New Britannia

Pa Salieu e gli altri: tra eredità grime, afrobeats e contaminazioni soul-jazz, piccola introduzione al nuovo rap UK

Union Jack ovunque: sulle chitarre, sui vestiti, dipinte su mura e faccia, come adesivi appiccicati in ogni dove. Una trentina di anni fa, la «Cool Britannia», in buona parte grazie all’inoffensivo e bianchissimo brit-pop, rendeva di moda il nazionalismo inglese in versione pop, libero dall’incubo Thatcher ma non per questo meno tossico. La crisi economica del 2008, gli attentati terroristici, la progressiva vittoria dei Tory, la Brexit, il COVID: oggi non c’è decisamente più spazio per quel nazionalismo «leggero e spensierato». Si è persa anche quell’inedita apertura all’Europa che negli ultimi decenni ha portato a vivere e mettere radici nel paese centinaia di migliaia di persone, e al suo posto sono tornate di moda la cara vecchia paranoia xenofoba, i rigurgiti coloniali e imperiali, una forbice tra classi sociali che non ha mai smesso di crescere. Oggi insomma il «cool» possiamo metterlo da parte. Parliamo invece di «New Britannia»: il rap inglese in questi anni è maturato, diventando definitivamente la forza trainante della musica made in UK, legandosi indirettamente o direttamente ai nuovi temi sociali e politici del paese. I suoi protagonisti sono per la maggior parte frutto di varie diaspore, più o meno collegabili proprio a un passato imperialista britannico che – per la popolazione inglese – sta sempre a metà tra l’essere un arto fantasma, un rimpianto e, molto più raramente, una vergogna. 

Una musica che sembra quasi un antidoto, una risposta al mondo da cui scaturisce, se è vero ciò che afferma il fotografo e giornalista inglese Johny Pits: «la musica è uno strumento potentissimo: convoglia informazioni astratte, suggerisce un modo di stare al mondo, uno stile di vita. Abbiamo bisogno di situazioni in cui incontrarci». Visto a cosa assistiamo oggi può sembrare un po’ naïf attribuire alla musica un potere del genere, una sorta di purezza. In realtà è proprio la storia musicale inglese, più di tante altre, che tende a smentire questo cinismo. Basti pensare alle sottoculture britanniche: ognuna aveva la propria colonna sonora. È spesso successo anche il contrario: certe pulsazioni ritmiche, certi suoni laceranti, erano le prime espressioni astratte della risposta al clima che si respirava, finendo per plasmare l’identità degli individui, di gruppi interi. Esseri umani che assomigliano a un suono, un ritmo: riusciamo ad immaginare qualcosa di più intrinsecamente libero?

Senza diventare metafisici e senza caricarlo di significati eccessivi, il rap inglese è una forza con la quale fare i conti, anche se spesso sottovalutata. Per la maggior parte del pubblico e degli addetti ai lavori, è semplicemente una variante dell’hip hop americano declinata attraverso diverse specificità inglesi. Ma c’è anche un tema transnazionale, spesso in sottofondo ma diventato sempre più esplicito negli ultimi anni: la riunione della diaspora africana. In effetti, pochi posti come l’UK sembrano dimostrare una tale capacità di assorbire, mettere in comunicazione ed elaborare contemporaneamente le influenze caraibiche, afroamericane e africane facendole poi penetrare con potenza in diversi contesti e nello scenario mainstream globale. Sono anni che Drake (e di conseguenza tutti gli altri, anche in Italia) pesca a piene mani dai suoni inglesi; Londra è una seconda casa per la maggior parte degli artisti africani più influenti; l’inglese che si parla soprattutto tra i più giovani è fortemente debitore del patois jamaicano e via dicendo. 

Un altro modo di indossare l’Union Jack: Stormzy con il giubbotto antiproiettile disegnato da Banksy nel 2019 (foto: Neil Hall/EPA)

W.E.B. Du Bois, in merito alla condizione afroamericana, parlava di doppia coscienza: l’essere neri e americani come condizione inconciliabile, conflitto eterno. Sono tanti gli artisti inglesi di seconda o terza generazione che hanno espresso diverse varianti di questa inconciliabilità; comunicando oltre che in forma sonora e lirica anche esplicitamente, ad esempio nell’occasione del Windrush Scandal e approfittando di palchi «pesanti». La capacità degli artisti di fare da ponte tra paesi diversi, di riunire diverse esperienze e tradizioni musicali in una sorta di panafricanismo musicale contemporaneo sembra essere una risposta diretta al «problema» della doppia coscienza. Così come è quasi miracolosa la capacità di comunicare il tutto all’esterno, divenendo il simbolo di un’alternativa, di una via di fuga alla progressiva tendenza alla chiusura politica e mentale che ha raggiunto il suo apice con la definitiva formalizzazione della Brexit.

