Da poco tradotto per Krisis Publishing da Anna Eudosia Di Costanzo, Estetiche Investigative è il libro scritto a quattro mani da Matthew Fuller, teorico e professore di Cultural Studies della Goldsmiths University di Londra e da Eyal Weizman, storico fondatore di Forensic Architecture. Il saggio ha l’obiettivo di dare una cornice critica alle attività che il gruppo di ricerca multidisciplinare, formatosi anch’esso nella rinomata università londinese e composto da architetti, urbanisti, esperti di media e sound designer, svolge dal 2010. Le investigazioni di Forensic Architecture si muovono principalmente in territori in cui la realtà è politicamente e socialmente instabile come zone ad alto rischio, aree interessate da conflitti armati o colpite da disastri ambientali. Utilizzando pratiche architettoniche di riconfigurazione dello spazio, basate su diversi dati testimoniali tra cui foto, video, racconti, tracce sonore e altre forme di memoria traumatica, Forensic Architecture restituisce la voce a chi normalmente ne è privato. Questo modo di operare al confine tra pratiche investigative e formulazioni estetiche costituisce una nuova espressione del sentire, una iperestetica basata su una percezione aumentata del reale, possibile grazie all’integrazione di linguaggi, strumenti mediali e tecnologie avanzate.

L’estetica in questo senso non si limita a dare forma al sensibile, opera in un contesto materiale come un campo di forze in grado di determinare un altro, possibile, accesso alla realtà. Questo sguardo alternativo costituisce a tutti gli effetti una contro-narrazione, operando, come nel caso dell’estetica tradizionalmente nota, in una dimensione che secondo Weizman “rallenta il tempo e intensifica la sensibilità allo spazio, alla materia e all’immagine”.
L’estetica non è soltanto il dominio delle emozioni, delle sensazioni e dell’apprezzamento della bellezza, ma anche una questione epistemica, che comprende la definizione di chi o che cosa abbia legittimità o rilevanza nei sistemi che ci orientano verso la verità
Ed è anche per questo motivo che le esplorazioni del gruppo di ricerca, oltre che fornire materiali documentali per tribunali e altri forum di determinazione del pubblico giudizio, sono materia per musei e istituzioni culturali. Ne è un caso eclatante la Documenta 14 di Kassel in cui Forensic Architecture ha presentato un video a tre canali intitolato 77sqm_9:26min, riguardante l’omicidio del ventunenne Halit Yozgat, avvenuto il 6 aprile 2006 in un internet café a conduzione familiare della stessa città. L’opera, in particolare. Riportare un documento come questo all’interno di una cornice culturale di così ampio rilievo significa estendere il messaggio, andare oltre il fatto in sé per restituire un quadro più complesso e articolato della realtà sociale, politica e culturale all’interno della quale agisce qualsiasi attribuzione di senso.
Questo è solo uno dei tantissimi esempi che ci mostrano l’importanza delle estetiche investigative come forme di accesso ad una realtà in continua trasformazione e che si autodetermina nel momento stesso in cui si misura con molteplici forme di ricezione. Abbiamo chiesto a Matthew Fuller di aiutarci a delineare questo quadro interpretativo.
Le due parole che compongono il titolo del libro propongono due temi significanti che si intrecciano. Cosa vuol dire dunque pensare l’estetica in termini investigativi e perché oggi è particolarmente necessario parlarne?
Le discipline estetiche tradizionali, in particolar modo l’arte, hanno allargato l’orizzonte delle loro attività in questo secolo. Il libro si sofferma proprio su questo grande cambio di paradigma. Sempre di più gli artisti lavorano con strumenti, metodi, idee e problematiche proprie di altre discipline, e nel mentre riformulano questi elementi. L’estetica non è soltanto il dominio delle emozioni, delle sensazioni e dell’apprezzamento della bellezza, ma anche una questione epistemica, che comprende la definizione di chi o che cosa abbia legittimità o rilevanza nei sistemi che ci orientano verso la verità.
L’indagine è una ricerca della verità, specificamente in relazione a ciò che è già accaduto. In questo contesto, la questione di come i processi del sentire consentano e costruiscano modalità di accesso alla verità – e alla formazione di metodi e tecniche che la potenziano – è cruciale.
