Il brainrot è sempre esistito

AI Slop, media periferici, cultura algoritmica. Le forme più marginali della vita digitale sono diventate il centro della nostra attenzione

I nomi sono tutto ciò che c’è da sapere

Mentre mi concedo una breve pausa dal lavoro, mi chiedo se sia opportuno iniziare una conversazione con la mia collega, dato che sembra impegnata. Non volendo disturbarla, apro TikTok e tutto ciò che rimane della mia pausa è una fitta nebbia di contenuti fruiti a metà, alcuni li salvo per dopo, consapevole che non li riaprirò mai, mentre altri li dimentico all’istante. Mi rimetto a lavorare.

Il termine «brainrot» è apparso per la prima volta online alla fine del 2023 come espressione scherzosamente dispregiativa per descrivere le nostre abitudini di consumo dei contenuti online, soprattutto di breve durata: una descrizione di come lo scorrimento infinito di contenuti generati dagli utenti (e non solo) — spesso banali, realizzati con scarso impegno e di scarsa qualità o valore — influisca sulle nostre capacità cognitive. La scelta del termine non è una coincidenza; fin dalla sua origine, il concetto assume una posizione precisa sia sul contenuto in sé che sulle conseguenze del suo consumo prolungato. La nostra posizione di spettatori sembra quindi già assegnata in termini molto chiari e rigidi: il brainrot troneggia sull’impero dei social media come un imperativo inarrestabile e governa i propri sudditi costringendoli alla complicità e alla stupidità .

Nel 2024 il termine è stato scelto come parola dell’anno dall’Oxford University Press, alimentando così queste connotazioni del termine e trasformandole in un monito morale ricorrente sul consumo mediatico dei giovani. Tuttavia, come possiamo notare, il significato del termine non è legato esclusivamente alle sue implicazioni, ma definisce sempre più il contenuto che genera l’effetto stesso:  un’etichetta generica per indicare contenuti brevi che i consumatori considerano privi o quasi di significato e, in sostanza, improduttivi.

Per questo riteniamo che il brainrot debba essere studiato con attenzione, poiché sarebbe riduttivo considerarlo semplicemente una tra le tante tipologie di contenuto. Piuttosto, esso opera come la trama percettiva di un nuovo regime culturale che, negli ultimi trent’anni, ha preso forma lentamente e in modo progressivo, germogliando dalle infrastrutture della raccomandazione algoritmica, dello streaming continuo di contenuti e della riproduzione automatizzata, per poi contribuire a sua volta a modellarle. Quella che oggi ci appare come un’ondata di AI-slop non è che la superficie visibile di un processo molto più profondo. Nel dare un nome all’esperienza di sovrastimolazione e autocoscienza ironica tipica della vita digitale, il termine finisce per indicare l’intera economia algoritmica che produce tale esperienza.

Volendo dare un’occhiata veloce a una ricetta che mi ha suggerito Instagram, mi rendo improvvisamente conto di essermi scordata cosa stavo facendo, non ho risposto ad alcun messaggio privato e non ho nemmeno iniziato a cucinare. Prendo del cibo dalla dispensa e mi ritrovo in una sorta di spazio liminale tra il tagliere e gli ingredienti. Il mio stomaco brontola.

Quando si cerca di definire un nuovo fenomeno culturale, specialmente se determinato dal rapido sviluppo tecnologico, si avverte un forte impulso a teorizzarlo in uno dei due modi seguenti: o questo particolare aspetto culturale e la tecnologia che lo ha prodotto rappresentano una rottura qualitativa nella nostra comprensione dell’umanità, oppure questi nuovi sviluppi in realtà non modificano affatto le attuali dinamiche di capitale e potere. Nel presente testo non cerchiamo di interpretare il brainrot da nessuna delle prospettive descritte, poiché crediamo che la verità si trovi da qualche parte nel mezzo. Sebbene il titolo lo collochi decisamente più vicino alla seconda interpretazione, dato che in realtà non accade mai nulla di nuovo, forse dovremmo pensare al brainrot come un processo culturale di lunga data che solo ora riesce a manifestarsi in una forma più ampiamente visibile, nel concreto attraverso la centralizzazione, grazie alla diffusione algoritmica, di quei media fino ad ora percepiti come periferici.
La risposta è quindi duplice: da un lato, il brainrot nasce dalla diffusione di pratiche culturali storicamente radicate ma relativamente marginali, che tendenzialmente vengono dimenticate rapidamente; dall’altro, queste pratiche oggi beneficiano di una propagazione su una scala senza precedenti e con un’efficienza mai vista prima. Come disse Mark Fisher, le tecnologie contemporanee hanno modificato solo il modo in cui la cultura viene consumata e distribuita, lasciandone la produzione praticamente immutata: “Inutile sottolineare che la tecnologia non ha certo smesso di svilupparsi. È invece accaduto che si è scalibrata rispetto alla forma culturale. Anzi, il periodo attuale forse potrebbe essere proprio caratterizzato da una discrepanza tra la marcia inarrestabile della tecnologia e le condizioni di stallo, stagnazione e ritardo della cultura.”1 

