Nelle backrooms dei Boards of Canada

Hauntology, spazi liminali, ascesi. Una conversazione su Inferno, il nuovo album dei BoC

Valerio Mattioli: Ciao Federico, come stai? Hai visto Backrooms, il film di Kane Pixels che riprende ed espande la serie di corti ispirati al creepypasta nato su 4chan nel 2019? È un gran film, sul serio – e non solo perché è la prima volta che le cosiddette internet aesthetics diventano mainstream. È uscito il 29 maggio, lo stesso giorno di Inferno dei Boards of Canada.

La coincidenza, come immagino saprai, non è casuale: Backrooms si chiude proprio con un brano tratto da Inferno – per la precisione, “The Word Becomes Flesh” – il che è di per sé una notizia. Nel senso: tutti quelli – me compreso – che stavano a domandarsi “ma nel 2026, quale rilevanza potrà mai avere un nuovo album dei Boards of Canada fuori da quel segmento generazionale che va approssimativamente dai 35 ai 50 anni?” sono accontentati. Non solo le loro musiche incorniciano il fenomeno cinematografico dell’anno, nato nei più reconditi anfratti dell’internet Gen Z e girato da un regista che a malapena ha compiuto ventun anni. Piuttosto, è proprio Kane Pixels ad aver dichiarato che le atmosfere del film sono state influenzate dagli stessi BOC.

Se ci pensi, suona tutto persino ovvio: c’è un’evidente affinità tra l’immaginario “analog horror” di cui è depositario Backrooms e la grana orrorifico-analogica per la quale i BOC sono diventati celebri, quantomeno nei loro momenti migliori. Se d’altronde la storia musicale degli ultimi trent’anni ha conosciuto un nome che più di tutti ha anticipato l’estetica “perturbante” dei liminal spaces, questi sono proprio i BOC. E poi gli stessi liminal spaces, di cui le backrooms sono l’esempio più evoluto, altro non sono che un aggiornamento di quella hauntology battezzata già a fine anni Novanta ancora dai BOC; in quel libro meraviglioso che è Exit Reality, Valentina Tanni descrive i liminal spaces come “contenitori per i ricordi”, spazi che “sembrano provenire letteralmente dal passato” capaci di suscitare “un vago senso di desolazione, una forte inquietudine e una generica nostalgia”: sembra davvero, parola per parola, la descrizione di dischi come Music Has the Right to Children o Geogaddi.

Al tempo stesso, come sempre accade coi BOC, credo che questo rapporto vada a sua volta invertito. Non è tanto che le musiche dei BOC ben si prestano alle atmosfere di Backrooms. È semmai Backrooms a gettare un’ulteriore luce sul senso profondo dei BOC.

Exit reality_01

Cosa sono le backrooms? Ancora in Exit Reality, Valentina Tanni le definisce “vertigini procedurali”: una sequenza infinita di stanze che paiono il prodotto di una simulazione per opera di qualche intelligenza artificiale, o comunque extra-umana. Tanni cita un articolo di Mark Frauenfelder chiamato The Quiet Horror of Procedural Generation: è il processo generativo tipico delle intelligenze artificiali – quel tipo di dinamica “trial and error” che a partire da un input iniziale genera risultati vieppiù incontrollabili dall’intervento umano – a produrre il “quiet horror”, vale a dire la tipica, straniante sensazione del genere “sembra tutto così familiare, eppure c’è qualcosa che non va” che ritrovi tanto nel film di Kane Pixels quanto nella discografia dei BOC.

Insomma, puoi immaginare come mi sia sentito quando alla fine di Backrooms sono partite le musiche di “The Word Becomes Flesh”, un titolo a sua volta preso dall’Apocalisse di Giovanni: voglio dire, è la tesi su cui ho costruito tutto Exmachina, il mio libro proprio sui BOC – o meglio, un libro in cui i BOC vengono letti come traiettoria terminale di un più ampio discorso sul rapporto tra genere umano e Macchina, a partire da un disco del 1992 chiamato non a caso Artificial Intelligence (gli altri due capitoli sono su Aphex Twin e Autechre). 

Forse allora i miei deliri paranoidi su cui quel libro è costruito tanto paranoidi non erano! La prendo come una rivincita personale, ecco. Chiaramente, alle mandrie di tredicenni che erano a vedere il film assieme a me, di tutto questo non fregherà niente – ma c’è sempre tempo per noclippare nella meravigliosa landa del metodo paranoico-critico a suo tempo inventato da Salvador Dalì, un altro che sull’Inferno (dantesco) si spese parecchio, quindi attendiamo fiduciosi, dai.

