Giocare con il fallimento

Tra edifici mai realizzati e cantieri eterni, l’incompiuto è lo stile più importante in Italia dal Dopoguerra a oggi. Una conversazione con il collettivo Alterazioni Video

“Il sole di mezzogiorno picchia forte. All’ombra di un fico cresciuto spontaneamente
nell’anfiteatro incompiuto di Giarre, il giornalista dell’Independent si asciuga la fronte e chiede: ‘E adesso? Cosa ne farete di queste opere?’ Rispondiamo: ‘La verità è che non vogliamo fare nulla.’” Così si conclude Per Troppo Amore, il testo con cui il collettivo Alterazioni Video – Paololuca Barbieri Marchi, Alberto Caffarelli, Matteo Erenbourg, Andrea Masu e Giacomo Porfiri – accompagna la riedizione appena uscita di Incompiuto. La nascita di uno stile, pubblicata da Humboldt Books.

Leggendo l’articolo dell’Independent scritto dall’inviato irlandese Peter Popham nel 2010, l’autore non sembra persuaso da quella risposta. Esordisce con: “Il fallimento è un’esperienza quotidiana. Ma a un certo livello di impegno politico e finanziario, non è qualcosa che ci si aspetta possa accadere nell’Europa moderna. […] In Italia queste cose le fanno in modo diverso. [..]. Il fallimento su scala epica è un’esperienza quotidiana italiana”. Popham sembra incredulo di fronte al rodato stratagemma nostrano di assegnare appalti destinati sin dall’origine a non concretizzarsi, producendo una costellazione di ruderi di opere pubbliche nel paesaggio, dei quali Alterazioni Video a partire dal 2006 ne ha catalogati oltre 800, visitati e fotografati circa 250, e selezionati alcuni per ospitare attivazioni temporanee, da raduni di skater a improvvisati set cinematografici.

Riguardo al sopracitato anfiteatro di Giarre, Popham si chiede: “Perché una città di 27.000 abitanti dovrebbe aver bisogno di uno stadio per il polo progettato per ospitare 20.000 persone, quando il polo non è un gioco che abbia mai interessato i siciliani? Poi, una volta deciso di costruirlo, perché collocarlo in un sito accessibile solo attraverso una stradina stretta? E perché poi fermarsi? E, essendosi fermati a metà – avendo deciso, si presume, che si trattasse di un gigantesco errore – perché non fare almeno qualcosa di risolutivo e farlo saltare in aria?”

Ma altrove la risonanza del progetto è stata enorme: da quello che Popham definisce un “imbarazzo di rovine moderne” è nato il progetto principale di Alterazioni Video, che ha portato una mobilitazione ministeriale, inviti al Padiglione Italia della Biennale di Architettura di Venezia del 2010 e a Manifesta 12 (2018), una collezione del brand Off White a tema Incompiuto con sfilata a Parigi, collaborazioni con l’antropologo Marc Augé (padre del concetto di non-luogo) e con il teorico d’arte e curatore della Biennale d’Arte del 2007 Robert Storr, un intervento ad Aragona con Fosbury Architecture. Oltre alla vincita del bando dell’Italian Council del 2017, dal quale è nato un libro immediatamente sold-out, la cui riedizione ampliata (con documentazione delle collaborazioni svolte negli scorsi anni, il database aggiornato, testi di Alterazioni Video e dei Fosbury) è la ragione per cui è nato l’articolo che state leggendo.

Incuriosito dalla stizza dell’inviato britannico e dalla scelta di Alterazioni Video di richiamarvi l’attenzione, ho deciso di farmi raccontare l’esperienza direttamente dal collettivo. L’intervista avrebbe dovuto coinvolgere tutto il gruppo ma, data la sua dislocazione in tutto il globo, si è dimostrato più complicata del previsto; l’unico a presentarsi è stato Andrea Masu, in collegamento da Palermo. Trasferitosi dopo l’inizio del progetto dagli Stati Uniti alla Sicilia, la patria dell’incompiuto (la Sicilia detiene il record di incompiute in Italia, ospitandone quasi la metà; non a caso il progetto inizialmente si chiamava Incompiuto Siciliano), l’artista spiega sibillino che “gli altri ancora non hanno capito che non c’è più Berlino, non c’è più New York. C’è la Sicilia”.

