Lo sguardo Asperger

Per la cultura pop, autismo e sindrome di Asperger sono diventati sinonimo di «geniale ma disadattato». Ma oltre gli stereotipi, com’è possibile sbarazzarsi dei falsi miti e delle rappresentazioni distorte?

Attraverso l’immaginario cinematografico, dalla fine degli anni Ottanta l’autismo è stato indissolubilmente legato all’interpretazione di Dustin Hoffman in Rain man. Ma nei decenni successivi, tuttavia, a partire dalla maggior divulgazione sulla Sindrome di Asperger, si è rafforzata una certa narrazione che vuole l’autismo come un tratto associato alla genialità – qualcosa di fico, insomma. Qualcosa che, assieme all’autismo ad alto funzionamento, permette di rimuovere dal nostro immaginario le forme più gravi, o che semplicemente fornisce dei modelli di identificazione alla portata di chiunque voglia sentirsi strambo e talentuoso. Proprio perché ormai nel DSM-5 (il manuale diagnostico dei disturbi mentali) l’autismo è definito come uno «spettro» – rientrandovi dunque tanto la Sindrome di asperger quanto l’Autismo ad alto funzionamento –, andrebbe quindi concepito nella pluralità e diversità di sintomi che possono presentarsi e riportando il discorso sulla persona. Altrimenti si rischia di propugnare un immaginario dove gli arcobaleni, invece di sette colori, hanno solo quelli più alla moda.

Le forme di narrazione pop per eccellenza, le serie televisive, sono state un vettore importante di questo vero e proprio topos, spesso solo accostato per ammantare di mistero il genio di turno – a dispetto di film accurati come Adam, e tralasciando cose come Reed Richards dei Fantastici Quattro che si fa l’autodiagnosi. Nel terzo episodio della quarta stagione di Dr House, Wilson e Caddy discutono della possibilità che House abbia l’Asperger. Lo sostiene Wilson, sulla base delle difficoltà di House nello stabilire legami emotivi e nel modificare le proprie abitudini. La diagnosi di Cuddy è meno ortodossa ma più lapidaria: «è un coglione». Gil Grissom, il genio della polizia scientifica di CSI, è inserito su Wikipedia nell’elenco dei personaggi di fiction nello spettro autistico. Tuttavia l’autismo di Grissom è solo alluso in un episodio della seconda stagione – e un entomologo forense dalla ferrea metodologia avrebbe probabilmente da ridire al riguardo. Anche il magistrale Sherlock Holmes interpretato da Benedith Cumberbatch è stato a lungo avvolto dall’ipotesi di essere Asperger, ipotesi sdoganata da Watson nell’episodio The Hounds of Baskerville.

La diagnosi di Watson

Analoga sorte per Sheldon Cooper, il più genio tra i geni del telefilm The Big Bang Theory. Ciclicamente si fa strada il dibattito sulla possibile Sindrome di Asperger del personaggio interpretato da Jim Parson, a dispetto delle stesse smentite del co-creatore della serie, Bill Prady. Ha invece autismo ad alto funzionamento Shaun Murphy, il medico interpretato da Freddie Highmore protagonista di The Good Doctor – il cui showrunner, David Shore, è lo stesso di Dr House. Commentando la serie, Sarah Bradley, giornalista con un figlio autistico, ha fatto notare come la televisione sembri ormai ossessionata da una rappresentazione quanto meno dubbia dell’autismo (Shaun Murphy ha la sindrome del savant, che però riguarda una minima percentuale delle persone nello spettro autistico).

The Good Doctor è forse interessante per un aspetto non dipendente dalla volontà degli autori: l’adattamento italiano. Nel pilot il consiglio di amministrazione dell’ospedale, il St Bonaventure di San José, discute se sia opportuno assumere una persona con scarsa o nulla empatia e difficoltà nel comunicare. Il dottor Glassman, presidente del St. Bonaventure, nonché mentore del dottor Murphy, difende strenuamente il pupillo di fronte al dottor Andrews, che guida il fronte dei contrari anche perché punta a succedere al primo, e si è stancato di aspettare che il luminare vada in pensione. Durante il proprio discorso Glassman dice, nella versione originale:

«Assumiamo Shaun e daremo alle persone con limitazioni la speranza che quelle limitazioni non sono ciò che loro pensano, che hanno effettivamente una chance».

