La lingua appiccicosa

Professionisti della comunicazione e altre inesistenze

MEDUSA è una newsletter bisettimanale che parla di Antropocene, dell’impronta dell’essere umano sulla Terra, di cambiamenti climatici e culturali. A chi si iscrive, ogni due mercoledì arriveranno un articolo inedito, delle brevi news e un po’ di dati per ragionare su questi temi. Una volta al mese un contenuto di MEDUSA viene ospitato anche su Not: può essere un estratto di un articolo già pubblicato sulla newsletter, una sua variazione, o un contenuto appositamente pensato per la rivista. Insomma, se ti interessa MEDUSA, la cosa migliore è iscriversi alla newsletter.

Ho letto sulla BBC che Hello Kitty non è un gatto, ma una bambina che va alle elementari, appena fuori Londra. Hello Kitty ha un gatto che si chiama Charmmy Kitty. Da quando è nata: negli anni Settanta in Giappone succedeva che si idealizzasse la Gran Bretagna.

Mi ha ricordato una cosa che abbiamo raccontato anni fa, quando Matteo descriveva lo sportello posteriore di un camion frigorifero decorato con il logo di un salumificio dove, con un sorriso vacuo, «un maiale antropomorfo con camice da macellaio affetta una coscia di prosciutto cotto. Un maiale-umano che affetta un maiale-maiale».

La tassonomia costringe tutto quello che vive in un nome; quello che vive però supera il nome.

Tian-Yu è una creatrice di sticker (soprattutto quelli animati, che si muovono), le immagini che ci si manda sulle chat. Li inventa per WeChat, un’applicazione scaricata da un miliardo di utenti che la usano per ogni servizio e pagamento, sviluppata da Tencent, che ne condivide le metriche con il Partito comunista cinese. Su WeChat, ecco, si può fare tutto quello che si può fare.

Gli sticker animati rientrano in quel corteo di novità a cui mi approccio con disgusto, poi dissimulato nell’uso ironico e intermittente – la fase peggiore, più odiosa – per arrivare poi alla posa finale, la contemplazione critica del pianeta che gira senza interrogarsi, e chi sono io per fermarlo? È più grave di morire di diarrea? Non lo so, però come spesso accade nei fenomeni di massa, si tende a ignorare le correnti profonde. Gli sticker antropomorfizzano qualsiasi immaginario, inventando regni a metà delle cose (gorilla impiegatizi, uova supereroiche, fantasmini operai), come un articolo che è anche un racconto. Questi regni sospesi diventano poi uno dei linguaggi più scambiati al mondo, in tutte le lingue, miliardi di volte al giorno.

Tian-Yu si è inventata un pinguino cinico che non ha voglia di stare al telefono, di lavorare, di fare la coda, di stare insomma; negli sticker l’autrice ha trasfigurato le sue esperienze, la vita di ufficio che l’ha terrorizzata: «il lato oscuro della cultura aziendale è stato sicuramente un’influenza. Nel loro lavoro, le persone ricorrono a un rigore da saggio accademico rispetto a problemi frivoli come raisare l’engagement delle pagine Coca-Cola in un’ottica multichannel».

Ed è qui che Tian-Yu e io parliamo la stessa lingua, nel bisogno di raccontare la divergenza tra la curatela di una tesi di laurea sul sistema annonario di Ninive e la logica del social media management, di raccontare gli orari lavorativi disumani, glorificati dalla cultura del sacrificio yuppie che in Cina è stata definita 996, lavorare dalle nove alle nove, sei giorni a settimana.

Abbiamo cenato insieme, a Venezia. Tian-Yu si ricorda tutti i sogni che fa, e quando si sveglia li scrive su un foglio, dal primo all’ultimo. Si sogna anche delle idee per gli sticker. Ecco alcuni dei suoi sogni ideogramma, e i commenti a margine che mi ha scritto:

画画不积极,催更不积极

(Lento a disegnare, più lento a ripetere. «Che razza di sticker può essere questo?»)

人间枯萎子,少女心注入

(Una dose di vibrazioni shoujo, per riportare in vita i morti. «Che cazzo avevo in mente?»)

