La città malvagia

Decoro, sicurezza e legalità sono diventate le parole d’ordine delle nostre città. Ma dietro la sfavillante retorica della lotta al degrado, si cela il mostro dell’esclusione – sebbene a suon di apericene e spritz

Lo scorso 15 luglio, un venditore di ombrelli è stato inseguito da dieci agenti a Genova, e poi ammanettato e arrestato. L’operazione ha suscitato lo sconcerto dei presenti, la notizia è corsa sui social ed è stata successivamente commentata dall’Assessore alla Sicurezza Stefano Garassino: «L’intervento sui fuggitivi che hanno risposto con la resistenza alla richiesta di documenti dandosi alla fuga è, peraltro, considerato un intervento rischioso in quanto non si conosce il motivo della fuga né si sa se chi scappa sia armato o no. Per l’amministrazione comunale è prioritaria l’incolumità degli agenti oltre che dei fermati». 

Sempre a Genova, qualche ora prima, Pedro, un artista di strada solito esibirsi come statua di bronzo si è visto comminare una multa di 20 euro a causa del trucco di scena. Il Tulps, il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, prevede infatti sanzioni per chi non si rende riconoscibile in pubblico. Che nel capoluogo ligure qualcuno avesse voluto dare un giro di vite sulla sicurezza lo si era capito all’inizio del mese, quando un clochard era stato multato dopo essere stato sorpreso a dormire in Piazza Piccapietra. La sanzione di 200 euro era stata motivata con il bivacco «su gradini, scalinate, scale d’accesso dei monumenti dei luoghi destinati al culto di importanza culturale, storica e architettonica, spettacolo, intrattenimento, nei sottopassi e sovrappassi, sulla soglia di altri edifici, uffici, negozi e sedi di attività commerciali, artigianali o industriali, antistanti alla pubblica via». 

Questo è solo un piccolo campione genovese, in un orizzonte temporale piuttosto circoscritto; ma lo stesso succede ovunque, e con sempre maggiore frequenza. Non pago di spingere la società alla guerra fra poveri, il potere muove guerra ai poveri di tutte le razze e nazionalità nel nome della legalità, della sicurezza e del decoro. Il precipitato del dibattito politico è un’osservanza della legge che fa della malvagità il suo unico orizzonte etico.

Malvagità. Bisogna tornare a usare questa parola. 

Nel suo libro La buona educazione degli oppressi, Wolf Bukowski elenca numerosi episodi simili, come quello che nel gennaio 2019 ha avuto come protagonista Paolo Polidori, vicesindaco di Trieste. È stato lo stesso Polidori a darne orgogliosamente notizia sulla sua pagina Facebook: 

«Sono passato in via Carducci, ho visto un ammasso di stracci buttati a terra…coperte, giacche, un piumino e altro; non c’era nessuno quindi presumo fossero abbandonati: da normale cittadino che ha a cuore il decoro della sua città, li ho raccolti e li ho buttati, devo dire con soddisfazione, nel cassonetto: ora il posto è decente! Durerà? Vedremo. Il segnale è: tolleranza zero!! Trieste la voglio pulita!!
PS sono andato subito a lavarmi le mani!
E adesso si scatenino i benpensanti, non me ne frega nulla!»

Dato per assodato che questa guerra ai poveri sta alla scala locale come la guerra ai migranti sta alla scala nazionale, occorre chiedersi quali idee siano alla base di queste pratiche sempre più diffuse. Secondo Bukowski uno dei punti di rottura è il celebre articolo Broken Windows: the police and neighborhood safety di George L. Kelling e James Q. Wilson pubblicato su The Atlantic nel marzo 1982 – lo stesso da cui deriva la nota «teoria delle finestre rotte».

La tesi espressa in questo articolo è molto semplice: «In poche righe, poche ma decisive, quella che diventerà la teoria egemonica sulla sicurezza urbana afferma che la percezione conta più dei fatti, e che il modello di ordine pubblico da preferire è quello che soddisfa la percezione anche quando questa è contraddetta dai fatti. La motivazione politica è evidente: per blandire la classe media (che decide l’esito delle elezioni) non è conveniente impiegare risorse per perseguire crimini complessi (compresi i sofisticati crimini dei colletti bianchi), ma è efficace utilizzarle per colpire il disordine, cioè illeciti piccolissimi o persino inventati ad hoc, migliorando così la percezione, e la propensione elettorale, dei residenti».

