L’antropocene e i suoi profeti

Cosa succede quando catastrofi e disastri ambientali diventano la norma? Introduzione a MEDUSA, la newsletter dalla «fine del mondo per come la conosciamo»

MEDUSA è una newsletter bisettimanale che parla di Antropocene, dell’impronta dell’essere umano sulla Terra, di cambiamenti climatici e culturali. A chi si iscrive, ogni due mercoledì arriveranno un articolo inedito, delle brevi news e un po’ di dati per ragionare su questi temi. Una volta al mese un contenuto di MEDUSA verrà ospitato anche su Not: potrà essere un estratto di un articolo già pubblicato sulla newsletter, una sua variazione, o un contenuto appositamente pensato per la rivista. Insomma, se ti interessa MEDUSA, la cosa migliore è iscriversi alla newsletter.

Quello di seguito è un estratto dal numero zero di MEDUSA (che i primi iscritti hanno già ricevuto) in cui i curatori Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi introducono i temi della newsletter e da dove viene l’idea di una newsletter che racconti «storie dalla fine del mondo».

Matteo De Giuli: «Il fiume Mississippi seguirà sempre il suo corso; nessuna abilità ingegneristica potrà convincerlo a cambiare idea», scrisse Mark Twain.  Negli ultimi secoli, però, la corrente del Mississippi si è invertita più di una volta. Nel 1812, prima ancora della nascita di Twain, per colpa di un terremoto. Nel 2005, spinta dalla furia dell’uragano Katrina, anche se solo per qualche ora (abbastanza perché Elvis Costello decidesse di dedicare una canzone all’evento). E poi di nuovo nel 2012, questa volta per un’intera giornata, dopo il passaggio dell’uragano Isaac: la corrente ha iniziato a vorticare attorno ai tronchi di legno raccolti dal fiume trascinandoli da valle verso nord – un impeto inedito per l’uomo, sinistro alla vista, contro la ragione.

Il cambiamento climatico è uno dei motivi per cui uragani e inondazioni stanno diventando sempre più comuni e devastanti. «Wow – Ora gli esperti definiscono Harvey un’alluvione che capita una volta ogni 500 anni!», ha twittato Trump in un goffo, raro, refolo di fiducia nei dati, cercando più che altro autoassoluzione durante l’emergenza di quest’estate in Texas. Dall’agosto 2015 all’agosto 2016, però, il National Weather Service ha registrato altri otto eventi di simile portata, inondazioni da «una ogni 500 anni», che si vanno ad aggiungere a una manciata di alluvioni ancora più distruttive e meno probabili avvenute nell’ultimo decennio sul territorio americano. Cosa succede se lo stupore e l’alienazione diventano la norma?

Nicolò Porcelluzzi: Quando abbiamo pensato a introdurre MEDUSA, com’è ovvio, abbiamo accarezzato ogni parola. «Antropocene», per esempio: colonialista, specista, arrogante. C’è chi lo vuole Capitalocene, Plantationecene, Chthulucene… Anche se non è il nome perfetto per diversi motivi, Antropocene rimane comunque il migliore che ci è capitato tra le mani. È convenzionale. Da qui in poi lo useremo consci di questa premessa, ed è solo il primo dei nostri esercizi di accettazione.

Un altro distinguo: secondo MEDUSA l’Antropocene non è la fine del mondo. Non intendiamo pubblicizzare l’apocalisse ma trasformarla nell’incipit di una storia che non è stata ancora raccontata. Il catastrofismo non parla a nessuno davvero, ignora la sensibilità necessaria per parlare di cambiamenti climatici lasciando spazio a due soluzioni: moralista e tecnocratica. Nessuna delle due – il senso di colpa, la fede cieca nella tecnica – può portarci sollievo, e nemmeno una loro fusione può bastare.

Esiste forse un tertium? Non lo so, non ne sono sicuro, dovrei limitarmi a raccontare storie – ed è quello che farò, quello che faremo qui. In debito con le idee di Donna Haraway, le nostre storie non saranno parabole post-umaniste, ma poesie nate dal compost. Ci faremo coraggio, e poesia, se sono poi due cose distinte.

