Hugo Sanchez è un riferimento ineludibile per chiunque si interessi di ricerca sonora e sperimentalismo in ambito dance, non soltanto in Italia. Negli ambienti underground, progetti come Tropicantesimo e i Front de Cadeaux hanno segnato profondamente il suono dell’ultimo decennio. Hugo, d’altronde, non è solo un musicista nel senso operativo del termine, ma un pensatore, un filosofo della musica.

Questa peculiarità in qualche modo accomuna (o dovrebbe accomunare) chiunque metta al centro del proprio operare musicalmente il djing, vale a dire la selezione prima ancora della produzione in senso stretto: esercitare una scelta significativa nell’oceano dei suoni perpetuamente prodotti, ritagliare un percorso significativo nell’archivio e nel metarchivio infiniti, richiede infatti una forte tempra estetica. E di certo non è quella che manca a Hugo Sanchez, una tempra incarnata nella poetica del Supreme rallentato, la definizione di un “groove” sensualmente apocalittico, una tecnica di hackeraggio del suono attraverso la decelerazione e una forma di seconda creazione gravida di conseguenze fisiologiche e teoriche.
Lo straniamento mi sembra in tal senso un chiave di lettura particolarmente calzante del lavoro di questo musicista. “There is something wrong” è il titolo di un libello prodotto e pubblicato da Bella Merda Publication e Interzone Berlin in cui si predica lo sgangheramento di ogni standardizzazione intesa come forma di acquiescenza sistemica, dal “Pédé bpm” – una critica al modo in cui la scena gay si è lasciata fagocitare dalla cultura capitalistica rimuovendo il senso delle proprie origini –, al rallentamento come strumento per passare dal “consumo” alla “esperienza” del suono. In tutto questo, centrale e teoreticamente decisivo, è il connubio tra musica e sostanze psicoattive. In particolare, dato il rallentamento-straniamento programmatico caratteristico dei progetti di Hugo, le sostanze frenanti e sedative assumono un ruolo esteticamente e psicopoliticamente strategico.
Occupandomi di anestetici e ketamina per un libro che, al momento dell’intervista, stavo chiudendo (K-Hole, come la ketamina ha inventato il futuro per la collana NOT di NERO editions), prima di finire la mia ricerca volevo assolutamente scambiare due chiacchiere con lui. Sono andato a trovarlo alla Pescheria, mini Factory de Roma Est, fucina creativa e luogo d’incontri, talk, djset e concerti che spesso si rivelano autentiche perle per un pubblico ultraselezionato. L’atmosfera che si respira in questo (piccolo) circolo è molto peculiare, tra l’esoterismo tribale dei vecchi adepti della scena alternativa e l’apertura indiscriminata allo sperimentalismo senza inibizioni. Appena entrato nella saletta della Pescheria l’occhio mi cade su un pannello che già avevo notato in altre occasione ma che adesso risalta in quella sala vuota che ero abituato a vedere strapiena, colpito da un raggio di luce meridiana mentre fuori dalla porta rimbomba il clangore del treno che passa a pochi metri dalla vetrina e che lo stesso Hugo considera ormai parte delle sue, delle loro, miscele sonore. Il pannello recita: “La ketamine c’est bon”. La nostra conversazione non può che partire da lì.
Hugo Sanchez: È un pezzo di Front de Cadeaux, il mio progetto con dj Athome, un dj italo belga che è anche psicologo delle tossicodipendenze. Lavora per il servizio nazionale in Belgio, per Infodrogue, quindi si occupa proprio delle sostanze. Abbiamo fatto degli incontri qui in Pescheria con lui durante i quali abbiamo parlato dell’uso/abuso di varie sostanze.
Carlo Mazza Galanti: Usa la ketamina nella psicoterapia?
HS: No, non credo, però conosce gli ambiti d’uso, conosce la farmacologia della ketamina. Tra l’altro neppure io sono molto edotto, diciamo così, dell’uso terapeutico. Ne ho sempre sentito parlare, anche da persone che lavorano come psicologi, ho capito che negli Stati Uniti è legale.
