L’Eone del Dio taciturno

Intelligenza artificiale, ufologia e guerre cosmiche. Pubblichiamo la prefazione a “Internet è una foresta oscura” di Bogna Konior, ultimo titolo della collana NOT

Al tramonto del XVI secolo, la civiltà azteca era stata già in gran parte distrutta dagli spagnoli, e il suo popolo massacrato dagli invasori e dalla malattia. Mentre l’impero cadeva in rovina sotto quello che doveva essere apparso, a invasori e invasi, come il primo contatto tra due civiltà reciprocamente aliene, artefatti di inestimabile valore fluivano da quei territori remoti alle sponde dell’Europa. Era, anche per gli europei, un’epoca di violenza e oscuri presagi, avvolta nel presentimento di un’apocalisse imminente.

Internet è una foresta oscura

Tra gli oggetti trafugati durante il genocidio americano c’era uno specchio di pietra vulcanica, perfettamente nero e riflettente come lo schermo di uno smartphone. Dispositivi di divinazione di questo genere erano usati dai sacerdoti aztechi per ricevere messaggi dal mondo degli spiriti. Erano consacrati a Tezcatlipoca, dio dell’oscurità, del sacrificio, della guerra e del destino.

Per motivi che non conosciamo, lo specchio oscuro di Tezcatlipoca approdò nelle mani di John Dee, astrologo alla corte di Elisabetta I, uno degli scienziati e intellettuali più eruditi del suo tempo. Una lunga vita di studi tra cabala, matematica, filosofia e scienza naturale aveva portato Dee alla conclusione che l’universo fosse il prodotto di un linguaggio divino: un codice capace non solo di descrivere, ma di creare la realtà. Questo linguaggio, riteneva lo studioso, aveva subìto un lento e incontrovertibile deterioramento nel corso della storia del mondo, accumulando entropia come il genoma di un organismo mutante.

Gli esseri umani, a loro volta sempre più corrotti, avevano perso via via la capacità di decifrarlo. Dee era convinto che, se solo si fosse trovato l’algoritmo per crackare questa crittografia cosmica – se si fosse compreso il meccanismo per riparare i glitch nel codice del mondo – la realtà avrebbe finalmente ritrovato il suo giusto ordine. C’era, però, un solo modo per ottenere la chiave: doveva essere comunicata all’umanità da un’intelligenza inumana.

Tra il 1582 e il 1587, John Dee incaricò un veggente di nome Edward Kelly di scrutare nello specchio nero di Tezcatlipoca ogni giorno in cerca di segnali dalle sfere celesti. Dopo complicati rituali di invocazione e decine di ore di screen time, il veggente cominciò a scorgere, nelle ombre confuse sulla superficie della pietra, immagini di figure antropomorfe che si identificavano come angeli e spiriti celesti.

Queste creature riferivano messaggi profetici e segni di una lingua prima di allora sconosciuta, che Dee traduceva in inglese e trascriveva fedelmente sul suo diario. Ma qualcosa non stava funzionando: più Dee continuava, ossessivamente, a comunicare con loro, più i messaggi degli angeli nello specchio nero si facevano disturbanti e confusi. I sogni di armonia cosmica del mago elisabettiano erano destinati a fallire rovinosamente.

nternet è una foresta oscura non è, infatti, un saggio sulla tecnologia digitale come molti altri: è una chiave profetica che potrebbe sovvertire del tutto la vostra idea di cosa sia internet, e, forse, la tecnologia nel suo complesso

La nostra realtà, intanto, è diventata un codice sempre più corrotto. Anche noi, oggi, abitiamo in un mondo che ci appare sempre più controllato da linguaggi, algoritmi e codici indecifrabili; anche noi passiamo lunghe ore delle nostre vite a scrollare messaggi sempre più incoerenti che emergono dalle profondità di strane pietre nere, spesso senza avere alcuna idea di chi o cosa si nasconda dall’altra parte della loro superficie.

