Open non è Free

Egemonia linguistica e logica di mercato: l’assalto delle corporazioni alla «free culture»

Nellultimo decennio abbiamo visto il proliferare di parole e concetti che contengono laggettivo open- (aperto): «open content», «open data», «open access», «open document», «open government» e così via. Queste locuzioni derivano dalla dicitura Open Source Software: software a codice sorgente aperto, che per comodità definiremo qui anche con lacronimo di OSS. Da un contesto strettamente legato allo sviluppo di applicativi, la parola open è stata estesa a campi semantici diversi creando non poche ambiguità.

Origine dell’Open Source Software

L’espressione Open Source Software è stata coniata tra il 1997 e il 1998 da un gruppo di informatici capitanati da Bruce Perens e Eric Raymond per differenziarsi dalla locuzione Free Software (software libero, FS), inventata dal ricercatore del MIT (Massachusset Institute of Technology, Boston) e hacker Richard Matthew Stallman tra il 1984 e il 1985. Prima infatti venne il software libero, che era anche un movimento politico, poi venne l’Open Source che inaugurò la relazione delle comunità libere con i mercati tecnologici. In pratica rielaborandone la narrazione, come spiega Michael Tiemann, attualmente presidente della Open Source Initiative:

«Il termine Open Source si posizionava in modo amichevole e sensibile nei confronti del mondo imprenditoriale, mentre Free Software voleva essere moralmente corretto. Nel bene e nel male, ritenemmo più vantaggioso allinearci con quanti optarono per Open Source.»[1]

Perciò ogni volta che incontriamo l’attributo «open» in locuzioni che afferiscono alle nuove tecnologie dobbiamo tenere conto che, accanto a un significato più generico di apertura significa anche «essere amichevoli con le imprese commerciali».

Open Source e Free Software: affinità e divergenze

I due termini Open Source e Free Software sono, per così dire, «diversamente simili» e nient’affatto sinonimi. Indicano entrambi particolari formule di resa pubblica del codice sorgente, ma sono ideologicamente diversi, sebbene la distanza non sia di metodo bensì di principio. L’idea dietro al concetto di software libero è che un programma informatico debba essere considerato alla stregua di una formula matematica o di una scoperta scientifica, un bene comune che tutti possano studiare e migliorare secondo le proprie necessità, come sancito dalle «quattro libertà fondamentali».[2] Il punto di vista dell’Open Source, invece, è utilitarista: il fatto di rendere pubblico e pubblicamente modificabile il codice sorgente è semplicemente il modo migliore di sviluppare software. Grazie a un approccio collaborativo i programmi diventano più sicuri, più efficienti e si diluiscono i costi di mantenimento e del porting su piattaforme diverse.

Fin dalla nascita della Free Software Foundation (FSF), l’espressione legale dei principi del Free Software è stata la licenza GNU/GPL (GNU General Public Licence, oggi alla sua terza versione)[3], la cui caratteristica più rivoluzionaria risiede nella sua «viralità», garantita dall’imposizione di mantenere la medesima licenza per qualunque copia, anche modificata, del software in questione. La GPL non proibisce la commercializzazione del software, anche se, indirettamente, impone di escogitare modelli di business differenti, generalmente che non considerino il software come un prodotto commerciale, ma come un artefatto culturale.

Tuttavia dalla versione 3 della licenza, redatta nel 2007, la FSF aggiunge una clausola che è destinata ad aumentare le distanze con il movimento open source, fino a quel momento solamente ideologiche, mettendo nero su bianco il divieto di richiamare codice libero all’interno di codice proprietario. Ad esempio, una libreria distribuita sotto GPLv3 non può essere usata per scrivere un programma proprietario. Questa modifica ebbe come conseguenza l’obbligo di correzione, da parte di molti progetti, tra cui quello del kernel Linux, della dicitura «GPLv2 o successive» dai rispettivi file di licenza in favore del semplice «GPLv2». Le differenze, prima solamente teoriche, tra Open Source e Free Software si concretizzano ponendo dei paletti legali riguardo a quali pezzi di codice sia lecito utilizzare e in quali contesti.

I tranelli della cultura open

La storia di questi cambiamenti è stata approfondita nel nostro volume Open non è free. Comunità digitali tra etica hacker e mercato globale, edito da Elèuthera.

Il termine open come aggettivo qualificativo per i più disparati campi del digitale è diventato erede mediatico di due elementi che contraddistinguono però entrambi i filoni: la condivisione del codice (sharing) con apposite licenze e soprattutto il metodo di sviluppo «per condivisione». In questo modo il termine ha contribuito a confondere ancora di più le acque su che cosa significhi condividere nel campo della sfera pubblica e dell’interesse sociale. Il termine open infatti indica la possibilità di liberalizzare, non di costituire bene comune, mentre il Free Software, in modo un po’ naïf, si concentra sugli usi civici, pur non escludendo un approccio economico da piccoli artigiani.

