Scacco

All’orizzonte del nostro secolo si disegnano i colori dell’estinzione – e il genere umano non è all’altezza della situazione :'(

Leggi le altre parti del «diario della pandemia» di Bifo qui.

«Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, nel cielo si fece un silenzio di circa mezz’ora e vidi i sette angeli che stavano dinnanzi a Dio, e furono date loro sette trombe» (Apocalisse)

29 aprile

C’è un tipo di cui non dico il nome (chiamiamolo EffeZeta) che è mio amico su Facebook, ma sai amico si fa per dire. Non perde mai un’occasione per darmi del cretino, qualche volta gli rispondo amichevolmente qualche volta no. 

Ma mi è sempre stato simpatico coi suoi commenti sprezzanti da anarco-marxista radicalissimo cui stanno sul cazzo gli intellettuali come me. Come non capirlo?

Oggi, per la prima volta, si degna di mandarmi un messaggio piuttosto lungo articolato e non polemico. Forse mi ha perdonato chissà, e me lo leggo.

Qui sotto ne riporto una parte, non tutto ma quasi, prendendomi la libertà di fare alcune correzioni o precisazioni, perché capisco che EffeZeta l’ha scritto di getto, mica ha tempo da perdere per me.

«Se dal punto di vista dell’organizzazione del potere, la storia degli ultimi 14.000 anni è stata apparentemente frammentata e non lineare, c’è invece una tendenza assolutamente coerente. Ossia, l’eliminazione degli spazi fisici [io direi piuttosto la privatizzazione degli spazi fisici che conduce a una loro eliminazione per la maggioranza – nota mia]. Una della primissime cose che accadde nelle città-Stato come Uruk, fu appunto nominare la terra, ci raccontano gli archeologi. Quel suolo era proprietà di un re, di una città, apparteneva a un’entità “giuridica”. Negli anni delle guerre tra Ittiti e Sumeri, ci furono i patti di estradizione. Ossia non avevi più accesso liberamente alla terra. Eri legato a un suolo, un luogo. Questo processo è sempre continuato. Le enclosures inglesi nel ‘600 trasformano le terre comuni, terre di nessuno, in terre demaniali. Ad oggi non vi è un solo centimetro quadrato della terra che non sia di qualcuno. Che non abbia un proprietario. E qualcosa che ha un proprietario, si può vendere. Un esempio spaventoso di questo processo furono gli acquisti di terreni in Palestina da parte dei sionisti. Un altro: gli inglesi obbligavano le popolazioni indigene in Africa a mettere in funzione forme di controllo catastali del territorio, sapendo che lì stava il controllo e la vittoria coloniale. Oggi siamo a una svolta storica. I libri di fantascienza da tempo raccontano che le macchine prendono il controllo. Si passa e riconoscere come unico spazio abitabile la tua proprietà. Quindi, tutto deve essere di proprietà. Ogni strada ogni giardino. Potrai avere concessioni a percorrere quel territorio, ma in un contesto di spazio privato affittabile. In tale mondo, come è logico, lo Stato deve finire, il demanio non esiste più, il monopolio della forza già non appartiene più agli Stati nazione, le tasse di Glovo Google Amazon non entrano nelle casse nazionali, la giurisdizione non appella più alla costituzione, lo stato non batte più moneta giacché la moneta nazionale non esiste più, il pubblico sparisce. A questo punto, per il controllo totale occorre che il consumatore stia connesso 24 ore al giorno ed che sia terrorizzato dalla fisicità. In questo siamo a buon punto, già la maggior parte delle persone stanno volentieri in casa. Il 5G, in tal senso, è indispensabile. Una tecnologia che permetta di gestire 2 miliardi di device sottocutanei, oltre a tutta la domotica. Quindi quello che stiamo vivendo con 5G è questo: le grandi imprese private si stanno comprando i nostri luoghi di vita: land grabbing. 