Questo anche perché il Regno Unito, con Londra a fare da apripista, è stato forse il primo paese al mondo a rielaborare in modo nettamente originale la formula hip-hop proveniente da oltreoceano. L’emergere del grime tra fine anni Novanta e primi Duemila è il risultato dell’incontro tra generi inglesi dancefloor come garage, jungle, 2step, drum’n’bass e la figura specifica del rapper statunitense. A funzionare da denominatore comune ci pensò soprattutto la Jamaica, imprescindibile tanto nell’invenzione concettuale delle figure di MC e DJ, quanto nella pura influenza sonora e di grammatica musicale dei generi inglesi sopracitati. L’influenza pervasiva dell’isola caraibica, ex colonia inglese, sulla cultura moderna e contemporanea è incalcolabile, quasi inspiegabile considerando le ridottissime dimensioni del paese e la sua storica marginalità politica in campo internazionale.

Vent’anni dopo, il grime rimane il fiume principale (assieme al diretto modello statunitense) da cui si sono sviluppati i numerosi e diversissimi affluenti dell’universo rap inglese: c’è il drill, che ne ha esasperato la parte più «criminale»; c’è il jazz/soul rap, a stretto contatto con la ricchissima scena nu-jazz locale; il rap più sperimentale che flirta in modo deciso ed esplicito con i vari generi dell’hardcore continuum inglese; ci sono una «novità» fondamentale come gli afrobeats. Ovviamente sono tutte classificazioni per lo più arbitrarie, gioco perverso di chi si trova a scriverne ma quasi inutili per chi poi i suoni li mette in pratica: i confini tra le varie tendenze sono porosi, ogni cosa fluisce nell’altra naturalmente in un’orgia di suoni e ritmi. Di seguito ho provato a raccogliere solo alcune delle mille espressioni che, in vario modo, descrivono tutte assieme la ricchezza dell’attuale scena rap UK: un elenco di artisti senza alcuna pretesa di completezza né tantomeno di oggettività (tanti, troppi i nomi –anche «grossi» – che andrebbero aggiunti), ma che comunque può valere come piccola introduzione per i non iniziati.

Intro: Old School New school

Dopo gli inizi tra radio pirata e crew in guerra – non solo musicale – i «vecchi» Don della scena grime vivono una seconda giovinezza (anche se non tutti: un pioniere assoluto come Wiley sembra per esempio arrancare). La posizione in cui si pongono oggi artisti come Skepta, Kano, Ghetts, D Double D, JME, Giggs, è l’evoluzione naturale della loro storia: una narrazione da sopravvissuti, da zii saggi. Hanno fatto tutti gli sbagli possibili nel gestire successo, popolarità e influenza, perdendo anche treni importanti. Ora quindi condividono successi e fallimenti con le nuove generazioni, da questo punto di vista molto più sveglie e già più globali dei diretti predecessori. A volte si torna ai fasti passati, ma con un’autoironia (e consapevolezza) che permette di non scadere nel ridicolo; con una nuova e più ricca visione circa tematiche sociali prima toccate solo con il puro spirito incendiario della gioventù. 

I rapporti con le nuove generazioni infatti sono ottimi: i featuring di Skepta sono ovunque, Kano è rimasto uno dei parolieri più consistenti e profondi della scena, diventando anche un antieroe famoso in tutto il mondo grazie al successo della serie Top Boy. La musica riflette questa maturità: le influenze trap, drill, afrobeats, pop ma anche di un’elettronica non banale si sono infiltrate nei dischi smussando gli angoli più acuti del grime originale; i flow si sono irrobustiti, associando alle irresistibili e intricate cadenze caraibiche la capacità di comporre ritornelli da singolo radiofonico. È raro trovare artisti tanto in grado di equilibrare così bene mondi in eterno conflitto, trovando il modo di mantenersi fedeli alle proprie origini ma anche di raggiungere un pubblico più ampio senza perdere in credibilità.

