Sottomondo

Roberto Timperi racconta un mondo fatto di relazioni, corpi senza luogo e bellezze senza filtro. Fotografa l’amore, e Àmor è il suo primo libro

Àmor è il titolo del primo libro del fotografo romano Roberto Timperi, appena pubblicato da NERO. Abbiamo incontrato Roberto per farci raccontare il suo lavoro, e questo è quanto ci ha detto…

Roberto Timperi.

Mi viene difficile parlare delle mie foto. Ci sono dietro troppe storie, troppe emozioni vissute in contesti diversi, una dietro l’altra nel giro di poche ore. Le chiacchierate con un pazzo incontrato alle tre di notte – biascicava «Chi sei? Perché mi vuoi fotografare», e sembrava un alieno, venuto dallo spazio, oppure lo ero io per lui, così interessato com’ero alla sua stazza fisica, alla sua conformazione: era un uomo enorme, bellissimo e terribile. O quelle con ogni genere di prostitute durante due anni trascorsi a fotografare alla Stazione Termini – penso a Carla, che andava al Gender, e mi avvicinò lei, in tutta la sua mascolinità malrepressa e un’enorme voglia di mostrarsi donna. Gli incontri nei supermercati – una ragazza che è nel libro è una sconosciuta con la quale mi ubriacai alle 10 di mattina –, i salotti borghesi – feste a casa d’amici in cui l’alieno, senza dubbio, ero io, e dove mi piaceva tutto, proprio perché distante –, nei McDonald’s, nelle case degli amici. Fotografo ovunque, non mi importa il luogo, sia esso Londra o Roma o Zanzibar, mi interessano le situazioni. Le amo, le vivo nel profondo e così le fotografo.

 


In dieci anni sono successe tante cose. Notti e coltelli. Spacciatori e follia. Attimi in cui può accadere di tutto. Momenti in cui tu vorresti una specifica foto, un’inquadratura, ma le situazioni evolvono in maniera inaspettata fino a comporre le immagini da sé. E tu sei parte della situazione, e devi soltanto viverla e rappresentarla per quel che è. A volte non era neanche tanto in me, e questo m’ha dato il coraggio di rimanere dove ero e lasciare che le cose si imprimessero nelle immagini. Due ragazzini a Palermo mi facevano la ronda intorno. Facevano sempre lo stesso giro col motorino e senza casco. Provai a fotografarli più volte e uno fece anche un gesto di stizza, ma a un certo punto li fermai, pure col padre che da lontano mi guardava fisso e malissimo, come soltanto un palermitano può minacciare con lo sguardo. Avevo pensato a un’altra foto, ma quando i bambini si sono coperti il viso era tutto di colpo già lì. Non potevo fare a meno di far scattare l’otturatore in quel momento.

Ho vissuto le stesse cose che hanno vissuto i protagonisti delle mie foto. Io sono tra i personaggi. Oggi stesso sono passato dalla stazione Termini e una transessuale quando m’ha visto è corsa a salutarmi, mentre era in ritardo per iniziare a lavorare.

Ho iniziato a fotografare di notte. Un po’ per gioco, un po’ per curiosità. Fotografavo amici al bar, sconosciuti, tutti quelli che incontravo. Io non avevo né soldi né voglia di farne qualcosa, ma quando un amico mi chiese se poteva svilupparli per vedere cosa ci fosse dentro, scoprii che forse qualcosa c’era. È da lì che ho preso maggiore consapevolezza non solo su come fotografare, ma anche su come pormi coi soggetti che ritraevo. Solo dopo sei anni di pratica, insomma, ho raggiunto una qualche consapevolezza.

Ho incontrato Letizia Battaglia a una conferenza alla quale ero andato perché il suo lavoro m’ha colpito subito e nel profondo. Dopo la conferenza abbiamo scambiato due chiacchiere, e il mese successivo le ho mandato un link per vedere i miei lavori. Mi rispose subito. «Sono orribili.» Ma cominciammo a scriverci, e lei era curiosissima: voleva sapere chi ero, cosa facevo, dove compravo le scarpe e le sigarette, e col tempo ha iniziato a fare una selezione dei miei lavori. È grazie (e con) lei che ho fatto la prima mostra ad Amsterdam, e che ho avuto sempre maggiore consapevolezza e professionalità.

Scritto in collaborazione con Corrado Melluso. Tutte le immagini sono tratte da Àmor, NERO 2018.