CMG: Nel 2019 hanno legalizzato lo Spravato, uno spray nasale a base di esketamina prodotto da Johnson & Johnson. Lo prescrivono soprattutto ai depressi gravi che resistono agli altri trattamenti. Comunque off label i medici già da tempo la usavano per cure antidepressive, sfruttando il fatto che fosse legale come anestetico. Adesso che c’è Spravato lo fanno ancora di più.
HS: E qui in Italia?
CMG: Anche in Europa hanno legalizzato Spravato. Non è venduta in farmacia ma somministrata in centri autorizzati: devi andare a fartela dare poi aspettare che passi l’effetto prima di tornare a casa. Tra l’altro la s-ketamina è il tipo di ketamina con l’effetto psichedelico più forte, almeno in teoria.
HS: Sulla psichedelia della ketamina potremmo discutere all’infinito. Io ho l’impressione che la ketamina stia reinventando la psichedelia, le stia dando un’altra possibilità, che sia qualcosa di diverso dalle sostanze classiche. Comunque quella canzone, “La ketamine”, quella del rotolo appeso al muro, è uno dei pezzi più noti di Fronte de Cadeaux. Il testo dice: “La ketamine c’est bon pour les animaux”. Ovviamente è un pezzo dance, non c’è un testo articolato. Però bon pour les animaux non riguarda solo il discorso dei cavalli, infatti continua dicendo “Tu n’existais pas”, “non esisti più”, nel senso che la ketamina ti fa tornare a uno stato primigenio, annulla il tuo super-io, ritorni a essere un animale…

CMG: La famosa ego-dissolution.
HS: Che poi sconfina anche in un suicidio artificiale. In Italia, in generale, questo pezzo è stato preso spesso come una specie di manifesto, ma quello che passa è solo che la ketamina c’est bon. A molti dj piace il sound perché è un po’ dub, un po’ lento un po’ veloce… noi lavoriamo molto su questa distonia o dispercezione della ritmica, che è molto lenta ma dentro ha tanti accenti per cui la puoi ballare.
Abbiamo capito che il cervello comprende questa cosa, che cioè una musica rallentata è diversa da una musica che è prodotta già lenta
La nostra composizione passa anche attraverso l’esperienza medica di Maurizio come psicoterapeuta delle tossicodipendenze. Tutti i giorni lui ha pazienti con cui affronta problematiche legate agli stati psicologici, ed è anche un fruitore, un consumatore di sostanze. Lui preferisce gli upper, o la thc, però avendo me vicino, che ne faccio uso anche in contesti diversi, la ketamina è stata un oggetto di indagine, qualcosa che riguardava la nostra relazione e la nostra musica, anche solo per il fatto di trovarci in due stati emotivi e mentali diversi. Comunque questo manifesto cartaceo viene da una festa a Berlino di novembre scorso che si chiama Interzone dove come Front de Cadeaux siamo stati invitati a suonare all night long, da mezzanotte alle 9:00. E nel locale erano affissi tutti i nostri manifesti, i rotoli con le nostre frasi, i nostri motti. Di solito il bpm dei froci è molto alto, legato al consumo di sostanze come la GHB, le amfetamine e il mefedrone. Noi invece rallentiamo tutto, ma non produciamo musica lenta: prendiamo ciò che è già registrato veloce e lo rallentiamo. Abbiamo capito che il cervello comprende questa cosa, che cioè una musica rallentata è diversa da una musica che è prodotta già lenta. Anche quando produciamo musica da zero, lo facciamo campionando vinili rallentati
CMG: La questione del rallentamento mi interessa molto. Tra l’altro mi sembra qualcosa che diventa sempre più diffuso anche a livello mainstream, la modificazione dei tempi, il time-stretching dei brani musicali, come se stessimo entrando in una temporalità più fluida e diversificata. Che rapporto ha con la ketamina?
HS: Le fasi che ho vissuto come collettivo di Tropicantesimo, poi con i Front de Cadeaux e altri collettivi, è anche la storia in divenire dell’uso di sostanze, quindi quello che ti dico adesso va preso un po’ come la sensazione del momento in cui mi trovo. Ci sono tante fasi dell’esperienza del suono con la ketamina, di cui magari il corpo ha memoria, che però sono difficili da riesumare. Tra l’altro ci tengo sempre a parlare di queste cose personalmente, a non generalizzare, anche se poi molte persone possono ritrovarsi in alcune narrazioni perché magari non sono abituate a verbalizzare queste esperienze e quando sentono altri che le verbalizzano si agganciano a quello che dicono.
