Realismo depressivo

Perdere la speranza non significa sprofondare nella disperazione: se davvero vogliamo comprendere il caos, è ora di coltivare le tenebre

Humpty Dumpty dondolava sul muretto. Sebbene il mondo delle tenebre mantenga un’essenza profondamente aliena, l’essere umano non è affatto estraneo al suo gelido tocco. Ci sono momenti, nella vita di ciascuno, nei quali ci si accorge di essere sprofondati in una densa oscurità, così fitta che sembra precludere ogni ritorno alla luce. Sono momenti di lutto, di disperazione o depressione; istanti sospesi sul baratro della follia, nei quali il mondo va in pezzi e la vita sembra aver perso ogni senso. Da un punto di vista filosofico, ciò significa che la rappresentazione del mondo che abbiamo ricevuto dai nostri cari o che abbiamo costruito assieme a essi ‒ e che spesso abbiamo condiviso con un’intera comunità ‒ si rivela falsa, limitata o troppo angusta. Frantumandosi, il «nostro» mondo, che fino a quel momento aveva ruotato come un pianeta attorno al sole di un Io o di un Noi, mostra di non essere altro che questa collezione di frammenti, dai quali, come in un collage, il mondo era sorto. Se in questi casi vi fosse un qualche tipo di lezione da apprendere, si tratterebbe dell’amara scoperta che c’è sempre più di un mondo e che, persino a partire dai medesimi frammenti, è possibile costruire mondi totalmente differenti. Benché, di volta in volta, via sia senza dubbio un «mondo condiviso» con gli altri, è facile avvedersi di come questo unico mondo, un mondo per tutti i mondi, dondoli sempre sul filo del rasoio. Il mondo è come Humpty Dumpty, l’uomo-uovo delle nursery rhyme e di Alice Attraverso lo Specchio: quando l’uomo-uovo cade giù dal muretto, il suo guscio va in frantumi ‒ e, a ben vedere, rimetterne assieme i frammenti sarebbe una bella faticaccia, persino per tutti gli uomini del re messi assieme. Le storie che abbiamo narrato, sul senso della mia e della nostra vita, o della vita in generale, sono andate irrimediabilmente perdute. 

La caduta dal tempo

Essendo nati e cresciuti tra i rassicuranti confini di un mondo, siamo al contempo riusciti a cucire un punto di sutura tra la storia (del nostro paese, della nostra epoca o persino dell’intero pianeta), e la nostra ben più minuta biografia. La vita umana consiste di una fitta rete di storie, che in parte ci sono state narrate e che in parte abbiamo narrato noi stessi; storie che, prima del disastro, contenevano, come una sorta di scatola nera psichica, la direzione in cui il mondo, il tempo e la vita erano diretti. Il «senso» non era altro che questa coerenza interna, venutasi a stabilire tra l’origine, lo sviluppo e la destinazione. In momenti di terrificante scuotimento, ci si accorge che l’esistenza umana è simile a quella della cocciniglia, che si mummifica sul corpo della pianta, pur rimanendo impercettibilmente viva: «Viviamo nell’epoca dell’accelerazione tecnologica, dell’Antropocene, del capitalismo avanzato». Tracciando queste linee, che dall’individuale vanno al generale, stabiliamo che la storia sta avanzando o, al contrario, che è immobile e che attende di essere rimessa in moto. Ma ecco che, giunti al culmine della disperazione, non c’è né movimento né stasi: i frammenti vanno da sé, ciascuno in una diversa direzione. Ciò che rimane sono solo velocità indifferenti, un mondo di cose che continuano ad accadere senza un senso e senza una ragione, senza la coerenza che le avevamo attribuito (il lavoro, lo studio, i rapporti umani, ogni cosa sembra emergere da un sogno). Siamo caduti fuori dal tempo.

Due psicologi americani, Alloy e Abramson, hanno sviluppato un’interessante teoria, denominata «realismo depressivo». Se per la terapia cognitivo-comportamentale (il modello terapeutico attualmente più diffuso), le persone depresse sarebbero tormentate da un bias negativo (ossia da un pessimismo cronico e abitudinario), che le renderebbe meno oggettive dei non-depressi, per il realismo depressivo, al contrario, il depresso avrebbe accesso a una dimensione più oggettiva di quella abitata dai non-depressi. 