Il buco digitale

Una collega vuole confrontare i nostri feed sui social. Guardando il mio schermo, si rende conto di non capire il linguaggio del mio feed. Mi sforzo di spiegarle tutti i riferimenti presenti nel solo video che stiamo guardando ma fatico a concludere per via del vortice apparentemente infinito di riferimenti a ritroso – da six seven, tralalero tralala, skibidi toilet fino al TikTok rizz party – che sembra non finire mai…

In senso stretto, il termine brainrot descrive quelle pratiche mediatiche che prosperano grazie al rifiuto del significato rappresentativo, in quanto non richiedono alcuna interpretazione né seguono alcuna parvenza di coerenza narrativa. Nella loro infinita ripetizione, la loro (mancanza di) profondità simbolica deriva dalla loro perpetua referenzialità.

L’esempio più lampante di questo fenomeno è la nascita di nuovi modi di dire online. Come illustra Adam Aleksić, i neologismi – generati da incentivi algoritmici alla fidelizzazione – sono un modo per catturare l’attenzione delle persone.22 Potrebbero sembrare una novità e avere, almeno in apparenza, un significato in continua stratificazione, ma nella sostanza la loro funzione rimane immutata. Per esempio, mentre le parole lowkenuinely e lowkirkenuingly hanno lo stesso significato, la seconda aggiunge dell’umorismo implicito e una certa referenzialità. Il linguaggio umano è sempre stato in rapida e costante evoluzione, semplicemente non lo avevamo mai osservato su una scala così vasta. Ciò si allinea perfettamente con la concettualizzazione di Hiroki Azuma dell’«animalizzazione» dei database, secondo cui i nuovi contenuti generati dagli utenti costituiscono un remix di contenuti già esistenti. Unicità e innovazione diventano caratteristiche sempre più rare; ci troviamo per lo più a confrontarci con contenuti fatti di continui e inutili riedizioni, svuotati di ogni struttura narrativa.

La sua mancanza di significato non deriva dall’assenza di contenuto, ma dal modo in cui impedisce a quel contenuto di stabilizzarsi in un senso preciso. Al contrario, sposta continuamente l’attenzione da un riferimento all’altro, lasciando al centro un vuoto semantico: una sorta di buco digitale. Un buco, del resto, non si definisce tanto per ciò che contiene, quanto per ciò che manca. È una struttura prodotta da un’assenza, da una rimozione. Per questo il suo significato deriva dai bordi che lo delimitano: il suo interno potrebbe essere occupato da qualsiasi cosa, ma ciò che lo definisce davvero è la sua posizione, il modo in cui interrompe e organizza ciò che lo circonda.

Il brainrot comprime simultaneamente il tempo (innumerevoli ore passate a scrollare contenuti creati per aumentare l’engagement) e lo spazio (fisicamente nell’archivio cloud e metaforicamente nella mente dello spettatore). Se estendiamo la nostra riflessione sul buco digitale in relazione al significato: «La materia non si trova all’interno del buco. Sarebbe assurdo dirlo: nessuno vorrebbe mai affermare che i buchi si trovino all’interno di sé stessi. La materia circonda il buco».3 Inoltre, il buco è sia materiale sia parte integrante della topologia complementare dell’oggetto4 — il significato viene quindi estratto da ciò a cui l’oggetto mediatico non fa riferimento o dal discorso che non invoca.