Ecco, allora, che si spiega la frase dell’assessore genovese: «per l’amministrazione comunale è prioritaria l’incolumità degli agenti». Una tutela dell’ordine che si metta a dare la caccia a chi vende ombrelli abusivamente e che sanzioni i senzatetto che dormono per strada o gli artisti di strada che rendono impossibile il riconoscimento facciale garantisce ai propri tutori di operare in assoluta sicurezza, con un dispendio di risorse limitato e una buona ricaduta sulla percezione pubblica. Le statistiche possono anche contraddire il percepito: ci penseranno i propagandisti di turno a modellare, con le loro reiterate e stereotipate dichiarazioni, una realtà di comodo. Complici del gioco e principali alleati dei propagandisti saranno i media mainstream, costretti dalla legge dei numeri a marginalizzare ogni complessità. A diffondere la paura fra i cittadini non sarà la paura, ma «discorsi in cui si tirano in ballo i figli e la possibilità di uscire di casa; devono averla tramite la continua esibizione di forza militare (camionette, fucili d’assalto, mimetiche…), inizialmente dispiegata con il pretesto della lotta alla mafia, poi al terrorismo, poi  normalizzata» spiega Bukowksi. 

Già, il terrorismo. Anche sul significato di questa parola occorre fare una seria riflessione. Se la definizione Treccani è «L’uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne o restaurarne l’ordine, mediante azioni quali attentati, rapimenti, dirottamenti di aerei e simili», la criminalizzazione di movimenti come quello No Tav ben illustra lo slittamento semantico della parola terrorismo nel territorio della resistenza e della disobbedienza civile: il Comitato Invisibile sostiene come l’antiterrorismo non sia una spiacevole violazione dei principi democratici, né un’eccezione ai loro margini, ma «il continuo atto costituente delle democrazie contemporanee». Succede, così, che vengano arrestati per terrorismo i giovani brasiliani che protestano contro i Mondiali di Calcio e i rincari dei servizi pubblici. In Italia accade lo stesso per chi protesta contro il tunnel della Torino-Lione. Lo scrittore Erri De Luca va a processo per essersi dichiarato favorevole al sabotaggio dell’opera in un’intervista e l’antropologa Roberta Chiroli viene condannata a due mesi per avere  utilizzato il «noi partecipativo» nella sua tesi di laurea sul movimento No Tav. Secondo il Comitato Invisibile chi si scandalizza per fatti del genere «semplicemente non capisce cosa significhi governare democraticamente». 

D’altronde come spiega David Graeber in Burocrazia le istituzioni «si occupano dell’allocazione di risorse all’interno di un sistema di diritti di proprietà regolati e garantiti dagli stati in un’architettura che, in ultima analisi, si fonda sulla minaccia dell’uso della forza. “Forza”, a sua volta, è un eufemismo per violenza: la capacità di chiamare individui in divisa disposti a minacciare di prendere a randellate il prossimo». 

Se nelle lotte di piazza la violenza contro chi dissente deflagra in maniera palese, negli angoli più bui della città malvagia si insinua come un veleno invisibile, ammantata della candida veste della legalità, della sicurezza e del decoro. Mentre preparavo questo articolo un’amica mi ha fatto notare lo strano dissuasore che potete vedere nella seguente fotografia:

Lungo la vetrina di un supermercato una sequela di sfere metalliche sono state predisposte per evitare il bivacco dei mendicanti. Va dato atto del «buon cuore» dei proprietari del supermercato: avrebbero potuto mettere dei dissuasori appuntiti come si fa per evitare la permanenza dei piccioni, ma hanno optato per delle sfere…

 

D’altronde l’architettura ostile non è certo un’invenzione recente. Mi ricordo una notte passata a dormire sulle panchine dell’aeroporto prima di prendere un volo all’alba. Sono passati quindici anni ed è ora un esercizio impossibile. Nelle piazze, nei centri cittadini, talvolta persino nei parchi spariscono le panchine o quantomeno gli schienali che le rendevano utili al riposo dei senzatetto. Vuoi sederti? Trova un locale, un bar, un ristorante, entra in un esercizio commerciale, spendi. Fai quello per cui sei venuto al mondo: consuma. Non puoi farlo? Vattene. Se la panchina dispone di uno schienale molto probabilmente saranno i braccioli a spezzare la seduta e a precluderne l’utilizzo «orizzontale». A giustificare l’utilizzo politico ed escludente dei braccioli sarà la possibilità per le persone anziane di appoggiare le braccia. Viene da domandarsi come, in passato, generazioni di anziani abbiano potuto fruire di tante scomode panchine senza braccioli…

Ma la città malvagia sta andando oltre. In una Firenze che qualche settimana fa si è vista respingere dal Tar della Toscana le zone rosse istituite per proibire lo stazionamento alle persone con precedenti per rissa, stupefacenti, lesioni, percosse, commercio abusivo, lo scorso anno è stata emanata un’ordinanza finalizzata a evitare il consumo di bevande e generi alimentari sui gradini e in prossimità dei monumenti del capoluogo toscano. Anche fra i consumatori, insomma, c’è una sottocategoria attaccabile, quella dei cosiddetti «turisti cafoni», vale a dire tutti quei «gitanti di classe medio-bassa che avendo la pretesa di assaggiare anche loro una piccola dose di bellezza rinascimentale, risparmiano sul pranzo mangiando un panino seduti su gradini». Se l’afflusso di turisti cresce in maniera esponenziale sovraccaricando i centri cittadini, occorre ideare metodi di selezione, precludere l’accesso o renderlo difficoltoso attraverso normative escludenti. In prossimità dell’arte e della bellezza possono stazionare coloro che, portafoglio alla mano, possono permettersi di mangiare seduti sulla sedia di un bar o di un ristorante. Il resto – famiglia in vacanza o studente in gita – è «turismo cafone». 