Pa Salieu 

Pa Salieu è uno dei nomi più chiacchierati degli ultimi mesi. Dalla cruda energia dei primi video esplosi in rete, in meno di un anno è approdato a un ottimo album di debutto, Send Them To Coventry: un mix letale di grime, drill, dancehall ed echi dell’Africa dell’ovest. Le produzioni dei brani, creative e stratificate, si uniscono ad una voce bassa ipnotica, capace di pericolosi incastri ritmici, ma anche di slanci melodici che rimangono piantati nel cervello. La versatilità del suo flow è semplicemente impressionante, così come lascia sbalorditi l’apparente assenza di sforzo nel plasmarlo a proprio piacimento. Nato appena ventiquattro anni fa in una cittadina fuori Londra da genitori gambiani, è un talento puro che sta bruciando le tappe anche per la capacità di adattamento a contesti creativi molto lontani da quelli originari. 

Backroad Gee

Backroad Gee è emerso come partner e collaboratore dello stesso Pa Salieu ma è molto interessante anche preso da solo. Rispetto al compagno è meno tridimensionale, interpreta più direttamente la componente grime e drill della tavolozza sonora: tanto nei suoni popolati di bassi che fanno cadere dalla sedia quanto nell’attitudine, nella narrazione e nella delivery violenta delle liriche.

Che Lingo

La sua «My Block» è finita per diventare uno degli inni delle proteste inglesi Black Lives Matter di questa estate (assieme a molti brani di artisti presenti in questa lista). Lo sguardo di Che Lingo è decisamente rivolto agli Stati Uniti, con un suono spesso più trap che grime ed un approccio melodico che emerge nei ritornelli quanto nel flow, estremamente versatile e capace senza sforzo di cambi di passo improvvisi.

Kojey Radical 

Nato a Londra da immigrati ghanesi, laureato in design della moda, Kojey Radical è un artista poliedrico, con un approccio creativo multidisciplinare di cui è intrisa ogni sua produzione: musica, video, stile – nulla è lasciato al caso. Poliedricità che si esprime anche nel suono, che passa senza sforzo da un hip hop intriso di funk e jazz a produzioni più vicine a grime e afrobeats (con la S: vedi oltre). Dotato di una voce estremamente carismatica, il suo flow spesso evolve in recitativi, vista anche la verbosità che lo caratterizza. In questo senso è sicuramente uno degli artisti inglesi più conscious, con liriche che spaziano fra tematiche afrocentriche, sociali e introspettive.

Flohio 

Cresciuta nei centri culturali giovani della capitale ascoltando afrobeat grazie ai genitori nigeriani, Flohio sembrava dover esplodere due o tre anni fa sulla scia di fenomeni concittadini come Little Simz, Loyle Carner e Dave – ormai vere e proprie star ben oltre i confini del Regno Unito. Il suo percorso invece è stato più graduale, e l’album di debutto è arrivato solo nell’anno della pandemia. No Panic No Pain mette a fuoco le promesse delle origini: ai beat martellanti fatti di synth taglienti come lame, bassi distorti e batterie schizofreniche, si unisce un flow carismatico e senza compromessi.

Lex Amor 

I brani di Lex Amor sono la colonna sonora di un sogno lisergico in bianco e nero. Le strumentali di stampo hip-hop (con puntuali rimandi garage e broken beat) hanno un incidere spesso lento, arioso, che crea tutto lo spazio possibile per le acrobazie liriche in forma libera della rapper e conduttrice radiofonica. Spesso siamo ai limiti dello spoken word, con un flow che galleggia appena sulle basi dense come pece, inscenando una finta lotta fratricida dalla quale la nostra esce sempre vincitrice. Dopo una manciata di singoli il suo disco di debutto, Government Tropicana è uscito nel 2020.

Knucks e KwolleM

«Mellow» (dolce) e «Grime» (sporco) sembrano due concetti inconciliabili, eppure messi assieme indicano un sottogenere preciso che funziona anche molto bene. Knucks e KwolleM sono i due artisti più convincenti nell’interpretare questo grime addolcito da strumentali malinconiche piene di riverberi esagerati, piano rhodes e perfino chitarre acustiche. Se il neologismo per indicarlo è orribile e gli elementi del mix sembrano una ricetta per la catastrofe perfetta, la musica finisce per convincere e sorprendere.