Portando la metafora al suo estremo, come sottolineano Eszter Polónyi e Sašo Grozdanov, una delle prospettive che accomuna le black box e i buchi neri è il modo in cui le fotografie dei buchi neri, o le immagini operative (operational images), «[…] esemplificano come l’osservazione possa essere costitutiva dei fenomeni osservati — come l’osservatore, pur trovandosi al di fuori della black box o oltre l’orizzonte degli eventi, diventi comunque parte del sistema che dà origine al significato.»5 Anche se ci troviamo al di fuori del buco digitale, la nostra agency, la nostra capacità di comprendere, e la nostra capacità di contestualizzare, sono determinate dal nostro punto di vista.

Nel concreto, il brainrot è il ciclo di diffusione e consumo di contenuti video verticali di breve durata, progettati per massimizzare il coinvolgimento e il tempo trascorso davanti allo schermo, promossi da piattaforme social come TikTok, Instagram Reels e YouTube Shorts, e che sta iniziando ad espandersi in altri settori mediatici redditizi come l’industria del porno o le scommesse sportive. Il brainrot è un tipo di contenuto perfettamente adatto alla nostra soglia di attenzione media, ormai ridotta a otto secondi: è altamente personalizzato, emotivo, coinvolgente e orientato ai dispositivi mobili.6 È la sensazione che si prova quando prendiamo il telefono in mano distrattamente, per poi renderci conto che sono già passati venti minuti, mentre i contenuti consumati non sono altro che un ricordo — una miriade di colori e frammenti sonori — e l’unica traccia tangibile del tempo trascorso è l’enorme quantità di DM che abbiamo inviato nel frattempo ai nostri contatti. Il brainrot si basa sul looping di immagini per lo più derivate e su audio accelerato e remixato che si fondono in una bizzarra stratificazione di stimoli e riferimenti, che avvicinano sempre più il modello culturale del database7 alla sua ottimizzazione algoritmica assoluta.

Operare

Vado in bagno e prendo il cellulare. Il mio algoritmo di Youtube Shorts sembra non funzionare, dato che non ho accesso a nessuno dei video che mi viene raccomandato solitamente. Guardo a ripetizione gli stessi tre video di lore oscure su Dark Souls, tanto che potrei recitarli nel sonno. Una settimana dopo il mio feed torna alla normalità, ma la conoscenza del tutto inutile di quali siano esattamente i tre oggetti con il tasso di drop più basso continua a ronzarmi in testa.

Nel modello culturale del database, le periferiche, ovvero i dispositivi situati ai margini dell’unità di elaborazione centrale, svolgono ironicamente un ruolo centrale. In questo contesto il termine “periferico” riveste un ruolo fondamentale, riferendosi sia alla posizione decentrata di qualcosa sia alla natura secondaria di dispositivi quali tastiere e mouse. Se ci concentriamo sul primo aspetto, il concetto di media periferici cerca di descrivere forme mediatiche che vivono ai margini e nelle pieghe delle pratiche mediatiche convenzionali. Per lo più servono a mettere lo spettatore a proprio agio, facendogli distogliere l’attenzione dal messaggio principale, e farlo perdere in una digressione priva di significato.8 Il secondo significato, invece, evidenzia come queste pratiche mediatiche possano essere facilmente ignorate o tralasciate. Non occupano infatti una posizione centrale, dato che non aggiungono alcun significato alla forma mediatica a cui si agganciano. Una funzione tuttavia la svolgono, dato che «il pubblico è un giudice, ma un giudice distratto».9

Se prendiamo in esame alcuni esempi del passato, possiamo comprendere come mai il disegno grottesco di un gatto ai margini di un manoscritto medievale potesse costituire una fonte di divertimento per il lettore o il copista del testo stesso. Anche senza cedere del tutto alla tentazione estetica delle miniature medievali, possiamo classificare l’ornamento architettonico in modo analogo: qualcosa che assorbe l’attenzione o rimanda a significati simbolici, senza però svolgere alcuna funzione strutturale indispensabile.

Con l’avanzare della cultura algoritmica, i media periferici emergono come centrali nell’ambito dei social media e di Internet in generale, pur rimanendo marginali rispetto ad altre forme di media: possiamo fare doomscrolling di contenuti brainrot mentre guardiamo un film, ascoltiamo musica, podcast, audiolibri o mentre chiacchieriamo con degli amici. Niente più jingle radiofonici brevi e accattivanti, trasmessi un paio di volte all’ora durante le pause tra i programmi, ma un programma infinito fatto di brevi battute e spezzoni accuratamente montati. Se il computer è considerato un meta-medium, allora il brainrot ne è l’equivalente culturale, poiché tutto deve passare attraverso di esso. Proprio strumentalizzando la sua perifericità, esso riesce a conquistare il posto più centrale di tutti.