La cosiddetta cultura open ha un «bug» (errore in termini informatici) concettuale che arriva proprio dall’ambiguità con cui l’Open Source si è posta nei confronti del mercato. Una risorsa «aperta» non è una cosa pubblica, non nel senso di res publica, cioè un bene comune. Non è così perché se fosse tale non potrebbe essere né venduta né comprata: una montagna delle Alpi non può essere venduta e nemmeno un’isola della Grecia o il Colosseo o la Tour Eiffel. Una risorsa «open» invece si definisce dal presupposto che il suo scambio commerciale aumenti proprio in virtù della sua circolazione.

Prendiamo in considerazione il movimento per gli Open Data, il quale asserisce che i dati aperti sono di proprietà del genere umano e devono essere trattati come bene comune (commons). Tra le libertà espresse nella definizione delle licenze che ne regolano l’uso vi è anche quello commerciale.[4] Sono annoverati tra gli open data anche: il genoma umano, i dati meteorologici, i dati prodotti dalla pubblica amministrazione. Ora, se l’elaborazione di questi dati fosse vincolata a una resa pubblica non commerciale, chi li userebbe? Solo coloro che hanno come obiettivo il bene comune, perché è l’unica cosa che ci guadagnerebbero. Se l’elaborazione di questi dati può, ed è così in Italia,[5] essere utilizzata «anche per finalità commerciali» chi ci guadagna? Chi possiede la tecnologia necessaria per processare questi dati in modo commercialmente significativo?

La risposta è ovvia, perché i mezzi per rendere questi dati «di utilità» sono appannaggio solo delle grandi aziende private, e di poche, sempre meno, università pubbliche. Per quanto riguarda ciò che possiamo fare noi col computer di casa, al massimo qualcuno potrà elaborare delle belle visualizzazioni dati e magari anche mettere in piedi l’ennesima startup, ma i soldi veri li fanno le multinazionali. Mettere a disposizione i dati delle pubbliche amministrazioni in forma di open data, con le regole delle licenze dell’open data è più che altro un favore alle grandi aziende. Non sarebbe allora più saggio vincolare a un uso non commerciale? O anche immaginare delle soglie di profitto moralmente accettabili? Il commercio può andare bene se ha una portata locale, circoscritta all’autosussistenza, all’ottenimento di una vita dignitosa; se non produce introiti da capogiro, se non crea sfruttamento e oppressione, se non diventa semplicemente rendita. Altrimenti la ricchezza si accumulerà sempre nelle mani di pochi e senza vantaggi reali per tutti.

Siamo di fronte a una sorta di open-washing, a una vera e propria strategia di comunicazione finalizzata a costruire un’immagine ingannevolmente positiva dell’apertura per distogliere l’attenzione dagli effetti negativi che questa comporta. È particolarmente difficile riuscire ad associare qualcosa di negativo alla parola «apertura», essere aperti rimanda a un’idea di ospitalità, accettazione della diversità, aperto è un abbraccio che include; eppure siamo di fronte a una trappola: nel caso delle tecnologie digitali apertura significa aprire prima di tutto al mercato.

LICENZE, COPYRIGHT, COPYLEFT

Licenza deriva dal latino licentia, da licire, «essere lecito»; nellaccezione che ci riguarda significa: concessione, da parte di un organo competente, di una determinata autorizzazione; anche, il documento che comprova lautorizzazione concessa: licenza di esercizio.

Le licenze infatti specificano una concessione da parte di un soggetto nei confronti di qualcun altro. Nel caso del software «concedono» lutilizzo del codice alle condizioni stabilite da chi redige la licenza: «licenziare» significa «concedere il potere specificato». Allo stesso modo, nel caso di altre opere dellingegno, come foto o video, regolano i poteri degli utenti.

Contratti: il copyright

In assenza di indicazioni differenti, dobbiamo sempre presumere che un’opera sia sottoposta al copyright, la versione anglosassone del diritto d’autore. Si tratta di una tutela automatica, perciò non è necessario che l’autore la segnali attraverso formule come «riproduzione riservata», «tutti i diritti riservati» e così via. La cessione dei diritti esclusivi rispetto a un’opera esige, nella maggior parte degli ordinamenti giuridici, una prova solida a carico di chi vuol godere di questa cessione. Perciò in caso di diatriba l’autore è sempre privilegiato: gli basta provare di essere l’autore dell’opera.

In ambito informatico la licenza è un contratto tra il detentore del copyright e l’utente. Si parla quindi propriamente di «licenza d’uso». La licenza è una sorta di certificato che l’autore appone alla propria creazione. Un software rilasciato senza alcun testo che ne regola l’utilizzo rischia infatti di finire nelle mani di qualcuno che può arricchirsi indebitamente, farne un uso non etico, o semplicemente non rispettare la volontà del creatore.

