Osiride in California

Afrofuturismo, Neo-Hoodoo e Blues Continuum: Moor Mother infonde i fantasmi degli Antenati nella sua musica

“Siamo Osiride in California” dice Moor Mother riflettendo sulla condizione afroamericana in “Shekere”. Osiride era il dio egizio degli inferi, ma anche della fertilità: insomma, della vita e della morte allo stesso tempo. Secondo il mito fu assassinato per gelosia da suo fratello Seth e in seguito riportato in vita dalle sorelle. Il collegamento diretto con la storia Egizia è un topos intellettuale della retorica afroamericana e afrofuturista fin dalle origini del secondo concetto.  Come commenta un utente sulla pagina Genius dedicata al brano: “Moor Mother infonde i fantasmi dei suoi antenati nella sua musica. La loro voce aiuta a creare il suo universo di conoscenza.”

Poetessa, musicista, rapper, performer, artista visuale, attivista. Camae Ayewa è cresciuta ad Aberdeen, Maryland, per poi trasferirsi a Philadelphia, dove ha studiato fotografia in un istituto d’arte. In lei convivono alcuni dei temi più classicamente afroamericani che ci siano. Ha incontrato la musica per la prima volta sotto forma del gospel cantato in chiesa da suo padre; la sua prima passione bruciante è stata per il basket; è cresciuta all’interno di un difficile complesso di case popolari; l’epifania come artista la attribuisce all’incontro con l’hip-hop e, attraverso questo, con il jazz. Il titolo del suo ultimo album in studio, Black Encyclopedia of the Air, è quindi più che azzeccato: le esperienze di Camae sembrano essere veramente una specie di enciclopedia nera americana. Allo stesso tempo però l’artista si muove da basi più o meno conosciute in modo originale. Esplora territori poco battuti in tempi recenti, grazie a un’intensità fuori scala e un gusto quasi naïf che apparentemente se ne sbatte allegramente di cosa funziona e cosa no, di cosa si dovrebbe fare per piacere. 

Per dire, c’è tanto blues nella musica di Moor Mother. Il rapporto afroamericano con il genere è controverso praticamente a partire dalla sua nascita, per i motivi più disparati a seconda delle decadi. Sotto batterie sintetiche, synth smarmellanti come grasse campiture di colore a olio nero pece e una voce metà crooner metà poetessa maledetta, nella musica di Moor Mother ci sono tonnellate di blues. O meglio, tutto ciò è blues. Ascoltando l’album del 2020 Brass, si sentono i campionamenti di voci spiritual in “After Images” e “Sonic Black Holes”. Soprattutto c’è un titolo come “The Blues Rember Everything the Country Forgot”, che  identifica il blues con una linea rossa rancorosa, una rabbia inestinguibile e sempre in movimento. Come i fiumi di lava dell’Etna che ciclicamente decidono di salire in superficie a scatenare il pandemonio. Insomma l’uso contemporaneo del blues da parte di Moor Mother finisce per interpretare il genere in modo attuale, evocandone allo stesso tempo lo spirito originario. Quel titolo è una dichiarazione d’intenti. Il blues non è solo un genere musicale, è una modalità di espressione, un contenitore di topoi che hanno ben poco di letterario, molto di socio-politico. Lasciamo perdere le cazzate liofilizzate di oggi: non c’è niente di più angosciante del blues registrato tra gli inizi del ‘900 e gli anni Quaranta, prima della commercializzazione discografica di massa del genere a Chicago. Niente di più sincero, di più brutale, disperato e bellissimo.

Il blues parte dalle piantagioni durante lo schiavismo, passa nelle campagne del Mississippi, nell’elettricità di Chicago, nelle distorsioni di Hendrix. Poi a un certo punto sembra perdersi, storpiato come tante altre cose dall’industria discografica e dai musicisti bianchi. Un esempio? Quando il jazz divenne popolare al di fuori della comunità afroamericana (primi anni Trenta del Novecento) il primo elemento che fu sradicato da discografia e orchestre bianche fu proprio il blues, suo fondamento. Grazie all’eroinomane angelo caduto che è stato Charlie Parker e la sua rivoluzione be-bop, il blues fu il grimaldello con cui i musicisti neri riaffermarono la paternità del genere prima che fosse troppo tardi. Ormai è congelato in un santino, un souvenir turistico; una forma morta, voyeuristica e definita, prettamente strumentale, che viene insegnata ai figli della borghesia più ricca nelle costose scuole di musica di tutto il mondo. Ma quel blues, quella linea magmatica rancorosa e profondamente empatica, i musicisti afroamericani non l’hanno mai dimenticata. Riemerge continuamente in forme alternative, apparentemente lontanissime, spesso sorprendenti. 

