Un tempo senza memoria

Verità, memoria e propaganda: l’uso politico del tempo, in un estratto da Cronofagia

Chi controlla il passato controlla il futuro e chi controlla il presente controlla il passato. La distopia orwelliana di 1984, spesso citata quando si parla della società del controllo e delle tecnologie panottiche che estraggono ricchezza dai nostri dati, ha uno dei suoi punti di forza nell’invenzione letteraria del Ministero della Verità, il luogo nel quale lavora il protagonista del romanzo. Compito di Winston è correggere i libri e gli articoli di giornale che sono già stati pubblicati. La storia scritta viene modificata in modo da consolidare la fama di infallibilità del Partito unico al governo. Ogni forma di dissidenza viene fatta sparire e l’intervento sui testi già scritti è finalizzato a rendere la realtà del presente uniforme con le previsioni di un passato riscritto ad arte. Al Ministero della Verità interessa la sincronia, l’hic et nunc, la contingenza, l’alleato del momento, il nemico del momento. L’unico tempo utile è il tempo presente. Ci sono voluti settant’anni, ma siamo giunti a una percezione della realtà in linea con quella auspicata dal Grande Fratello.

L’elezione di Trump alla Casa Bianca, l’inarrestabile ascesa della destra in Europa, i leader populisti al governo in Sud America e un mercato sempre più deregolamentato si sono mangiati in pochi anni decenni di conquiste sociali. Lo Stato dell’Ohio sta valutando la pena di morte per i medici e per le donne che praticano l’aborto.  Le presidenziali brasiliane del 2018 sono state vinte da Jair Bolsonaro, la cui ascesa politica è stata contraddistinta da razzismo, sessismo, omofobia e uno smaccato appoggio alle armi. Il primo ministro ungherese Viktor Orban e il vicepremier italiano Matteo Salvini aggregano consenso intorno a posizioni razziste che sembravano superate da tempo. Se il fascismo, messo fuorilegge dalla Costituzione Italiana, rialza la testa andando in piazza con magliette che associano Auschwitz a Disneyland, vuol dire che qualcosa deve essere accaduto nel rapporto fra gli individui e la storia. Se l’italiano razzista dimentica che cento o cinquant’anni fa erano i suoi avi o i suoi nonni a emigrare altrove per costruire un domani migliore qualcosa deve essere inceppato nel secolare esercizio dell’apprendere dalla storia per non ripeterne gli errori. Proprio come per il Ministero della Verità, anche nella politica del terzo millennio non esiste altro tempo che il presente. Come spiega Ezio Partesana:

«Nella propaganda non esiste propriamente il tempo. Occasionalmente si potrà fare riferimento a qualche evento remoto o a una data simbolica, così come si sfruttano i centenari di nascita o di morte degli artisti per qualche ristampa o convegno, ma sempre con la noncuranza di chi sa bene che in fondo la cosa è priva di importanza. Per la propaganda il tempo è il presente eterno e indistinto dell’urgenza e dello schieramento.»[1]

Eliminare il passato dal dibattito pubblico è fondamentale per la retorica emergenziale poiché consente di concentrare l’attenzione sulle conseguenze eliminando le cause. Prendiamo due temi caldi della contemporaneità come le migrazioni e i cambiamenti climatici: in entrambi i casi, il dibattito pubblico è saturo di informazioni o pseudoinformazioni sulle conseguenze. A mancare sono le informazioni sulle cause. Spiegare i processi che hanno portato al boom dei flussi migratori verso Stati Uniti ed Europa e alla crisi ecologica che caratterizzerà il XXI secolo è sconveniente per chi detiene il potere. Il ruolo delle delocalizzazioni, delle guerre per procura, dei disastri ecologici dell’estrattivismo e delle crisi idriche non vengono mai accennati da chi costruisce consenso sulla paura dei migranti. Ci si limita a facili slogan come «aiutiamoli a casa loro» e si traccia un’ipocrita linea di demarcazione fra i migranti economici e i profughi, come se non appartenessero entrambi agli stessi problemi generati dal neoliberismo e dal neocolonialismo.