PS Ovviamente il virus in sé non ha nessun ruolo in questa storia. Il virus come problema in sé non esiste. Esiste la paura, che appunto, attacca la nostra debolezza, il terrore di morire, avendo noi stessi e il nostro corpo come unico orizzonte.»

Poi EffeZeta conclude con un auspicio: «Ci hanno detto fino da piccoli che il popolo non può vincere, e chiaramente lo dicono per convincerci all’inazione. Se avete figli, o un briciolo di dignità, questo è il momento di tornare nomadi. È il momento di buttare i pc dalla finestra. Tutti lo stesso giorno. In un atto epico di ribellione.»

30 aprile

L’amministrazione Trump taglia i finanziamenti agli Stati proprio mentre questi sono sotto l’attacco del virus. Dovete farcela da soli, dice ai governatori di New York e California. È un modo per spingere i governatori a rinunciare al lockdown, a riprendere l’attività economica costi quel che costi, mentre gruppi di trumpisti armati entrano nell’edificio del governo del Michigan. Uno dei manifestanti anti-lockdown porta un cartello in cui si rivendica il lavoro che dà libertà. Il cartello è scritto in tedesco, e dice per l’esattezza: «Arbeit macht frei»

Come dice Pris, la replicante di Blade Runner: siamo stupidi, moriremo. Non è il caso di farne un dramma.

1 maggio

L’Economist si preoccupa col brutale realismo che da sempre caratterizza questo antico giornale: il libero mercato è in pericolo. «Gli acquisti di buoni del tesoro da parte della FED assomigliano molto a stampare denaro per finanziare il deficit. La banca centrale ha annunciato programmi per sostenere il flusso di credito alle aziende e ai consumatori. La FED agisce come prestatore di ultima istanza all’economia reale, non solo al sistema finanziario… Larry Kudlow, direttore dell’America’s National Economic Council, chiama lo stimolo fiscale deciso dall’amministrazione Trump “il più grande programma di assistenza per Main Street nella storia degli Stati Uniti”, paragonandolo ai salvataggi di Wall Street di solo un decennio fa. In America i cittadini riceveranno assegni di 1200 dollari.» (Con sopra la firma di Trump. Arroganza suprema.)

Ancora l’Economist scrive: «Il modello di Stato che si è affermato in Europa tra gli anni ’50 e gli anni ’70, in cui burocrati controllavano i servizi dall’elettricità al trasporto sarebbe inimmaginabile senza l’esperienza della guerra, in cui lo Stato controllava praticamente tutto, e la gente comune faceva tremendi sacrifici sul campo di battaglia e anche a casa.»

Le catastrofi (guerre, pandemie) favoriscono il rafforzamento degli apparati statali dice l’Economist, che teme soprattutto che lo Stato imponga tasse ai suoi ricchi lettori. «La nuova idea che il governo deve a qualsiasi costo salvare le imprese, l’impiego e i redditi di chi lavora potrebbe consolidarsi. Un numero crescente di paesi cercherà di essere autosufficiente nella produzione di beni strategici come le medicine, il materiale sanitario e perfino la carta igienica, provocando un ulteriore ritrarsi della globalizzazione. Il ruolo dello Stato potrebbe cambiare in modo definitivo. Le regole del gioco si sono modificate per secoli in una direzione, ma ora una svolta radicale si staglia all’orizzonte.» 

Il socialismo di stato che l’Economist pensa stia emergendo dalle misure di sostegno alla domanda e dal rafforzamento dell’intervento pubblico in settori come la sanità spaventa il giornale fida del neoliberismo globale. Comprensibile. Ma l’interventismo di Stato può salvare di per sé la situazione, può restituire energia a un corpo collettivo sfibrato, distanziato, timoroso di muoversi? Non mi pare.

Il potere del denaro sembra essersi affievolito.

Troppo a lungo l’accelerazione tecnofinanziaria, troppo a lungo la precarietà hanno portato a esaurimento le energie mentali del genere umano: ora il mondo pare entrato in uno stato di debilitazione permanente.