Ma è sempre giusto ricordare che quello che raccontiamo in questi casi non è universale. Per quanto riguarda il rapporto della ketamina con il suono, secondo me ciò che è interessante, sia nel ballare che nel produrre musica o suonare come dj, è il senso di liberazione rispetto a una percezione univoca. Tanto più che – sia che la facciamo, sia che la riproduciamo – ci piace sempre di più una musica che ha varie possibilità di lettura, sia sulla ritmica che sul piano melodico o della drammaturgia, diciamo così. Quindi sempre di più l’associazione dell’esperienza con la ketamina e il suono è per me quella di una liberazione da una visione a senso unico.
La ketamina funziona in questo modo, secondo me, perché nella dispercezione, nel suicidio artificiale, si prende il coraggio di accettare che ti piacciano delle cose che altrimenti non avresti facilmente apprezzato. Anche dove il suono fa schifo, dove magari c’è della distorsione, o qualcosa di sbagliato, “something wrong” appunto… È come se fossimo dei binari, e la ketamina ci facesse deragliare. Ma sempre di più ho scoperto che ritornare alla realtà binaria – perché poi ci ritorni ovviamente – non è esattamente come tornare a quello che eri prima.
CMG: Da quanto tempo frequenti questa sostanza?
HS: Adesso ho 52 anni appena compiuti. Ho assunto ketamina da quando avevo 35, 40 anni, intorno al 2008-2010, con gli after, quando ho cominciato a organizzare after con un altro collettivo.
CMG: La Ketamina all’inizio era soprattutto una droga da after, giusto?
HS: Sì, io ho cominciato a esperirla così. Anche perché altre sostanze non mi andavano bene. La cocaina non mi piaceva, non mi piaceva il costo, le persone che la facevano, le persone che la spacciavano, tutto il contesto. Soltanto dopo ho collegato questo mio gusto a un discorso politico. Le pastiglie su di me, sul mio corpo, erano troppo… ci voleva troppo tempo per smaltirle. E poi quei down che non riuscivo a gestire emotivamente, anche perché poi di lunedì, martedì, ho sempre un sacco di cose da fare. Sono anche stato per molto tempo vicino ai miei che stavano male, li ho accompagnati per alcuni anni fino a lasciarli andare in un altro viaggio. Quindi non avevo tempo, non avevo modo di farmi i miei down eccetera. La ketamina era più funzionale…
Anche se tutto ritorna alla realtà che conoscevamo, lei ha agito a un livello profondo per cui alcune cose tendi a farle in maniera diversa. Certi gusti cambiano. E i gusti non hanno niente a che fare con i concetti
CMG: Mi puoi parlare meglio di quel concetto di “suicidio artificiale”
HS: Lo abbiamo visto insieme, io e Maurizio. La ketamina è una fuga, come quando un bambino, quindi una persona in un’epoca della vita pre-critica, subisce una violenza. Allora chiude gli occhi, perché non può accettare la cosa, non ha strumenti, e quindi chiude gli occhi. In quel momento accetta la morte. Il K-hole è un’esperienza vicina alla morte. Sono 40-45 minuti di “freeze” corporeo. Certo, si aprono dei mostri… è una cosa con cui devi fare pace. Anche quello è molto personale: c’è chi si è vista fuori dal corpo, chi si è trovata in delle circostanze assurde. Te ne potrei raccontare molte. Eppure le prime volte che ho visto persone che usavano ketamina, ho pensato: “No, questo io non lo farò mai”. Mi spaventavano quei tipi in K-hole che andavano carponi, o che dopo il week end avevano il polso slogato o il braccio rotto, senza neanche ricordarsi perché.
È vero che quando usciamo e andiamo a fare festa non dobbiamo necessariamente sapere a che ora torneremo, con chi torneremo, se torniamo nella nostra casa o se non c’è più una casa. Però quel mettere a repentaglio il corpo e accettare la cosa normalizzandola, per me era molto… Per cui c’è stato un lungo periodo, da quando avevo vent’anni fino ai trenta e passa, che la vedevo, la osservavo, ma non la usavo.