Diverse ricerche dimostrano che questa ipotesi andrebbe ridotta a qualcosa di meno di una teoria, pur rimanendo qualcosa di più di un flatus vocis: i depressi, difatti, sarebbero più oggettivi nel valutare le proprie prestazioni immediatamente dopo averle portate a termine, tendendo a svalutarle sempre più con il passare del tempo. I depressi, inoltre, sembrerebbero avere aspettative per il futuro più grandi dei non-depressi. Per certi versi, il depresso produrrebbe da sé le proprie sconfitte, precipitando dalle vette di un sincero ottimismo agli abissi della più cupa disperazione. Ciò che, tuttavia, il realismo depressivo è riuscito a mostrare è come il depresso, a differenza dei non-depressi, sia in grado di attribuirsi responsabilità laddove ne ha effettivamente e come, all’inverso, sia in grado di individuare le situazioni poste fuori dal proprio controllo o da quello di chiunque altro. Grazie a questo speciale accesso a un mondo sotterraneo, indifferente e privo di riguardi, il realista depressivo dismette i panni del soggetto patologico, tramutandosi in una sorta di oracolo pessimista. Inconsapevolmente, Alloy e Abramson hanno creato un personaggio concettuale (qualcosa di simile al Socrate di Platone o al diavoletto di Cartesio). 

In Realismo Capitalista di Mark Fisheril libro di una generazione che ha deciso di rattoppare i cocci, costruendo un nuovo mondo e un nuovo senso ‒ troviamo il seguente adagio: «È più facile immaginare la fine del mondo, che la fine del capitalismo». Come è ormai ben noto, per Fisher, il «realismo capitalista» sarebbe fondato proprio su questo mantra: «Non c’è alternativa». There’s no alternative… se non la fine del mondo. Il realista depressivo sarebbe perfettamente d’accordo con questo mantra e, anzi!, ritrovandosi disperso tra le tenebre, in preda al panico e alla disperazione, vedrebbe chiaramente che il mondo è già finito o, meglio, che non c’è mai stato, se non per un fugace momento. Non ci sono nessun luogo e nessun tempo verso i quali dirigersi, o ai quali fare ritorno. Il corpo del depresso è un ricettacolo di entità al di là del tempo, la sua voce un canale attraverso cui si propaga un richiamo al tempo stesso seducente e raggelante: «Nel sistema nervoso del depresso non vi è alcun flusso, nessuna connettività [La sua voce] risuona come la voce di un defunto, o di chi ha fatto il suo ingresso in un orrido stato di animazione sospesa, la vita-nella-morte. Una voce preternaturalmente antica, che non può più in alcun modo essere ricondotta a quella di un essere vivente». (Mark Fisher, Spettri della mia vita)

Ontologia depressiva 

La frantumazione e il disorientamento sono assoluti, nel senso che non riguardano solo me o gli altri esseri umani miei compagni di sventura (come ci ha insegnato l’esistenzialismo), ma tutto l’universo. Come abbiamo visto, le ricerche di Alloy e Abramson mostrano come, in seguito alla crisi e alla distruzione del mondo, il depresso tenda ad aggravare la propria situazione sul lungo termine. È esattamente ciò che è accaduto al pessimismo filosofico e al nichilismo, tramutatisi gradualmente in posizioni eliminativiste ‒ per le quali la coscienza, il linguaggio, l’individuo, la morale, la storia o la realtà stessa non esisterebbero affatto. Rispetto a molte di queste nuove correnti filosofiche, il buon vecchio solipsismo appare una soluzione moderata, qualcosa di meno minaccioso di un programma estinzionista o di un culto della morte

Estremizzando la posizione depressiva, non ci si avvede di come ciò che appare durante la crisi non sia l’inesistenza di tutte le cose ma la loro inconsistenza, la precarietà, la fragilità e la metastabilità del mondo stesso. Quando, in fisica e in cosmologia, si utilizza il termine «metastabilità», si intende dire che persino un lieve squilibrio sarebbe in grado di distruggere o alterare un sistema, o addirittura tutto l’universo. Per l’empirismo (la filosofia dell’esperienza), questa spaventosa inconsistenza è dovuta al fatto che le «leggi della natura» non sarebbero vere e proprie leggi. Non si tratterebbe, infatti, di comandamenti eterni, impressi nella materia dalla benevola mano di un creatore, ma di regolarità appese a un filo, dominate dal caso ‒ catene di cause ed effetti solo all’apparenza necessarie. Come notò il filosofo inglese David Hume, dire che domani il sole sorgerà sicuramente è fallace: siamo portati a credere che ciò accadrà solo perché l’abbiamo verificato una mattina dopo l’altra, o perché è così ci è stato insegnato fin da bambini; non vi è, tuttavia, alcuna necessità logica che ciò accada. Sebbene possa apparire improbabile (ed ecco che siamo costretti a impiegare tutto un vocabolario probabilistico!) che l’universo venga annientato proprio in questo istante, non vi è nulla che lo impedisca, tanto meno le mie aspettative e le mie speranze. 