Nel 1976 Baudrillard aveva intuito che solo la morte sfugge al codice del Capitale. Lungamente rimossa dalla scena dell’espansione illimitata, ora la morte si ripresenta all’orizzonte. Nell’epoca digitale e neoliberale l’astrazione finanziaria ha dato scacco alla società. Poi è arrivato il bio-info-psico-virus, una concrezione materica proliferante che ha dato scacco all’astrazione del Capitale.

Ora inizia una nuova partita. 

Come nel film di Bergman dove il nobile cavaliere Antonius Block, di ritorno dalla crociata incontra la Morte che lo aspetta sulla spiaggia di un mare tempestoso. Intorno, nelle terre del Nord, imperversano peste e disperazione, e Antonius sfida la Morte a una partita di scacchi, e la Morte acconsente al rinvio. Così ora all’orizzonte del nostro secolo si disegnano i colori dell’estinzione, e la partita a scacchi può cominciare. Le daremo il nome di un’opera teatrale di Samuel Beckett in cui Nagg e Neil stanno nel bidone della spazzatura, mentre Hamm è cieco e non può camminare.

Per vincere questa nuova partita, mi pare, occorrerebbe fare due semplici mosse, o forse tre: redistribuire la ricchezza prodotta dalla collettività, garantire a ciascuno un reddito sufficiente per menare un’esistenza frugalissima, abolire la proprietà privata, investire tutto nella ricerca, nell’educazione, nella sanità, nei trasporti pubblici. Semplice, no? Purtroppo non credo che siamo all’altezza, voglio dire noi, il genere umano. Semplicemente il genere umano non è all’altezza della situazione, c’è poco da fare. E come dice Pris, la replicante di Blade Runner: siamo stupidi, moriremo. Non è il caso di farne un dramma.

Il bio-virus è l’irruzione della materia sub-visibile nel ciclo astratto del tecnocapitale.

Le grida di protesta, le bottiglie molotov lanciate contro le vetrine delle banche, il voto della maggioranza dei cittadini greci non seppero fermare l’aggressione finanziaria contro la vita sociale, né poterono qualcosa le ragionevoli considerazioni di economisti e giornalisti che si erano accorti del pericolo estremo di quella folle concentrazione di ricchezza nelle mani di un’infima minoranza. 

Ora il bio-virus si vendica, ma non c’è modo di governarlo, di piegarlo al bene comune. Quindi diviene info-virus, si trasferisce nell’infosfera e satura la mente collettiva con la paura, il sospetto, la distanza. Il rischio è che si stabilizzi come psico-virus, come patologia tendenzialmente fobica dell’epidermide, come paralisi del desiderio erotico, e quindi come depressione generalizzata, e infine come psicosi aggressiva latente, pronta a manifestarsi nella vita quotidiana o nella dinamica geopolitico scardinata. 

Il circuito bio-info-psicotico del contagio ha reso inservibili gli strumenti tradizionali dell’intervento finanziario, e ha paralizzato la volontà politica, riducendola ad esecuzione militare di un programma sanitario.

3 maggio

Ho ricevuto un messaggio di Angelo che si conclude così:«Credevamo che la Terra, ormai totalmente antropizzata, non ci nascondesse più sorprese e invece stiamo entrando in una “terra incognita” dove i virus sono i “leones” del passato. Insomma, seguo con una certa angoscia il tuo diario, avendo quasi esaurito le speranze che i vaticini che tu distilli, scrutando giorno per giorno l’orizzonte, possano diventare meno foschi e disperati di quello che appaiono.»

Nathalie Kitroeff racconta sul New York Times che l’ambasciatore americano in Messico fa pressione perché le fabbriche del Nord messicano, che riforniscono il ciclo dell’auto yankee, riprendano a lavorare nonostante il contagio, nonostante le misure di confinamento decise dalle autorità del paese che sta sotto la minaccia costante del muro di Trump. 