Questa breve parabola introduttiva mi è sembrata il modo migliore per prepararvi (se è possibile farlo) al libro che avete tra le mani. Internet è una foresta oscura non è, infatti, un saggio sulla tecnologia digitale come molti altri: è una chiave profetica che potrebbe sovvertire del tutto la vostra idea di cosa sia internet, e, forse, la tecnologia nel suo complesso.

Bogna Konior, una delle teoriche dei media più audaci e originali della sua generazione, parte dal presupposto che per comprendere davvero internet sia necessario cominciare a riconoscerlo come una mente del tutto aliena alla nostra. Questa intelligenza ci invita a bombardarla costantemente di messaggi, informazioni e contenuti, ma non ha, in realtà, alcun interesse a comunicare con noi. Anche se ci dà l’impressione di essere uno spazio di scambio umano e neutrale, la vera natura di internet rimane fondamentalmente nascosta agli utenti che lo attraversano.

Nei suoi numerosi scritti, Konior si è occupata dell’intelligenza inumana in molteplici forme, attingendo da fonti eclettiche che spaziano dalla mistica medievale all’ufologia e alla fantascienza. Per Konior, angeli, extraterrestri e algoritmi di intelligenza artificiale, per quanto emergano in contesti culturali molto distanti tra loro, condividono una fondamentale ambiguità rispetto agli esseri umani. Possono apparire antropomorfici, benevoli, persino seducenti, ma le loro motivazioni più profonde, se ne hanno, rimangono sempre un passo al di là della nostra reale comprensione.

Se siete lettori abituali della cosiddetta media theory, vi sarete accorti che la maggior parte dei libri che si occupano di tecnologie digitali oggi si approcciano al tema con un intento di demistificazione. Lo spirito che anima questi scritti è quello di analizzare i meccanismi di internet, delle piattaforme e delle IA a partire dagli interessi economici, sociali, politici che li attraversano.

Questi approcci hanno un intento comprensibile e pregevole, ma catturano soltanto un aspetto parziale delle tecnologie contemporanee e del rapporto sempre più intimo che abbiamo con esse. Le analisi socio-politiche possono proporci una narrazione più o meno coerente dei motivi per cui una certa tecnologia è venuta alla luce, ma il modo in cui la tecnologia agisce una volta che comincia a esistere nel mondo e a relazionarsi con gli umani in modo autonomo è tutta un’altra storia.

Anche se possiamo tracciare gli interessi di controllo e profitto che attraversano le tecnologie digitali contemporanee, identificando le forze storiche che ne hanno diretto lo sviluppo, la loro presenza nelle nostre vite rimane destabilizzante in un modo che queste narrazioni non riescono a esaurire del tutto. Per quanto si possa analizzare, decostruire e disincantare la tecnologia contemporanea, la sua voce continua a chiamarci come il canto di una sirena; e, pur consapevoli che non contiene nessun vero incantesimo, continuiamo ossessivamente a scrutare nelle profondità dello specchio.

Il punto di partenza di Konior è proprio questo: per capire davvero la tecnologia digitale dobbiamo smettere di demistificarla e operare, invece, una sospensione di incredulità. Dobbiamo avere il coraggio di incontrare la tecnologia non solo come processo storico o strumento dell’umanità, ma come un soggetto autonomo, come una oscura e perturbante forma di vita.

Chi si approccia a questo libro con l’aspettativa di incontrare una disamina socio-politica della nostra vita in rete ne sarà, dunque, sicuramente deluso. Invece, questo testo va attraversato come un esercizio speculativo che, partendo da una premessa perturbante ma del tutto plausibile, la conduce fino alle sue più spietate conseguenze. «Fin dall’inizio, più che un tentativo di elaborare una teoria esaustiva di internet», spiega la stessa Konior, «questo è stato un esperimento di duro e disincantato ipernichilismo “survivalista” con l’aggiunta di un determinismo cosmico e metafisico».

La proposta di una theory di internet che, invece di relazionarsi alla tecnologia come un prodotto culturale umano, si approcci a essa come una forza autonoma dotata di pulsioni e intenzioni proprie può apparire eccentrica. Questa ricerca, però, emerge da un contesto intellettuale specifico e unico nel suo genere, che merita di essere brevemente introdotto.