In italiano la prima parte diventa:

«Assumiamo Shaun e daremo una speranza alle persone con disabilità…»

Uno scarto, quello tra l’originale «limitations», più neutro, e l’italiano «disabilità» che oltre a essere denigratorio suona strano, in bocca a chi considera Murphy un secondo figlio. Sempre nella prima stagione, nel quinto episodio, parlando del suo disturbo, Murphy dice «I have autism», frase assertiva che in Italiano diventa «soffro di autismo». Sfumature, dettagli: ma è nei dettagli che si nascondono bias e stereotipi, quelle strutture di pensiero e discorso di cui è intriso il senso comune, che detta la linea di ciò che è normale o deviante, positivo o negativo.

A proposito di adattamenti e traduzioni, prendiamo un esempio in campo editoriale: Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon. Nell’edizione italiana 2014 (Einaudi) così recita la quarta di copertina:

«Christopher Boone ha quindici anni e soffre della Sindrome di Asperger, una forma di autismo. Il suo rapporto con il mondo è problematico: odia essere toccato, detesta il giallo e il marrone, si arrabbia se i mobili di casa vengono spostati, non riesce a interpretare l’espressione del viso delle persone, non sorride mai… In compenso, adora la matematica, l’astronomia e i romanzi gialli, ed è intenzionato a scriverne uno.»

Innanzitutto, alle qualità intellettive è attribuita la funzione di bilanciamento degli aspetti problematici («in compenso, adora…»), come se il personaggio andasse giustificato agli occhi del potenziale lettore – fatto assente nelle edizioni in madrelingua. Inoltre, la quarta di copertina sconfessa la prefazione dello stesso autore, che già in passato aveva mostrato insofferenza e disagio per il presunto autismo del protagonista:

«Mi è sempre un po’ spiaciuto che sulla copertina dello Strano caso del cane ucciso a mezzanotte sia stata usata l’espressione “Sindrome di asperger”. Soprattutto perché l’idea centrale del libro era che Christopher stesso ne fosse l’autore – per molto tempo il titolo di lavoro, un po’ banale ma preciso, era stato proprio Il libro di Christopher. Christopher non avrebbe mai usato l’espressione “Sindrome di asperger”. Nel romanzo, infatti, si definisce “uno con Problemi Comportamentali”. […] Le classificazioni raccontano ben poco della persona che è stata catalogata in una certa maniera, e molto invece di coloro che le hanno cucito addosso quell’etichetta. Se vuoi sapere chi davvero uno sia, non devi far altro che chiederlo a lui.»

Se il topos narrativo dell’idiot savant (da non confondersi con la sindrome del savant) autistico tratteggia qualcosa di simile al Magical Negro, ovvero un diverso assimilato e perciò tollerabile, cui si può guardare persino con simpatia, in Italia forse soffriamo la natura d’importazione del topos. Ma, restando al nostro paese e avendo parlato di autorappresentazione ed emancipazione, è anche possibile trovare esempi per una salutare pars costruens in materia di Asperger.

Eccentricità

Eccentrico, saggio di Fabrizio Acanfora, è uscito lo scorso novembre per Effequ. Classe 1975, Acanfora ha scoperto alla soglia dei 40 che quella sensazione di essere sempre fuori posto, la difficoltà a interagire con gli altri e le cicliche crisi avevano un nome ben preciso: autismo, per l’appunto. Il saggio è un’autobiografia introspettiva, con brevi capitoli costruiti su dettagli che rievocano ricordi, esperienze e sensazioni. Una «archeologia emotiva» personale in retrospettiva, dove episodi chiave sono raccordati con la nuova consapevolezza della propria condizione:

«Essere riuscito a dare un nome al mio modo di essere mi ha dato la possibilità di rientrare in contatto con la persona che sono sempre stato ma che, per timore di essere rifiutato, ho costantemente cercato di nascondere.»