Tu piuttosto, come l’hai preso questo Inferno? Intendo il disco dei BOC, non le xilografie di Dalì.

Federico Sardo: Ciao Valerio, no, non l’ho ancora visto. Lo vedrò sicuramente e sono sicuro sia molto bello, visto che lo state dicendo tutti. Per buttare un po’ di benzina sul fuoco però ho un pregiudizio: c’era davvero bisogno che un fenomeno culturale di Internet, un’aesthetic che non era altro che una raccolta di immagini e già era qualcosa di compiuto, riuscito e sensato così, dovesse diventare una cosa vecchia e narrativa e codificata come un film? Non è forse un passo indietro? Una normalizzazione verso linguaggi che conosciamo e che posso spiegare anche a mia madre?

Certo, tu mi dirai che è normale che estetiche che sono nell’aria poi vadano a insidiare l’immaginario, e di conseguenza i film e tutto il resto – del resto già l’estetica delle backrooms era ampiamente presente per esempio in Severance… Non so.
A proposito di teenager: a tua figlia, che è cresciuta ascoltando i BOC, è piaciuto il film?

Valerio Mattioli: Le è piaciuto, ma mi duole informarti che la sua fase-BOC (se mai c’è stata davvero) è terminata da un pezzo: adesso il suo artista preferito, dopo un breve periodo Anna Pepe, è Nerissima Serpe.

Federico Sardo: Peccato non sia Simba La Rue, che aveva messo una backroom in copertina del disco già due anni e mezzo fa.

Ma facendo un passo indietro, e tornando a Inferno, di cui dovremmo parlare: come mai aspettavamo tanto questo disco e quali erano le nostre aspettative?
Per quanto mi riguarda, Tomorrow’s Harvest è il disco migliore dei Boards of Canada, e a questo punto potrei anche dire in assoluto uno dei miei dischi preferiti.

Non mi pare sia un’opinione molto condivisa: vedo tanta gente che ora, parlando di Inferno, dice “finalmente sono ritornati in forma”, “miglior disco dai tempi di Geogaddi”, e anche se vogliamo prendere come riferimento una community comunque abbastanza nerd come quella di Rate Your Music, Tomorrow’s Harvest è di gran lunga quello con la votazione peggiore.

Ora, ne hai già scritto ampiamente e ci hai scritto pure (parte di) un libro, però se dovessimo riassumere brevemente il capitolo precedente per chi passasse di qui per caso, perché Tomorrow’s Harvest ti ha preso così tanto?

La hauntology riguarda innanzitutto la (ri)costruzione del ricordo, e come questa ricostruzione sia ormai un fenomeno tutto interno alla Macchina, ultima depositaria delle nostre memorie

Valerio Mattioli: Caro Federico, vedo che mi costringi subito a un discorso persino più lungo di quello con cui ho iniziato – maledetto! 

In effetti, in Exmachina il ruolo di Tomorrow’s Harvest è decisivo, “apocalittico” nel senso etimologico del termine – quello di “rivelazione”. I BOC d’altronde hanno sempre giocato con un certo immaginario occulto-esoterico, e l’aggettivo più impiegato per descrivere Tomorrow’s Harvest è proprio “apocalittico”, quindi in un certo senso non mi sono allontanato granché dalla consueta mistica che da sempre circonda il duo. Penso però che il senso di quel disco sia molto più profondo di quanto una sua lettura superficiale suggerisca, quindi va bene, proverò a riassumere le quasi 100 pagine che nel mio libro dedico ai BOC in una risposta soltanto –  preparati!

Quando uscì nel 2013, Tomorrow’s Harvest venne sulle prime raccontato come “il disco dei Boards of Canada sulla crisi climatica”: un album che recuperava le atmosfere dei vecchi film horror di Carpenter e Fulci per dipingere un quadro – ancora – “post-apocalittico” della catastrofe ecologica in corso.