CMG: Parliamo della fine degli anni ’90, la prima epoca dei rave?
HS: Più verso il 2000-2001. Ho sentito diverse persone, amici, amiche che hanno fatto i rave degli anni ’90, e dicono che c’era la ketamina, che cominciava ad arrivare e cominciava a cambiare la vibe. Ed era vista male perché cambiava la vibe. E tuttora, soprattutto in certi contesti, è vista male. C’è chi non la sostiene, chi ci è andato sotto male, chi pensava che fosse un gioco e si è sbagliato troppe volte.
Secondo me è successo qualcosa che ricorre nella storia degli psichedelici, demonizzati dalla cultura stessa che li ha accolti. È come la trap che pur essendo un’avanguardia non è apprezzata dalle persone stesse che hanno avuto difficoltà a essere accettate a loro volta come avanguardia, come chi ha introdotto la techno nei posti dove c’era solo il punk, o il post-punk: sono gli stessi che adesso ti dicono “che schifo la trap”. Invece la ketamina è una sostanza che ti porta a dire sticazzi… Soprattutto in un’epoca in cui il capitalismo fa una pressione estrema sul senso di competitività, di performatività in tutti gli ambiti: il lavoro, il divertimento, la casa che devi trovare, la spesa che devi fare, e anche il tempo “libero” che non è libero manco per il cazzo.
Quando abbiamo cominciato a suonare in maniera lenta io sentivo che non era una nostra intuizione, non avevamo la volontà di rivoluzionare qualcosa. Alla fine il dj, come qualsiasi musicista, pittore, scrittore, pronuncia la cosa che sta già sulla punta della lingua di tutti, no? Ha soltanto il coraggio, gli strumenti, la circostanza giusta per farlo. Per cui io sentivo che era qualcosa che i corpi chiedevano intorno a me, e più facevo uso di ketamina e più quella cosa mi si rivelava in una maniera che neanche ti posso spiegare. Perché la ketamina fa un lavoro nell’inconscio e, come dicevo prima, quando si ritorna indietro sul binario lei ha lavorato anche se la realtà è la stessa di prima, le regole sono le stesse, il caffè costa sempre un euro e dieci, l’ufficio postale chiude alla stessa ora. Anche se tutto ritorna alla realtà che conoscevamo, lei ha agito a un livello profondo per cui alcune cose tendi a farle in maniera diversa. Certi gusti cambiano. E i gusti non hanno niente a che fare con i concetti. Io mi sono ritrovato a desiderare di produrre e ricercare dei suoni che non avrei mai immaginato di apprezzare, anche se sono cresciuto con dj che mi dicevano: “Ugo, tutta la musica è possibile, tutto il suono è possibile”. Lo diceva Cage: tutta la musica ha senso di essere ascoltata. La ketamina per me ha realizzato questa idea. Mi ha reso veramente libera, a prescindere, diciamo, da quello che sentivo che era giusto o sbagliato.
CMG: Quindi secondo te la ketamina è una sostanza anticapitalista?
HS: Non lo so. Soprattutto nell’uso allargato che si è diffuso negli ultimi anni è compatibile, è sempre più collettivamente accettata e quindi anche sostenibile nella vita urbana capitalistica. È sostenibile, anche perché molti il K-hole non lo fanno più. Adesso vedi girare gli spruzzini per raggiungere quella dimensione senza esagerare, un po’ come un drink. Qualche anno fa mi ha molto colpito sentire su Radio 3 a “Tutta la città ne parla”, un esperto che diceva che i giovani adolescenti sanno della ketamina più degli adulti e la usano come un giocattolone. Era interessante perché lui semplificava per un pubblico di ascoltatori diverso da io dj-strafatta-il-giorno-prima. Ma ha detto proprio “come un giocattolone”, come una giostra. Quindi parlava di un’assunzione di ketamina al di fuori di esperienze psichedeliche, di ricerca, e Maurizio, dj Athome, me l’ha confermato, mi ha passato i pdf di studi dove si monitora a livello europeo l’uso delle sostanze, e dicono la stessa cosa. Va anche detto che altre sostanze sono già storicizzate, come l’LSD, come l’eroina, e forse nella ketamina ci troviamo ancora molto dentro quindi è difficile capirne il senso. Anche per questo io ne parlerei in un’ottica in divenire. Ma tu, invece, che ricerca stai facendo, che libro stai scrivendo?
