Estremismo liberale

Da Ayn Rand a Peter Thiel, dagli anarcocapitalisti ai fanatici del bitcoin: come il libertarianesimo è diventato la corrente di pensiero centrale dell’era digitale

Pubblichiamo un estratto da Tecnologie del dominio – Lessico minimo di autodifesa digitale, il nuovo libro del collettivo Ippolita appena pubblicato da Meltemi. Ringraziamo autori ed editore per la disponibilità

Il libertarianesimo è una variante estremista del liberalismo. Il libertarianesimo porta alle estreme conseguenze l’idea di una libertà concepita come assenza di restrizioni rispetto all’esercizio del diritto di proprietà di ciascun individuo su se stesso e sugli oggetti che ha legittimamente acquisito. Tale rivendicazione conduce il libertarianesimo a una critica dello Stato in quanto istituzione che limita la libertà individuale. «Liberal» (Liberale), negli Stati Uniti ha una connotazione progressista dal punto di vista dei diritti e delle libertà civili, che «libertarian» invece non ha.

Per quanto ciò possa sfociare in forme di antistatalismo, come è il caso della variante estrema dell’anarcocapitalismo, non è in alcun modo possibile confondere il libertarianesimo con altre teorie politiche libertarie o anarchiche – almeno non nel senso in cui intendiamo questi termini in Europa – poiché queste procedono di pari passo con una critica della proprietà privata e del modo di produzione capitalista.

Ayn Rand

Cinquanta sfumature di libertarianesimo

Negli USA l’ansia di categorizzare e mettere un’etichetta su qualsiasi cosa ha prodotto un’eccezionale quantità di sfumature libertariane. Tra le principali correnti, vi sono gli agoristi (per un «anarchismo di mercato rivoluzionario», qualsiasi cosa significhi), che si ispirano al teorico anarcocapitalista Murray N. Rothbard; i tecno-libertariani o cyber-libertariani, come i fondatori della EFF (Electronic Frountier Foundation); gli oggettivisti, seguaci della pensatrice Ayn Rand; i libertariani transumanisti, preoccupati dal fatto che prima o poi toccherà morire; gli anarcocapitalisti in senso stretto; i cripto-anarchici che propugnano l’uso dalla crittografia come arma per difendersi dallo Stato e da qualsiasi intrusione nella proprietà privata individuale.

La confusione viene moltiplicata dal fatto che in inglese «libertarians» viene utilizzato per definire sia i «right libertarians», che noi definiamo libertariani; sia i «left libertarians», ovvero i libertari di matrice socialista e anarchica. In questo modo si suggerisce che siano varianti dello stesso pensiero, il grande albero delle libertà. Ma non è così.

Il libertarianesimo è profondamente filocapitalista e non mette in discussione in alcun modo il principio dell’autorità e del dominio, se non in maniera strumentale. Invece le idee libertarie, pur nella loro notevole varietà, sono tutte profondamente anticapitaliste e mettono in discussione il principio dell’autorità e del dominio in maniera strutturale.

Murray N. Rothbard

Tecnologie del dominio e libertarianesimo

Non è questo il luogo per dilungarci su una descrizione esaustiva del libertarianesimo e delle sue varie correnti. Ci interessa invece comprendere il suo rapporto con le tecnologie e mostrare le relazioni di alcuni volti noti dell’informatica del dominio con questo pensiero politico. Le tecnologie sono imbevute e compenetrate dalle idee di chi le ha concepite, senza per questo ridursi alla concretizzazione di quelle idee, le quali dipendono dal contesto sociale, economico, politico e persino tecnico nel quale emergono. Tecnologie, ideologie e credenze si trovano in un rapporto d’influenza reciproca. La genesi di una tecnologia dipende da un complesso d’idee che possono emergere grazie a una particolare situazione tecnica e sociale. Gli oggetti tecnici non sono mai semplici applicazioni di teorie. Esistono però scansioni storiche accertate, per cui possiamo affermare che il libertarianesimo ha visto la luce prima delle tecnologie del dominio di cui ci occupiamo qui. Le loro storie sono intimamente legate ma non sono in un rapporto di causa-effetto.

Certo, alcuni libertariani più o meno famosi hanno fatto dell’imprenditoria un modello di militanza politica. Peter Thiel, sostenitore di Donald Trump, fondatore tra l’altro di PayPal (con i colleghi della PayPal Mafia), e finanziatore di tanti altri progetti di enorme successo, tra cui Facebook, ha sempre espresso le proprie intenzioni con la massima chiarezza: PayPal mira a farla finita con la sovranità monetaria in mano alle banche centrali; Facebook offre una maniera di creare delle «comunità», affrancandosi infine dai limiti storici degli Stati-nazione.

Allo stesso modo, anche se l’identità anagrafica di Satoshi Nakamoto (l’inventore del bitcoin) rimane avvolta nel mistero, il Satoshi Nakamoto Institute mette a disposizione un insieme di risorse teoriche e tecniche su cui non c’è possibilità d’equivoco: la cripto-valuta più diffusa e alla moda in questi anni Dieci è solamente la «killer application della libertà»… Una libertà automatica, naturalmente, quella «libertà» a cui si ha diritto in un mondo ridotto a un gigantesco mercato.

