Tecnoluddismo

Perché le tecnologie che abbiamo intorno hanno reso il mondo invivibile

Pubblichiamo un brano tratto da Tecnoluddismo. Perché odi il tuo lavoro, di Gavin Mueller, dal 26 gennaio in libreria.

Jeff Bezos andrà sulla Luna. Nel maggio 2019, ad appena qualche isolato dalla Casa Bianca, accompagnato dalle eleganti armonizzazioni in falsetto di «Mr. Blue Sky» della Electric Light Orchestra, Bezos ha presentato il lander lunare sviluppato da Blue Origin, la sua azienda segreta per l’esplorazione spaziale. Kenneth Chang, giornalista del New York Times, ha paragonato l’evento di gala – battezzato «Going to Space to Benefit Earth» – all’«annuncio di un iPhone». «Costruiremo una strada per lo spazio», ha promesso il CEO di Amazon, porgendo la mano alle ambizioni dell’amministrazione Trump, che a sua volta mirava alle missioni lunari. «Dopodiché accadranno cose meravigliose». Che genere di cose? Un esodo planetario, nientemeno. Bezos ha più volte raccontato di immaginare trilioni di esseri umani che fluttuano nello spazio a bordo di milioni di enormi colonie cilindriche. Un sogno che, come molti nella Silicon Valley, affonda le radici in vecchie opere di fantascienza. In questo caso specifico nel romanzo del 1976 Colonie umane nello spazio, opera del fisico Gerard K. O’Neil, libro che, alla sua uscita, spinse il Congresso a ritirare i fondi per il programma di colonizzazione spaziale.

Ma per Bezos le colonie spaziali sono una questione della massima serietà. Di certo non perché permetteranno di risolvere i mali incurabili che affliggono la Terra – la povertà globale e il deterioramento delle condizioni ambientali sono solo problemi sul «breve termine». Con il progressivo esaurimento delle risorse globali, il futuro del progresso tecnologico stesso dipende dalla possibilità di sfruttare le vaste riserve minerarie custodite dai lontani corpi celesti. L’umanità dovrà adeguarsi.

Ovviamente, Bezos non è l’unico miliardario a investire ingenti somme nell’esplorazione spaziale. La ben più nota Space X di Elon Musk ha gli occhi ben puntati su Marte. In un’esibizione a beneficio dei suoi ammiratori su Twitter, com’è sua abitudine, Musk ha rivelato i suoi piani per il trasporto di centomila passeggeri all’anno sul pianeta rosso, ovviamente dietro compenso. Chi invece non potrà permettersi il viaggio nel sistema solare potrà richiedere un prestito e saldarne l’importo lavorando in una delle strutture esoplanetarie di Space X. Per Musk, come per Bezos, i viaggi spaziali non sono una semplice impresa lucrativa, ma un progetto per nutrire le nostre speranze nel futuro. «Tutti noi desideriamo svegliarci la mattina e immaginare che il futuro sarà grandioso. Ed è questo che vuol dire essere una civiltà in grado di viaggiare nello spazio», ha proclamato nel 2017 all’International Astronautical Congress; «vuol dire credere nel futuro, e pensare che il futuro sarà migliore del passato».

Certo, non tutti i miliardari hi-tech desiderano viaggiare nello spazio, ma hanno in ogni caso qualcosa che li accomuna (a parte la propensione ad accompagnarsi al defunto finanziere e trafficante sessuale Jeffrey Epstein): tutti credono che la tecnologia traccerà il percorso per un futuro migliore; che il progresso dell’umanità coincida in tutto e per tutto con il progresso di macchinari e dispositivi. Bill Gates, per esempio, vuole modernizzare l’educazione scolastica con i computer, e risolvere il problema della fame in Africa servendosi di organismi geneticamente modificati. È inoltre finanziatore di un concorso per l’invenzione di nuove toilette con l’obiettivo di sopperire alla carenza di infrastrutture igienico-sanitarie nel Sud del globo. (Recentemente la Gates Foundation ha assegnato un Goalkeepers Global Goals Award a Narendra Modi, primo ministro conservatore indiano, per la sua dedizione alla causa). Mark Zuckerberg, bisogna concederglielo, riconosce alcuni limiti della sua azienda. «Pensavo che bastasse dare una voce alle persone e permettere loro di connettersi per rendere il mondo un posto migliore. Sotto molti aspetti è servito. Ma la nostra società è ancora divisa», scrive, ovviamente in un post su Facebook. «Ora sono convinto che sia nostra responsabilità fare ancora di più. Non basta connettere il mondo, dobbiamo impegnarci per renderlo unito». Zuck, che non ha mai brillato per pensiero creativo, sostiene che per risolvere i problemi esacerbati da Facebook serva… be’, più Facebook.