Ora, i BOC questa vena ecologico-ambientalista ce l’hanno sempre avuta: era una loro peculiarità, fin troppo sottolineata già ai tempi di Music Has the Right to Children (1998), e che i fratelli Sandison resero esplicita ai tempi di The Campfire Headphase (2005), quando arrivarono a definirsi nientemeno che “attivisti”. Ma come ben sappiamo, “l’ecologismo senza lotta di classe è giardinaggio”: e non solo ai BOC della lotta di classe pare non fregare niente, ma la loro variante di ambientalismo è sostanzialmente tutta interna a quelle correnti di fatto conservatrici-nostalgiche (penso a movimenti come il new urbanism, a un certo filone a cavallo tra new age e consciousness di stampo liberal-individualista, o anche ad autori per molti versi prossimi all’estetica BOC quali Paul Kingsnorth, il fondatore del Dark Mountain Project e autore di The Wake) per le quali il problema non è tanto il nucleo estrattivista alla base del nostro modello economico-sociale, ma un generico distacco dai valori “reali” della Terra – valori minacciati da un mostro ormai fuori controllo chiamato modernità. Da qui, le letture di stampo esplicitamente apocalittico-survivalista di autori come Dmitry Orlov e James Howard Kunstler, che non a caso i BOC stessi citarono come ispirazione per Tomorrow’s Harvest al punto da definirli “profeti moderni”.

Quindi ecco, dal punto di vista puramente politico-ideologico Tomorrow’s Harvest è – come tutto il resto della loro discografia, d’altronde – un album quantomeno ambiguo: mi fa ridere quando Riccardo Papacci dice che è “il loro disco Verso Books”, perché non solo è l’esatto opposto dei discorsi sull’antropocene che cominciavano a diffondersi nel 2013, ma conoscendo Verso (e un po’ anche i BOC, sebbene non di persona) so per certo che si tratta di universi agli antipodi.

Per fortuna, però, quello che rende i BOC un gruppo non solo grande ma – appunto – profetico, è la loro funzione di catalizzatori involontari dello spirito dei tempi. Sottolineo l’aggettivo “involontari” proprio perché, come giustamente fa notare Craig di Acid Horizon parlando dei BOC, “l’atto profetico non ha bisogno dell’intenzione del profeta per legittimarsi. La trasmissione resta indifferente alla sincerità del trasmettitore e, volendo azzardare un’ipotesi, trova un condotto ideale nell’onnipresente rete in fibra ottica della comunicazione cui la cultura contemporanea indulge così volentieri”.

Quindi: cosa ci dice Tomorrow’s Harvest del mondo che ci circonda? Qual è la sua funzione profetica, indipendentemente dal fatto che i fratelli Sandison abbiano sprecato ore preziose della loro vita a leggere immondizia tipo Orlov (che a sua volta io ho letto per colpa loro)? Certo, Tomorrow’s Harvest parla di catastrofe ambientale e crisi climatica, ma anche e soprattutto di estinzione umana, crioconservazione, apocalisse come fenomeno ciclico da cui ripartire in direzione di un nuovo collasso, e così via all’infinito: altro che Verso, siamo semmai dalle parti di una versione vagamente ambient-gnostica del Nick Land più allucinato.

È un legame che non butto lì per mero gusto della citazione, quello tra BOC e Land; al contrario: si tratta di un rapporto tutto interno alla stessa hauntology, di cui i BOC come sappiamo sono i progenitori. Non è forse la hauntology l’oltre-lo-specchio dell’accelerazionismo? Al di là del fatto che entrambe le teorie provengono dallo stesso nucleo di autori e che quindi esiste una genealogia molto chiara a riguardo, la hauntology non è mai stata una semplice questione di “nostalgia per un futuro mai avvenuto” o di “ricordi sfocati dell’infanzia” – due luoghi comuni spesso evocati quando si parla dei BOC, ma di cui in Tomorrow’s Harvest guarda caso non c’è traccia. La hauntology riguarda innanzitutto la (ri)costruzione del ricordo, e come questa ricostruzione sia ormai un fenomeno tutto interno alla Macchina, ultima depositaria delle nostre memorie e al tempo stesso presenza inumana per definizione indifferente alle tradizionali concezioni di spazio, tempo, empatia, sofferenza nonché “intelligenza” tout court.