Al di là di questi esempi, è opportuno ricordare il lavoro non nuovo, ma per nulla datato, di Richard Barbrook e Andy Cameron che ha il merito di indicare la matrice libertariana di una certa controcultura californiana, la quale ha alimentato le aspirazioni tecno-entusiaste della Silicon Valley.

Ma il legame fra tecnologie del dominio e libertarianesimo non è di mera filiazione. Tali tecnologie hanno conferito una maggiore consistenza pratica alle considerazioni libertariane. Le hanno anche nutrite, aprendo loro prospettive insospettate o apportando risposte inedite ad alcune difficoltà teoriche precedenti.

Friedrich August von Hayek

Autoregolazione

In ambito economico, il riferimento principale dei libertariani è la Scuola economica austriaca, e le sue figure di spicco: Ludwig von Mises e Friedrich August von Hayek, ma anche Murray N. Rothbard. Essa sostiene un approccio metodologico individualista incentrato sullo studio dei meccanismi logici dell’azione umana e intende in tal modo dare consistenza al principio del laisser-faire liberale.

La scuola austriaca rifiuta di considerare i fenomeni macroeconomici se non come conseguenza dei fenomeni microeconomici. I grandi modelli e i loro aggregati, dal PIL (Prodotto Interno Lordo) al livello generale dei prezzi, dai tassi d’interesse all’inflazione, sono quindi ricusati in blocco. Ogni azione economica derivata da simili ragionamenti viene considerata inutile e sprovveduta; ogni intervento statale sul mercato è ritenuto nocivo.

All’ordine «concreto», deliberatamente organizzato dall’alto in vista di fini ben definiti, viene contrapposto un ordine «spontaneo», derivato dall’autoregolazione che sarebbe all’opera in un mercato libero. Pianificazioni e interventi statali, quali il mantenimento di determinati tassi d’interesse o d’inflazione, si limiterebbero a riprodurre l’ordine concreto, rendendo al contempo impossibile quello spontaneo. Tali interventi nutrirebbero anche le crisi, perché falsificherebbero i segnali dei mercati.

L’idea di ordine spontaneo assume che gli attori economici possono sbagliarsi, certo: non sono infallibili. Tuttavia, ritiene che questi errori individuali non mancheranno di provocare altre azioni individuali come retroazioni, in una sorta di meccanismo cibernetico, suscettibili di ricondurre il mercato a un certo equilibrio. Questo a condizione che nessuna istanza impedisca la circolazione delle informazioni. Da ciò è evidente che i libertariani non possono in alcun modo trascurare questo meraviglioso mezzo tecnico che mette alla nostra portata «tutta l’informazione del mondo» e «senza censura», ovvero Internet. Anche per questo in questi ultimi anni si è registrata tanta attenzione nei confronti degli open data e di esperienze come Wikileaks.

L’idea di ordine spontaneo ha condotto a numerose controversie, mai completamente risolte. Lo stesso von Hayek, prendendo le mosse dal principio per cui la padronanza completa di un sistema sociale è impossibile, doveva fare sfoggio di arguzie retoriche per difendere l’autoregolazione del mercato. L’idea infatti è coerente con il rifiuto dell’intervento statale, ma rende al tempo stesso difficile difendere l’ordine spontaneo, se non in termini negativi. In parole povere, non si può intervenire per favorire l’ordine spontaneo, è un controsenso logico, e inficerebbe il non-interventismo!

Il web 2.0 e le nuove piattaforme confessionali di massa ci stanno costruendo una gabbia di asservimento volontario: l’ordine spontaneo propugnato dalla Scuola austriaca, con l’ausilio dei computer.

La soluzione fu squisitamente retorica. Hayek propose infatti un’analogia con la selezione naturale darwiniana, pretendendo di mostrare come nel corso della storia alcuni comportamenti sono stati selezionati attraverso l’accumulo e la stratificazione di successi e fallimenti. Anche se queste esperienze sono cadute nell’oblio, ci hanno però lasciato in eredità, a livello sociale e individuale, un certo numero di valori e di regole operative.

L’angolazione del problema si sta però modificando rapidamente per via dell’attuale sistema di captazione permanente dei dati (vedi i Big Data) e il loro trattamento algoritmico automatizzato secondo schemi retroattivi. Si tracciano e arricchiscono profili (la cosiddetta profilazione) per determinare quale prodotto «personalizzato» (secondo la Long Tail) è più adatto a chi e in quale momento. Domanda e offerta vengono così «ottimizzate» in maniera costante, e sempre più in fretta. Logiche di addestramento cognitivo (gamificazione) consentono accelerazioni impressionanti in un quadro di aumento generalizzato della prestazione, senza ricorrere a sistemi coercitivi.