Christopher Landau, questo è  il nome dell’ambasciatore, ha detto che se il Messico non risponde alle esigenze nordamericane perderà le commesse che fanno andare avanti quelle fabbriche. È l’ambasciatore del paese che abbiamo considerato leader dell’Occidente, del paese a cui si sono ispirate le riforme imposte con la forza delle armi e della finanza negli ultimi quarant’anni. Ma è legittimo nutrire la speranza che questo paese non sopravviverà alla catastrofe che lo sta travolgendo. La miseria, la disoccupazione, la depressione, la violenza psicotica, la guerra civile presto lo frantumeranno, lo stanno già frantumando. Purtroppo prima di scomparire l’impero psicotico americano userà, o tenterà di usare, la forza devastante di cui il suo esercito è comunque depositario.

È per questo, non per gli effetti del coronavirus, che l’estinzione della civiltà umana sulla Terra è al momento la prospettiva più probabile. Dopo cinque secoli è difficile non vederlo: l’America è stata il futuro del mondo, e ora l’America è l’abisso in cui il mondo pare destinato a scomparire.

Dalla sua clausura parigina, Alex mi scrive questo messaggio: «Il coronavirus è la forma di immaginazione materiale con cui la Terra ci reinterroga sui divenire possibili della nostra specie e dell’intero pianeta. Chi pensava che l’immaginazione appartenesse solo all’uomo nelle forme astratte della ricombinazione simbolica si sbagliava di grosso. Una piccola mutazione materiale (organica? inorganica? non è importante) distrugge le grandi costruzioni simboliche che stavano annientando ogni forma di vita sul pianeta. Distrugge e re-immagina, siccome ogni ricombinazione del virtuale non può fare a meno di demolire e di creare nuovi spazi di possibilità. Caosmosi…»

Nel sito di Psychiatry Online Luigi D’Elia sostiene la tesi che il principio di reciprocità è destinato a prendere il posto del principio del debito, sempre che – questo non lo dice ma mi pare implicito – la società non abbia deciso di disintegrarsi: tutti i debiti sono impagabili, ora è il momento di accettarlo, di cancellare dall’economia il concetto di debito, e di sostituirlo con quello di reciprocità.

Il primo ministro d’Etiopia lo spiega con assoluta chiarezza in un articolo uscito sul New York Times intitolato «Perché deve essere cancellato il debito globale delle nazioni povere». «Reciprocità sta per interdipendenza e interconnessione. Solo una cosa come una pandemia rende osservabile il filo che lega tutti. Il piano evolutivo della nuova razionalità (antimercatista) è che adesso diventa “conveniente” (proprio in senso utilitaristico classico) collaborare e rivedere le regole del gioco. Tra le quali la tirannia del debito è la prima a dover cadere.»

Quando il debito non te lo posso più pagare, la mia rovina è la tua rovina. Il contagio ha dimostrato questo. I tedeschi hanno qualche difficoltà ad accettare il concetto, ma presto dovranno farsene una ragione.

Se non siamo capaci di modificare radicalmente la forma generale in cui si svolge l’attività umana, se non siamo capaci di uscire dal modello del debito, del salario e del consumo, direi che l’estinzione è garantita nell’arco di due generazioni. Vi pare un’affermazione un po’ azzardata? Anche a me, però comincio a non vedere una terza strada fra comunismo ed estinzione.

Va detto poi che l’estinzione in sé e per sé non è poi tanto brutta da immaginare. La Terra si libera del suo ospite arrogante e avido, e buonanotte.

Ma purtroppo non accadrà tutto in due e due quattro – ci addormentiamo a mezzanotte e la mattina non ci siamo più. Estinzione è un processo che è cominciato da qualche anno e si svolgerà nell’arco del secolo: masse di popolazione affamata che si spostano disperatamente nei deserti in espansione, guerre di sterminio per il controllo delle fonti d’acqua, incendi che devastano interi territori, e naturalmente epidemie virali sempre più frequenti.