Quando gli chiedo di Popham, ha brutte notizie: “Questo lo devi chiedere a Paololuca [Barbieri Marchi], se l’è portato lui in giro”. Mi informa però che il giornalista li ha seguiti anche alla Biennale, insieme a una colonna di cemento asportata dall’anfiteatro di Giarre. L’amputazione con il flex e l’abbattimento da parte di una folla esultante – come se fosse la statua di un dittatore – sono documentati in Per Troppo Amore (2012), un esempio di cortometraggio realizzato con budget e pianificazione inesistenti che il collettivo ha denominato Turbo Film. Ne hanno prodotti una dozzina, dalle ambientazioni e dalle tematiche più disparate, e come per Incompiuto. La nascita di uno stile sono accompagnati da un manifesto e un libro. Il video, visibile su Vimeo, segue un alieno in forma di cane rimasto bloccato a Giarre, doppiato da Marc Augé (“un matto”, commenta Masu). Alla fine (spoiler) userà una porzione dell’anfiteatro come navicella per tornare al suo pianeta. Mi chiedo se Peter Popham abbia avuto modo di vederlo.

il manifesto dell’Incompiuto enuncia che “in un tempo in cui i progetti si realizzano per non funzionare, e le opere si inaugurano per morire subito dopo, noi celebriamo ciò che non si è mai realizzato”

Tornando a lui, Andrea conclude: “Ci siamo divertiti molto con l’inviato dell’Independent a Venezia. Abbiamo anche un video di lui che intervista Luca Molinari [curatore del Padiglione Italia] proprio sulla colonna incompiuta”. Ma l’intervista è stata tagliata dal montaggio finale del Turbo Film, e nel pezzo per l’Independent non se ne fa menzione; nemmeno dopo lunghe ricerche ho trovato un articolo di Popham sulla Biennale.

Parliamo a lungo prima che diventi chiaro a Masu che il resto del gruppo non si unirà (“è passata un’ora, ma dove cazzo sono? Non so cosa stia succedendo tra New York, Berlino, Faro e Albissola”). Estremamente disponibile, propone allora un nuovo incontro, per poter sentire tutti i punti di vista.

Al secondo tentativo si presenta proprio Paololuca Barbieri Marchi, colui che ha seguito Popham a Giarre quindici anni fa (e che il giornalista descrisse come “una figura pelosa e barbuta, a torso nudo, con una birra in mano”). Collegatosi da New York, esordisce con: “È a te che ho tirato il paccone l’altra volta?”.

Subito chiedo del giornalista dell’Independent, e ottengo più domande che risposte. “Allora, ci sono due Popham in questa storia. Quello vero e quello finto. Tu di quale hai saputo?” Mi rivela così che, oltre alla colonna, alla Biennale hanno deciso di portare l’amico Filippo Anniballi – “nostro attore, performer e scrittore di riferimento, che purtroppo l’anno scorso si è tolto la vita” – nei panni di Peter Popham. “Si è ritrovato con Sgarbi e il generale dei carabinieri in quanto giornalista dell’Independent a fare il giro delle mostre, e ha intervistato sia il curatore della Biennale che lo stesso Sgarbi. Abbiamo questa bellissima conversazione assurda tra un giornalista finto che faceva domande a trabocchetto e uno Sgarbi che non parlava inglese. La cosa è andata avanti per una mezz’oretta”. Ecco chi era “l’altro Popham”, di cui quello autentico “probabilmente non ha mai saputo”.

L’intervista ad oggi non è disponibile, ma Paololuca mi rassicura: essendo i Turbo Film digitali, “la tavolozza non si secca”, e vengono rieditati a ogni occasione di esporli. Con una retrospettiva in arrivo l’anno prossimo in un museo italiano – come mi ha anticipato Paololuca – c’è speranza di vederla. In ogni caso, l’aneddoto dice già molto del modus operandi di Alterazioni Video: un costante gioco narrativo, che sfuma la realtà attraverso diversi livelli di filtri mediatici al punto di modificarla irreparabilmente.

Un altro esempio significativo è l’ultima collaborazione tra il gruppo e Filippo Anniballi, avvenuta dopo la morte di quest’ultimo, esposta a inizio anno al museo Madre di Napoli e premiata alla scorsa edizione di Artissima. Si tratta di Rotten Shark, un Turbo Film di pirati sull’“impossibilità della morte nella post-verità”, scritto da Anniballi e interpretato da un suo alter ego generato con l’intelligenza artificiale. “In quanto la vita digitale continua,” spiega Paololuca, “se uno vuole morire ed essere lasciato in pace non è più possibile. I tuoi amici ti resuscitano, ti fanno fare il coglione al mare e ti tocca essere umiliato a vita.”

Che si tratti del fallimento strutturale di un intero Paese o del suicidio di un amico, gli Alterazioni Video elaborano (o negano?) il lutto personale o collettivo impiegando i mezzi forniti dall’arte contemporanea per scherzarci sopra. Anzi, scrivono, “non stiamo scherzando. Stiamo giocando. E siamo seri. Così come sono seri i bambini quando giocano”. Ad Artissima ha vinto il Premio Tosetti Value per la fotografia We are both donkeys (prodotto collaterale di Rotten Shark), una grande stampa di un paesaggio toscano con pennellate generate da un software addestrato su un mix di Oehlen, Wool e Prince. È un’immagine totalmente artificiale: “Abbiamo vinto il premio per la fotografia senza aver fatto una fotografia e senza che noi siamo fotografi”, gongola Andrea Masu. È anche, rivela Paololuca, “il paesaggio che Filippo vedeva quando si è sparato.”