Un concetto ripreso anche da “Blues Ideology”, uno dei brani più intensi degli Irreversible Entanglements, collettivo di jazz futurista, tra free, spiritual, improvvisazione totale. Camae è la vocalist ufficiale del gruppo, nato nel 2015 dopo un’esibizione spontanea alla manifestazione di New York “Musicisti contro la brutalità della polizia”. Uno dei progetti più interessanti a uscire da quella fucina di talenti inclassificabile qual è l’International Anthem, etichetta indipendente di Chicago. Ogni progetto su cui mette mano Camae Ayewa diventa un sogno lucido, un viaggio a tinte psichedeliche all’interno degli Stati Uniti di oggi. Parlando della musica dei Funkadelic in Più Brillante del Sole, Kodwo Eshun la descriveva come “un viaggio nel terrore negli Stati Alterati e Mutazioni Unite d’America”. Definizione perfettamente aderente alla formula di Moor Mother, che se si appoggia esplicitamente e con orgoglio alla tradizione nera americana, allo stesso tempo cercando di espanderla, di dilatarla così tanto che a volte rischia da sola di spezzare l’incantesimo. Per farlo, praticamente, si appoggia alle macchine: ai synth, alle batterie digitali, a suoni alieni e ossessivi. Alla MateMagica, per dirla nuovamente con Eshun. In Black Encyclopedia of the Air le produzioni sembrano essere bolle piene di pus, magma sonoro che suona pulsante e ininterrottamente sotto la cute, pronto a farla esplodere dalla troppa pressione. Le batterie sempre sul punto di sfracellarsi piombano al suolo pesantemente, sotto forma di sassi che impattando si schiudono nella leggerezza di uno sciame di farfalle nere impazzite e dalla vita breve, come il feedback dell’effetto delay in cui sono immerse. 

Osiride è una delle figure chiave di Mumbo Jumbo, romanzo di culto uscito nel 1972 dell’autore afroamericano Ishamel Reed. Un’opera con cui l’intellettuale provava a riscrivere la storia afroamericana attraverso un linguaggio ibrido, tra realismo magico, denuncia sociale e mitologia distorta come una cassa 808 con troppo gain. In Mumbo Jumbo Osiride è una figura positiva: gioiosa, caotica, nera. In opposizione alla mania di controllo e di imposizione di un’autorità centrale voluta dal fratello Seth, lo stesso che finirà per ucciderlo con il solo risultato di renderlo immortale, identificata con lo status quo bianco americano.

Nel romanzo la musica è ovunque e lo stesso George Clinton ha citato l’estetica Neo-Hoodoo di Reed come influenza chiave nella mitologia P-Funk di Parliament e Funkadelic. Nella parole di Reed “Neo-HooDoo è una ‘Chiesa americana perduta’ aggiornata. Neo-HooDoo è la musica di James Brown senza i testi e le pubblicità per il Capitalismo Nero. Neo-HooDoo sono le 8 danze fondamentali della Congo Square di New Orleans del XIX secolo: Calinda, Bamboula, Chacta, Babouille, Conjaille, Juba, Congo e VooDoo, modernizzate in Philly Dog, Hully Gully, Funky Chicken, il Popcorn, il Boogaloo”. È insomma vecchio e nuovo, sacro e profano, reale e magico tutto insieme: la musica di Moor Mother è Neo-Hoodoo. Camae, Moor Mother, è Osiride in California. 

Giulio Pecci è nato nel 1996 a Roma, dove vive. Scrive di musica e cultura per Il Tascabile, Esquire Italia, Dude Mag e altri. Organizza la rassegna mensile Quadraro in Jazz e ha fondato il progetto culturale Asiko. Come Chourmo è dj e musicista.