Il lavaggio del cervello ha avuto un tale successo che per la stessa cittadinanza sembra essere più importante far sentire a casa chi nella città ci transita per pochi giorni rispetto a chi ci vive tutto l’anno.

Nelle ultime pagine del suo saggio Bukowski tira le somme della sistematizzazione della malvagità cittadina proponendo «una sorta di gerarchia nel diritto di accesso alla città decorosa».

Il gradino più basso è occupato dai non-consumatori non-cittadini ovverosia i migranti poveri, «irregolari da un qualunque punto di vista (permesso di soggiorno, di lavoro, autorizzazione commerciale…), perché le regole sono confezionate precisamente per escluderli»

Poco al di sopra sono i non-consumatori cittadini vale a dire tutti i senzatetto e gli indigenti che non possono essere espulsi a causa del loro status di cittadinanza comunitaria o nazionale. Obiettivo di leggi e ordinanze, ma anche dell’architettura ostile, è espellerli «dai luoghi in cui possono trovare una qualche forma di sostentamento, e cioè dalle città»

La categoria più ampia è quella di consumatori cittadini che rappresentano un costo per la comunità e devono dimostrare di meritare quel che resta del welfare. Nel momento in cui decidono di mangiare un panino seduti sui gradini di qualche casa, chiesa o monumento, oppure aderiscono a movimenti politicizzati, partecipano a cortei e manifestazioni, corrono il rischio di scivolare nella precedente categoria, passibili di sanzioni e stigmatizzazioni, quando non di manganellate. Come spiega Bukowski, «curiosamente, ma coerentemente, la retorica elettorale, eminentemente nelle tornate locali, non sarà volta però a catturarne il consenso in nome di reddito, diritti, welfare… ma cercherà piuttosto il loro voto promettendo di attirare più turisti». Torino – capovolta in negativo la sua anima di città-laboratorio – ne è un fulgido esempio in tempi recenti: il progressivo smantellamento del welfare locale (con tagli drastici ai servizi sanitari e di trasporto e all’assistenza ai disabili) sembra non scuotere l’opinione pubblica pronta a indignarsi, al contrario, se il Salone dell’Auto si trasferisce a Milano o se i Giochi Olimpici Invernali non vengono bissati a distanza di vent’anni. Il lavaggio del cervello ha avuto un tale successo che per la stessa cittadinanza sembra essere più importante far sentire a casa chi nella città ci transita per pochi giorni rispetto a chi ci vive tutto l’anno. 

In cima alla gerarchia proposta da Bukowski ci sono i consumatori non-cittadini ovverosia i turisti che non gravano sul welfare locale e rappresentano per la città esclusivamente una forma di guadagno. La guerra ai poveri – giustificata da legalità, sicurezza e decoro – viene quindi comunicata come un atto necessario per non «dare una brutta immagine della città ai turisti». 

Il fine ultimo e supremo è la mercificazione di ogni spazio urbano, la messa a reddito di ogni locale o dehors, il progressivo depauperamento degli spazi pubblici, l’esclusione dei non-consumatori prima, dei consumatori di basso profilo poi. 

Nell’articolo Milano come piattaforma estrattiva, Giuseppe Imbrogno spiega come il capoluogo lombardo non si limiti a estrarre valore dalle risorse umane ma spinga la propria predazione a «ogni tipo di flusso: finanziario, creativo, turistico». Senza nemmeno accorgersene si lotta per non scivolare nei piani bassi della succitata gerarchia, si adottano nella vita reale le stesse strategie performative che dilagano nel narcisismo digitale dei social ed è così che «l’ossessione tutta cittadina per dedicare il proprio tempo libero a ciò che vale davvero la pena vivere (il Forte, Santa, il cocktail nel rame, l’installazione nei navigli di Leonardo) si combina perfettamente e cresce a dismisura con la FOMO tipica dell’era social: non sei più tu o i tuoi amici, ma un’intera comunità, un’intera città che vive di likes, ha bisogno di costanti rinforzi e dopamina, da cui la necessità di un Modello che tutti gli altri invidino, vengano estasiati ad ammirare».

Il futuro della città, quello progettato dalle avanguardie dell’architettura, quello dell’agricoltura e dell’allevamento verticali, dell’Internet delle cose, del verde urbano diffuso, sembra una favola raccontata agli adulti per assopire le menti e le coscienze più riottose. È una città malvagia che ripulisce le strade da chi non si adegua al decoro e agli standard imposti dalla società dei consumi. La chiamano Smart City, città intelligente, ma se il domani è questo non ci restano che le parole di Emil Cioran: «Gli stupidi costruiscono il mondo, le persone intelligenti lo demoliscono».