Stare male nell’accademia

Publish or Perish, indici H e corsa al self-branding: come ha fatto il mondo della ricerca a diventare un focolaio di malessere psichico

Abituati alla razionalità della natura osservata, sempre in evoluzione, ma immutabile nelle sue leggi, nell’immaginario collettivo gli scienziati appaiono spesso come personaggi dotati di scarsa emotività, raramente inclini ad esternare emozioni. Pensiamo al chimico di Spoon River, nei versi di De Andrè «Da chimico un giorno avevo il potere / Di sposar gli elementi e farli reagire / Ma gli uomini mai mi riuscì di capire / Perché si combinassero attraverso l’amore / Affidando ad un gioco la gioia e il dolore».

Chi scrive sono due ricercatori, dottorandi in fisica. È da un po’ che ci guardiamo intorno nel nostro istituto d’eccellenza (eccellente come pochi altri) e, con attitudine appunto scientifica, osserviamo le facce dei nostri colleghi e tiriamo giù una statistica sommaria. Sembrano felici. Sorridono tutti. Soprattutto negli spazi comuni, quelli che nella moderna architettura degli istituti di ricerca, sull’esempio delle imprese della new economy, sono funzionali al networking. Gli angusti corridoi e gli uffici austeri sono retaggio di un’altra epoca. Il futuro sono la luce, i rinfreschi e le cene di gala, le conversazioni brillanti. Si suppone che l’eccellenza renda felici. Ricercatori eccellenti, con sorrisi smaglianti, per un istituto d’avanguardia. Lo stesso vale se si guarda il sito internet di uno qualsiasi di tali istituti: immancabile è la sezione «people», dove tutti sfoggiano, oltre al curriculum, una bella foto. Su Tinder non si trova di meglio.

Ma quante facce ha, davvero, uno scienziato, dietro quella sorridente? E quali emozioni nascondono quei sorrisi? In cosa si tradurrebbe l’ingenuità del chimico di Spoon River in un moderno istituto di ricerca? A volte basta essere meno scienziati (o di più? non sono le emozioni reali e degne di far parte di una osservazione rigorosa?) e più umani per farsi raccontare una parte delle storie personali dietro i sorrisi, senza fermarsi all’estetica di una prestazione «sempre al top».

Queste storie, che sono anche le nostre, ci parlano del piacere di fare ricerca e di aspettative lavorative, l’utilità delle scoperte che facciamo per cambiare in meglio la vita delle persone, di vite normali, uscire la sera e viaggiare… ma spesso anche di stress, tristezza, insonnia, demotivazione sul lavoro, scoraggiamento, ansia. Qui il mito del ricercatore con una vita da sogno viene scalfito dall’allarmante dato relativo al malessere psichico, che al contrario ci parla di una proliferazione delle psicopatologie (qui useremo indistintamente i termini «psicopatologia» o «malessere» più per una facilità di lettura che per una volontà di voler noi stessi ridurre la questione a un problema puramente medico. Come chiariremo nel seguito dell’articolo per noi il problema di fondo è relazionale, contestuale, lavorativo).

Sono i ricercatori geneticamente esposti al malessere psichico, o c’è qualcosa di perverso nella struttura dell’accademia?

Un po’ di dati: l’exploit delle psicopatologie in accademia

Al di lá della nostra raccolta personale di esperienze, gli studi quantitativi sul fenomeno ormai non si contano. Uno dei primi e più famosi considera un campione di oltre 3000 dottorandi appartenenti ad università del Belgio. Oltre la metà di questi avrebbe sperimentato, durante le settimane immediatamente precedenti allo studio, problemi di salute mentale, in particolare depressione. Un terzo delle persone esaminate si troverebbero di fronte al rischio di disordine mentale. Questa tendenza viene confermata da un’indagine condotta nell’università di Berkley, secondo la quale una frazione compresa tra il 42% ed il 48% dei suoi dottorandi soffrirebbe di depressione. Uno studio molto simile realizzato nell’università del Texas suggerisce che non si tratta di una questione strettamente legata alla situazione del dottorando, ma concerne anche i postdoc. I dati sono inoltre mediamente peggiori per le donne.

È spontaneo interrogarsi su un paradosso: sono i ricercatori geneticamente esposti al malessere psichico, o c’è qualcosa di perverso nella struttura dell’accademia? C’è una epidemia di depressioni (forse contagiosa?) o il problema è più sottile?