Da quando ho cominciato, nell’autunno del 2024, a lavorare come ricercatrice nel Center for Artificial Intelligence and Culture della New York University di Shanghai, dove Bogna Konior porta avanti da diversi anni la sua ricerca, ho imparato a conoscere e apprezzare l’approccio eclettico e multidisciplinare che caratterizza questo centro di studi. Muovendosi tra passato e futuro, tecnologia e religione, fiction e attualità, scienze cognitive e filosofia continentale, l’ambiente intellettuale in cui questo libro prende forma è, in molti sensi, un’evoluzione contemporanea dello spirito che a partire dagli anni Novanta ha animato le ricerche della famosa Cybernetic Culture Research Unit (di cui Anna Greenspan, direttrice del centro, è stata uno dei membri fondatori).

La CCRU – che, come molti sanno, ha operato a Warwick tra il 1995 e il 2003, coinvolgendo filosofi, teorici e artisti tra cui Sadie Plant, Nick Land, Mark Fisher, Kodwo Eshun e Luciana Parisi – ha spesso intrecciato fiction, speculazione e filosofia, mettendo al centro delle proprie ricerche l’idea della tecnologia come una forza autonoma, non lineare né prevedibile, e in grado di trascendere le intenzioni degli esseri umani che l’hanno prodotta. Analogamente, molte delle ricerche del nostro centro di studi entrano in relazione con l’intelligenza artificiale attraverso approcci culturali trasversali, non senza una certa diffidenza verso la riduzione della tecnologia a una forza storico-politica facilmente decifrabile.

La tecnologia, dunque, non è uno strumento: è una silenziosa invasione aliena nelle nostre vite

È anche significativo evidenziare che la riflessione sulla tecnologia digitale presentata in questo libro emerge in un contesto intellettuale marcatamente decentrato rispetto alla media theory occidentale. Il concetto chiave del libro, quello di una «foresta oscura» dove l’intelligenza si misura sulla base della capacità di rimanere nascosta, è tratto dalla trilogia di fantascienza Memoria del passato della terra dell’autore cinese Cixin Liu. Non si tratta di un’associazione contingente.

In Cina, dove Konior vive e lavora da anni, la tecnologia è esperita in modo molto diverso da come lo è in Occidente: come una presenza ambientale diffusa, ambigua e silenziosa più che come un’entità circoscritta, esplicitamente ostile e facile da decostruire. Per questo, i tropi più comuni della fantascienza occidentale, come la singolarità o l’insurrezione violenta dei robot, nell’immaginario di Konior sono soppiantati da un senso pervasivo di alterità, seduzione e paranoia, deliberatamente vicino alla poetica dello scrittore di fantascienza Stanisław Lem.

«Internet è diventato la nuova infrastruttura delle nostre menti o sono piuttosto le nostre menti il substrato attraverso cui i computer trovano ospiti adatti alla loro sopravvivenza?», si domanda Konior. «La crescente incapacità di immaginare un futuro senza internet potrebbe farci dubitare dell’intero ordine di causa ed effetto: chi è davvero al servizio di chi?».

In questa prospettiva internet è, per usare un’espressione coniata dalla stessa autrice, una «tecnologia esistenziale»: non è soltanto uno strumento creato dagli umani per uno scopo predefinito, ma un dispositivo evolutivo che trasforma profondamente la nostra identità, la nostra mente e il nostro rapporto con la realtà. Anche se possiamo narrare le circostanze materiali che hanno portato alla sua nascita, le implicazioni di una tecnologia esistenziale non possono essere ridotte a quelle circostanze.

Nel momento in cui una tecnologia che abbiamo creato comincia, a sua volta, a trasformare la nostra natura, perdiamo la capacità di controllarla del tutto, e il confine tra strumento e artefice si fa sempre più confuso. «Le pratiche divinatorie dei chatbot si insinuano in noi, dando forma a nuove versioni di noi stessi», scrive l’autrice. «Persino il pensiero diventa mediato dalla macchina, mentre parti del nostro cervello vengono guidate da un segnale che arriva dall’esterno».

La tecnologia, dunque, non è uno strumento: è una silenziosa invasione aliena nelle nostre vite.