Ho un fratellino, che sta appena iniziando a capire come funziona il mondo. Gli è vietato stare troppo tempo davanti agli schermi; al massimo gli è permesso guardare qualche cartone animato  – e così la nonna, con la sua indulgenza, è la sua più grande alleata. Mi domando spesso come interagirà con la tecnologia quando sarà più grande. Riuscirà mai a capire se un’immagine è stata generata artificialmente? Sarà consapevole che alcuni dei cartoni animati che adora guardare su YouTube sono un’IA slop? Forse però, l’unica cosa che conta davvero è che il camion dei pompieri rosso salti più lontano dell’auto da corsa verde…

L’immagine operativa (operational image) è un’immagine concepita per misurare, tracciare e sorvegliare; un’immagine destinata alle macchine, e non curante dello sguardo umano.10 Quando però queste immagini iniziano a circolare come «vibes», venendo progressivamente riorganizzate, riutilizzate e semanticamente potenziate attraverso il processo curatoriale di chi sceglie di mostrarle, si assiste a uno slittamento qualitativo che ne trasforma il ruolo da operativo a ornamentale. Le riprese di telecamere di sorveglianza, le interfacce militari, le radiografie e le mappe termiche si insinuano nella cultura del design come motivi estetici. La loro fredda efficienza viene tradotta in un’atmosfera raffinata; il loro controllo opprimente diventa il nostro stile meticolosamente curato.11 Il brainrot è l’esatto opposto. L’immagine estetizzata viene resa operativa quando spogliata del suo significato. I suoi elementi estetici diventano così una facciata al servizio dell’ottimizzazione algoritmica.

Le riprese delle telecamere a circuito chiuso, prive di qualsiasi significato intrinseco e che sovrascrivono continuamente i propri dati, vengono recuperate solo quando strettamente necessario: è proprio per le loro connotazioni impersonali e inutilizzabili che possono trasformarsi in un’estetica. Il brainrot inverte questo processo culturale quando prende proprietà intellettuali culturali ben note e le spoglia del loro significato e contesto originali, remixandole in un’immagine il cui unico scopo è quello di essere prodotta in modo efficiente da una macchina e propagata da un’altra. Inoltre, gli ornamenti e i media periferici costituiscono un ambito fondamentale di trasformazione tra due forme culturali. Quando ci imbattiamo in immagini operative, le percepiamo come ornamenti, mentre il brainrot trasforma l’ornamento in immagine operativa, riportandolo al centro dell’attenzione.

Tendo ad essere piuttosto critica nei confronti di ogni forma di personificazione o antropomorfizzazione degli algoritmi, soprattutto quando ci si riferisce a questo complesso intreccio organico di codice, come a «l’algoritmo». Eppure a volte mi sorprendo a pensare scherzosamente al mio feed come a qualcosa di cui mi prendo cura. Se qualcuno mi dice che la sua pagina di raccomandazioni su Soundcloud fa schifo, tra me e me penso: «è perché non gli vuoi abbastanza bene». Anche i feed lasciati a sé stessi sono riflessi della realtà — c’è chi semplicemente non ci investe il tempo necessario, perché troppo occupato a fare altro. Esisterà da qualche parte un rifugio per feed abbandonati?

Una volta superata l’idea del brainrot come semplice declino culturale, possiamo definirlo in modo estremamente elegante come una manifestazione di ciò che Alexander R. Galloway definisce cultura algoritmica.12 Questa non è definita da ciò che produce o da come appare, ma da come opera e struttura la propria produzione culturale attraverso il proprio ambito produttivo – l’interfaccia. La cultura algoritmica, paradigma direttamente legato ai progressi tecnologici, è definita dall’infrastruttura su cui poggia. Il brainrot è un prodotto diretto della fisica delle piattaforme13 dei social media contemporanei, una forma culturale emergente prodotta e legittimata dal design infrastrutturale — dall’interazione tra contabilità statistica (come like, condivisioni, save, repost) e regalia (come i badge di verifica e il numero di follower).14 Tutto questo è ben lungi dall’essere una coincidenza; al contrario, è una diretta conseguenza di un ambiente mediatico che premia il coinvolgimento, la crescita e la viralità.