Nell’epoca del web 2.0, dei social media e dell’Internet di massa, l’importanza delle licenze ha oltrepassato il ristretto ambito dei creatori di programmi informatici. Ogni utente contribuisce ai flussi di dati con creazioni originali di vario tipo, dai post alle foto, dai video agli audiomessaggi. Ognuno di questi contributi è soggetto a una licenza d’uso di cui l’utente è normalmente ignaro: si tratta della licenza di default, prevista dal servizio che si sta utilizzando. Di solito la licenza è parte dei Termini di Servizio o Condizioni d’uso che l’utente accetta al momento della creazione dell’account.

Ad esempio, nel caso di Facebook, per quanto riguarda i contenuti sottoposti alla Proprietà Intellettuale (PI, come foto e video), la società precisa che:

«L’utente ci concede le seguenti autorizzazioni […] ci fornisce una licenza non esclusiva, trasferibile, che può essere concessa come sottolicenza, libera da royalty e valida in tutto il mondo, che consente l’utilizzo dei Contenuti PI pubblicati su Facebook o in connessione con Facebook (‘Licenza PI’). La Licenza PI termina nel momento in cui l’utente elimina il suo account o i Contenuti PI presenti nel suo account, a meno che tali contenuti non siano stati condivisi con terzi e che questi non li abbiano eliminati.»

Imparare a scegliere

Anche se alcuni servizi offrono la possibilità di scegliere licenze diverse (Youtube consente per esempio di optare per una licenza Creative Commons BY, in cui si segnala la paternità dell’opera), in generale dobbiamo presupporre che le licenze standard dei servizi commerciali tendono a rendere il più possibile automatica la diffusione dei contenuti e quindi a minimizzare le possibilità di scelta effettiva. Infatti nel caso delle piattaforme social se un contenuto viene condiviso da molte persone, cancellare il post originale non eliminerà il contenuto stesso, ormai diventato virale.

Quali sono queste possibilità di scelta? Difficile non cadere nei cavilli legali. Solo in ambito software esistono dozzine di licenze molto diffuse a livello mondiale, ognuna con le sue specificità e le sue criticità. Citiamo solo quelle più rilevanti nel quadro di una critica delle tecnologie del dominio.

GPL e Copyleft

La licenza GPL (General Public Licence), giunta alla versione 3, nasce dal progetto GNU animato da Richard Stallmann. Stallmann si pose il problema di come distribuire il software libero. Distribuire sotto Public Domain (Dominio Pubblico) non garantisce che il software rimanga libero. Chiunque infatti può scaricare o comprare un software del genere e adottarlo come prodotto della propria azienda, commercializzandolo e soprattutto appropriandosi dei diritti, eventualmente per utilizzi non etici secondo il creatore. L’accento non è quindi sulla sostenibilità (il software si può vendere in ogni caso), quanto piuttosto la salvaguardia della sua libertà.

Stallmann adottò allora quello che definì permesso d’autore, giocando sul significato della parola copyleft: anziché privatizzare il software, lo rendeva libero, fornendo tutta una serie di garanzie nei confronti dell’autore del software stesso. Il copyleft non nega il copyright, ma si basa su di esso, e sulla sua caratteristica di essere automatico. L’idea centrale della GPL è di dare a chiunque il permesso di eseguire, copiare, modificare e distribuire versioni modificate del programma, ma senza dare la possibilità di aggiungere restrizioni. La GPL è virale perché le libertà di cui è intriso il software sono garantite a chiunque ne abbia una copia e diventano «diritti inalienabili»: il permesso d’autore infatti non sarebbe efficace se anche le versioni modificate del software non fossero libere.

In questo modo la GPL garantisce il creatore del software e la comunità di riferimento stessa, perché ogni lavoro basato sul prodotto originale sarebbe stato sempre disponibile, libero, aperto per tutta la comunità.

Creative Commons

Le licenze Creative Commons intendono ampliare le possibilità di condivisione di contenuti attraverso licenze modulari, componibili. Non si limitano al software, si possono applicare a qualsiasi opera dell’ingegno. I libri di Ippolita sono distribuiti sotto licenza Creative Commons BY-NC-SA (Attribuzione – Non Commerciale – Condividi allo stesso modo). Ciò significa che è possibile copiare e distribuire questi testi, a patto di indicare l’autore originale (Ippolita), di non usarli a fini commerciali e di condividere eventuali opere derivate (per esempio, una graphic novel, una versione audio, o uno spettacolo teatrale!) sotto la stessa licenza. Si tratta di una licenza copyleft, perché virale: non è possibile renderla solo copyright.