Di nuovo: importa poco che l’intenzione dei fratelli Sandison fosse davvero quella di dare voce all’ex post macchinico. Quello che conta è che questo elemento lo trovi nei BOC sin dall’inizio. Come provavo a spiegare in Exmachina, nei BOC memoria e profezia coincidono, e il risultato è una sorta di mnemotecnica proveniente dal futuro – un futuro che, dietro la calda patina nostalgica dei synth analogici, è puro orrore post-estinzione. E allora ecco il tema del “ricordo” filtrato attraverso la sua riproduzione tecnica: campioni presi da vecchie VHS, medium scomparsi, scampoli di vecchi documentari – in altre parole: il passato ricomposto artificialmente in laboratorio, quella sensazione di “ecco come eravamo una volta” rifratta attraverso la ricostruzione macchinica. O anche: l’ossessione per cifre, elenchi, numeri – in altre parole: dati – che fa il paio col fascino per culti e comuni in cui l’individuo smette di essere una singolarità e diventa soltanto una componente di un organismo quantitativo più vasto. E soprattutto quella specie di primigenia dichiarazione d’intenti rappresentata dalla copertina di Music Has the Right to Children, con quei volti sfocati o meglio blurrati, come se una macchina stesse tentando di riprodurre l’istruzione “elemento umano” senza essere in grado di raggiungere il livello di dettaglio richiesto dai lineamenti del volto, a loro volta massima espressione di una individualità, di una specificità, che alla Macchina non interessa.  

Questo ultimo elemento lo trovi paro paro in Backrooms; se hai visto il film, saprai che tutto ruota attorno a una frase pronunciata dal protagonista Clark: “è come descrivere un cane a una persona che un cane non l’ha mai visto, e poi chiedergli di disegnarlo”. Il risultato sarà qualcosa che assomiglia a un cane, ma che nei suoi dettagli avrà sempre qualcosa di sbagliato, di fuori fuoco, di straniante. E le backrooms – queste intelligenze inumane di origine incerta, forse aliena, forse algoritmica, forse parto diretto della nostra psiche ormai contagiata dal virus macchinico – funzionano esattamente così: provano a riprodurre fedelmente le memorie dei visitatori che le attraversano, ma il risultato è un tipico esempio di “perturbante” – figure umane con sei paia di occhi, volti scomposti che paiono presi da un quadro cubista, ecc. ecc. – in cui la realtà non coincide con sé stessa.

Ecco, quello che trovo meraviglioso in Tomorrow’s Harvest è proprio l’esplicitazione – drammatica, dolorosa ma al contempo fredda, distaccata – di un punto di vista post-umano: non nel senso delle teorie di Rosi Braidotti, ma nel senso di uno sguardo in cui l’elemento umano è ormai relegato a ricordo sbiadito nella nebbia del “deep time”, tanto per citare un altro titolo di Inferno. È il ricordo del nostro passaggio in Terra visto da quel punto lontano nello spaziotempo in cui non ci saremo più, e a rimembrarci non ci sarà altro che una Grande Intelligenza inumana e genocida.

Ti avevo avvisato che sarei stato molto lungo! 

Federico Sardo: Peraltro questa cosa qui è esattamente quello che facevano le AI fino a poco tempo fa! Sembra già una cosa sorpassata da un sacco di tempo, ma ricorderai le immagini con sei dita, le facce strane, i connotati umani ma non perfettamente umani, da body snatchers… 

E anche qua nell’artwork ci sono dei bambini dai volti strani, alieni.

E se Land è il filosofo alla base dell’ideologia che informa il mondo di chi muove le fila del nuovo potere negli Stati Uniti, come interpretiamo il video comparso sui social della Casa Bianca con un pezzo di Inferno come colonna sonora? Un caso? Uno stagista fan? O altro? Chissà.

Venendo all’album vero e proprio: io forse dopo tredici anni avevo un po’ perso la speranza, non ci credevo così tanto in un nuovo capitolo. Mi ha sorpreso, all’inizio ho anche temuto che gli annunci anticipassero magari solo qualche ristampa, l’uscita ufficiale di qualche vecchio demo, cose così.

Tra l’altro, al di là di tutto l’occulto e l’esoterico che poi inevitabilmente tratteremo, la domanda più  prosaica che mi faccio è: ma come camperanno tra un disco e l’altro? Tu hai qualche suggestione? Cosa ti piace pensare?
Avvicinandoci un po’ al centro del discorso, indubbiamente la più grande fonte di speculazione anticipatoria è stata il titolo: Inferno. Io tuttora l’ho capito e non l’ho capito: probabilmente poi vedremo qualche teoria di quelle che circolano sui forum degli adepti del culto, però sta di fatto che con quel titolo le mie aspettative sicuramente erano diverse. A un primo ascolto forse la cosa che ho notato di più è che non era un disco poi così infernale, diciamo. Dimensioni ultraterrene sì, sicuramente. Però l’inferno? C’è ‘sto inferno? Che inferno è?