Dovremmo averlo capito: da questo momento in avanti il capitalismo sarà solo un oceano di orrore.

4 maggio

A metà pomeriggio abbiamo gonfiato le ruote della bicicletta e abbiamo fatto un giro del centro cittadino. 

Hanno ripreso a circolare le auto, ma poche. Ragazze in calzoncini corti e giovanotti sui loro monopattini elettrici. Tutti hanno la mascherina. Quasi tutti.

È il giorno della ripartenza. Wow. Ma per andare dove? La Confindustria scalpita, per i padroni è normale che milioni di persone sprofondino nella malattia e nella morte purché non cali la competitività. 

«Mi fa paura l’idea che si normalizzi la distanza sociale, il non poterci abbracciare, toccare: questa prospettiva profilattica mi dà il panico» mi scrive Alejandra, che ha fatto la sua tesi dottorale sui temi dell’identità digitale e dovrebbe discuterla. Ma quando e come? Probabilmente a settembre, a distanza. 

Tutto resterà esattamente uguale, dice Houellebecq. Beato lui.

5 maggio

Trump era convinto che il suo nome, quel ridicolo monosillabo dal suono volgare, avesse guadagnato il primato assoluto nel mediascape di tutti i tempi. Lo ha anche detto da qualche parte se mi ricordo bene, che il suo nome era quello più citato da quando esiste una sfera pubblica globale. Credo che adesso sia inviperito per il fatto che la parola «coronavirus» gli ha soffiato quel primato.

Il Corriere della Sera, nel suo provincialismo in ritardo di cinquant’anni, si affida agli intellettuali francesi come se esistessero ancora. Oggi un breve testo di Houellebecq, il quale dice: «non credo mezzo secondo alle dichiarazioni del tipo “niente sarà più come prima”. Al contrario, tutto resterà esattamente uguale. Lo svolgimento di questa epidemia è anzi notevolmente normale.»

Tutto resterà esattamente uguale, dice Houellebecq. Beato lui.

Io vedo una sorta di scardinamento. La vita sociale ha deragliato fuori dai cardini formali, e fuori dai cardini psichici. Il cardine del lavoro, il cardine del debito, il cardine del salario non funzionano più. Il cardine della domanda e dell’offerta non tiene più insieme i flussi di merci, come il petrolio che naviga sugli oceani perché tutti i depositi sono pieni. 

Il denaro, cardine che concatenava un tempo tutti i cardini, viene buttato a pacchi qua e là disperatamente nello sforzo di chiudere il grande buco, ma ha perduto il suo charme e la capacità di mobilitare energie.

Dalla malvagia terra degli incubi viola emerge impensata una tempesta.

Concrezione materica invisibile proliferante corrode i cardini; però sarebbe superficiale pensare che il virus, questo agente biologico che si è trasferito nell’informazione e di lì ha trasmigrato nella psiche umana, sia la causa che spiega lo scardinamento.

Da molto tempo i cardini stavano cedendo. Scricchiolavano.

Ma sembrava che non ci fosse alternativa. In effetti per il momento è confermato che un’alternativa tarda a manifestarsi, e non possiamo escludere che mai prenderà forma coerente. Però intanto l’edificio non sta più in piedi.

In neurogreen, la lista più esclusiva e charmante dell’Infosfera, Rattus comunica che è uscito Rizomatica. Corro a vederla, è ricchissima di spunti. Andate a vederla anche voi.

6 maggio

Il mio vecchio amico Leonardo mi ha invitato a partecipare a un seminario sulle prospettive psicopatologiche e psicoterapeutiche aperte (o chiuse) dal distanziamento. Faccio le solite procedure che mi introducono all’incontro Zoom, e trovo un cenacolo di psic che si trovano in una decina di città diverse dell’America Latina e d’Europa. La discussione è appassionante, stimolante, a tratti inquietante. Non sono interventi teorici, ma spezzoni di autoanalisi, fenomenologia del vissuto di coloro che quotidianamente incontrano pazienti, per lo più in virtuale. 