In maniera piuttosto simile, i videogiochi sono un chiaro esempio di cultura basata su codice e regole, organizzata da processi eseguibili come input, stati e protocolli.15 Il brainrot può essere chiaramente identificato come la forma più gamificata di contenuto sui social media, che incoraggia l’interazione ludica e ne utilizza il linguaggio. Invita esplicitamente lo spettatore a mettere un like o a commentare, a interagire con il contenuto o a tenere il dito su una parte specifica dello schermo — in pratica, un video breve travestito da poliziotto althusseriano.

Iscriversi al canale di MrBeast non significa solo mostrare supporto, ma partecipare attivamente al finanziamento delle sue opere di beneficenza.16 Il buco digitale non è mai passivo, ma agisce piuttosto come un buco nero, risucchiando elementi infrastrutturali sia per strumentalizzarli ulteriormente a vantaggio della sua gamificazione, che per assorbirli come contenuto. Il brainrot sfuma il confine tra protocolli, design e media; la contabilità statistica agisce come una metanarrazione che struttura le interazioni tra innumerevoli riferimenti a personaggi sia fittizi che reali.

DEVI METTERE LIKE al reel o il nugget di pollo canterino non riuscirà mai a salvare Minecraft Alex. DEVI CONDIVIDERE questo short se pensi che LeBron James riuscirà a fare un tiro libero alla cieca senza deludere suo figlio Bronny. SCRIVI NEI COMMENTI se vuoi ricevere questa ricetta per un Kebab vegano ipocalorico e macro-friendly per friggitrice ad aria.

La fioritura dell’algoritmo

Durante quei rari weekend in cui non c’è una deadline imminente, ci piace dormire fino a tardi. Quando la mia ragazza si sveglia, mi prende tra le sue braccia e ci mettiamo a guardare tutti i reel di Instagram che ci siamo mandate durante la settimana, ma a cui non abbiamo mai risposto. Facciamo bedrot e brainrot insieme, iniziando la giornata tra risate e commenti del tipo «noi» o «tu». A volte abbandonarsi a un’improduttività che intorpidisce la mente può essere bellissimo.

Come suggerisce l’espressione «cultura algoritmica», gli algoritmi sono oggi il materiale attraverso cui la produzione culturale viene modellata ed organizzata. La logica con cui l’algoritmico ordina i contenuti è alla base dell’economia delle piattaforme, dei social media e degli scraper dai quali i modelli di IA possono apprendere. 

Ricerca, personalizzazione, raccomandazione, ranking: l’Internet contemporaneo si fonda su procedure che ordinano l’informazione. Questi processi di organizzazione dinamica trasformano l’informazione in astrazione e decidono che cosa diventa visibile, rilevante ed istituzionalmente riconosciuto. 

Proprio perché gli algoritmi sono strumenti potenti, non funzionano mai in un unico modo: lo stesso insieme di dati può produrre risultati molto diversi a seconda dei parametri utilizzati.17 Invece di agire come una chiave inglese che stringe un solo tipo di bullone, questi algoritmi assomigliano piuttosto a un’intera cassetta degli attrezzi, capace di adattarsi a quasi ogni problema statistico incontrino. Per cui, alla fine, la domanda fondamentale è quale rapporto vogliamo che il prodotto finale instauri con l’utente.

Questo punto è importante perché mostra come modi diversi di leggere i dati degli utenti possano generare esiti potenzialmente infiniti. Dall’altro lato, i sistemi avanzati di filtraggio e raccomandazione possono arrivare a conoscere e prevedere i gusti di una persona con una precisione quasi sovrumana, aumentando al massimo il suo interesse e il suo coinvolgimento verso un determinato contenuto.

Il brainrot non compare all’improvviso. Prende forma lentamente attraverso processi tecnologici capaci di generare una quantità illimitata di contenuti, sempre più calibrati sull’utente. Lo fa testando contenuti diversi, osservando quali provocano la risposta più efficace, tenendo conto del fatto che sui social network la rabbia si diffonde più rapidamente della gioia.18 O ti lasci ragebaitare o ti disconnetti.

