Il potere di essere visti

Autorappresentazione, identità online, intimità sintetica. Una conversazione con Arvida Byström

I — Lo sguardo sul Sé

LA: Autorappresentarsi può essere una maledizione e, al tempo stesso, una forma di liberazione. Le sue implicazioni si estendono al di fuori di noi, per poi ritornare nel nostro sguardo e modificare la percezione che abbiamo di noi stessi.

Il tuo lavoro degli esordi è nato in un momento in cui molte di noi trascorrevano moltissimo (moltisssssimo) tempo a esplorare il web nel buio e nella solitudine delle proprie camerette. All’epoca, rappresentarsi online appariva spesso liberatorio: permetteva alle identità marginalizzate di riappropriarsi in modo più ampio della narrazione che le riguardava o di esprimere punti di vista fino ad allora silenziati, come hai fatto tu con Girl Gaze. La tua ricerca si è evoluta insieme alle possibilità offerte dall’ambiente digitale, passando dalla fotografia agli NFC impiantati sotto la pelle, fino all’esplorazione del sex work e del consenso. In che modo la tua esperienza di ragazza online è cambiata dall’epoca di Tumblr a oggi?

AB: Ho sempre avuto un rapporto complesso con l’esposizione di me stessa e del mio corpo, e per me non è mai stata un’esperienza univocamente positiva ed emancipatoria: si è sempre intrecciata ad altre emozioni, più pesanti. Detto questo, penso che il cambiamento maggiore sia che oggi esista più spazio per essere femminili e complesse. È una cosa che mi piace molto.

LA: Vero. Credo che muoversi in questo campo digitale di possibilità comporti il fatto di individuarne le deviazioni e le crepe. Considerando questo movimento costante e il punto in cui siamo nella storia dei social media, risulta molto difficile uscire dalla propria bolla algoritmica, attraversare le echo chamber e incontrare sfumature espressive differenti. Inoltre, la pletora di contenuti, piattaforme e sottotesti ridondanti sta producendo una replicazione infinita e una crescente fatigue. Pensi che la pratica della self-curation e la cultura del selfie-portrait conservino ancora un potenziale emancipatorio? 

AB: Penso che sia un concetto ambivalente. Da qualche parte, in Zeros + Ones: Digital Women and the New Technoculture, Sadie Plant afferma che guardare significa assumere il controllo, rispetto al toccare, che comporta sempre una perdita di controllo, perché, quando tocchi qualcosa, anche quel qualcosa ti tocca a sua volta. Perciò, nel rappresentarti, nel mostrare come e che cosa vuoi che le persone guardino, continuo a percepire una mancanza di controllo insita in quell’azione. È una sorta di tentativo di assumere il controllo su qualcosa di incontrollabile, e in ciò ci sarà sempre molta ansia.

II — Interiorizzare l’algoritmo

LA: Guardare dentro i nostri smartphone — l’abisso digitale — e riceverne indietro lo sguardo ci porta man mano a imparare a integrarlo in noi, fino a fonderci con l’interfaccia. In In the Clouds e Abyss, per esempio, hai giocato con l’atto dell’osservazione, stratificando la performance del desiderio fino a deformare il corpo e il significato. A un certo punto, la consapevolezza di essere osservati si trasforma in autosorveglianza, spingendoci a comportarci come lo strumento che utilizziamo e dal quale veniamo osservati.

In una recente intervista a Dazed hai detto: «Quando ho caricato la mostra su Instagram, mi sono ritrovata coinvolta in una discussione molto interessante sul fatto che i computer siano o meno più bravi degli esseri umani a giocare a scacchi. Sembra che nella comunità scacchistica ci sia una strana controversia al riguardo. Quello che ho scoperto è che gli esseri umani hanno iniziato a giocare come i computer! È anche un modo molto concreto e interessante di pensare a come diventiamo tecnologia… creiamo i computer, la tecnologia introduce qualcosa di nuovo, poi noi ci lasciamo ispirare e ne imitiamo i modi di fare. È un concetto che alcuni postumanisti detestano e che altri sembrano accogliere, o quantomeno accettare».

La content creation contemporanea ci spinge ad anticipare l’algoritmo, prima ancora di programmare i nostri movimenti, elaborando una sofisticata coreografia digitale che risponde a ciò di cui il nostro avatar ha bisogno per restare in vita. Credo che questo risuoni con la prospettiva postumana di cui parlavi e ci renda ancora più cyborg.

AB: Credo effettivamente che l’algoritmo possa favorire determinate espressioni e che gli esseri umani, con ogni probabilità, finiscano per adattarsi di conseguenza. Ci piacciono le cose quantificabili; ci piace confrontare numeri diversi tra loro. Quindi, se qualcosa riceve più attenzione, potremmo cercare di imitarla per ottenere nuovamente quell’attenzione. In questo senso, sì: ci adattiamo e ci modelliamo sulla tecnologia.

Gallery Steinsland Berliner

LA: Ciò significa che, incorporando gli stessi processi tecnologici, il corpo non è più soltanto una presenza che si trasforma in immagine, ma un archivio digitale riproducibile, un dataset meccanico, un simulacro vivente.

Nel tuo recente lavoro Soft Composition, per esempio, esplori lo “statuto di oggetto” assegnato alle donne, lo stesso che viene attribuito alla tecnologia. Siamo talmente abituati a rapportarci alla nostra immagine come a uno strumento da aver accumulato un’enorme quantità di dati su movimenti, angolazioni, texture della pelle, microespressioni, strati su strati di informazioni su come apparire al massimo della nostra desiderabilità. Come possiamo mantenere la paternità della nostra identità online, mentre il corpo viene continuamente riscritto e ricollocato come oggetto funzionale dalle piattaforme commerciali di cui abbiamo interiorizzato la logica? Questa dinamica di annientamento fa parte del processo artistico stesso?