In effetti si potrebbe continuare a lungo con la rassegna di studi, ma non vogliamo nemmeno cadere nel gioco della catalogazione del disagio mentale, per due motivi: il primo è questo articolo è rivolto principalmente a chi sta dentro l’accademia e ha già ben presente per esperienza diretta la realtà del fenomeno. Il secondo, più profondo, è perché dietro ogni definizione e diagnosi medica di malessere c’è una storia di vita diversa, impossibile da ridurre a una statistica. È certo però che alla domanda più aperta «trovi il tuo lavoro stressante?» l’83% risponde affermativamente, in uno studio su 14.667 persone nelle università del Regno Unito.

È vero che il tema della salute mentale non è più trascurato nelle università. Le istituzioni stesse manifestano una relativa apertura nei confronti dell’argomento: raramente si ascoltano voci volte a negare o minimizzare il problema e in generale esiste una certa disponibilità a parlarne, come testimonia la proliferazione di conferenze e dibattiti, l’istituzione di commissioni, la presenza di equipe di psicologi che danno supporto privato a studenti e ricercatori.

Ma ciò che risulta più interessante analizzare è il tipo di discorso e il punto di vista dominante. La tendenza principale sembra essere quella di individualizzare la questione, che viene separata dalle problematiche dell’intorno lavorativo e ricondotta esclusivamente al soggetto (vedi a tal proposito il Realismo capitalista di Mark Fisher). Ne risulta una narrazione totalmente spoliticizzata, secondo la quale un’eventuale soluzione al problema non toccherebbe l’impostazione delle gerarchie, né i meccanismi di sfruttamento propri della produzione di sapere scientifico.

Il malessere psichico nella società della prestazione

Al contrario, siamo convinti che discorso sulla salute mentale non può essere slegato dalla critica ad un modo di produzione che ha convertito i ricercatori in imprenditori di se stessi, la cui interazione reciproca è regolata da una competizione sempre più cinica. Ne derivano rapporti di lavoro basati sull’opportunismo, in cui l’empatia e la complicità lasciano il posto al cinismo e all’ego. A questo si somma la mancanza di prospettive lavorative reali sul futuro a causa della carenza di fondi, elemento strutturale di una crisi permanente che va avanti ormai da più di un decennio.

Su questi aspetti non mancano analisi più precise, come quelle di Francesca Coin che ad esempio in questo recente articolo elenca una serie di modifiche in corso nell’organizzazione accademica che portano al malessere psichico: «docenti e studenti, saperi e strutture sono al centro di un processo di quantificazione, misurazione, e selezione fondato sul monitoraggio costante della propria performance».

Per questo la vita del ricercatore è subordinata ad una corsa sfrenata per la sopravvivenza (come suggerisce il motto «publish or perish») che, oltre alle forme di sfruttamento tradizionali dovute alle gerarchie, incita il ricercatore a forme di autosfruttamento. Ovvero, ci troviamo di fronte a una situazione in cui le pressioni all’overworking e l’istigazione a un produttivismo sfrenato sono (anche) autoimposte come conseguenza dell’obbligo a essere ambiziosi e a soddisfare (talvolta superare) i criteri di valutazione. Si tratta in ogni caso di meccanismi che sconfinano gli orari previsti dal contratto e invadono il «tempo libero». Ad esempio, la connessione telematica permanente ci mantiene sempre all’erta per rispondere alle email e per praticare self-branding per promuovere il personaggio che abbiamo creato. Un altro aspetto da non sottovalutare e che richiederebbe un approfondimento a parte è la questione razziale e di genere: tutte le pressioni all’autopromozione e alla prestazione eccellente si amplificano quando in ballo ci sono discriminazioni che agiscono costantemente nella vita, non solo nel lavoro.

Per concretizzare, tornando alla nostra esperienza particolare di scienziati (molto bello a proposito questo articolo di Roberto Angelini), pensiamo alla pressione per pubblicare su riviste ad alto impatto, ad esempio Nature o Science, nonostante sia ormai chiaro quanto questo dipenda molto dalla fortuna di stare in un gruppo di ricerca anziché un altro, con il giusto progetto avviato o dall’ultima moda nella ricerca piuttosto che dalle nostre capacità. E ancora pensiamo alla pressione per la produttività: quanti articoli hai? Quante citazioni? Sei primo autore? Che h-index hai? Tutta una serie di discorsi che lentamente pervadono il nostro modo di pensare e ci portano ad autoclassificarci e spesso sentirci inadeguati, alimentando l’ansia da prestazione, la preoccupazione e il senso di colpa, ovvero quella che viene chiamata «la sindrome dell’impostore». In questo contesto le psicopatologie costituiscono una nuova forma di infortunio sul lavoro.