Per noi, non si tratta della miglior scelta possibile, ma solo della meno peggio. Le CC sono licenze di tipo liberale, che aderiscono a un modello di società liberale, create negli USA (come la GPL) e basate sul sistema giuridico locale. Vanno adattate alle altre legislazioni e presuppongono quindi un sistema giuridico con cui non vorremmo aver nulla a che fare, di tipo patrimoniale, ma con il quale dobbiamo fare i conti quando pubblichiamo dei libri che vengono distribuiti e venduti sul «libero mercato».

Vogliamo proteggerci dal rischio dell’appropriazione da parte di soggetti che non amiamo, come piattaforme commerciali e corporation; d’altra parte, vogliamo estendere il più possibile la possibilità per i lettori di far circolare i nostri testi. Se fossero sotto copyright, copiarli sarebbe un illecito penale, punibile con la reclusione secondo le scellerate leggi in vigore dagli inizi del xxi secolo in Europa e negli USA (EUCD, European Copyright Directive e DMCA, Digital Millenium Copyright Act). Chiunque scarichi un contenuto protetto da copyright è, in linea teorica, penalmente perseguibile!

Altre licenze

Esistono moltissime altre licenze, dalle più permissive alle più restrittive. Fra le prime, citiamo BSD e Apache per i software; fra le seconde, tutte le licenze Creative Commons che non consentono opere derivate e non sono quindi copyleft. Degni di nota sono anche i casi di opere cadute nel pubblico dominio, per le quali cioè il copyright è scaduto (di solito, settant’anni dopo la morte dell’autore) e di «uso lecito» (fair use) o altre situazioni di libero utilizzo, ad esempio per scopi didattici. Un comodo ed esaustivo elenco di licenze, nella prospettiva del progetto GNU (Free Software Foundation), si trova all’indirizzo https://www.gnu.org/licenses/license-list.it.html.

La «Free culture» è libera?

La domanda è meno leziosa di quanto sembri. La pagina riassuntiva sponsorizzata dalla FSF riportata sopra indica che la licenza da noi scelta, una CC BY-NC-SA, non è considerata «Free culture» in quanto non consente lo sfruttamento commerciale automatico: «Questa licenza non si qualifica come libera, poiché sussistono restrizioni sul pagamento in denaro delle copie». Dal nostro punto di vista, questo significa che la licenza è più libera, non meno libera! Non sempre le copie dei nostri libri o di opere da essi derivate saranno pagate in denaro, a volte saranno regalate, copiate, diffuse con altri metodi e per altre ragioni, scambiate con altri libri, con altri beni. Sono oggetti che circolano in un tessuto di relazioni, non beni di consumo, non (solo) merci.

In questo come in molti altri casi le parole sono portatrici di un’intera visione del mondo. Dal punto di vista anglosassone, e statunitense in particolare, Free culture significa «cultura aperta al mercato». Siccome l’egemonia linguistica determina anche un’egemonia culturale, la FSF si può arrogare il diritto di stabilire cosa sia parte della cultura libera e cosa non lo sia. Siamo orgogliosi di non essere conformi a questa definizione. Vogliamo poter inibire a persone non affini l’accumulo di profitto a partire dal nostro lavoro, ci sembra il minimo. La chiusura nei confronti di soggetti commerciali, o ideologicamente incompatibili è sintomo di maggiore libertà, siamo liberi di scegliere con chi condividere.

 

Brano tratto da Tecnologie del dominio. Manuale di autodifesa digitale.

[1]    Sam Williams, Codice libero, free as in freedom, Apogeo, Milano 2003, p. 156.

[2]    http://www.gnu.org/philosophy/free-sw.it.html, la libertà di eseguire, copiare, distribuire, studiare, modificare e migliorare il software. “Tramite queste libertà gli utenti controllano il programma e le sue funzioni. Quando non sono gli utenti a controllare il programma, allora il programma controlla gli utenti; e gli sviluppatori controllano il programma, che quindi diventa uno strumento di abuso”.

[3]    La GNU/GPL esiste anche nelle varianti LGPL (lesser GPL) e AGPL (affero GP), utilizzate rispettivamente per alcune librerie di base e per i programmi accessibili attraverso la rete. https://www.gnu.org/licenses/licenses.html

[4]    http://opendefinition.org/od/2.0/it/

[5]    La Legge 17 dicembre 2012, n. 221 ha formalizzato una definizione di dati aperti (formalmente “dati di tipo aperto”) inserendola all’interno dell’art. 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale.

Ippolita è un gruppo di ricerca e formazione indisciplinare attivo dal 2004. Tra i saggi pubblicati: Anime ElettricheLa Rete è libera e democratica. FALSO!; Nell’acquario di Facebook; Luci e ombre di GoogleOpen non è free.