Operando sul campo ampliato dell’estetica e sulla questione della verità, possiamo approdare a nuovi modi di stabilire i fatti. Fare questo significa inoltre capire come agiscono differenti tipologie di saperi e assetti di potere: come la questione della verità sia anche il terreno del rumore e di nuove forme di menzogna nel presente.
Detto questo, nel libro ci interessa esplorare un’estetica politica che sviluppa conoscenza a partire dalla violazione dei diritti umani, l’ecocidio, i crimini di stato e i modi in cui essi si manifestano nello spazio – edifici, città, infrastrutture – attraverso i media digitali e lo sviluppo di pratiche sociali che costituiscono nuove alleanze per affermare la questione della verità come una necessità politica.

Il lavoro di Forensic Architecture pone le sue basi su un metodo architettonico che diventa strumento di contro-narrazione. In che modo questa pratica trasforma l’architettura in un linguaggio d’indagine capace di restituire alla materia la sua memoria e al visibile la sua dimensione etica?
Forensic Architecture, il gruppo fondato da Eyal Weizman, co-autore di questo libro, è attivo da quindici anni. In questo periodo ha sviluppato un approccio unico attraverso un processo di invenzione metodica, applicato a indagini reali su violazioni dei diritti umani, crimini di Stato, ecocidio e altri casi simili. Usando il pensiero e le tecniche dell’architettura per investigare la definizione dello spazio politico in termini generali, il lavoro condotto da Eyal si è mosso attraverso l’utilizzo dei metodi architettonici per analizzare eventi specifici che potevano avere una durata estremamente lunga o corta.
La tecnica principale si basa sull’utilizzo di modelli architettonici definiti dal punto di vista geometrico. Questi ultimi sono stati usati per comprendere dove, quando e come certi eventi si sono verificati. I modelli in questione sono stati costruiti usando numerosi tipi di fonti come ad esempio mappe, fotografie, video, immagini satellitari e così via. La raccolta di tali prove aiuta a perfezionare e testare il modello, oltre che a popolarlo con ulteriori evidenze.
Con l’espansione di internet e la diffusione degli smartphone, le tipologie di risorse e dati si sono moltiplicate: da documenti e fughe di dati fino a video o registrazioni di testimoni oculari. Tutto questo materiale contribuisce a rafforzare la solidità delle prove. Negli ultimi dieci anni circa, il campo dell’open source intelligence, con le molteplici agenzie oggi coinvolte, tra cui alcune ostili alla questione della verità, ha elaborato un complesso insieme di approcci a tali materiali, alcuni dei quali devono ora essere profondamente messi in discussione. Non è sufficiente essere soltanto esperti tecnici della verità; è necessario comprendere come e con chi costruire alleanze e concettualizzare la politica della conoscenza.
Il metodo della “testimonianza situata” lavora con la memoria delle persone che sono state coinvolte in un evento, magari che hanno assistito ad un omicidio, o alla cui famiglia è stata espropriata la terra, o ancora, che sono state imprigionate. Esso impiega modelli architettonici e percorsi virtuali per favorire il recupero della memoria. Questo approccio, che spesso implica un lavoro di cura e attenzione nei confronti di chi ha subito una violenza, è sia un modo per testare il modello e per valutare l’affidabilità di diverse testimonianze, che un’opportunità per costruire alleanze e forme di responsabilizzazione collettiva.
Per Forensic Architecture, questa dimensione etica è inoltre sostenuta dal lavoro all’interno di una rete di agenzie sorelle chiamata Investigative Commons.
L’estetica investigativa si fonda sull’idea che la materia stessa sia ricettiva, che ogni oggetto, ambiente o tecnologia registri un evento. In che modo questa visione contribuisce alla costruzione di un’ontologia espansa del sensibile?
In questo libro, consideriamo l’estetica come qualcosa di connesso al sentire e alla costruzione del senso. Il sentire riguarda il modo in cui le cose partecipano al mondo, essendo, seppur in maniera molto differenziata, influenzate dagli eventi e influenzandoli a loro volta. Il sentire ha anche a che fare con il modo in cui differenti processi materiali, incluso quello cognitivo, vengono influenzati: come vengono interiorizzati o come hanno cambiato gli eventi. Ciò può riguardare cambiamenti molto semplici: ad esempio, come un edificio è modellato da tipi specifici di impatti o quelli determinati da un bulldozer o da un missile. Può invece trattarsi di cambiamenti più complessi, come il modo in cui la spoliazione del territorio da parte delle potenze coloniali produce effetti che possono essere rintracciati nei modelli di crescita delle piante.
