Fail again, fail epic

Ecce homo, humor nero, glitch e gatti lunghissimi: il fallimento ai tempi di internet

Pubblichiamo un estratto da Memestetica. Il settembre eterno dell’arte di Valentina Tanni, in uscita mercoledì 29 luglio per NERO

To be an artist is to fail, as no other dare fail.

Samuel Beckett

Un punto di incontro tra la performance art storica e quella selvaggia dei giorni nostri è rappresentato dall’indagine sul concetto di fallimento. In rete, infatti, il fail è una tematica onnipresente, esplorata sia nel suo aspetto più leggero e giocoso sia a livello più profondamente esistenziale. Il termine, semplice e nella sua variante rafforzativa «epic fail», viene utilizzato per definire una situazione di chiara disfatta, un fallimento particolarmente ridicolo, oppure talmente eclatante da diventare spettacolare e trasformarsi in una specie di vittoria al contrario.

Si pensi ad esempio all’epic fail più famoso della storia di internet: il maldestro restauro dell’Ecce Homo di Borja da parte dell’anziana parrocchiana Cecilia Giménez, salito all’onore delle cronache nel 2012. L’enorme divario tra l’aspettativa e il risultato – il volto di Cristo era stato trasformato in una specie di scimmia – porta l’idea stessa di errore a un altro livello: l’incapacità è talmente clamorosa, e l’immagine finale così profondamente ridicola, da trasformare il caso e la sua protagonista in una specie di icona del fail a livello internazionale. Il dileggio e l’imbarazzo finiscono per sublimarsi in una santificazione dell’incompetenza, qui espressa in maniera talmente eclatante da diventare paradigmatica.

I fail su internet sono cadute, inciampi e distruzioni alla Paperissima, ma comprendono anche esempi di humor raffinato, in cui l’errore e l’esecuzione travisata di un compito diventano una tecnica per esorcizzare la studiata perfezione della produzione culturale mainstream e l’ossessione per la cura della propria immagine tipica dei social network. Non a caso, uno dei template più utilizzati per i meme è quello che mette a confronto expectations e reality, sottolineando la differenza tra una versione «ritoccata» della vita e una versione più genuina, autentica, imperfetta.

Il fallimento diventa dunque sintomo di umanità, e qualche volta può anche farsi portatore di scoperte. Come la storia insegna, l’innovazione e l’originalità sono spesso figlie dell’errore: percorrere la strada sbagliata è necessario per raggiungere territori inesplorati. Gli artisti lo sanno bene, e hanno consapevolmente utilizzato l’errore, l’uso non previsto e la casualità come strumenti di ricerca e di produzione.

«L’arte nasce dal fallimento. Dovete provare le cose. Non è che potete sedervi, terrorizzati all’idea di sbagliare, dicendo “Non faccio nulla fino a quando non tiro fuori un capolavoro”» è il consiglio che John Baldessari dà ai suoi studenti. Il tema si intreccia con quello della sovversione, dell’azione anarchica, della gioia liberatoria insita nel rovesciamento delle gerarchie, delle regole e delle convenzioni. Il fallimento può anche essere progettato, e dunque atteso come conseguenza inevitabile di un’azione troppo difficile o impossibile, come succede in molte opere di Bruce Naumann, di Gino De Dominicis o Francis Alÿs. Il comportamento viene messo in atto ripetutamente, come un esperimento scientifico, e gli inevitabili insuccessi vengono rigorosamente documentati. Oppure l’atto del fallire può essere letteralmente messo in scena, come accade nelle performance di Bas Jan Ader della serie Fall. L’artista olandese, che ha reso il tema della disfatta un elemento centrale del proprio lavoro, si riprende nell’atto del cadere, gettandosi con la bicicletta in un canale, scivolando da un tetto con una sedia olasciandosi precipitare in un ruscello dopo aver penzolato dal ramo di un albero. La fragilità e la vulnerabilità dell’essere umano vengono mostrate attraverso il suo semplice soccombere alla forza di gravità, una minaccia banale e quotidiana che può risultare fatale, ma l’esecuzione assume comunque un tono tragicomico, muovendosi nei territori di confine tra lo humor nero e l’ironia scorretta della slapstick comedy.

Il falling, meme comportamentale particolarmente diffuso intorno al 2011, è basato sulle stesse premesse: anche qui la caduta viene ricercata ed esasperata. Svolgendosi in un luogo pubblico – la strada, il supermercato – si trasforma, sotto gli occhi degli spettatori casuali, in un evento che interrompe la quotidianità teatralizzando l’inciampo.

La messa in scena dell’insuccesso assume una funzione esorcizzante nelle opere di Maurizio Cattelan, che utilizza oggetti, installazioni e performance per elaborare la propria ansia da prestazione; si incarna negli oggetti ibridi di Fischli & Weiss, veri e propri monumenti alla disfunzionalità; diventa terrore tecnologico nei siti web di Jodi, dove l’esplorazione del collasso del codice si fa metafora di un rapporto uomo-macchina sempre più schizofrenico.