Chiedo ad Andrea che fine abbia fatto la colonna siciliana portata a Venezia. Risponde secco: “Secondo me l’hanno buttata in un canale”. Il collettivo l’aveva donata alla Fondazione della Biennale; quando tempo dopo li hanno richiamati per fotografarla per una mostra – pretesto, dice Paololuca, per “provare a rompergli un po’, come se fosse la nostra scultura” – non c’è stato modo di reperirla. Alterazioni Video ha quindi conferito a un oggetto preesistente lo status di opera d’arte, l’ha posto in un contesto museale, che per tutta risposta l’ha fatto sparire: la storia della Fontana di Duchamp si ripete passo per passo dopo un secolo.

Incompiuto non ricorda solo la nozione di readymade – in particolare l’idea di Duchamp mai realizzata di firmare il più alto grattacielo di New York e farne una sua opera – ma anche Il Grande Vetro, l’opera che nel 1923 Duchamp stesso dichiarò “definitivamente incompiuta”. Proprio come per Alterazioni Video “l’opera incompiuta è finita in quanto incompiuta”. Se, come affermano, utilizzano l’arte contemporanea “come amplificatore mediatico”, lo fanno radicandosi nella sua storia in modo tanto profondo quanto nonchalant. Nel libro di Humboldt Books, l’Incompiuto viene decretato uno “stile architettonico” – “il più importante in Italia dal secondo dopoguerra a oggi” – ma si intreccia saldamente anche e soprattutto con la storia dell’arte: dai dolmen alla land art, dall’art brut (per il letterale brutalismo e l’attribuzione artistica a soggetti non considerati tali) al minimalismo (per le forme geometriche astratte, uguali per esempio ai moduli in cemento di Donald Judd posti nella natura texana). E quando scrivono di “sonnambulismo”, “ipnosi urbana”, “rimosso dalla coscienza collettiva”, è difficile non pensare agli scritti di André Breton che hanno fondato il surrealismo.

Così Alterazioni Video evita sia il ruin porn, la morbosa attrazione verso l’abbandono tipica dell’urbex , che estetizza tragedie altrui, sia il Ruinenlust, il “piacere delle rovine” caro agli aristocratici illuministi

Che simili risonanze sorgano da una “semplice” operazione di ricontestualizzazione di un fenomeno di criminalità e burocrazia, capace di annichilire persino quel poco di artistico che dovrebbe avere l’architettura, ha dell’incredibile. Il tutto è nato da una casualità: il gruppo era in vacanza in Sicilia quando un amico li ha portati a mangiare un arancino nello stadio da polo incompiuto di Giarre. “E quando gli abbiamo detto ‘cazzo è sta roba’, ci ha detto ‘ce ne sono altre sette qua attorno’”, racconta Masu.

Il merito del collettivo non sta tanto nell’intuizione iniziale o nell’ambizione di poter catalogare tale patrimonio invisibile, quanto nella capacità di dargli senso, di farne uno “stile”, un “dispositivo” capace di emergere dall’indifferenza comune. Se sia capace di generare una soluzione al problema è però un altro discorso; per Masu la risposta è no. Amareggiato, osserva che “da vent’anni gli unici che raccontano le incompiute sono un gruppo di artisti, da poco un gruppo di architetti [i Fosbury] e un pupazzo rosso” (il Gabibbo, che dal 1992 ha portato le telecamere di Striscia la Notizia in innumerevoli cantieri abbandonati, fornendo la solita denuncia tanto irriverente quanto effimera).

“Da una decina d’anni esiste anche il SIMOI, il Sistema Informatico Monitoraggio Opere Incompiute, ma è un ufficio fantasma.” Avevo provato ad accedervi prima dell’intervista. Ma il link al database è un vicolo cieco: ad ora la pagina è inesistente. Informo Andrea del tentativo, e lui si mette a ridere. “Ti rendi conto in che cazzo di Paese viviamo? È pazzesco. Incompiuto racconta anche questo, il modo che abbiamo di fare le cose. L’architettura è quasi un pretesto per poter avere un oggetto da analizzare”. Anche se si tratta di un pretesto, rispondo, forse era necessario qualcuno al di fuori della disciplina per smuovere le acque. “Altrimenti probabilmente non sarebbe mai successo,” concorda, “sulla base di quanto non è successo dopo. […] Che sia venuto in mente a noi e non a degli architetti è già sintomatico.”