La costruzione di senso implica due aspetti: in primo luogo riguarda la ragione, il “dare senso” alle cose. In secondo luogo, riguarda la costruzione di senso come progetto di creazione di sensi artificiali, attraverso protesi e l’esternalizzazione delle capacità sensoriali in strumenti e media, compresi i sistemi computazionali.
Cosa significa “vedere politicamente” in un contesto di saturazione mediale e di spettacolarizzazione del dolore? È ancora possibile un’esperienza estetica che interrompa l’anestesia percettiva e restituisca allo sguardo la sua capacità di giudizio etico e politico?
Be’, questa è una domanda aperta, che hai posto molto bene. Si tratta di una questione stratificata che non ha una risposta univoca. Ma è comunque urgente, ed è una domanda che trova la sua risposta lavorando con condizioni specifiche in contesti particolari.
Spesso si ha un’idea della politica secondo cui esisterebbero una quantità e un tipo “corretto” di informazioni su certi argomenti che dovrebbero essere fornite alle persone. Se solo queste informazioni venissero fornite, si ritiene, allora si arriverebbe a una chiara comprensione del mondo. Ciò che osserviamo nei media contemporanei, invece, è che essi sono meno interessati all’informazione in sé e più ai flussi e alle inondazioni di sensazioni, in cui l’informazione apparente funziona come una sorta di guarnizione o scheletro tematico. Ciò che essi fanno realmente, tuttavia, è diffondere veri e propri flussi di emozioni.
Sappiamo che presentare semplicemente l’informazione da sola è solo una parte del lavoro. L’apprendimento va oltre l’informazione o la conoscenza, come processo in divenire che comporta una dimensione critica, ma anche una dimensione di trasformazione.
Per evitare la spettacolarizzazione del dolore, è importante lavorare con coloro che vengono rappresentati come vittime, ma che in realtà sono sopravvissuti a eventi che miravano a cancellarli. Trovare modi per collaborare con individui e comunità, così come con altri che operano concretamente per la libertà, può rivelarsi fondamentale.
Gilles Deleuze descrive il ruolo della filosofia come finalizzato a fornire uno «shock al pensiero»: qualsiasi cosa che ci spinga a riflettere più profondamente e pienamente sulla struttura del mondo. Gli aspetti estetici del pensiero hanno a che fare con i modi in cui la percezione, l’informazione, la condivisione di saperi e il processo di apprendimento vengono a costituirsi. Impegnarsi in questo è intrinsecamente politico e richiede un processo di sperimentazione strutturata nel tempo. Parte di questo consiste, a sua volta, nel confrontarsi con le conoscenze marginalizzate o considerate irrilevanti, con l’esperienza di chi è oppresso, o con le tracce banali e quotidiane lasciate, più o meno apertamente, nel mondo da processi che mirano a restare segreti.
L’estetica investigativa trasforma l’atto dell’indagine in un gesto compositivo e collettivo, in cui la verità emerge dal montaggio di frammenti, voci e tracce. Puoi farci un esempio di come Forensic Architecture tiene assieme le istanze condivise nelle sue indagini?
Un esempio tratto dal lavoro di Forensic Architecture è la loro indagine sull’incendio alla Grenfell Tower di Londra, avvenuto nel giugno 2017. Questo è stato uno degli eventi più disastrosi nella storia recente della città, in cui una torre residenziale è andata a fuoco, causando la morte di 72 persone, a seguito di un piccolo guasto elettrico domestico. La catastrofe è stata provocata da anni di negligenza, tagli ai costi e attività criminali delle imprese edili. (Il progetto si è sviluppato nel corso di diversi anni).