Su internet l’errore tecnologico è un’entità molto presente. Sia nella versione totalmente accidentale, ossia quando il fallimento può essere ascritto per intero alla macchina, sia nella versione che implica un uso inadeguato dello strumento da parte delle persone. Appartengono alla prima categoria ad esempio i glitch, distorsioni casuali di immagini che nascono da un errore del software, e che hanno partorito un vero e proprio genere, la cosiddetta glitch art; oppure il panorama fail, definito dal sito Know Your Meme come: «Una sequenza di foto malamente cucite assieme usando i software per la creazione dei panorami, che spesso si risolve in un’immagine bizzarra, artistica o comica». Per realizzare una fotografia panoramica è infatti necessario muovere lo smartphone in un determinato modo, mantenendo velocità e distanza costanti, ed è anche importante che tutti gli elementi presenti nell’inquadratura siano immobili. Quando una di queste condizioni viene meno, l’immagine finale risulta distorta e queste distorsioni creano visioni surreali, creature deformi e paesaggi futuristi.

Parenti stretti dei panorama fail sono i Photoshop fail, esempi di utilizzo fallimentare dei software di fotoritocco che sfociano nella produzione involontaria di immagini assurde o ridicole. Anche in questo caso, come per l’Ecce Homo di Borja, a scatenare l’ilarità è la vertiginosa distanza tra l’obiettivo a cui si punta e l’effettivo risultato raggiunto. Parti del corpo che scompaiono oppure risultano innaturalmente allungate, collage in cui i pezzi non coincidono, deformazioni involontarie di oggetti e persone. Il tentativo di offrire un’immagine di sé più aderente ai canoni estetici dominanti – che è il motore dietro gran parte di questo genere di fail – finisce per produrre, come effetto collaterale, una serie infinita di apparizioni mostruose.

Una delle tante creature mitologiche partorite da queste manipolazioni è l’Half Cat, un gatto dotato solo di testa, coda e zampe anteriori, immortalato mentre cammina per la strada. La sua immagine, inizialmente ritenuta frutto di un panorama fail ad opera degli obiettivi di Google Street View, si è poi rivelata, grazie a un’indagine svolta dagli utenti di Imgur e Reddit nel 2013, frutto di un’alterazione volontaria, realizzata unendo due diverse immagini. La foto originale, recuperata e pubblicata anche in un articolo del quotidiano britannico The Independent, mostra infatti un normalissimo gatto bianco intento a passeggiare per le strade di Ottawa, in Canada. La sua versione «dimezzata», tuttavia, ormai un classico del genere surreal memes, è diventata talmente nota da spingere un negozio online giapponese a produrne una versione tridimensionale sotto forma di portachiavi, un gadget inquietante andato sold out in poche settimane e divenuto poi anch’esso virale in migliaia di blog e bacheche social. Parente stretto dell’Half Cat è il Long Cat, un altro animale impossibile che sfoggia, al contrario, ben otto zampe.

Il gusto per questo genere di immagine surreale, ottenuta con semplici ritocchi fotografici, ha una lunga tradizione alle spalle. Al contrario di quanto si pensa comunemente, infatti, sin dai suoi albori la fotografia è stata tutto meno che ancorata a un granitico realismo: montaggi, colorazioni, unioni di negativi e altri effetti speciali erano diffusi sin dalla metà dell’Ottocento e non hanno fatto che aumentare con l’avvento di tool più avanzati e semplici da utilizzare. Il genere della trick photography, in particolare, divenne estremamente popolare non solo tra i fotografi professionisti, ma anche nel mondo amatoriale intorno al 1890.

Nel libro di Lazlo Moholy-Nagy, Painting, Photography, Film pubblicato nel 1925, sono presenti diversi esempi di questo tipo, come l’immagine de Il cavallo che non finisce mai, la foto di un uomo che ride la cui immagine viene triplicata grazie a uno specchio deformante e Superman o l’albero di occhi. L’artista ungherese, che è stato uno strenuo sostenitore della flessibilità del mezzo, individua tra i tanti utilizzi possibili anche una sua trasformazione in veicolo di «utopia e humor» e porta queste immagini come esempio del potenziale surrealista e genuinamente comico dell’immagine fotografica.

Alle deformazioni accidentali si affiancano quindi quelle progettate, che vanno a costituire un enorme serbatoio di immagini che meriterebbe uno studio a parte per la quantità e la diversità di generi, sottogeneri, tradizioni e tendenze. Nell’Ottocento il gusto per la manipolazione era un hobby di nicchia; ma oggi – anche grazie alla diffusione di applicazioni in grado di semplificare il processo, che in alcuni casi viene addirittura parzialmente automatizzato – la pratica assume i contorni del fenomeno di massa.