Ribaltare il punto di vista del racconto verso l’autorappresentazione permette di cogliere la prospettiva dell’autismo verso i «neurotipici». Limiti come la difficoltà a guardare negli occhi, aggravati dalla severità paterna («E guardami negli occhi, quando ti parlo. Anche questo è una vita che te lo dico. Quando parli con qualcuno, devi guardarlo negli occhi») mostrano in controluce quanto l’assenza di una diagnosi efficace, che produce rapporti familiari all’insegna del «figlio strano», si combini con l’incapacità di ascolto e il muro di quei giudizi che la «normalità» edifica. Specie quando si passa per psichiatri frettolosi, che preferiscono prescrivere psicofarmaci invece di indagare a fondo. Ci si costringe così a simulare inseguendo il feticcio della cosiddetta normalità, magari studiando il linguaggio corporeo, le espressioni facciali, con lo zelo di chi si avvicina a una lingua straniera dalla grammatica complessa, che non si farà mai completamente propria ma che è sentita come necessaria per un processo di accettazione e aderire ai giudizi altrui. Ci si mortifica per non sentire l’onnivoro peso della vergogna, e la quotidianità diventa una lotta a perdere per nascondersi perché in fondo si è i primi a non conoscersi a fondo. Mentre l’autismo, per l’Acanfora di Eccentrico, è soprattutto un mondo interiore verso cui gettare ponti, e quel mondo non è vuoto solo perché può essere difficile raggiungerlo. All’interno dello spettro, anzi, chi riesce a comunicare e a trovare ascolto può diventare prezioso per meglio comprendere le condizioni di maggior gravità, se però si inizia a non guardare solo in termini di deficit:

«Con l’avanzare della tecnologia, negli ultimi anni, persone affette da forme anche severe di autismo che si credeva fossero incapaci di comunicare a causa di un presunto ritardo mentale, hanno cominciato a raccontarsi grazie a Internet e a nuovi sistemi come tastiere speciali e applicazioni per smartphone e tablet. Si è così scoperto quanto la vita interiore di chi è autistico sia ricca e variegata, e che un soggetto autistico pensa allo stesso modo degli altri, pur percependo il mondo in modo differente. […] Queste persone, potendo finalmente comunicare i propri pensieri, ci raccontano di un mondo che si muove a velocità supersonica, di stimoli sensoriali dirompenti e delle difficoltà che hanno nel riuscire a seguire ogni cosa senza esserne travolti.»

È nel sovraccarico di sensazioni, nel labirinto di stimoli esterni in cui la condizione autistica fa spesso smarrire, che Acanfora rintraccia molte interpretazioni dei tratti più «eccentrici». Ad esempio l’empatia non è assente, ma piuttosto spesso differita, qualcosa cui la mente torna quando è in maggiore tranquillità – uno squilibrio cognitivo ma non emotivo. Quanto ai talenti o al genio, nel caso di Acanfora essere portati per le lingue, la musica e la costruzione di strumenti si scontra fin dall’adolescenza con il bullismo dei compagni e le istituzioni scolastiche, organizzate in base a un’idea neurotipica di studente (quando va bene). Ma si scontra anche con la famiglia, perché un figlio asociale e problematico cosa se ne fa di un diploma di conservatorio? Come potrebbe riuscire a esibirsi dal vivo, se non ha amici, o al massimo preferisce parlare con gli adulti, senza risparmiare frasi a sproposito e un po’ troppo sincere?

«Io le lingue non riesco a impararle studiandone per prima cosa la grammatica. Magari dopo sì, ma non posso cominciare dalla teoria, devo iniziare dall’ascolto. Ho bisogno di immergermi nei suoni, nelle inflessioni di una lingua: ascoltarne la cadenza, la retorica e la pronuncia; ho necessità di far corrispondere a ogni suono l’immagine di un oggetto, ogni frase deve essere prima di tutto assorbita come immagine. E poi, all’improvviso, comincio a parlare quella lingua.»