Il mondo è sospeso su un baratro. Ogni cosa è pervasa dal nulla, da un potere che estende i propri tentacoli dal cuore della notte. Un realismo «iper-depressivo», che sfida la nozione stessa di realtà. Abbracciando le tenebre come un destino rovinoso, l’inedia, la catatonia e la rassegnazione si tramutano in un’atmosfera informe, sfuggente, dai contorni vaghi e indefiniti ‒ un campo di sperimentazione radicale che può sfociare nell’autodistruzione o nella scoperta di piaceri sconosciuti: «Tutti i simboli sono una limitazione del credo, o energia, a causa della sua forma particolare e natura. In ordine di liberare l’energia del credo la sua forma, o simbolo, deve essere distrutta così che la quantità di credo che essa racchiude diviene libera di fondersi con il credo potenziale del credente, che è alla fine infinito. Quando ciò viene raggiunto, il credo diviene libero ed esteso abbastanza da contenere la stessa realtà». (Kenneth Grant, Austin Osman Spare – Introduzione alla filosofia psicomagica)

Il vortice anticosmico 

Precipitando tra le tenebre, ci accorgiamo che queste stesse tenebre sono la realtà al suo stato più puro e incontaminato: un nero magma primordiale, il luogo di origine di ogni mondo e di ogni senso ‒ la tomba di ogni mondo e di ogni senso. Questo tenebroso mondo depressivo equivarrebbe a un mondo privo di rappresentazioni e pensieri, al mondo prima della comparsa dell’essere umano o a quello che seguirà alla sua scomparsa. Il realismo soddisfa le proprie condizioni epistemiche attraverso la piena assenza di osservatori che ne incatenino e limitino le possibilità ‒ un po’ come accade con la morale nel caso dei promotori dell’estinzione volontaria. Se, come sostiene David Benatar, la vita degli esseri umani è davvero dominata da un ottimistico «principio di Pollyanna» (un’innata tendenza a ricordare con maggior frequenza e maggior semplicità le esperienze positive, e a mantenere una discreta fiducia nel futuro), allora l’ottimismo non sarebbe solo immorale ‒ essendo propenso a posticipare indefinitamente il bene di tutti gli esseri viventi, di generazione in generazione ‒ ma addirittura vittima di un innato influsso allucinatorio. 

Il progresso scientifico, tecnologico e sociale dell’umanità (o, meglio, di una minima parte di essa), non conduce verso la verità ma verso il vicolo cieco dell’estinzione. O si perviene all’autocoscienza del reale in quanto assenza di rappresentazioni e orientamenti teleologici (ossia in quanto assenza di senso e unitarietà) o, ben presto, si giungerà al punto di non ritorno, al momento in cui i tentacoli della materia si riapproprieranno di questo breve istante di consapevolezza che è la vita organica. Non è neppure da escludere che questi processi vadano di pari passo, stanando con furia le nostre menzogne e costringendoci ad abiurarle. 

«Il nulla ci trattiene, eppure indugiamo.» (Agostino, De Magistro)

Un’oscurità senza legge 

Perdere la speranza non significa sprofondare nella disperazione ‒ sebbene, spesso, non ci resti null’altro che la disperazione. Il pessimismo e il nichilismo disertano la storia, le narrazioni e il futuro, senza accorgersi di come la frantumazione del mondo e delle sue necessità sia in grado di dischiudere nuovi orizzonti. Provando a metabolizzare la lezione del nichilismo, si potrebbe tentare di costituire un parallelo tra questo mondo assolutamente privo di osservatori, leggi e direzioni e il nulla, ciò che per noi è privo di ogni significato, forma, valore e consistenza: un concetto in sé e per sé negativo, che sfugge a qualsiasi prospettiva parziale (qualcosa di simile al Dio negativo della mistica apofatica). Il mondo è la totalità delle cose, dei fatti, delle narrazioni… Il nulla è l’abisso dell’ignoto, dell’indicibile, dell’inconoscibile, del non-sapere assoluto. Se tutto ciò che c’è, compreso l’universo, è emerso dal nulla (la regolarità dal caos, il senso dall’insensatezza, la comprensibilità dall’incomprensibilità, la melodia dal rumore) ed è composto di questo stesso nulla, ne consegue che il nulla è una materia plastica e malleabile, dalla quale è possibile estrarre infiniti mondi e infiniti sensi. Il trucco starebbe nel non lasciarsi catturare da queste costruzioni, nel non credere fino in fondo alle menzogne che ci sussurrano all’orecchio. 

La filosofia perenne 

Ogni filosofia o, meglio, ogni idea della filosofia, è inaugurata da una «decisione», ossia dall’isolamento di un aspetto della realtà, che diverrà in seguito il fondamento sul quale il pensiero potrà ergersi agilmente. Si può, ad esempio, prelevare dal reale il divenire, producendo una metafisica della trasformazione costante, all’interno della quale sarebbe impossibile discendere due volte nello stesso fiume. All’inverso, isolando l’esistenza di qualcosa ‒ la presenza di un oggetto e la verità di questa presenza dinnanzi alla mente e ai sensi ‒ otterremmo un quadro metafisico nel quale il mutamento e la sparizione di un oggetto risulterebbero illogiche o impensabili (nulla nasce dal nulla, ergo nulla può tornare al nulla). 