青山不改,绿水长流

(Le montagne rimangono sempre verdi, e le acque sempre straripanti. «Questa boh… per qualche motivo.»)

梦境是言灵的具象化

(I sogni sono la prima bozza della realtà. «Questo mi piace. L’ho scritto un po’ di tempo fa ma non ho ancora capito come rappresentarlo.»)

Chi cerca trova

Ma si vive, inventando sticker? Qual è la condizione economica dei neuroproletari che scrivono la neolingua? In questo articolo si racconta di chi prova a sfamarci la famiglia, delle agenzie in cerca di nuovi talenti, della competizione nel settore. Tian-Yu dice che un suo pacchetto è stato scaricato quasi un milione di volte: divise per il numero di sostenitori a pagamento, viene fuori una miseria. I suoi animali antropomorfi, in totale, sono stati condivisi più di cinquanta milioni di volte. Secondo Krish Raghav, fumettista e «esperto di cultura web», gli sticker di WeChat rappresentano quelli che nei queer studies sono definiti «sentimenti anestetici», uno strumento di difesa per pararsi dall’intensità del sentimento. I vetri smerigliati delle porte del bagno.

Gli sticker comunicano alludendo, si nascondono in piena vista. Qualcosa sta cambiando, ma ne avvertiamo solo dei contorni vaghi, così come il paesaggio dell’infanzia, anche quello mentale si trasforma secondo strappi e sabbie mobili, traumi visibili e non.

A proposito di tassonomia: per questa condizione esiste una parola, solastalgia, la nostalgia del conforto. È un termine che discende dalla pratica clinica e psicologica, descrive il malessere che ci accompagna quando il nostro ambiente è stato violato, distrutto. Un concetto da tenere a mente, da metabolizzare, perché i cambiamenti accelerano su scala esponenziale, e perché siamo in mezzo, o alla fine, o entrambe, di una pandemia; le pandemie innescano processi di trasformazioni profonde, non sempre percepibili sulla scala dei giorni e forse mesi, ma di anni senza dubbio, e decenni. 

Internet, parrebbe, si è imposto come strumento di cura solastalgica senza che questo incarico venisse discusso. Penso agli sticker, all’esplosione della stan culture – i fan ossessivi, che esistono dal dopoguerra ma mai così organizzati –, l’identificazione nelle cosiddette guerre culturali, ma anche fenomeni più curiosi, come l’ASMR (la risposta autonoma del meridiano sensoriale stimolata da suoni più diversi), la cultura gamer nei suoi aspetti più inquietanti, eccetera. 

Avevo un amico all’università, un fuorisede, mi raccontava che a Venezia dormiva bene perché non sognava mai. Nemmeno le montagne e i fiumi, le prime bozze… Ho chiesto allora a Tian-Yu cosa sogna, di notte a Venezia, quando si addormenta davanti allo schermo?

Ha sognato di rubare collane d’oro, di bere dalla bottiglia nell’auto sotto la pioggia, ma c’erano telecamere dappertutto, i satelliti, confusi per costellazioni; ha sognato di vivere un noir, e che le toccava andare nelle città più povere, dove poteva anche mangiare bene, ma non sapeva come si fanno le cose.

Tian-Yu allora si è appoggiata su una sedia, ma non esisteva, era materia dell’invenzione, ed è scivolata. Nel nulla del sogno, a Venezia stagnava l’umidità sospesa dei giorni allergici, il polline; i ricordi risalivano nelle vie aeree, e le anticipazioni. Da quale punto di vista si può raccontare lo specchio, il terrore bambino? Ho vissuto un’infanzia felice, in fondo. È così. Ancora più in fondo, ricordo terrori notturni, presenze di fantasia nascoste dietro l’angolo della scala, e nello specchio contorni di figure nella coda dell’occhio. Anche io!, mi ha risposto, e in quei momenti lei si sdoppiava, lasciando in giro quella volta e altre un’altra versione di chi la guardava, come ogni volta scrivendo, come Tian–Yu, «e a questa cosa bisogna starci», ha detto.