Se per il fenomeno dei migranti il passato viene sapientemente trascurato, di fronte alle evidenze dei cambiamenti climatici l’atteggiamento preponderante è quello negazionista. Per Trump e soci i cambiamenti climatici non esistono, sono una fake news, un complotto per rallentare l’economia americana. Nonostante siano proprio gli Stati Uniti a pagare il prezzo più salato dei cambiamenti climatici con uragani e incendi sempre più intensi, Washington è diventata la capitale del negazionismo. Nella distopia orwelliana si doveva «dimenticare tutto quel che era necessario dimenticare, e quindi richiamarlo alla memoria nel momento in cui sarebbe stato necessario, e quindi, con prontezza, dimenticarlo da capo: e soprattutto applicare lo stesso processo al processo stesso»[2].

Per il potere politico ed economico, rimodellare il tempo secondo questo paradigma orwelliano è fondamentale per non assumersi delle responsabilità quando le cose vanno male. Recidendo il filo che lega passato e presente, i detentori del potere possono colmare il vuoto di senso attribuendo le colpe a chi il potere lo deteneva ieri o a chi il potere lo detiene oggi, a seconda delle circostanze. La causalità viene sostituita dalla casualità: ciò che è prevedibile (un ponte che crolla, un territorio che si allaga, un villaggio distrutto da un terremoto, migliaia di abitazioni contaminate dall’amianto) viene trasformato dalla retorica della politica e del mercato in un evento imprevedibile, frutto del caso.

Se gli elettori – nei loro molteplici ruoli di cittadini, votanti e consumatori – hanno progressivamente introiettato questa dimensione di urgenza cronica e di dissolvenza del passato, molto lo si deve all’utilizzo quotidiano dei social network e in particolar modo di Facebook. La realtà così come compare sulle nostre bacheche non è una realtà scandita da una successione cronologica degli eventi, ma è una dimensione digitale regolata da un algoritmo che privilegia la prossimità della relazione e le nostre preferenze.

Questa non è affatto una cosa di poco conto. Provate a pensare a quali e quanti equivoci si possano creare in una bolla in cui in un’ipotetica successione di eventi raccontata con i post A, B e C la pubblicazione di maggiore successo continui a essere la B. Poniamo il caso che il post B, in virtù di un maggior numero di interazioni, continui a essere riproposto a un bacino più ampio di persone rispetto all’A che lo ha preceduto e al C che lo segue. Per la maggior parte degli amici sarà ciò che è stato detto nel post B ciò che conta veramente, con la possibilità che un’eventuale smentita nel post C sia eclissata per ragioni che conoscono solamente gli algoritmi di Menlo Park. Per i nativi digitali, muoversi quotidianamente in ambienti digitali regolati dalle preferenze e autonomi rispetto all’ordine cronologico degli eventi è assolutamente naturale, come spiega Mark Fisher: «quella che oggi frequenta le aule scolastiche è insomma una generazione emersa all’interno di una cultura astorica e segnata dalle interferenze antimenmoniche, per la quale il tempo è da sempre ripartito in microproporzioni digitali».[3]

Dopo avere ridotto la cronologia degli eventi a un puzzle senza né capo, né coda, il potere può ricomporla a proprio piacimento e, attraverso la retorica, cambiare di segno la semantica dei propri interventi. Un po’ come avviene con gli slogan del Grande Fratello – quelli secondo i quali la guerra è pace, la libertà è schiavitù e l’ignoranza è forza – il potere economico e politico spaccia il conservatorismo come progresso e le posizioni progressiste come reazionarie.