CMG: Diciamo che cerco di prendere in considerazione tutte le sfumature della sostanza. Con questa ipotesi di fondo: che la ketamina è la sostanza che meglio intercetta una serie di aspetti dell’epoca in cui viviamo, quasi una molecola “periodizzante”, a proposito di storicizzazioni: anni ’60 LSD, anni ’70 eroina, ’80 cocaina, ’90 ecstasy, oggi ketamina – tagliando con l’accetta. Partendo da questo assunto, ho cominciato a studiarla da tanti punti di vista: arte, musica ma anche la politica, il transumanismo, l’intelligenza artificiale e le simulazioni digitali, la concezione del cervello come computer, La salute mentale, la dissociazione, il bisogno di fuga attraverso l’anestesia….
HS: Io sempre di più sento che circola un’enorme paura generale, collettiva, un po’ come a metà dell’Ottocento. Le persone hanno antenne molto fini, e così a fine ottocento percepivano i totalitarismi, le guerre, lo sterminio generalizzato. Il rifugio dell’arte è nel sublime… Una persona che ho conosciuto a una festa mi ha detto una volta: “È bellissimo come siete aperte sull’uso della psichedelia nelle feste per destrutturare le gerarchie dentro al dancefloor, attraverso il suono, ma anche parlando apertamente delle sostanze”. Si riferiva a un manifesto che appendiamo sempre, che dice “The opposite of addiction is not sobriety, is connection”. Alcuni attribuiscono la frase al fondatore degli Alcolisti Anonimi, pensa un po’. Poi questa persona, che è psicologa e che sempre più utilizza le sostanze psichedeliche in maniera terapeutica, mi ha detto che era stata alla biennale di Venezia e che sentiva che se l’arte va sempre più verso il magico, verso il sublime, è perché vuole esorcizzare la paura di una catastrofe imminente.
Ecco perché parlo di oblio, del suicidio della ketamina, quei 40 minuti di sparizione… Ma soprattutto conta la pressione del capitalismo sulle scelte individuali. Perciò la ketamina ha usi diversi anche fuori dai party, anche durante il giorno perché i pensieri negativi sono troppi, perché a volte la realtà diventa inaffrontabile, anche per noi che abbiamo una certa età e abbiamo strumenti. La nostra mente ha sempre più la percezione di poter osservare il pianeta nella sua interezza, e poter esercitare un controllo su tutto è talmente stressante: sei portata a responsabilizzarti su ogni cosa che succede nel mondo. Al di là del mero consumo sul dancefloor, per me la ketamina funziona anche in nuclei piccoli, safe, quando ascoltiamo musica, o ci facciamo un post-serata. Quel senso di distacco è importante. Io non ho un tabù, non voglio nasconderlo: lo rivendico.

CMG: Credo che questo uso, diciamo, ansiolitico della ketch può arrivare a creare dipendenza.
HS: Il problema è soprattutto sulla tolleranza, perché a un certo punto dopo tanti anni di uso continuativo la vescica ne risente. Il mio rapporto con Maurizio, il fatto di confidarmi con dei medici, parlare con persone che hanno competenze, mi ha aiutato a capire. Su questo devo dire che sono un po’ stronza, perché la vivo sulla base della mia esperienza. Quindi dico sempre condividiamo anche quello oltre al fatto che viene dall’India, dall’Olanda o dall’Inghilterra, o se è più geometrica, più psichedelica, più fisica.
Per me è importante condividere anche gli aspetti fisiologici, medici. Io ho molto condiviso la mia esperienza rispetto alla vescica, rispetto a un abuso di ketamina, ma ho scoperto persone che avevano gli stessi problemi e non ne parlavano. A Berlino è stato ritrovato uno spot televisivo degli anni ’90, della tivù di Stato, in cui c’erano dei pischelli e delle pischelle sedute su un divano davanti alla tv col pannolone. Questo per dire che anche attraverso il percorso di transizione, nell’uso sistematico di ketamina, molte persone ci vanno sotto, perché come sappiamo, al di là dei documentari di Vice, prendendola con continuità devi farne un uso sempre più elevato per avvertire gli stessi effetti.