Tra le due posizioni si staglia un abisso: l’abisso dell’incomunicabilità e del conflitto, l’abisso reale che contiene l’essere e il divenire, la commistione di questi due principi e la loro assenza. La realtà sfugge e resiste a ogni nostra decisione di isolarne una parte, costringendoci a divenire coscienti dei tagli e delle lacerazioni che incidiamo nella carne viva del mondo. 

L’insensatezza, il caos e il non-sapere che dominano il mondo delle tenebre si tramutano in una riserva praticamente illimitata di materiali ‒ in una vera e propria ricchezza, anziché in una disfatta totale. 

Se le scienze già possiedono una certa pretesa di oggettività, che si esprime nell’individuazione di tutta una serie di stati di cose (come la composizione delle molecole o l’ereditarietà genetica), la filosofia tenta di pervenire a un’oggettività ancora più profonda, chiedendoci di mettere tra parentesi tutto ciò che sappiamo del mondo, aprendoci a nuove configurazioni, contenute a loro volta all’interno di questo stesso mondo (qualcosa di molto simile a ciò che fa la fantascienza, che, a modo suo, mostra l’infondatezza del mondo, attraverso l’esposizione di mondi possibili). Più di duemila anni fa, la filosofia ha promesso di coltivare il dubbio e la scepsi, giurando di distruggere le catene dei sensi e dell’illusione, andando al di là di ciò che «appare». Questo giuramento è stato spesso interpretato come una tirannica ingiunzione alla trascendenza o un delirio mistico. Ciò che esso preludeva, tuttavia, era l’avvento di un’epoca: l’epoca nella quale le ombre sarebbero state dissolte e riassorbite in un accecante oceano di oscurità. 

Coltivare le tenebre 

Ma cosa ne è della «vera» fine del mondo? Catalizzata dal pensiero della distruzione totale, la tenebra risale verso la superficie, negando ogni cosa. Un orrore che piomba dal cielo, come un fulmine, mobilitando scale cosmiche ‒ dall’esplosione del sole all’impatto di un asteroide, dalle catastrofi elementali alle invasioni di creature divine o semidivine ‒ o che insorge silenziosamente, esondando nel nostro piano di realtà da dimensioni microscopiche o intangibili ‒ epidemie ed esplosioni di follia, rivolte animali e vegetali, o il graduale accumularsi di minuscole componenti elettroniche che vanno a comporre il nuovo volto di Dio. 

Ciascuno di noi, in cuor suo, conosce l’origine e la destinazione: le traiettorie di decadenza di un mondo sono già inscritte nei suoi assiomi fondativi. L’umanità ha narrato la sua fine per migliaia di anni, scoprendo, nel tempo, un misterioso e tuttavia evidente allineamento di coincidenze ‒ immaginando complotti cosmici e cospirazioni divine. Le strade si dipanano, si sovrappongono e si intrecciano, innalzando enigmatici labirinti. Che vi siano o meno esseri umani, al di fuori di questo dedalo non vi sono che nuovi labirinti. Il miraggio che trascina la carcassa del mondo verso la luce è uno spettrale richiamo che riecheggia dal futuro.  

La distruzione totale è il limite massimo verso cui tende il pensiero del reale. Una proliferazione di spazi stellari, lande desolate e deserti imperturbati che alimentano un desiderio di ampiezza, apertura e vastità. Se il mondo va in frantumi, se la fine è già scritta, da qualche parte tra le righe, allora siamo liberi: liberi di andare dove vogliamo e di costruire ciò che vogliamo, senza l’opprimente senso di responsabilità di cui la filosofia moderna ci ha gravato. «Fa ciò che vuoi» sarà l’unica legge

La nostra fragile parzialità promana dal caos ‒ la materia stessa è questo caos e questa occulta imperscrutabilità ‒ ma la molteplicità e l’assenza di leggi, celate nel nucleo più intimo delle cose, vibrano anche nell’animo umano. Per quanto tutto ciò sia frustrante, inconsistente, folle o risibile, non vi è che questa fatalità, questa concordanza tra il disvelamento del reale e la dissoluzione del mondo. E se vi fosse una qualche teleologia, essa non sarebbe che il passaggio da un vago presagio di sventura a un urlo colmo di orrore. 

Ritrovandosi dispersi e abbandonati nella notte, è necessario imparare a coltivare le tenebre.

Questo articolo è un adattamento dell’incontro intitolato Attraversare il Deserto, Coltivare le Tenebre, tenutosi il 06/06/2019 a Spazio Morel, Lugano.