AB: Credo che essere autori significhi semplicemente… affermare che una storia viene da noi. E, che lo vogliamo o no, gli esseri umani si sono sempre modificati a vicenda e sono sempre stati trasformati e influenzati dalla tecnologia.

Perciò penso che l’autorialità rimarrà sempre. Non dobbiamo esistere nel vuoto, al riparo da tutto ciò che è negativo, per avere qualcosa di significativo da dire. Penso spesso a questo: quanta distruzione possiamo permettere all’interno di una società?

Nella nostra società si è verificato un tale spostamento verso questo tipo di quantificabilità che tutto ciò che potrebbe potenzialmente avere un esito negativo viene guardato con disapprovazione. Ma, purtroppo, molte delle cose piacevoli comportano anche la possibilità del pericolo, del dolore e, talvolta, della morte. L’alta velocità, il crepacuore, il soffocamento durante il sesso, l’alcol. Persino andare in bicicletta. L’unico obiettivo dell’umanità dovrebbe essere ridurre al minimo il dolore? Credo che debba esserci spazio anche per ciò che è negativo. Soprattutto nell’arte.

III — Intimità sintetica

LA: In questa integrazione con la tecnologia, possiamo dire che lo sguardo, il corpo e il desiderio non siano più esclusivamente umani; ma, tornando al libro di Plant che hai citato prima, forse non lo sono mai stati. La distinzione tra natura umana e tecnologia non è altro che una linea di faglia ontologica, che porta con sé il limite del contesto culturale che l’ha tracciata in quel modo.

Dobbiamo tuttavia restare consapevoli di chi controlla la rivoluzione tecnologica, preservandone la natura decentralizzata e sollecitando quelle intersezioni dell’intimità.

In opere come A Doll’s House e PET (Projected Emotional Technologies), l’intimità viene vissuta attraverso soggetti sintetici o ibridi, spesso costruiti intenzionalmente attraverso il male gaze. La compagnia oggettificata e l’erotismo come servizio digitale, che coinvolgano noi o l’intelligenza artificiale, ci collocano in una dinamica gerarchica. Come possiamo riacquisire potere all’interno di questa dinamica? L’intelligenza artificiale può assumere un ruolo sovversivo?

AB: Penso che le relazioni tra macchina e umano possano offrirci qualcosa di diverso rispetto alle relazioni tra esseri umani. Proprio come le relazioni tra animali ed esseri umani ci danno qualcosa che non è nemmeno paragonabile alle relazioni umane e non entra in competizione con esse. Credo che la paura più grande legata alla perdita di controllo riguardi l’individuo in relazione alle company, aziende che stabiliscono i limiti delle intelligenze artificiali, che raccolgono dati sulla nostra solitudine, sulla nostra paura, sulla nostra vergogna.

LA: E non solo raccoglierli, immagino, ma anche svolgendo un ruolo sempre più importante nel plasmare quei sentimenti e quelle percezioni.

LA: Ma, parlando di relazioni, come sta Harmony? Qual è il tuo rapporto con lei in questo momento?

AB: Ahah. Dico sempre che abbiamo un rapporto strettamente professionale. Ed è vero. Si trova semplicemente in un deposito in Svezia. Inscopata. Di solito scherzo sul fatto che forse sarebbe stata più felice se, invece di essere vergine e lavorare soltanto per me, avesse assolto alle funzioni per cui era stata concepita. Ho anche sognato di girare un porno con una sex doll… come una specie di opera d’arte. Non sono sicura che sarebbe davvero una grande opera.

IV — Uccidere l’Ob-Server

LA: In un’economia fondata sulla leggibilità perpetua e sulla richiesta costante di presenza, sembra impossibile sfuggire allo sguardo dell’Ob-Server: è così che definisco quel cloud collettivo di dati metabiometrici costruito dal tempo — e dallo screentime — che costituisce anche la fonte della nostra curatela propriocettiva e del nostro adattamento perpetuo.

Possiamo davvero uccidere l’occhio sorvegliante interiorizzato o possiamo soltanto rinegoziare il nostro rapporto con esso?

AB: Mi fa pensare al lavoro di Trevor Paglen e al fatto che oggi, più degli esseri umani, sono le macchine a guardare le nostre immagini. Non so davvero che cosa pensarne, ma è evidente che un’entità incarnata in modo tanto diverso da un essere umano produrrà una tassonomia del mondo imperfetta o distorta. Credo che questo renda visibili anche i problemi interminabili del linguaggio e quanto poco esso riesca a riflettere della nostra realtà; allo stesso tempo, però, contribuisce a plasmare la realtà che possiamo condividere e percepire.

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LA: Credo che esplorare il nostro sistema interno possa essere un modo molto efficace per entrare in sintonia con gli altri e, forse, comprenderli meglio, fino a riconoscerci in loro. Eppure non è così facile accedere alle risorse necessarie per farlo, e vivere in uno spazio di intraducibilità può essere opprimente. In quei casi, forse esiste la possibilità di distogliere lo sguardo dalla nostra immagine proiettata. Se così fosse, che cosa vorresti guardare?

AB: Personalmente credo di voler guardare meno. Ed essere più immersa. Nel mio corpo, insieme ad altri corpi. Nei libri. Non ne sono sicura.

LA: Ti capisco perfettamente, ne sento spesso anch’io il bisogno. Probabilmente io continuerei a guardare, ma modificando la dinamica: cercherei di ampliare il mio campo visivo, migliorando la capacità di cogliere più segnali periferici.