Mi ero peraltro anche preparato in testa tutto un pippone su come loro, che non fanno live, siano l’apoteosi di quell’elemento già presentissimo in tutta l’IDM degli anni Novanta, una specie di negazione del vitalismo (camerette, computer, ascolto casalingo – vedi la copertina di Artificial Intelligence e non da club, opposizione al coevo brit-pop, antitetico nella sua dimensione da grandi raduni rock), ribaltando quindi tutto il discorso dal vivo/live, in “da morti”, però non so poi quanto il disco mi abbia parlato di quella dimensione. Certo la chiusura è un cuore che smette di battere…

Mi aspettavo anche un disco dall’Aldilà di Fulci, invece in questo senso trovo più esplicitamente (didascalicamente? Di certo i BOC lo sono in modi molto più sottili) post-umano il disco dei Seefeel: ti piace? Si riesce a dedicarsi anche ad altre cose quando escono i BOC? Sarei anche tentato di azzardare, oltre che parallelismi, riflessioni sul fatto che i dischi che ho ascoltato di più nel 2026 vengano da quel mondo lì, dagli anni Novanta, dalla Warp, l’IDM, ma poi mi ricordo che forse è solo l’età che avanza. 

Valerio Mattioli: Sì, il nuovo Seefeel mi è piaciuto molto: poveri loro, immagino saranno parecchio incazzati che la Warp abbia pubblicato Inferno ad appena poche settimane di distanza dal loro nuovo album: è stato come asfaltarli senza un briciolo di tatto! Comunque: sì, anche io sono rimasto sorpreso da quanto il ritorno dei BOC suoni poco “infernale”. Gli indizi sembravano puntare altrove: titolo dell’album, artwork, ma soprattutto un brano come “Prophecy at 1420 MHz”, la prima volta in cui il tema della “profezia” veniva esplicitamente rivendicato da un gruppo che sulle profezie ha costruito buona parte della sua aura notoriamente criptica ed enigmatica. 

L’elemento più scioccante di “Prophecy at 1420 MHz” è la voce vocoderizzata, atterrente e maestosa, che compare a metà brano, che i fan del gruppo hanno splendidamente riassunto nella formula “il Final Boss dell’universo BOC” e a cui ancora Craig di Acid Horizon si riferisce come “Vox Dei”. Di chi è questa voce che pare provenire da qualche specie di Oltretomba Galattico? Quale terrificante profezia annuncia? Visto il precedente di Tomorrow’s Harvest, tutto lasciava pensare che i BOC fossero infine approdati alla loro fase cosmic-horror – intendo in senso proprio lovecraftiano, il che avrebbe avuto una sua logica essendo Lovecraft uno dei numi tutelari della hauntology (e dell’accelerazionismo: appunto).

E invece, da lì, Inferno prende una piega diversa. È chiaramente un proseguimento concettuale di Tomorrow’s Harvest, ma al viaggio in solitaria nel Grande Nulla cosmico sostituisce un percorso ascetico con addirittura qualche punta celestiale. 

Il tema dell’ascesi è dopotutto alla base della Commedia dantesca a cui il titolo di Inferno si riferisce. Esattamente come nel caso di Dante, diverse recensioni leggono il disco come una reazione ai tempi disperati che stiamo vivendo: fondamentalismi politici e religiosi, culti fuori controllo, predominio della Tecnica… In questo senso, sarebbe Inferno il loro vero “disco Verso Books”, una specie di grande affresco di “critica politica e sociale”. Ma come ho già detto prima, non è questo il ruolo dei BOC – non è proprio la loro grammatica, se capisci cosa intendo. E infatti le stesse recensioni di cui sopra devono ammettere che le interpretazioni possono essere molteplici; restando al tema dell’ascesi, le teorie che finora ho visto in circolazione sono due: può trattarsi di un’ascesi di stampo vagamente ottimista, del genere “dopo l’apocalisse di Tomorrow’s Harvest, e dopo essere precipitata nell’Inferno della distopia post-apocalittica, l’umanità infine si risolleva consapevole del Grande Destino di cui è responsabile”; oppure può essere un’ascesi extraumana e, di nuovo, cosmica: dopo l’Apocalisse non resta più nulla se non risorgere altrove, su altri pianeti e in altre galassie, magari sotto forma di puro spirito.