CMG: Ho sentito di gente che arriva a farsi fino a 10 grammi al giorno.
HS: Una delle teorie che mi riporta Maurizio, e che a livello medico è sempre di più studiata e condivisa, è che il corpo, diciamo il cervello, ha l’obiettivo di sopravvivere. Quindi probabilmente aumentare la tolleranza alla ketamina serve per renderne insostenibile l’uso. Questo perché la ketamina non è funzionale, l’apparato cognitivo non è più funzionale, e neppure il corpo, e quindi per difendersi il metabolismo aumenta la tolleranza.
CMG: Nel mio libro ho studiato qualcosa di simile a proposito della difficoltà, che è molto riscontrata e testimoniata, di ricordare quello che succede nel K-hole. Potrebbe essere dovuta al fatto che quello che accade a livello cognitivo è talmente fuori dagli schemi evoluzionistici, dal percorso evoluzionistico che ci ha portato a sviluppare un certo tipo di mente, di categorie di pensiero ecc, che il cervello, rendendosi conto che quello che la ketamina ci fa “vedere” non è compatibile con la sopravvivenza dell’homo sapiens, ce lo fa subito dimenticare. Probabilmente ritiene che non ricordare sia la cosa migliore per continuare a vivere una vita “normale”.
HS: Sì. A me succede che molte cose non le ricordo, altre siccome sono collettive le ricordiamo. L’uso collettivo è molto interessante anche per questo.
CMG: L’uso collettivo che può portare a fenomeni transpersonali, a situazioni che somigliano alla telepatia.
HS: Sì. Una volta con un amico siamo riemersi da un’esperienza in cui ci siamo trovati entrambi in India. Quando ci siamo svegliati ci siamo confrontati e avevamo visto e vissuto le stesse cose. Subito dopo abbiamo comprato il biglietto aereo per andare fisicamente in India. Questa cosa per me non ha altra spiegazione, era come una connessione telepatica.
Anche la registrazione aiuta a ricordare. Noi registriamo molto, sia nelle session libere che facciamo qui, sia durante i dj set, e spesso le registrazioni diventano come un diario. Quando vai a riascoltare ti stupisci di quello che è successo, anche se magari gli ingredienti sono quelli di sempre, la borsa che hai usato è la stessa di altri djset, la narrazione che viene fuori è completamente diversa e dici wow! È anche la bellezza di abbracciarla, questa nuova narrazione… È interessante anche lo specchio che fanno le persone che fruiscono della musica non necessariamente usando quella sostanza. Banalmente, goffamente, loro verbalizzano dicendo: “Mi sentivo drogato, senza aver assunto”, perché comunque il suono li portava in quello stato mentale: agire il suono in quella condizione rende l’esperienza in qualche modo riproducibile. Le persone sono sollecitate, la loro fisiologia, che lo vogliano oppure no, è contagiata. Quel suono poi non si sa come agirà sulla cognizione di ognuno, cosa andrà a stanare o a sollecitare. Capitano persone che ti dicono “Madonna, quel passaggio, l’altra sera, quando hai suonato quel pezzo di De André, era bellissimo”. Io di De André conosco a malapena alcune canzoni, non lo suono mai. Per cui è interessante come nel mischione può succedere di tutto – perché il mixing poi, come la transizione, è un mischiare tutto, tutti gli elementi primari, come quando cucini. E da come componi gli elementi si crea un altro strato della materia del suono. Sicuramente la ketamina è un elemento che toglie la funzione cognitiva di base, zero-uno: sul tempo, sul corpo, sulla percezione.
CMG: Quando parli di binari e binarismo alludi anche al binarismo di genere? Quale è la tua esperienza del rapporto tra ketamina e cultura queer e trans?
HS: È un rapporto molto forte perché comunque l’esperienza di Genesi P–Orridge è stata importante per noi. La ketamina è molto utilizzata in maniera consapevole da soggettività queer in transizione. Una volta c’era la categoria M to F, o F to M, adesso si parla di soggettività trans: hanno una tendenza, ma non necessariamente vogliono approdare a un genere specifico. La ketamina è usata per raggiungere uno stato di trasposizione, di trasformazione. Diciamo che con la ketamina la transizione, il percepirsi in transito, è agevolato, anche per chi fa cure ormonali.