Peter Thiel, membro del consiglio esecutivo di Facebook ed ex partner di Musk in PayPal, ora capitalista di ventura con una predilezione per le politiche ultraliberali di estrema destra, non si fa problemi a ricorrere a un registro sovrannaturale per giustificare la sua fede nella tecnologia: «Gli umani si distinguono dalle altre specie per la loro capacità di compiere miracoli. Il nome che diamo a questi miracoli è tecnologia». Tale è il suo zelo nei confronti delle promesse tecnologiche dell’intelligenza artificiale o dell’estensione artificiale della vita da guardare con sospetto a chiunque non lo condivida, tanto da fargli comparare la fascinazione nostalgica degli «hipster» con «la perdita di fiducia nella frontiera tecnologica» dell’Unabomber Ted Kaczynski.

In tono più pacato, il professore di psicologia dell’università di Harvard e più volte ospite del Lolita Express [l’aereo privato di Epstein] Steven Pinker – una sorta di Dottor Pangloss del forum di Davos – ci tiene a farvi sapere che le cose non sono mai andate meglio. Nel suo Illuminismo adesso del 2018, Pinker cerca di arginare la «progressofobia» causata dagli intellettuali che, nei corsi di studi delle Liberal Arts, assegnano letture di Adorno e Sartre ai loro giovani studenti. Benché si dichiari secolarista, Pinker, come Thiel, non può fare a meno di ricorrere alle metafore cosmiche. «Sebbene io sia scettico in merito a qualunque idea di inevitabilità storica, di forze cosmiche o di mistici archi della giustizia, alcuni tipi di cambiamento sociale sembrano davvero essere sospinti da un’inesorabile forza tettonica». Questa forza potrebbe essere lo stesso ambiente che permette l’impennata di vendite dei suoi libri, mentre lui si premura di lodare i «tecnofilantropi», le tecnologie dell’informazione, gli smartphone, la didattica online, la microfinanza e, pur a rischio di sembrare ridondante, Bill Gates, le cui accorate lodi ornano la copertina del libro. Pinker, ignorando completamente le statistiche sulla sempre più vasta disuguaglianza economica, mette in guardia i propri lettori rispetto ai veri nemici del progresso: gli ambientalisti, i marxisti, i populisti e la sinistra. «[L]’impressione che l’economia moderna abbia lasciato indietro la maggior parte delle persone incoraggia politiche luddiste», ci avvisa.

Ma se l’ottimismo tecnologico dei miliardari proviene perlopiù da ambienti di destra o centristi, lo si può trovare anche all’estrema sinistra, dove i cosiddetti accelerazionisti prevedono un comunismo di lusso pienamente automatizzato sulla scia delle più selvagge fantasie degli imprenditori della Silicon Valley, e l’autoproclamata «sinistra pro-scienza» accetta senza riserve l’organizzazione logistica dei più iniqui business del pianeta. Gli accelerazionisti, come rimarcano a più riprese, si ispirano a una prospettiva diffusa all’interno della tradizione marxista. Storicamente, i marxisti non sono stati critici nei confronti della tecnologia, anche qualora venisse impiegata nell’ambito lavorativo secondo criteri che sembravano danneggiare i lavoratori. Per molti marxisti la tecnologia alla peggio è neutra. Il problema non è la tecnologia in sé, ma chi la controlla: i lavoratori o il capitale. E, per alcuni di loro, anche quando è controllata dal capitale, la tecnologia resta comunque una manna per il socialismo – un mezzo in grado di creare le condizioni per una trasformazione radicale proprio sotto al naso del datore di lavoro. Questo implica che il pensiero socialista debba considerare l’avanzamento tecnologico, anche qualora avesse conseguenze negative nel breve termine, come qualcosa di positivo.