Questo lavoro ha comportato la collaborazione con i sopravvissuti e i loro avvocati, oltre alla raccolta di testimonianze da numerose persone coinvolte nell’evento, all’uso di dichiarazioni pubbliche, video amatoriali registrati da testimoni oculari e altri documenti. È stato costruito un modello in scala dell’edificio, che funge da struttura per la collocazione dei video con data e ora, delle dichiarazioni dei testimoni e per la raccolta di testimonianze contestualizzate. Questo ha permesso di formulare argomentazioni pubbliche sulla natura e sulle cause dell’evento.
Ogni indagine è anche un’operazione linguistica: traduce, nomina, monta. Come muta il rapporto tra linguaggio e verità quando l’atto del dire e del mostrare è affidato a piattaforme, reti neurali e infrastrutture tecniche che hanno una propria agency semiotica? Ed è possibile riorientare questa agency per fini investigativi?
Proprio come tutto nel mondo percepisce a modo suo, tutto si traduce. Quando l’esplosione di un missile colpisce il suolo, la sua energia viene tradotta nelle strutture impattate: alberi, persone, edifici e così via. Ogni cosa riceve l’impatto in modo diverso: assorbendo o trasferendo l’energia, rompendosi e lasciando tracce. Questo processo di traduzione avviene anche nei sistemi mediali. La qualità ottica di una fotocamera influisce sul tipo di immagine che può catturare. I dati di localizzazione GPS, i timestamp e altri metadati determinano il modo in cui un’immagine traduce ciò che rappresenta. Tecniche come il reverse image sono ormai integrate nella cultura visiva, modificando il nostro modo di comprendere la prospettiva come tecnologia della localizzazione. Per questo motivo negli studi sui software e nei campi affini si cerca di sviluppare strumenti per analizzare i modi in cui essi plasmano la realtà, delimitandola, canalizzandola e amplificandola in modi differenti.
Sicuramente, ci sono buoni esempi dell’utilizzo di questi sistemi nell’estetica investigativa. Ad esempio, Forensic Architecture ha sviluppato una piattaforma di mappatura per tracciare e analizzare il genocidio a Gaza. Questo ha comportato l’uso del machine learning e di tecniche analitiche più classiche per individuare schemi di attività, inclusi l’uso di armi per danneggiare e distruggere infrastrutture come ospedali, scuole, università, strade, panifici, sistemi idrici, centri di assistenza umanitaria e altri siti essenziali per il sostentamento della vita. Ciò che è emerso non è solo che questi siti siano stati danneggiati, ma che il modello coordinato di attacchi con armi potenti, in un’area anche molto densamente abitata, riveli l’intento di attentare alle condizioni di vita a Gaza. Questo, unito alle dichiarazioni di intenti molto chiare da parte del governo di apartheid israeliano, costituisce purtroppo una prova inequivocabile di genocidio.
Nella trasformazione del forum in spazio mediatico e digitale, il luogo tradizionale della deliberazione pubblica si dissolve. Quali forme di forum possono ancora emergere e quale ruolo possono avere l’arte, i suoi sistemi e la comunità nel ricostruire un campo condiviso della verità?
La questione del forum è ampiamente sviluppata da Forensic Architecture e dai suoi collaboratori nei libri Forensis, the Architecture of Public Truth, e Forensic Architecture, Violence at the Threshold of Detection. Essenzialmente, l’argomento consiste nel trovare modi per creare nuovi strumenti di condivisione della conoscenza e di deliberazione su problemi ed eventi. Ciò richiede nuovi forum e nuovi modi di intervenire in quelli già esistenti. Lavorando attraverso architettura e analisi spaziale, diritto, attivismo, raccolta di informazioni, arte e altri campi, Forensic Architecture è riuscita a sintetizzare nuovi tipi di forum, inclusi quelli che, in modo cruciale, portano la partecipazione principale a persone che storicamente erano state escluse. La studiosa Shela Sheikh ha inoltre documentato esempi di nuovi tipi di forum pubblico sviluppati come tribunali da artisti, studiosi di studi giuridici critici e attivisti in modo affine, quindi questo fa parte di una corrente più ampia di lavori che cercano di creare nuovi strumenti per fondare condizioni di giustizia. Nuove forme di costruzione del senso, intese come ragionamento collettivo attraverso gli imperativi dei movimenti (ad esempio l’attuale movimento studentesco in Serbia), emergono accanto alla costruzione del senso intesa come invenzione di tecniche e tecnologie sensoriali.