E però, di nuovo, il legame con Backrooms tinge l’ascesi di sfumature sottilmente inquietanti: il luogo verso i quale tale ascesi conduce potrebbe non essere altro che il Paradiso Algoritmico del “quiet horror” procedurale – quella flatline rappresentata dal silenzio che segue il battito cardiaco alla fine del disco, che anche tu menzioni, in un brano chiamato non casualmente “I Saw Through Platonia”; citando dal solito BOCpages: “Platonia è un concetto sviluppato dal fisico britannico Julian Barbour per descrivere un universo senza tempo in cui il tempo è un’illusione. È un vasto ‘spazio di configurazione’ matematico che contiene ogni possibile disposizione istantanea dell’universo, ognuna una ‘Presente’ o ‘istantanea’ congelata, esistente tutto in una volta, piuttosto che svelarsi in sequenza”. In altre parole, lo sguardo di Dio/il non-tempo della Macchina, nonché una specie di esegesi di quello che il più classico tra i temi BOC: “the past inside the present”.

Una simile lettura sarebbe in continuità con quel sentimento techno-gnostico magistralmente riassunto da Erik Davis in quel capolavoro che è Techgnosis, un sentimento di cui i BOC stessi sono stati figli, esponenti e rappresentanti, anche solo per via del periodo in cui sono nati (tra l’altro invito a leggere le parole che proprio Erik Davis spese ai tempi per loro recensendo Music Has the Right to Children).

Poi c’è chiaramente l’ipotesi del mio amico Egisto Sopor/Polysick/Pasquale Borzillo: “un album in chiave mondo-movie sul tema ‘le religioni nel mondo’”. Questo spiegherebbe alcune cadute di stile e una certa grossolanità concettuale – perlomeno per gli standard dei BOC – avvertibile qui è là nel disco sin dal primo ascolto: cori hare krishna piazzati a caso, sample di Aleister Crowley manco fossero uno stantio gruppo industrial di quinta generazione, citazioni bibliche nei titoli dei brani (lo dicevamo prima), artwork pericolosamente rasente il kitsch con tanto di filtri Photoshop su immagini di crocifissi e un vago sentore di AI slop…

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Federico Sardo: L’ipotesi di Polysick secondo me risuona con il profondo legame con Societas x Tape, che in qualche misura è un po’ un mondo movie che esplora sette e library misconosciute… E la copertina di Inferno ricorda Cannibal Holocaust: bisognerebbe chiedere un parere a Luca Barbareschi.

Ma a proposito di primo ascolto, qual è stata la tua prima impressione? Devo ammettere che il primo giorno sono riuscito ad ascoltare solo le prime otto o nove, mi pare. E tra quelle che già avevamo sentito, il gioco delle voci di “Father and Son” che tuttora forse è la cosa che faccio più fatica a digerire del disco (a te piace?), qualche “classic BOC”, e l’effetto abbastanza “macosacazzo” del primo ascolto di “Naraka” (quella con il canto Hare Krishna, per chi ci stesse leggendo senza avere imparato la tracklist a menadito), sono rimasto un po’ deluso. Per carità, musica bella, comunque meglio della maggior parte di quello che c’è in giro, però rispetto ad aspettative stellari non è che fossi così entusiasta. Quando poi sono riuscito ad ascoltarlo tutto, sin dal primo ascolto le ultime otto invece mi hanno abbastanza ribaltato. Ora anche gli Hare Krishna non mi dispiacciono.
Mi sembra che ci sia dentro qualcosa un po’ di tutte le loro fasi, come se fosse un compendio. Ma che va anche oltre, per esempio “All Reason Departs” ha tutta quella seconda parte che non esiterei a definire autechriana, che è una novità per loro. C’è quel pezzo bellissimo con il sitar (“Blood in the Labyrinth”), un altro carpenteriano (“Arena Americanada”), lo shoegaze/dream pop in versione fuori asse, stonata (“Somewhere Right Now in the Future”), la library e le sette che, come dicevo, ritornano dal fondamentale Societas x Tape… (che a posteriori possiamo considerare un po’ come un’introduzione a Inferno?)

E non ho nemmeno citato cose come “Deep Time” o quel gioiello assoluto di “You Retreat in Time and Space”.

Non ricordo dove ho letto uno che diceva che sta a Geogaddi come Tomorrow’s Harvest stava a Music Has the Right to Children.

Valerio Mattioli: Non ascolto altro da giorni, che altro posso aggiungere? Il primo impatto non è stato necessariamente dei migliori: da una parte, mi distraeva la produzione così limpida e cristallina, molto distante dai loro precedenti lavori; dall’altra, mi indisponevano quelle “cadute di stile” a cui accennavo prima e che anche tu hai notato.