Io non sono d’accordo, né con i miliardari né con i marxisti pro-tech – benché questi ultimi siano ben più vicini alle mie prospettive teoriche e politiche. A mio avviso, la tecnologia spesso si è dimostrata deleteria per la vita lavorativa e per le lotte volte a renderla migliore. Lo sviluppo tecnologico comporta un’enorme accumulazione di ricchezza, e dunque di potere, per chi sfrutta i lavoratori. A sua volta, la tecnologia riduce l’autonomia dei lavoratori, la loro capacità di organizzarsi per combattere il proprio sfruttamento. Priva le persone della sensazione di poter controllare le proprie vite, di poter stabilire le regole del proprio mondo. Se vi interessa il destino di queste persone e se vi considerate fra coloro che desiderano un futuro più egualitario di quanto le attuali condizioni possano garantire, dovreste essere critici nei confronti della tecnologia e quindi prendere in considerazione tutti i frangenti in cui le persone, soprattutto i lavoratori, vi si sono opposte.

Tutto ciò per dire che questo è un libro sul luddismo. Non è un libro sui luddisti, benché se ne parli nel primo capitolo. Mi interessa piuttosto la prospettiva politica che informava il movimento dei tessitori inglesi del XIX secolo – politica che assunse la forma di un’esplicita militanza contro la riorganizzazione tecnologica del lavoro intrapresa dai capitalisti dell’epoca. I luddisti credevano che le nuove macchine fossero una minaccia al loro stile di vita, che sarebbero state in grado di distruggere le loro comunità e che, di conseguenza, la distruzione di quelle stesse macchine fosse una valida strategia per opporvi resistenza. Ritengo che il dibattito attuale sul lavoro e sul futuro dell’economia possa beneficiare di una simile prospettiva, coniugata a una più precisa contestualizzazione delle modalità in cui il luddismo ha continuato a riemergere in vari movimenti dei lavoratori fino ai giorni nostri. Si tratta in fondo, come vedremo, dell’inarrestabile benché inconscio spirito che anima il lavoro nel XXI secolo.

Uno degli obiettivi di questo libro è la trasformazione dei marxisti in luddisti – impresa che intraprendo seguendo due strade: in primo luogo, seguirò le tracce di una linea di pensiero interna alla teoria marxista, fino ad arrivare a Marx stesso, per dimostrare come il luddismo sia intellettualmente compatibile con il marxismo. Ma non si tratta di una semplice impresa filosofica. Si tratta piuttosto di mettere alla prova la teoria marxista confrontandola con la storia delle effettive pratiche dei lavoratori. Quelle stesse azioni che hanno ispirato le teorie di Marx e di molti fra i più importanti marxisti dopo di lui. Dunque, desidero recuperare anche gli esempi fondamentali di lotte in cui i lavoratori non si sono focalizzati esclusivamente sui loro nemici di classe (rappresentati da padroni o manager) ma anche sulle macchine utilizzate in quelle lotte. Le mie argomentazioni alla fine si riducono a questo: essere un buon marxista vuol dire essere anche un luddista.

Se quindi da una parte voglio trasformare i marxisti in luddisti, dall’altra ho anche un altro obiettivo, e cioè convertire chiunque abbia uno sguardo critico sulla tecnologia in un marxista. Se, come sosteneva Marx, le idee dominanti di una società sono proprio quelle della sua classe dominante, allora l’ottimismo tecnologico è effettivamente in cima alla piramide. Eppure, i nostri miliardari e i loro seguaci della Ivy-League si lamentano fin troppo. Il loro stesso entusiastico incitamento all’ottimismo tradisce il fatto che, fra coloro che non dispongono di tutti i loro mezzi astronomici, la fiducia nella tecnologia è in crisi. Ci opponiamo sempre più alle tecnologie che saturano i nostri ambienti di lavoro e il nostro tempo libero, e in questo vedo delle promettenti potenzialità politiche, a patto però che questa prospettiva si coniughi a una più ampia critica del sistema socioeconomico in cui viviamo: il capitalismo. La teoria marxista offre validi strumenti per capirne il funzionamento, e per capire come possa essere alterato – strumenti che voglio condividere con chi tendenzialmente non si definirebbe marxista. Anzi, spero proprio che questo libro risulti accessibile soprattutto a chi non ha molta dimestichezza con la teoria marxista. Forse potreste trovarvi davanti proprio al testo che vi introdurrà a una tradizione intellettuale fra le più ricche, varie e vivaci che abbia mai incontrato.