In Italia l’esempio paradigmatico è senza ombra di dubbio quello della Tav Torino-Lione. Da trent’anni la popolazione della Valsusa si oppone a un’opera ritenuta da molteplici ricerche indipendenti come inutile e dannosa. Nel libro Binario morto, Luca Rastello e Andrea De Benedetti fanno cadere il castello di carte costruito sul Corridoio 5 Lisbona-Kiev, il corridoio unicorno, il corridoio ircocervo. Con dati, documenti e interviste, i due autori dimostrano come non vi sia alcuna volontà da parte del Portogallo e della Spagna, né da parte dei Paesi dell’est di proseguire su di un progetto nato in un contesto economico totalmente diverso. Per far sopravvivere questa dimensione mitica, la narrazione del potere necessita di immaginare un futuro identico al presente. In un sistema vicino al collasso – nel quale le sole vie d’uscita sono l’economia circolare, un potenziamento dell’agricoltura di prossimità, un alleggerimento dell’industria e una conservazione delle linee di trasporto pubblico locale già esistenti – si progettano costruzioni che saranno già superate in corso d’opera. Lo stalinismo che faceva piani quinquennali viene sorpassato a quadrupla velocità. Per smentire chi si fa portavoce di un conservatorismo travestito da progressismo non sono necessari nemmeno i dati, basta il semplice buonsenso. Nei due secoli e mezzo successivi alla Rivoluzione Industriale, i ritmi dello sviluppo sono aumentati a una velocità insostenibile. Dal secondo Dopoguerra a oggi, nell’era che chiamiamo Antropocene, l’umanità ha proseguito sulla strada di uno sviluppo infinito, non rendendosi conto della finitezza delle risorse. Ecco perché la vera forza conservatrice e reazionaria è lo sviluppismo. Come scrivono Rastello e De Benedetti:

«Eccoci dunque al punto: ‘Fra quarant’anni le cose fatte adesso saranno già vecchie’. A che serve allora tutta questa fretta? Perché continuiamo a correre? Perché nessuno tira il freno? Forse perché, se ci fermassimo, il mondo verrebbe sbalzato via dal suo morbido sedile di certezze: che chi programma il futuro remoto sappia prevederlo, che le cose costruite oggi siano ancora utili e moderne non solo domani, ma anche dopodomani, che sviluppo e progresso viaggino parallelamente a velocità costanti, che sia l’umanità a doversi adeguare all’andatura del progresso e non viceversa.»[4]

Da una parte, dunque, si fa tabula rasa del passato, lo si trasforma in un’intermittente protesi del presente, dall’altra si immagina un futuro insostenibile dal punto di vista ambientale, concentrazionario, antidemocratico e governato dal mito dello sviluppo. La questione non trascurabile è che a pagare il prezzo del gap fra sviluppo e progresso sono l’ambiente e le fasce più deboli della popolazione. Così come, nella maggior parte dei casi, il prezzo al metro quadro degli appartamenti decresce man mano che ci allontaniamo dal centro, il tempo speso per il pendolarismo è inversamente proporzionale al costo dell’abbonamento ferroviario.[5] Il tempo e non lo spazio è la metrica che viene utilizzata per definire la tariffazione di uno spostamento nello spazio su di uno stesso mezzo di trasporto. Il tempo «liberato» dalla velocità finisce comunque per essere assorbito dai meccanismi del capitalismo producendo ineguaglianze sempre più varie e diffuse.

[1] Ezio Partesana, Il gioco delle parti, Sensibili alle foglie, Roma 2016, p. 12.

[2]  George Orwell, 1984, Mondadori, Milano 1998, p. 39.

[3] Mark Fisher, Realismo capitalista, Nero, Roma 2018, p. 64.

[4] Andrea De Benedetti, Luca Rastello, Binario morto, Chiarelettere, Milano 2013, p. 62.

[5] Sulla tratta Torino-Milano, per esempio, la spesa per un abbonamento Trenitalia è di 126 euro su treni regionali che impiegano 93 minuti ed è di 399 euro su treni ad Alta Velocità che impiegano 48 minuti.

 

Brano tratto da Cronofagia, recentemente pubblicato da D Editore.

Davide Mazzocco Giornalista free lance, regista di documentari, cicloscalatore, si occupa da anni di cultura, società, comunicazione e ambiente per il web e per la carta stampata. Ha all’attivo una decina di pubblicazioni fra cui Giornalismo digitale (2012), Giornalismo online (2014) e Propaganda pop (2016).