E invece, eccomi qui che in una settimana ho ascoltato questo disco talmente tante volte che manco saprei più quantificarle. Mi sono spesso chiesto “ma se non fosse stato dei BOC, gli avrei dato tutte queste possibilità?”. Perché insomma, di solito a un disco che  mi piazza i cori di hare krishna in un brano chiamato “Naraka” solo perché “naraka” è l’inferno induista, non avrei dato mezza possibilità – c’è un limite a tutto, cazzo! Però poi subentra il classico potere dei BOC, la loro malia, il loro sortilegio (profetico): la sensazione che dietro ci sia qualcos’altro, che i loro dischi siano testi da decrittare, che sia necessario scavare più in profondità perché solo scavando sarai in grado di intravedere l’ennesimo indizio di Rivelazione.

Mi rendo conto che si tratta di un approccio in un certo senso poco onesto: qualsiasi disco, pure la peggio merda in circolazione, se ti metti ad ascoltarlo venti volte di fila, alla fine ti si aprirà in qualche suo aspetto imprevisto e, dai e dai, finirà per piacerti. Ma qui stiamo parlando dei BOC, cristosanto – o forse del solo Mike Sandison? Ecco, questo è un altro elemento che qualche perplessità me l’ha suscitata… 

Federico Sardo: Ecco, a questo punto introduciamo il tema “Marcus stepped back”. Per chi ci stesse leggendo senza saperne nulla: i credits che stanno dietro al disco, anche senza stare a riportare tutta la parte tecnica, dicono “all tracks written and produced by Mike Sandison”, che ovviamente è una sorpresa non da poco per quello che è sempre stato un duo che in teoria ha sempre lavorato alla pari. Ovviamente da lì anche un sacco di speculazioni, non ultima quella che Marcus sia morto, che tutte le sonorità “ospedaliere” (macchinari, battiti del cuore) ripercorrano la storia di una tragedia…

(Tra l’altro scopro proprio ora che, mentre i credits che stanno dietro al disco sono quelli che abbiamo detto, il sito della American Society of Composers, Authors and Publishers riporta invece sei pezzi come scritti da entrambi, peraltro molti dei miei preferiti).

Valerio Mattioli: Be’, questo è certamente un duro colpo alla loro mitologia – tutta quell’immagine dei due “fratelli magici” che solo a un certo punto si scopre essere anche fratelli biologici, che in coppia danno forma a un mondo fantastico e tutto fondato su questa specie di unione cosmica tra i due… Non sappiamo se il ruolo preminente di Mike Sandison (che in fondo è il fratello maggiore) sia una caratteristica del solo Inferno, o se invece sia sempre stato così – insomma, che i Boards of Canada siano sempre stati un progetto principalmente di Mike, con Marcus in una posizione in qualche modo più subordinata. Ad ogni modo, anche fosse sempre stato così, perché dichiararlo solo ora? 

Ma qui entriamo nel ginepraio di teorie più o meno cospirazioniste che hanno già portato direttamente a roba tipo “Marcus is Dead”: dai fan dei BOC, dopotutto, che puoi aspettarti? I BOC sono un culto, un mistero, una profezia e una religione essi stessi – e noi di questo culto siamo adepti, nel disperato e per sua natura fallimentare tentativo di rendere a parole quanto di più intraducibile esista: la Profezia proveniente da un Altrove (le backrooms?) di cui possiamo captare solo pochi segnali ambigui, e che parla una Lingua che non è la nostra.

Federico Sardo: E con questo ritorno finale alle backrooms sei riuscito a rendere la nostra conversazione palindroma, come del resto è Tomorrow’s Harvest

Marco Caizzi (special guest): Vorrei subito intervenire con un appunto sul lato musicale legato al titolo, e su certi elementi che hanno fatto storcere il naso ad alcuni. Voi dite che INFERNO vi pare poco infernale, invece la cosa che mi ha colpito al primo ascolto è che hanno veramente fatto il loro disco infernale. Cosa che non credevo. Certo non è un disco di horror puro o di desolazione decadente, ma l’inferno è anche un luogo lussureggiante (tipo quello del paradiso perduto di Milton etc), e questo è infatti un disco tentatore, ti fomenta e ti provoca là dove i BoC pure nei loro slanci più “rock” (Dayvan Cowboy) sono sempre stati molto neutri.