Che lo si ammetta o meno, buona parte della critica tecnologica contemporanea deriva da una prospettiva umanistica e romantica, dall’idea che la tecnologia ci abbia allontanato da qualche nostra componente essenziale, e che ci separi da ciò che ci rende umani. Per esempio, Sherry Turkle, ricercatrice di scienze sociali e influente critica della tecnologia, ci invita a «riprenderci i nostri spazi di conversazione» sottraendoli ai nostri smartphone, che ci alienano dalla «parte naturale, umana» della nostra esistenza, così da farci vivere in una realtà artificiosamente confortevole. Su un registro simile, Tim Wu conclude la sua affascinante storia della pubblicità nei media The Attention Merchants con quello che definisce «il progetto di recupero dell’umano» volto a difenderci dalle tecniche di gestione dell’attenzione delle varie forme pubblicitarie che alimentano internet. Wu incensa operazioni come la «disconnessione» (unplugging) quali primi passi in una più vasta impresa «per rendere la nostra attenzione di nuovo nostra, reclamando così la proprietà dell’esperienza stessa di vivere». Nelle recriminazioni di Turkle e Wu riecheggiano i discorsi di Heidegger, fortemente critico della tecnologia (tecnica) proprio in virtù di una sua supposta natura che comporterebbe necessariamente strumentalizzazione e disincanto, alienandoci così dalla mistica esperienza dell’Essere.

Anche se credessi in una natura umana universale (e, in tutta franchezza, non ci credo), cercare di recuperarla non basterebbe. Il problema della tecnologia non è semplicemente il fatto che ci alieni dall’Essere o da un’esperienza autentica. Dopotutto, per questo problema le stesse industrie tecnologiche sono più che felici di offrirci una soluzione. Google e Apple hanno lanciato un loro servizio di «benessere» che aiuta gli utenti a ridurre il tempo passato davanti allo schermo. Il problema fondamentale della tecnologia è semmai il suo ruolo nella perpetrazione delle gerarchie e delle ingiustizie imposteci da proprietari d’industria, capi e governi. In poche parole, il problema della tecnologia è il suo ruolo nel capitalismo. In questo libro, vorrei dimostrare come la tecnologia sviluppata dal capitalismo ne attui gli obiettivi aumentando il nostro tempo di lavoro, limitando la nostra autonomia, prevedendo le nostre mosse e dividendoci quando ci organizziamo per il contrattacco. In tutta risposta, un’efficace strategia di lotta di classe dovrà necessariamente prendere di mira le macchine con cui si trova costretta a convivere, come è accaduto nei vari momenti storici di seguito documentati.

Ad ogni modo, non sto semplicemente cercando di convincere i vari movimenti a prendere e andare a sfasciare le macchine. Ciò che cerco di fare è dimostrare come i lavoratori stessi si siano più volte dimostrati luddisti nel corso delle loro lotte. Questo è vero tanto per gli autoproclamati seguaci di re Ludd all’alba del XIX secolo, quanto per tutti gli altri lavoratori che ne hanno seguito le orme nel corso degli anni. E vale anche per i lavoratori tecnologici più qualificati nell’epoca del computer. Se c’è una cosa che i marxisti dovrebbero fare è studiare la storia delle lotte del passato, recuperarne le voci in modo che possano informare quelle attuali. La nostra teoria dovrebbe articolarsi a partire da queste lotte, non giudicarle e biasimarle da una posizione di superiorità.

Quando ho iniziato a scrivere questo libro la mia posizione era tutt’altro che popolare. L’accelerazionismo, tanto di destra quanto di sinistra, era al centro del dibattito, con la sua convinzione che uno sviluppo tecnologico esponenziale avrebbe superato le impasse politiche e sociali dei movimenti attuali. Il suo cavallo di battaglia era l’idea che potessimo fare un balzo cibernetico per sfuggire alle crisi del tardo neoliberismo. Ma le cose sono cambiate. A partire dal 2016 le persone hanno dimostrato sempre meno fiducia nel futuro, e ancora meno credono negli effetti benefici delle ultime innovazioni delle reti digitali, dell’automazione o dell’intelligenza artificiale. Della «twitter revolution» nel Medio Oriente non resta altro che cenere. Le strade sono intasate dai monopattini da quattro soldi della cosiddetta sharing economy e noi assistiamo entusiasti alle immagini della loro distruzione sull’account Instagram Bird Graveyard. È in corso un’innegabile intensificazione di sentimenti luddisti e anticapitalisti. Come vedremo nei prossimi capitoli, queste tendenze si integrano l’una nell’altra e sono la chiave per il futuro delle politiche radicali.

Gavin Mueller è autore di Media Piracy in the Cultural Economy: Intellectual Property and Labor under Neoliberal Restructuring (Routledge 2019). Scrive per Jacobin ed è membro del collettivo editoriale Viewpoint Magazine.