Matteo De Giuli: La dimensione reale del problema del riscaldamento globale è difficile da abbracciare con il pensiero. Nel lungo periodo, nell’arco di decenni, potremmo andare incontro a cambiamenti irreversibili. Spesso si è detto che il disinteresse generale che aleggia attorno a questi temi dipende dalla natura stessa del nostro cervello o della nostra morale, strumenti inadeguati per avvertire l’urgenza di problemi lontani decenni o secoli nel futuro. Forse è così, di sicuro c’è anche qualcosa che non funziona nel modo in cui ci stiamo raccontando questa storia.

Un recente articolo del Guardian ha definito Timothy Morton «il profeta dell’Antropocene». I critici lo dipingono come il classico esempio del filosofo narcisista incapace di integrarsi nel dibattito accademico, innamorato più che altro del suo stile – e lui non fa nulla per svincolarsi dallo stereotipo. Almeno una domanda cara a Morton abbiamo però deciso di portarla con noi dentro MEDUSA: la nostra specie è a tutti gli effetti una forza geofisica su scala planetaria, e ora lo sappiamo. Cosa fare di questa consapevolezza?

Nicolò Porcelluzzi: Cito Aby Warburg dal Rituale del serpente, ma sono parole mie, come sono parole mie quelle del primo uomo sulla Terra: la siccità insegna a fare incantesimi e a pregare. Dato che ormai abbiamo capito che il pianeta presenta una complessità maggiore delle nostre capacità predittive, si tratta di pratiche da riabilitare senza paura. «Osservare il cielo è la grazia e la maledizione dell’umanità» è la seconda citazione che rubo a Warburg, questa volta tra virgolette, chiedendomi se il culto del cielo non abbia causato più problemi che soluzioni: grazia è studiare il parto delle stagioni, il pianto dei cieli. Maledizione è guardare in alto senza curarsi di dove si mettono i piedi.

Matteo De Giuli: In questi mesi ci siamo ritrovati spesso a rileggere La grande cecità di Amitav Ghosh. Nel corso del tempo, secondo Ghosh – che cita Latour – la natura è stata consegnata alla scienza, rimanendo preclusa alla cultura. Non siamo finiti in questa condizione per un abbaglio: l’abisso che oggi divide la natura dalla cultura è il risultato di uno degli impulsi originari della modernità. Una divisione e un rimosso che hanno portato al distacco degli scrittori dalle questioni scientifiche, degli intellettuali dalle questioni climatiche e, di riflesso, degli scienziati dal dibattito culturale. Nel giro di meno di un anno La grande cecità è diventato uno dei saggi più citati in articoli a tema climatico firmati da scienziati, giornalisti e scrittori – che forse hanno sentito, per una volta, di essersi trovati finalmente raccontati dalla stessa storia. Con MEDUSA ci vogliamo unire al racconto.

Nicolò Porcelluzzi: La scrittura è nata come strumento coercitivo, come tecnologia di controllo. Arma tributaria, temuta, odiata, la scrittura come «cultura» è un’efflorescenza molle nata dopo molti secoli. Con scarsa modestia e nessuna prudenza, MEDUSA vuole vendicare quei secoli, restituendo la scrittura alla capacità di controllare risorse, naturali e animali. La stampa ha accelerato il logocentrismo, impallidendo la tinta del velo che copre il linguaggio: le idee sono diventate fantasmi, quando il solo scrivere medusa dovrebbe farci tremare le vene e i polsi.

Un’altra parola-mostro: oblio. L’ho rigirata a lungo in bocca pensando di capirci qualcosa, pensando fosse una via di uscita percorribile. Quello che sta succedendo, invece, ci impone il technicolor: parafrasando Timothy Morton, volevamo l’oblio, ed è arrivata la consapevolezza. Guardo fuori dalla finestra e penso che la più grande ambizione di MEDUSA sia cadere «dal lato sbagliato della storia», fino a quando questa non verrà capovolta come una sfera di neve. E l’aria si farà più fresca.

MEDUSA è una newsletter bisettimanale che racconta storie dalla fine del mondo per come lo conosciamo. Ogni due mercoledì nella vostra casella di posta: basta iscriversi qui.

Matteo De Giuli è senior editor del Tascabile. Collabora con Radio3 Rai, al microfono a Radio3 Scienza. Co-autore di MEDUSA. Ha scritto per National Geographic, Prismo e altre riviste.
Nicolò Porcelluzzi è nato a Mestre nel 1990. Redattore del Tascabile, ha scritto per Prismo, l'Ultimo Uomo e altre riviste. Co-autore di MEDUSA. Tra il 2010 e il 2016 è stato redattore di inutile, rivista letteraria.