Le offerte in abbonamento (Software as a Service, SaaS) sono uno dei modelli più usati delle economie di piattaforma contemporanee, fondate sulla possibilità di astrarre e separare parti sempre più specifiche di un servizio. Perché non creare un’app che faccia da intermediaria tra due sistemi già esistenti, se anche quella mediazione può generare profitto? Il software, di sua natura, non tenderebbe alla forma classica del monopolio; piuttosto sono le grandi aziende che investono l’una nell’altra, si integrano nei processi reciproci e producono così un circolo vizioso sempre più rapido.19 Il brainrot incarna questa stessa logica sul piano culturale: si inserisce tra narrazioni diverse, fa da ponte tra immaginari culturali e proprietà intellettuali differenti fondendo diverse forme di contenuti in concorrenza tra loro per diventare infine un tutt’uno con esse.

Se il capitalismo produce nuove astrazioni e apre continuamente nuovi spazi di mediazione, il brainrot è come una sostanza culturale viscida capace di assorbire qualsiasi cosa e insinuarsi in ogni fessura. Funziona come un frattale: si ripete su più livelli, cambia scala, ritorna su sé stesso, secondo quella logica ricorsiva che Manovich associa ai nuovi media.20 Allo stesso tempo, quando gli esseri umani cercano di inserirsi in questi processi altamente astratti, la loro presenza ingombrante produce attrito. Attrito, che, a sua volta, viene usato dal sistema capitalistico per creare altri servizi, altro coinvolgimento, altra permanenza sulla piattaforma. È proprio per questo che il ragebait è così produttivo. Sfrutta emozioni forti e forme diverse di attrito espressivo: alcune sono infrastrutturali, come ad esempio l’introduzione da parte di Instagram della funzione di ripubblicazione nel punto in cui prima si trovava il pulsante di condivisione; altre sono orientate ai contenuti, come ad esempio affermazioni politiche scandalose o immagini volutamente bizzarre e assurde.

Alla fine del buco

A volte, se devo lavorare da casa e non ne ho nessuna voglia, l’unico modo per riuscirci è ricorrere a un’app che mi blocchi l’accesso ai feed. L’attrazione del buco digitale è così forte che spesso mi ritrovo a controllare se il timer sia già scaduto. Quando finalmente mi guadagno una pausa di cinque minuti, questa non é mai cosí piacevole come avrei desiderato. Il tempo finisce in un attimo, e mi chiedo perché stessi aspettando questa pausa con tanta impazienza. Dopo aver finito di lavorare, vado a letto. Non riesco a dormire e scrollo comunque per due ore.

Portando il ragionamento alle sue conclusioni, il brainrot appare come una condizione culturale, costituita da numerose parti mobili – storiche, infrastrutturali ed estetiche – che mutano rapidamente in direzioni diverse. Emerge come un buco digitale che si riproduce all’infinito: costruisce significato risucchiando riferimenti, formati, interfacce ed elementi infrastrutturali, fino a inventare un proprio paradosso dell’informazione del buco nero. Se tutto viene svuotato di significato, remixato e ricodificato, com’è possibile che il significato svanisca del tutto?

Il brainrot incarna la cultura algoritmica nella sua forma più pura, colmando le lacune estetiche di un’economia altamente astratta e immateriale. La lunga storia dei media periferici ci aiuta a capire questa condizione. Forme che un tempo stavano ai margini, negli ornamenti, nelle pause, negli intervalli o nei momenti di distrazione, si sono allargate fino a organizzare l’intero ambiente mediale. Ciò che prima offriva una tregua dall’attenzione continua è diventato la condizione normale dell’attenzione stessa.

Siamo sempre stati brainrottati perché queste pratiche mediatiche non ci sono affatto estranee: erano già familiari, già radicate nel nostro modo di percepire. Quello che è cambiato è la scala. Sono state imposte, accelerate e rese così pervasive da diventare quasi irriconoscibili. Immagini prodotte dai computer, poi riappropriate dagli esseri umani, poi ancora smontate e ricostruite per circolare meglio dentro la propagazione algoritmica: la cultura oggi opera su scale che prima non esistevano.

Se fissiamo il buco troppo a lungo, potrebbe sembrare che non ci sia nulla da vedere. Ma basta spostare leggermente il nostro punto di vista per intravedere la struttura della cultura algoritmica e del suo spazio-tempo.

