legittimare la mancanza di visione del futuro, per costruire un’alternativa di cartapesta ora che è chiaro a tutti che ciò che esiste non funziona. Forse il Re è nudo, ma continua a mascherarsi.”

Quando all’orizzonte si profila un futuro incerto e angosciante, il modo migliore per esorcizzarlo è promettere che assomiglierà ad un passato mitologico. Ciò che ancora non esiste può diventare oggetto di un wishful thinking che ne richiama un altro; il desiderio di ciò che potrebbe essere si fonde con quello di ciò che sarebbe potuto essere. L’importante è guardare ovunque fuorché verso il presente, perché l’abisso su cui affaccia è troppo profondo per non farsi prendere dalle vertigini.

E se la nuova età dell’oro non dovesse realizzarsi? Se il male, nella forma della sinistra, del progressismo, dell’Islam e dell’immigrazione dovesse avere il sopravvento? In tal caso, sempre secondo un immaginario più o meno ispirato al Medioevo, non resterebbe che prepararsi all’Apocalisse. 

Al gioco della missione divina – parafrasando altro medievalismo famoso – si vince o si muore.