CMG: Nel mio libro cito McKenzie Wark, soprattutto nella parte in cui ragiono sulla dissociazione. La ketamina produce una dissociazione indotta che permette poi di riassociare, o riassociarsi, in maniera diversa. Questo sia rispetto alla dissociazione mente-corpo, quindi alla possibilità di mappare il proprio corpo in maniera diversa, di percepirlo in maniera diversa, sia rispetto alla dissociazione della personalità, e quindi alla possibilità di immaginare un’identità multipla e più complessa.
HS: Sì, e anche nel senso di uscire dal controllo centrale: nella dissociazione capiamo che la mente sta anche nel pollice, sta anche nella cellula, e che il corpo e la mente sono tutt’uno.
CMG: Questo è curioso, perché per certi versi sembrerebbe il contrario, no? La ketamina, almeno all’estremo dello spettro dei suoi effetti, essendo un anestetico dovrebbe annullare il corpo e ridurti a puro pensiero. Però poi, per contrasto, sembra anche capace di farti capire, nel momento in cui ti reintegri, quanto in verità l’identità sia sparsa ovunque nel corpo.
HS: Sì. Almeno questo è lo stato di consapevolezza che mi interessa sempre di più indagare e percepire. Per me realizzare questa cosa, la dissociazione e la riassociazione, è veramente interessante, veramente impressionante, almeno se le vivi positivamente. C’è un filosofo che seguiamo, Edoardo Camurri – lo ascoltavo molto in radio, poi lo abbiamo ospitato qui – e anche se lui non parlava di una sostanza specifica ovviamente sottintendeva la dissociazione e una visione altra della realtà, la possibilità di tornare nel reale con un’altra consapevolezza rispetto per esempio alla morte, alla paura della morte, alla paura della dissoluzione. Quindi sì, diciamo che per me l’opportunità – anche se è una brutta parola – è nel riassemblaggio. Nell’accettarlo. Perché la ketamina è molto centrata sull’accettazione, secondo me.
CMG: In che senso?
HS: Sull’accettazione che tutto è possibile. Io ci sono arrivato nel tempo, anche a suonare con la ketamina.
CMG: Esiste un filone musicale molto narcotico, ketaminoso: la trap, la cumbia psy, varie musiche dai tempi rallentati come fate voi. Si tratta di un’esperienza d’ascolto molto particolare.
HS: Sì, l’ascolto dissociato è qualcosa di molto peculiare. Le basse in particolare quando le rallenti hanno un grosso impatto sull’ascolto. È anche quello secondo me che crea un piacere nel dissociarsi da una visione coercitiva del ritmo e della pressione sonora. È una dispercezione uditiva che fa perdere il controllo di quello che effettivamente è. Sulle frequenze, per esempio, che sono sballate perché banalmente aumenta la pressione sanguigna quindi alcuni suoni ci arrivano più forti, o altri che sono nascosti li percepiamo meglio. Dj Athome, per esempio, ha scoperto una versione stratchata di “Last Christmas” degli WHAM!, che in versione originale dura quattro minuti, e allungata ne dura quasi quaranta, ed è interessante perché l’ascoltatore in qualche modo la ricostruisce, la riassocia. Per me la parola dissociazione è qualcosa che va liberato dai tabù, bisogna parlarne apertamente.
CMG: Nel libro, tra le altre cose, cito delle ricerche di Georges Lapassade, un antropologo francese che è stato tra i primi a studiare i rave da un punto di vista antropologico, e che ha lavorato sul concetto di trance e dissociazione. Lui appunto recupera tutta una tradizione antropologica etnografica, non psicoanalitica. La psicoanalisi, sostiene, demonizza la dissociazione, la considera patologica. Lapassade la descrive al contrario come un’opportunità, sia per la società che per quanto riguarda la concezione del sé.
HS: La ketamina aiuta a pensare che l’identità è mobile. A prescindere dal voler o non voler accettare il proprio genere assegnato alla nascita, anche senza arrivare a quello, la ketamina va comunque nella direzione di aprire, scoperchiare una visione monolitica dell’identità, che è la nostra, diciamo, tradizionale: ufficiale.
“Io sono, io scorro”, è un mantra che mi piace molto.