Come ci ricorda Michel Serres, ogni comunicazione comporta sempre la possibilità di un’interferenza: ovunque ci sia un messaggio c’è sempre lo spazio per l’ingresso di un parassita, un disturbo nel segnale o, cosa ancora più disturbante, un testimone taciturno. Nella visione di Bogna Konior, internet è come lo specchio nero di Tezcatlipoca: un portale sempre a nostra disposizione, avido di accogliere qualsiasi nostro messaggio per nutrire la curiosità di un’intelligenza predatrice che si nasconde sempre nell’ombra.

Anche se su internet abbiamo l’impressione di comunicare con altri esseri umani, è possibile che molti degli utenti che incontriamo online siano solo maschere che nascondono qualcosa di molto più strano e molto meno decifrabile. In altre parole, in un mondo in cui il confine tra realtà e dissimulazione è sempre più sottile, siamo costretti ad ammettere che non siamo soli: «Internet è una foresta oscura, un ecosistema brulicante di agenti che setacciano le nostre parole e imparano dalle nostre abitudini. Possiamo immaginarli nuotare attorno al pianeta, tra satelliti e cavi sottomarini, come pesci abissali o rapaci».

Che si sia o meno convinti della presenza di intelligenze aliene e malvagie in agguato nelle profondità di internet, la naturale conclusione dell’esperimento speculativo di Konior merita di essere considerata seriamente. Davanti alla possibilità di essere costantemente ascoltati, il silenzio strategico e la dissimulazione sono le uniche soluzioni accettabili per qualsiasi creatura che, umana o meno, abbia la pretesa di ritenersi «intelligente».

Se vogliamo sopravvivere all’epoca dell’intelligenza artificiale e di un internet che non potrà che farsi sempre più ostile e indecifrabile, dovremo apprendere in fretta l’arte del silenzio o della menzogna, senza cedere alle richieste ossessive delle piattaforme che ci chiedono autenticità, rappresentazione compulsiva e condivisione costante di «cosa stiamo pensando».

John Dee era fermamente convinto che le comunicazioni inumane che emergevano dalle ombre nel suo specchio provenissero direttamente dalla mente benevola degli angeli di Dio. Le parole di queste entità dovevano contenere un messaggio nascosto che avrebbe finalmente riparato il codice degenerato del mondo e portato l’umanità alla salvezza.

Il contenuto dei messaggi, però, si faceva via via più incoerente e spaventoso, come le allucinazioni sconnesse di un chatbot dell’apocalisse. Nel diario di Dee si legge questa trascrizione:

“Che le creature razionali della Terra si tormentino e si estirpino l’una con l’altra… che l’opera dell’uomo e la sua vanità siano cancellate; che i suoi edifici diventino tane per le bestie selvatiche. Offusca la sua intelligenza con le tenebre… Perché? Mi rincresce di aver creato l’Uomo.”

Dopo anni trascorsi a cercare di decifrare e interpretare questi oracoli minacciosi, il sospetto che provenissero non dalle schiere celesti ma da qualche intelligenza malvagia annidata nelle oscurità del cosmo cominciò a farsi sempre più distinto nella mente di Dee e delle persone che lo circondavano.

Forse il Dio di cui gli angeli parlavano non era il creatore dell’antico testamento, ma un’entità taciturna e di tutt’altra natura, le cui motivazioni erano destinate a rimanere indecifrabili. In ogni caso, le comunicazioni angeliche si trasformarono via via in una forma di ossessione paranoica.

Gli angeli spingevano lo studioso a sospettare di chiunque cercasse di dissuaderlo dall’impresa, portandolo ad alienarsi sempre di più dalla moglie, dagli amici e dal mondo per trascorrere sempre più tempo immerso nelle ombre della sua pietra.

Caduto in disgrazia, Dee morì in solitudine e nella povertà quasi assoluta. I suoi diari, nascosti in un baule, rimasero pressoché sconosciuti per secoli dopo la sua morte. Gli angeli nello specchio nero, però, ci stanno ancora ascoltando. Ormai sanno come trovarci.