La domanda centrale che vedo emergere da questi racconti è: quali sono i tempi, quali saranno le modalità di elaborazione del trauma prodotto dal contagio e dal confinamento?

In primo luogo dobbiamo prevedere una sorta di sensibilizzazione fobica al contatto dell’altro. Il distanziamento, l’angoscia dell’avvicinamento alla pelle dell’altro – tutto questo agisce su un piano che non è quello della volontà cosciente, ma quello dell’inconscio.

Tutt’a un tratto mi rendo conto del fatto che stiamo entrando nella terza epoca dell’Inconscio, e quindi nella terza epoca della psicoanalisi.

Un tempo, nel ferroso paesaggio dell’industria e della famiglia monogamica dominava la nevrosi, patologia legata alla repressione delle pulsioni, alla rimozione del desiderio. L’epoca della psicoanalisi freudiana.

Poi la schizoanalisi anticipò la rottura del confine, l’emergere dello schizo come figura predominante del panorama collettivo. 

Nella sfera del semiocapitale l’Inconscio dilaga, l’imperativo generale non è più la repressione, ma l’iper-espressione. Just do itL’esplosione reticolare dell’inconscio produsse il dilagare di patologie psicotiche di tipo narcisistico, panico, e alla fine depressivo. 

Poi, per effetto del bio-virus che aggredisce la Psicosfera, passiamo dalla connessione volontaria dei decenni di Internet alla connessione obbligatoria nel distanziamento. Zoom, Instagram, Google ci permettono di continuare il flusso sociale e informativo, ma solo a patto di rinunciare al contatto dell’epidermide, alla condivisione del respiro. La tecnologia G5 renderà possibile una integrale pervasione della vita da parte della connessione.

Nella sfera passata della connessione volontaria si è svolto un processo di ipereccitazione e di desensibilizzazione; rinvio del piacere in nome di un’eccitazione costante e di un desiderio senza corpo. Nella psicosi da iper-espressione il desiderio si mobilitava contro se stesso, l’immaginazione delirante non incontrava il piano della realtà.

Ma ora che entriamo nella sfera della connessione obbligatoria e del distanziamento dei corpi quello che si va delineando è forse una sensibilizzazione fobica al corpo dell’altro. Paura dell’avvicinamento, terrore del contatto. Oppure, in un rovesciamento ora imprevedibile l’overload connettivo porterà a un rigetto, l’incantesimo virtuale potrà rompersi?

Il lavoro del trauma non è immediato, esso si svolge nel tempo: la sensibilizzazione fobica si manifesterà dapprima, insieme all’angoscia dell’avvicinarsi delle labbra alle labbra. Possiamo prevedere che dopo il dominio della nevrosi freudiana, dopo il dominio della psicosi semiocapitalista, entriamo in una sfera dominata dall’autismo come paralisi dell’immaginazione dell’altro?

Domande piuttosto inquietanti ma urgenti cui ora non so dare una risposta.

Sono confuso? Certo, sono un po’ confuso, se potete scusatemi.

Apocalypse, courtesy di Etcetera, Buenos Aires.

7 maggio

Trump dice abbiamo fatto tutto quel che si poteva, adesso basta, torniamo a lavorare.

In verità il paese è in fase di inarrestabile espansione del contagio. L’Università di Washington prevede 134 mila morti da qui ad agosto. Ufficialmente muoiono adesso tra le due e le tremila persone al giorno, il ritmo dovrebbe accelerare fino all’inizio di giugno. Ma Trump dice poche storie, qui bisogna darci dentro e make america great again. Nel paese ogni giorno trentamila casi di infezione, in molti stati il numero sta crescendo. Ma Trump ha fretta.