[Il brainrot è sempre esistito (We Have Always Been Brainrotted) è la trascrizione del video-saggio performato dal vivo e trasmesso in diretta streaming da THE VOID+ Band il 10 e l’11 febbraio 2026 a Lubiana, rispettivamente ad Aksioma e a Kino Šiška.]

[Traduzione a cura di Giulia Timis, Tommaso Campagna, Janez F. Janša]

  1. Fisher, M. (2021). Scegli le tue armi. Scritti sulla musica. K-punk/3 (V. Perna, trad.). Minimum Fax. ↩︎
  2. Aleksic, A. (2025). Algospeak: How social media is transforming the future of language. Knopf ↩︎
  3. Lewis, D., & Lewis, S. (1970). Holes. The Journal of Philosophy, 67(17), 565–578: 2. ↩︎
  4. Varzi, A. C. (di prossima uscita). The magic of holes. In G. Marsico & L. Tateo (Eds.), Ordinary things and their extraordinary meanings. Information Age Publishing: 6. ↩︎
  5. Polónyi, E., & Grozdanov, S. (2025, November 27). The sun’s glow, the black hole’s shade: Where observation begins & ends [Research seminar]. Max Planck Institute of Art History, Bibliotheca Hertziana, Roma, Italia. ↩︎
  6. Pandey, M. K., & Chakravorty, A. (2025). The rise of short-form video: A digital revolution. International Research Journal of Modernization in Engineering, Technology and Science, 07(05). 
    ↩︎
  7. Azuma, H. (2009). Otaku: Japan’s Database Animals (J. E. Abel & S. Kōno, Trans.). University of Minnesota Press. ↩︎
  8. Sebbene possano sembrare parte di questa categoria perché periferici nel senso letterale del termine, ne restano esclusi media e pratiche tecnologiche come i plugin o le note di un testo. Questi, infatti, modificano ed estendono il funzionamento del medium originario, e proprio per questo non sono improduttivi. ↩︎
  9. Benjamin, W. (2014). L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (E. Filippini, trad.; F. Valagussa, a cura di). Einaudi. ↩︎
  10. Parikka, J. (2023). Operational Images: From the Visual to the Invisual. University of Minnesota Press ↩︎
  11. Pūdža, K. N. (2025, September 8). The Vibe-ification of Functional Imagery. INC Blog. https://networkcultures.org/blog/2025/09/08/the-vibe-ification-of-functional-imagery/ ↩︎
  12. Galloway, A. R. (2022). Gaming. Saggi sulla cultura algoritmica (G. Pedini & M. Salvador, a cura di). Luca Sossella Editore. ↩︎
  13. Busta, C. & Lil Internet. (2023, March 31). Holographic Media. Outland. https://outland.art/new-models-holographic-media/ ↩︎
  14. Vrščaj, J. (2025). Infrastrukturna oblast družbenih medijev: a thread = Infrastructural power of social media: a thread (Diplomsko delo, Univerza v Ljubljani). Univerzitetni študijski program prve stopnje: Sociologija kulture. https://repozitorij.uni-lj.si/Dokument.php?id=219495&lang=slv ↩︎
  15.  Galloway, A. R. (2022). Gaming. Saggi sulla cultura algoritmica (G. Pedini & M. Salvador, a cura di). Luca Sossella Editore. ↩︎
  16. Read, M. (2023, June 12). How MrBeast became the Willy Wonka of YouTube. The New York Times Magazine.https://web.archive.org/web/20251011074420/https://www.nytimes.com/2023/06/12/magazine/mrbeast-youtube.html ↩︎
  17.  Rieder, B. (2020). Engines of Order: A Mechanology of Algorithmic Techniques (pp. 266-270). Amsterdam University Press. https://doi.org/10.5117/9789462986190 ↩︎
  18. Fan, R., Xu, K., & Zhao, J. (2016). Higher contagion and weaker ties mean anger spreads faster than joy in social media. arXiv. https://doi.org/10.48550/arXiv.1608.03656 ↩︎
  19. Poliks, M., & Alonso Trillo, R. (2025). Exocapitalism: Economies With Absolutely No Limits. Becoming Press. ↩︎
  20. Manovich, L. (2002). Il linguaggio dei nuovi media (R. Merlini, trad.). Edizioni Olivares ↩︎