Ricordandosi che sono laureato in architettura, Andrea per un attimo da intervistato diventa intervistatore. “Tu quando ti sei laureato?”, mi chiede. Ho finito la magistrale due anni fa. “Conoscevi questo libro?” Rispondo di sì; in università si sente spesso parlare di Incompiuto. “Conosci altri libri che arrivino dall’interno della disciplina e che affrontino la questione? In termini anche completamente diversi.” Rispondo di no: ho incontrato innumerevoli scritti teorici sulle rovine o singoli casi studio su recuperi di ruderi, ma niente che anche solo provasse a unire l’ampiezza del fenomeno a un approccio pratico – il che dovrebbe essere prerogativa e priorità dell’architettura in Italia. Masu conclude, “ho anche io questa impressione. Ci rendiamo conto che in vent’anni nessuno ha detto un cazzo? C’è un silenzio assordante su questo tema. Siamo consapevoli di tutti i limiti che può avere il nostro approccio, ma noi facciamo il nostro lavoro all’interno del campo estetico, il nostro lavoro di artisti, non facciamo certo quello degli architetti. E da lì finora non è uscito un cazzo”. Se, come ha detto Andrea a Flash Art, Incompiuto è “una risposta alla rabbia, al senso di sconfitta e all’impotenza provati girando per quei luoghi”, pare che tali sensazioni riaffiorino se ripensa all’immobilismo vissuto in prima persona durante il progetto.

Eppure il manifesto dell’Incompiuto enuncia che “in un tempo in cui i progetti si realizzano per non funzionare, e le opere si inaugurano per morire subito dopo, noi celebriamo ciò che non si è mai realizzato”: “luoghi della contemplazione e del pensiero”. Ma rigorosità e radicalità sono funzionali alla forza comunicativa della provocazione, che tuttavia custodisce empatia e flessibilità inaspettate – proprio come i membri stessi del collettivo, che si presentano in modo dirompente come “terroni, immigrati, punkabestia, onanisti e pure di sinistra”, “in costante esilio da noi stessi, inseguiti dalle nostre ombre e dai nostri peggiori incubi”, la cui unione “Alterazioni Video è in mano alle correnti e alle mode, non ha una sua identità e non si capisce dove sta andando”, ed è nata solo perché, “come rimanere bloccati in cinque in un ascensore che precipita e prende fuoco, credo che tutti alla fine si abbraccerebbero”.

Quando chiedo a Paololuca se, ammesso che completare o demolire un’incompiuta ne decretasse la fine, anche il suo utilizzo non rischi di comprometterne il carattere meditativo e misterioso, lui ammette che all’inizio il collettivo era contrario a qualsiasi uso, ma che presto ha ceduto: “All’inizio eravamo radicali: non volevamo che nessuno toccasse gli spazi, perché temevamo che ogni attività potesse rovinarne il fascino misterioso. Poi però abbiamo cambiato idea: l’occasione di aprire a dei giovani uno spazio creativo dove fare il cazzo che vogliono era troppo ghiotta… e non dimentichiamoci che è proprio per questo, per creare qualcosa di vivo e partecipato, che stiamo facendo questo lavoro”.

Così Alterazioni Video evita sia il ruin porn, la morbosa attrazione verso l’abbandono tipica dell’urbex (l’esplorazione urbana), che estetizza tragedie altrui, sia il Ruinenlust, il “piacere delle rovine” caro agli aristocratici illuministi, come il conte di Volney, autore di Le rovine. Ossia meditazione sulle rivoluzioni degli Imperi, uno dei testi prediletti dalla Creatura di Frankenstein e oggi ascrivibile alla vena reazionaria dalla quale ci mette in guardia il critico Robert Storr, conversando con Marc Augé in un’incompiuta nel video Invitation for a Dream, realizzato dal collettivo per Manifesta 12. Per Storr, la concezione fascista dell’inevitabile caducità delle società è legata al “feticismo occidentale” per le rovine, all’idea che “le persone che gioiscono del collasso della modernità sono a loro agio nelle rovine perché significano per loro la scomparsa dei pericoli della modernità che li minaccia”.

Lungi dal glorificare l’Incompiuto, la mitopoiesi costruita da Alterazioni Video non porta riverenza verso le rovine ma vi si sporca le mani. La colonna abbattuta durante un rave o l’asservimento degli stilemi dell’incompiuto alla moda o alla pubblicità non sono trovate grossolane né colpi di genio sregolato: sono precauzioni necessarie, frutto della consapevolezza che celebrare le rovine può essere pericoloso. A tal proposito, in un grottesco parallelo con la pratica di realizzare progetti concepiti per non essere mai ultimati e ridursi a ruderi, esiste una teoria che professa la progettazione della loro futura efficacia come rovine: si chiama Ruinenwert, “valore delle rovine”, e fu ideata da Albert Speer, l’architetto del Terzo Reich.