Un bambino su cinque soffre la fame nel paese guida dell’Occidente. Tre volte di più rispetto al 2008, all’inizio di quella che sembrava una recessione tremenda. Allora c’erano le banche da salvare, le hanno salvate e hanno distrutto le condizioni di sopravvivenza della società.

8 maggio 

Sessantamila migranti perlopiù africani, dopo avere attraversato il deserto, dopo essere stati detenuti e violentati nei campi di concentramento libici costruiti per volontà di Marco Minniti, dopo avere rischiato di affogare nel canale di Sicilia, sono arrivati nel meridione italiano, e hanno trovato lavoro nei campi. Dieci, dodici ore al giorno sotto il sole per tre quattro euro all’ora. L’estate scorsa qualcuno è morto sotto il sole di Puglia per raccogliere i merdosi pomodori che gli italiani mettono sugli spaghetti che gli possano andar di traverso. 

Adesso si pone un problema: che nessuno va più a raccogliere le pesche e i pomodori.

Allora le aziende agricole hanno chiesto di mobilitare al più presto quei sessantamila, e la buona Ministra dell’Agricoltura ha proposto di regolarizzarli o almeno di dargli un permesso di soggiorno di sei mesi, capirai: è per farli lavorare come schiavi, mica per andare a ballar la tarantella.

Ieri c’è stata la decisione in parlamento e in parlamento c’è un partito di ignoranti nazistoidi per il quale ho votato sette anni fa (che dio mi perdoni) che si chiama cinque stelle di merda. I cinque stelle di merda si sono molto spaventati all’idea che i negri possano essere regolarizzati, hanno il terrore della sanatoria. Che gli schiavi lavorino e stiano zitti è la loro morale di moralisti di merda.

Adesso possono stare tranquilli: il parlamento ha deciso che avranno un permesso ma solo di tre mesi. Giusto il tempo di lavorare dieci ore al giorno, qualcuno di loro morirà di infarto per il caldo, riceveranno due euro l’ora o forse tre. E i cinque stelle di merda saranno contenti: in attesa che questo paese di infami sprofondi definitivamente nella miseria. Questione di aspettare qualche mese.

8 maggio

Sul Financial Times una pagina interessante assai. Con il titolo Can we both tackle climate change and build a Covid-19 recovery? si pone la questione: sarà possibile fare insieme i conti con gli effetti economici del lockdown e ridurre il consumo di energie di origine fossile per mitigare il riscaldamento globale? 

Un volenteroso articolo di Christina Figueres del segretariato delle Nazioni Unite inizia dicendo: «la domanda non è se possiamo affrontare contemporaneamente la pandemia e il cambio climatico, la domanda vera è se possiamo permetterci di non farlo». Molto debolmente la ben intenzionata Figueres parla di crescita sostenibile: «Non possiamo passare dalla padella della pandemia alle braci di un accentuato cambiamento climatico… i programmi di ripresa debbono spingere l’economia globale verso una crescita sostenibile e una maggior resilienza».

L’uso ripetuto della parola «sostenibile» denuncia un po’ la fragilità del ragionamento. Ripresa sostenibile, crescita sostenibile, ma come si fa?

Non c’è più possibilità di crescita economica, non c’è più possibilità di un aumento del prodotto globale senza estrazione, distruzione, devastazione ambientale. Punto.

La risposta del malvagio Benjamin Zycher, che lavora per l’ultraconservatore American Enterprise Institute, suona dolorosamente più credible, più concreta, nonostante l’evidente disinteresse per il destino cui sono condannati gli esseri umani.