La memoria, in Eccentrico, è un filo che l’autore dipana partendo dagli strumenti di cui dispone: gli studi da autodidatta in psicologia e neuroscienze, il supporto psichiatrico in età adulta che ha svelato la diagnosi, una prosa piana e assertiva, accurata nel tradurre le sensazioni più eterogenee. C’è un’amara dolcezza nel tornare ai ricordi ineluttabili, a ciò che si è perso per strada – come i genitori morti senza conoscere la verità, le persone allontanate dalle crisi. C’è però, soprattutto, un senso di liberazione, rinascita e fierezza nel rimettere i tasselli a posto, avendo infine trovato l’imponderabile formula che mondi possa aprire.

Oggi Acanfora vive in Spagna: collabora con un’associazione dove insegna musica a ragazzi nella condizione autistica, e nell’organizzazione del Master in musicoterapia dell’Università di Barcellona (dopo aver tentato, fallendo, di studiarvi lui stesso, ma facendosi comunque apprezzare per le sue doti). All’interno del Master tiene un seminario dal titolo Distruggere falsi miti sull’autismo.


In principio era un cineclub

Giuseppe Cacace è un architetto con la passione per gli eventi culturali. Nel 1997 a Roma, assieme a un gruppo di amici dà vita nel rione Monti a un cineforum, il Detour. Negli anni l’attività dell’associazione si consolida, tanto che nel 2006 inizia a collaborare con una cooperativa sociale per cui tiene proiezioni pomeridiane per disabili. Per quanto la città sia grande, un rione è un’unità di spazio in cui il passaparola è un canale di promozione efficace: due anni dopo, Cacace entra in contatto con Gruppo Asperger, una onlus che connette, offrendo supporto, persone con neurodiversità, familiari e professionisti.

Nel 2008 «Asperger» era un termine di cui forse si era vagamente sentito parlare, o su cui si poteva avere quel livello di conoscenza fornito da una voce su Wikipedia e relativi collegamenti. Fatto sta che il cineclub inizia delle proiezioni per un gruppo di ragazzi Asperger: sono una ventina, tra i 16 e i 20 anni, e per la maggior parte non hanno mai avuto interazioni particolari, sono cresciuti pressoché isolati. L’idea è di usare il cineforum come spazio di socializzazione, dopo aver scelto assieme a psicologi e tirocinanti film che esplorano temi come l’amicizia, le relazioni e la sessualità. Visti da un neurotipico digiuno della materia, quei ragazzi sembrano solo un po’ strani – ad esempio bisogna spiegare loro che ci si saluta, stringendosi la mano o abbracciandosi a seconda del grado di conoscenza, solo la prima volta, se ci si incontra più volte nell’arco di pochi minuti, soprattutto in uno stesso contesto.

Si tratta di incontri quindicinali preceduti da una merenda, uno spazio condiviso in cui i ragazzi iniziano ad allentare la morsa dei disagi quotidiani, esplorano finalmente il bisogno di raccontarsi attraverso i dibattiti che seguono le proiezioni. Da lì iniziano a frequentarsi anche al di fuori degli incontri, legano. Dopo due anni esprimono un desiderio: organizzare in prima persona il cineforum, scegliere i film secondo gusti e interessi propri, autogestire i vari aspetti degli incontri – accoglienza, tesseramento, scelta dei film, preparazione delle schede e presentazione degli incontri. L’appuntamento quindicinale resta, mantenendo quella situazione protetta necessaria per far inserire i nuovi arrivi. Ma a ciò si affianca una rassegna aperta al pubblico gestita dai ragazzi, tra cui Marco Manservigi. La selezione di film è di prima qualità, in particolare noir americani anni Cinquanta-Sessanra, gli incontri sono videodocumentati per un progetto dal titolo Lo sguardo degli Aspie, da cui viene tratto un omonimo documentario.  