Qui invece hai una prima parte totalmente seducente: la profezia demoniaca iniziale su un riff wave epico, il ritmo e il basso e la spirale serpeggiante di Leviathan, la botta estatica di Age of Capricorn, dove ti fanno esaltare con una voce robotica che ripete la paranoia di MABUS (il supposto anticristo delle profezie di Nostradamus), e poi sotto un “ritornello” che in realtà altro non è che un canto yogico di pace e apertura del cuore rimodulato e manipolato in maniera tale da sembrare qualcosa di ecumenico da stadio; il rap divertentissimo e cattivissimo (tutta la dicotomia voce pulita vs mostrificata) insieme di Father And Son non a caso è trattato male da alcuni perché è una roba sporca e bastarda eppure fatta benissimo, altro che naif, e quindi dici ma non dovrebbe essere fatta così che caduta di stile etc. La cosa fuori posto stavolta è proprio zozza e umana, e o ti fomenti o rosichi.

Su Naraka al primo Hare Krishna avevo storto il naso, al secondo stavo già in fissa a cantarlo. E tutto questo è messo in scaletta in maniera perfetta per arrivare alla seconda parte che invece è più dilatata, meditativa e notturna. Anzi è proprio totalmente crepuscolare. A tal proposito ne approfitto per dire che se Geogaddi è il massimo della loro espressione psichedelica solare che va per stordimento di sovraesposizione, questo è il loro unico vero disco lunare molto più sospeso e ultraterreno di qualsiasi cosa che abbiano fatto in precedenza comprese le varie tapes.

Se vogliamo ricollegarci all’inizio del vostro pezzo devo dire che mentre tutti gli altri dischi dei BoC evocavano paesaggi e scenari (naturali o della mente tipo lo scenario di vita/morte/sopravvivenza di Tomorrow’s Harvest) Inferno mi fa pensare più a delle stanze o dei percorsi. Gli stessi pezzi hanno una struttura non più circolare beatmaking classica dei BoC (che rimaneva tale persino in TH), ma lineare e aperta insieme. Specie nella seconda parte i pezzi sono pieni di svolte inaspettate che non chiudono mai. Tipo Blood In The Labyrinth. I primi accordi non capisci mai come ti devi sentire, poi si apre brillante poi svolta sospesa e sfattona con la voce che quasi ti culla in stile oppiaceo tra le spire di Morfeo finché non scopri cosa dice. Fino all’ambiguità totale del finale che fin dal primo ascolto mi ha fatto chiedere: Perché? Perché finisce così col cuore che smette di battere?

E da li a cascata: perché un pezzo si chiama Arena Americanada? Ho scoperto grazie a una collega di lavoro messicana che americanada in spagnolo è esattamente quello che in italiano è una “americanata”, e cos’è Arena Americanada se non un pezzo bombastico con sound da stadio? È il loro disaster movie, una vera e propria “Americanata”, e non può non esserci anche del sarcasmo su questa grandeur statunitense, è il collasso vissuto in prima persona non più documentaristico e distaccato come nell’ormai lontano Tomorrow’s Harvest.

Ecco perché amo Inferno e me lo godo più di TH perché c’è più respiro musicale, meno punitivo, asciutto e in terza persona. Ora durante il primo ascolto del disco ebbi una visione, forse data sempre dall’aspetto di percorsi più che scenari che mi ispirava la musica: che questo fosse il loro disco “adventure”, e data la differenza anagrafica e di vissuto tra me e i fratelli Sandison ho iniziato a pensare alla copertina non tanto come a una roba videonasty/Lucio Fulci etc, ma più come alla copertina di un libro game o a quelle storie a fumetti tipo Topomistery stile “choose your own adventure”.

Ovvero sotto lo stesso cappello del tema esplicito di Inferno ci vedo tanti temi che possiamo scegliere ogni volta tutti legati tra loro. Apocalisse in corso? genesi dell’universo/alieni? coma/morte? culti e pazzie religiose? album sexy rock goth? funk hell interface (hell interface fra l’altro la grande base musicale del disco insieme a societas)? trascendenza da DMT? l’AI come figlio demoniaco? (ci avete mai pensato che l’AI di google si chiama Gemini? secondo me i BoC sicuro ci sono andati in fissa con ‘sta cosa). Insomma ce li abbiamo per ogni.

Certo ad averla vinta in questo percorso è il tema della perdita o della fine di qualcosa o anche di una persona, la suggestione dei rumori di incidente nascosti a 1:30 di Somwhere Right Now Into the Future più tutti i riferimenti che avete già detto ad atmosfere di macchinari ospedalieri è quella che nel tempo risuona di più. Ma alla fine anche questo ha un suo senso: qualsiasi sia il nostro percorso in questo Inferno tutto ciò si ritroverà in un solo spazio senza tempo a Platonia.