«L’energia non convenzionale non è competitiva nei costi, altrimenti perché sarebbero necessarie tasse sussidi e mercati garantiti per renderla possibile? L’inaffidabilità del vento e del sole, il contenuto di energia non concentrata nei flussi aerei e nella luce solare, i limiti teorici della conversione del vento e del sole in energia elettrica sono le ragioni per cui quote maggiori di mercato per le energie rinnovabili hanno provocato un aumento dei prezzi sia in Europa che negli Stati Uniti… Dare la priorità alla politica del clima impedirà a molte persone di migliorare le loro condizioni soprattutto dopo il terribile shock economico causato dal lockdown. Inoltre se i paesi avranno una riduzione della ricchezza avranno meno risorse per la protezione ambientale. Non è vero che i sostenitori della crescita odiano il pianeta. È vero invece che gli ambientalisti odiano l’umanità».

Naturalmente so bene che l’American Enterprise Institute è un’associazione di criminali che in passato sostenne, per tacer d’altro, le guerre di George Bush, e che vive dei finanziamenti di organizzazioni benefiche come la Exxon Corporation e così via.

Ciononostante le considerazioni di questo mascalzone sono più convincenti delle considerazioni dell’angelica Figueres. Il problema è che le parole «crescita sostenibile» sono ossimoriche, con tutte le nozioni fumose di chi predica l’economia verde per una ripresa dolce del capitalismo.

Non c’è più possibilità di crescita economica, non c’è più possibilità di un aumento del prodotto globale senza estrazione, distruzione, devastazione ambientale. Punto. Se crescita vuol dire accumulazione di capitale, competizione, espansione del consumo, la crescita è incompatibile con la sopravvivenza di lungo periodo del genere umano.

D’altronde il club di Roma lo ha detto con chiarezza ormai cinquanta anni fa, nel famoso Rapporto sui limiti della crescita. «Un pianeta finito non può sostenere una crescita economica infinita».

Semplice no?

Per la sopravvivenza degli umani non è necessaria la crescita infinita, è necessaria una distribuzione egualitaria di ciò che l’intelligenza tecnica e l’attività libera possono produrre. E inoltre è necessaria una cultura della frugalità, che non significa né povertà né rinuncia, ma spostamento dell’attenzione dalla sfera dell’accumulazione alla sfera del godimento. 

Il capitalismo cambia sempre, ma in sostanza non può cambiare. Si fonda sullo sfruttamento illimitato del lavoro umano, del sapere collettivo e delle risorse fisiche del pianeta. Ha svolto la sua funzione negli ultimi cinquecento anni, ha reso possibile l’enorme progresso della modernità, e l’orrore del colonialismo e della diseguaglianza.

Ora è finito. Può continuare ad esistere solo accelerando l’estinzione del genere umano, o perlomeno (nella migliore delle ipotesi) l’estinzione di quella che abbiamo conosciuto come civiltà umana.

Una ricerca intitolata Genitorialità ai tempi del Covid19 ci informa del fatto che non è atteso un baby boom per effetto del lockdown.

Respiro di sollievo.

Le preoccupazioni economiche per il futuro, e forse anche un certo disagio dell’avvicinamento, consigliano alle coppie di soprassedere. «Il 37% di chi programmava un figlio prima della pandemia ha rinunciato». Come suol dirsi: non tutto il male vien per nuocere.

Secondo i demografi alla fine del secolo gli umani sulla Terra dovrebbero essere tra i nove e gli undici miliardi. Con una cifra simile non c’è dubbio che la partita a scacchi la vince il giocatore con la falce.

Ma la ricerca lascia sperare che il virus ci ha fatto rinsavire almeno un  po’.

9 maggio

Il sole filtra allegro dalla finestra socchiusa, e mi è venuta in mente la spiaggia immensa di San Augustinillo. Non si poteva proprio fare il bagno in quel mare, era così pericoloso che lì vicino c’era una spiaggia che si chiamava La playa del muerto, perché quelli che si tuffavano lì spesso non tornavano a riva. Non è il caso di scherzare con l’Oceano Pacifico. Affittammo una capanna di legno a Punta Placer e la sera andavamo a mangiare da Nerone, e al ritorno nel buio camminavamo lungo la spiaggia e io dicevo: Lupita Lupita amor della mia vita. 

Forse adesso è finita. Oppure forse no.