Louis VI [+ Othasoul]

Il suo pezzo più popolare si chiama «Jazz Got Me», ed è un buon riassunto dell’approccio alla musica del rapper e producer londinese. Il flow morbido ma sicuro di sé si esprime quasi sempre su basi intrise di soul e strumenti di stampo jazzistico; solista o nel duo OthaSoul insieme al collega Dozer Carter. Per questi motivi è forse il rapper che può vantare più collaborazioni con i cugini della scena nu-jazz londinese, artisti come Nubya Garcia, Moses Boyd, Oscar Jerome, Alfa Mist. 

Blue Lab Beats

Duo giovanissimo, un producer e un multistrumentista. Sono spesso annessi alla scena jazz (a ragione, viste le sonorità strumentali e le collaborazioni) ma la loro è una musica profondamente hip-hop, figlia degli esperimenti tra jazz e rap di Guru e J-Dilla. Ultimamente hanno iniziato a lanciarsi in modo convincente anche in territori afrobeats

Elevation/Meditation Collective 

Un giovane collettivo londinese – composto da p-rallel, Louis Culture, Finn Foxell, Lord Apex – il cui suono si sviluppa in mille direzioni ma riesce comunque a produrre una cifra stilistica riconoscibile. C’è una sorta di nebbia emotiva molto inglese che pervade tutte le diverse produzioni; influenze garage, forme elettroniche libere, sonorità lo-fi, strumenti malinconici di matrice jazzistica e testi che sembrano essere sempre recitati con la lingua gonfia per il troppo bere. Un produttore (p-rallel) e tre rapper, un numero incalcolabile di collaborazioni che vanno dall’underground più oscuro a nomi sulla breccia del successo, che basterebbe seguire per comporre una mappa intricatissima di artisti misconosciuti. Un piccolo universo nel quale è piacevolissimo perdersi. 

The Silhouettes Project e dintorni

Creato e curato da Asher Korner (Kosher) and Jaden Osei-Bonsu (Eerf Evil) a loro volta due artisti, The Silhouttes Project non è un’etichetta o un team di management: è un «community project» come si può leggere sulla loro pagina Bandcamp. L’idea alla base della nascita del progetto è stata quella di un album collaborativo in cui riunire il meglio dell’underground inglese in materia di hip-hop infuso di soul e jazz. Un nuovo pezzo alla settimana durante tutto il 2020, raccolti in una playlist in costante aggiornamento, un lp e altro ancora. Una bella rappresentazione di una scena ricchissima, tra nomi completamente sconosciuti e figure che hanno poi fatto il botto come la londinese ENNY. 

Coda: la S è fondamentale – UK Afrobeats 

Abbiamo descritto nell’introduzione l’imprescindibilità delle influenze jamaicane e caraibiche per la musica inglese. Accanto a questa, negli ultimi anni è emersa sempre più decisamente la componente africana, anche qui per lo più riferibile alle ex colonie inglesi: Nigeria, Ghana e Gambia su tutte. Per indicare l’ondata di musica africana contemporanea degli ultimi anni si è iniziato ad usare il generico «afrobeats» – con la S, a distinguerlo dall’afrobeat (senza S), il vecchio jazz/funk mescolato alla tradizionale musica africana occidentale di Fela Kuti e Tony Allen. Un contenitore multiforme che tende ad appiattire le differenze tra i vari paesi africani ma che torna utile per identificare un’attitudine ed un suono comuni, tesi a fondere il pop e l’hip-hop internazionale con le specifiche musicali di artisti africani oggi popolari e imitati in tutto il mondo come Burna Boy, Mr Eazy, Davido, Wizkid, Tiwa Savage, Yemi Alade.

Artisti inglesi come J Hus, Juls, Not3s, Darkoo, Kojo Funds, Ezi Emela, Yxng Bane, Eugy, Br3nya hanno quindi fatto proprio il tutto, condendolo con ulteriori sfumature grime/dancehall, in una collaborazione costante proprio con i succitati artisti africani. Una forza così travolgente da essere stata riconosciuta da una classifica apposita: nel 2020 ha debuttato la UK Afrobeats Chart. Una decisione storica, che ha sancito anche «ufficialmente» il peso di questi artisti nel panorama musicale contemporaneo. 

Giulio Pecci è nato nel 1996 a Roma, dove vive. Scrive di musica e cultura per Il Tascabile, Esquire Italia, Dude Mag e altri. Organizza la rassegna mensile Quadraro in Jazz e ha fondato il progetto culturale Asiko. Come Chourmo è dj e musicista.