Il trailer de Lo sguardo degli Aspie

Cacace e Manservigi sono invitati a presentare il documentario a Torino, nella rassegna CinemAutismo organizzata dal Museo Nazionale del Cinema. Uscire, viaggiare, dormire fuori di casa, presentare a una platea di due-trecento estranei, rispondere a domande: azioni che prima suonavano impensabili o erano fonte di ansia diventano parte della propria vita e di un percorso di professionalizzazione. È dietro le quinte della proiezione che in Manservigi parte l’idea: perché non fare un festival anche noi? Nel frattempo la rassegna curata dai ragazzi si è spostata in varie sedi, finendo poi in via Tripolitania, dove ancora continua come rassegna interamente gestita da persone nella condizione autistica, dove non ci sono più psicologici ma dei tutor che intervengono a monte. Altri progetti prevedono la videoproduzione e una radio, ma la parte più importante diventa la ricerca di fondi per un festival di cinema: la solita trafila di bandi, sportelli, telefonate e all’occorrenza improperi cui va incontro chiunque decida di organizzare un evento con una qualsivoglia ambizione e sostenibilità economica.

Ma questa è una di quelle storie in cui sbattersi funziona. Nel 2013 si tiene la prima edizione dell’As Film Festival, grazie in particolare al finanziamento dell’Agenzia nazionale giovani all’interno del programma Youth in Action. Coordinamento, comunicazione, accoglienza, presentazioni, interviste e sezioni sono a cura di quel nucleo di che si è conosciuto attraverso il cineclub (inizialmente, oltre a Manservigi, Francesco Campolo, Giulio De Amicis, e Elena Tomei). Il progetto, nel percorso che ha portato dal cineclub al Festival, passando per il documentario, è considerato dall’Agenzia uno dei migliori esempi di empowerment del programma.

Il festival esplora il tema della diversità nelle più varie accezioni, e vede un enorme lavoro di selezione del materiale da proiettare, in piena autonomia creativa: per la sola sezione cortometraggi dell’ultima edizione sono stati visionati oltre tremila lavori. Dalla prima edizione, di una giornata, si è infatti passati ai tre giorni dell’edizione 2018. Negli anni il gruppo di lavoro si è fisiologicamente allargato: nel 2014 è arrivato ad esempio Nicola Chiodi, che su Facebook amministra il gruppo Asperger City, ideato per permettere a persone nella condizione autistica di conoscersi e incontrarsi. L’ultimo acquisto è il diciassettenne Valerio Cacciagrano, curatore  insieme ad Adriano Bordoni della sezione riservata al cinema di animazione. Da notare che quest’anno si è replicato creativamente all’infelice uscita – per usare un eufemismo – di Grillo sull’autismo: il bando 42hrs, che impegnava a realizzare un cortometraggio in 42 ore, aveva come limitazioni il titolo e una battuta, «Tu parli, parli… ma non capisci che io non sto capendo».

L’As Film Festival è attualmente finanziato attraverso fondi pubblici (attualmente Regione Lazio e Mibact-Siae in particolare), e riceve finanziamenti alla cultura, non sociali. Questo è un importante tassello del progetto, perché significa che è riconosciuto il valore che esprime come festival cinematografico, e non come progetto di emancipazione o integrazione della neurodiversità. Il direttivo è composto da persone neurotipiche e autistiche, le decisioni sono prese collegialmente, e le competenze acquisite durante il percorso ha portato anche alla collaborazione con due film, Quanto basta e In viaggio con Adele.

Si potrebbe chiudere la storia dell’As Film Festival presentando una sorta di morale, o insegnamento, scomodando la rassicurante categoria del «miracolo» che ammanta di eccezionalità quello che è frutto di sforzi, sudore, molteplici porte sbattute in faccia per ogni uscio trovato invece aperto. Ma la realtà è che, come ogni manifestazione culturale in Italia, popolarità, apprezzamento e crescita individuale non sono un bene a sé, non si traducono in automatico in sostegno finanziario o reddito. Il senso di ogni storia è nella traiettoria che traccia, imprevedibile a ogni passo: la speranza è che quella dell’As Film Festival e del gruppo che si è formato attorno a esso continui il più a lungo possibile.  

Matteo Pascoletti lavora nella comunicazione digitale e ha scritto tra gli altri per Effe, Nazione Indiana e Scrittori Precari. Il suo romanzo I giorni della nepente è uscito per Effequ nel 2015.