Università e istituti di ricerca si stanno configurando come moderni laboratori in cui sperimentare e perfezionare la trasformazione della vita in «prestazione».

Per una soluzione collettiva

L’unico approccio sensato alla questione passa per una politicizzazione del malessere: non si può credere di contrastare il problema senza mettere in discussione l’organizzazione dell’accademia e il suo ruolo di avanguardia come modello dell’organizzazione della produzione immateriale.

Senza considerare questa realtà non arriverà alcuna soluzione. Politicizzare il malessere significa che tale problema va trattato come una questione collettiva. La sua individualizzazione costituisce una mistificazione brutale, il cui unico epilogo è la biologizzazione della patologia e la successiva farmacologizzazione. Si tratta dell’atteggiamento tipico della psichiatria biomedica, che tende a catalogare, e dunque a ridurre, le più variegate esperienze di malessere in mille sottogeneri di disturbi e monadi di patologie: puoi essere  bipolare, depresso, ansioso, schizofrenico, istrionico. L’importante nella diagnosi è non collegare il problema ad alcuno aspetto sociopolitico, ma farne una colpa, eventualmente da curare con una terapia privata, con una pillola che ti farà sentire più a tuo agio in un ambiente, quello universitario, che per definizione deve piacerti, perché perfetto ed efficiente. La colpa è tua: o ti adegui, o ti curi, o sei fuori. In questo senso la terapia rischia di essere un meccanismo di controllo ancora più forte e antiliberatorio.

Siamo coscienti del fatto che le psicopatologie non consistono in una specificità del lavoro del ricercatore, ma sono al contrario la nuova realtà del capitalismo contemporaneo. La politicizzazione del malessere passa anche per una critica a  dinamiche di più ampio respiro come il rapporto morboso con i social, l’ottimizzazione a tutti i costi del tempo libero, e le pressioni consumiste per un weekend sempre «on fire». In questo senso un’analisi delle condizioni della ricerca ci sembra comunque necessaria alla luce del fatto che, nel panorama dell’organizzazione della società oggigiorno e soprattutto della produzione immateriale generale, università e istituti di ricerca si stanno configurando come moderni laboratori in cui sperimentare e perfezionare la trasformazione della vita in «prestazione», e la conversione del soggetto in «progetto».

A tutto questo dobbiamo far fronte comune muovendoci per la costruzione di comunità, ovvero reti di affetti e solidarietà dove possiamo esprimerci, ascoltarci e prenderci cura mutuamente l’uno dell’altro. La ricetta politica non esiste, le vecchie modalità sindacali non sono adeguate al nuovo contesto, ma dobbiamo sperimentare. Molto spesso anche la sola ammissione di stare male risulta un’impresa complicata, perchè scalfisce l’immagine di «individuo produttivo e brillante» che siamo sempre costretti a ostentare. Ma dobbiamo uscire dall’armadio, perché parlarne funziona. Rivendicare il nostro essere diversi e unici, fuggire dalle classifiche e dall’etica produttivista, non vergognarsi della propria lentezza, del proprio modo di essere.

Se non vogliamo scegliere l’uscita dall’accademia quindi dobbiamo rompere il muro di silenzio, iniziando anche dalle piccole cose. Per esempio a dire «no» se viene chiesto di lavorare dopo cena, o durante i fine settimana. Smettere di sentirsi in competizione, di alimentare la paranoia retorica del non essere efficienti. Smettiamola di glorificare Nature, Science e tutto il carrozzone delle riviste. Se proprio vogliamo fare una diagnosi e trovare il malato, ripartiamo dall’analizzare quello che è lo stato del sistema della ricerca e delle università e perché queste si stanno configurando come fabbriche di malessere.

Senza fare questo non arriverà nessuna soluzione. Al massimo rettori e direttori dei centri di ricerca si laveranno la faccia con qualche meeting sulla «mental health», per rendere l’istituto ancora più eccellente, comprensivo. Noi invece preferiamo parafrasare un amico che pochi giorni fa avrebbe compiuto duecento anni: pazzi di tutto il mondo, unitevi!

Un ringraziamento particolare va ad Eleonora Pittalis, Cinzia Settembrini e Francesca Coin per la lettura della prima bozza del testo e per i loro consigli, sia stilistici che di contenuto.