Grazie agli smartphone, alla geolocalizzazione, all’Internet delle cose, la catena logistica è sempre più corta. Sforzi giganteschi vengono profusi per predire in maniera sempre più affidabile, grazie al ricorso massiccio al calcolo statistico, i nostri comportamenti ma anche i nostri desideri. Una spolverata abbondante di idee libertariane satura il tutto: l’equilibrio raggiunto grazie alla reputazione e al timore di sanzioni sociali, ovvero il trionfo del conformismo tramite l’ipercoerenza narrativa (vedi il concetto di identità digitale); l’ingiunzione alla trasparenza radicale, e il sospetto verso ogni intimità non esibita. Il web 2.0 e le nuove piattaforme confessionali di massa agiscono nel quadro della disruption e ci stanno costruendo una gabbia di asservimento volontario: l’ordine spontaneo propugnato dalla Scuola austriaca, con l’ausilio dei computer.

Alla domanda se i libertariani siano davvero contrari allo Stato, soprattutto gli anarcocapitalisti, risponde in maniera illuminante un libertariano convinto e molto influente: Tim O’Reilly, divulgatore fra l’altro del concetto di «web 2.0», e promotore dell’Open Source di caratura mondiale. Prosegue il suo discorso egemonico con l’allegoria del «governo 2.0», ovvero il governo come piattaforma. Con approccio pragmatico, O’Reilly invita a non perder tempo accanendosi contro un’istituzione che giudica moribonda, lo Stato appunto, e a occuparsi invece del Governo, o meglio della governance. La gestione, quanto più possibile automatizzata e autoregolata grazie alle tecnologie digitali, delle vite degli organismi umani e non che popolano questo (ed eventualmente altri) pianeti. Nessun libertario, nessun anarchico, potrebbe mai interessarsi al governo se non in termini di autogoverno, di autogestione condivisa, e certamente non automatizzata.

Peter Thiel

PayPal l’ha sognato, la rete Bitcoin l’ha realizzato

Alcuni anarcocapitalisti sono giunti a opporsi alle monete battute dallo Stato e dalle Banche Centrali, auspicando la libera concorrenza delle valute, per lasciare a ciascuno la possibilità di utilizzare la moneta che ritiene maggiormente affidabile. Internet ha aperto la possibilità di mettere in pratica, su scala internazionale, la denazionalizzazione della moneta teorizzata da Hayek. In un primo momento, PayPal ha offerto un sistema di pagamento che cerca di sfuggire il più possibile al controllo dei governi. Non è una vera valuta, eppure è talmente comodo lasciare il proprio denaro su PayPal che di fatto è diventato lo standard delle transazioni online, soprattutto di piccola entità. In seguito la rete Bitcoin ha consentito un nuovo passo in avanti, creando una valuta decentralizzata, senza autorità né amministrazione centrale. La produzione della massa monetaria, così come la securizzazione delle transazioni sono delegate alle macchine e agli algoritmi, in una logica «tecnocratica».

Ma il bitcoin non è semplice denaro, come continuano a ripeterci i suoi difensori e i suoi epigoni. Nuove cripto-monete emergono ogni giorno, nuovi sistemi vengono costruiti sulla base di queste valute. Idee come la blockchain o gli smart-contracts aprono la via a una ricomposizione delle società di mercato che rendono, nei fatti, del tutto superfluo lo Stato e il suo apparato giuridico-legale.

E tuttavia sono ancora gli Stati a garantire la proprietà privata e la corretta osservanza di contratti d’ogni tipo fra privati cittadini. Troppo lenti, non abbastanza efficaci, troppo burocratici… c’è da scommettere che nei prossimi anni continueranno a ingrossarsi le fila di chi auspica la sostituzione delle vecchie istituzioni statali con sistemi digitali quasi istantanei, sempre funzionanti e sempre a portata di click. Anche fra i politici, la tentazione di delegare a macchine e algoritmi la patata bollente dell’organizzazione e della regolamentazione del mercato è forte. L’organizzazione infatti è la parte difficile, come ha ben spiegato Colin Ward nel suo Anarchia come organizzazione.

Una simile restrizione delle funzioni dello Stato (di fatto, minarchista) non prende però ancora in carico la funzione repressiva, il cosiddetto monopolio legittimo della violenza. Nulla di grave: da parecchio tempo i libertariani non riescono ad accordarsi sulla necessità o meno di uno Stato minimale con funzioni di polizia per esempio, o se sia il caso di lasciare a strutture arbitrali e di polizia private il compito di rimpiazzarlo completamente. In ogni caso, questi disaccordi non impediranno loro di proseguire nella loro ascesa.

Jimmy Wales

Dallo spazio pubblico al libero accesso

Che fine farebbe lo spazio pubblico garantito dalle istituzioni in una società che si fosse sbarazzata di uno Stato ritenuto nocivo per il libero mercato? I libertariani hanno formulato risposte molto diverse a questa domanda. Non sorprenderà che i più antistatalisti sono stati anche i più radicali in merito alla fine dello spazio pubblico. Hayek è arrivato al punto di rifiutare la nozione stessa di spazio pubblico, argomentando che non si tratta di un vero bene pubblico, quanto di una fonte comune di problemi. La privatizzazione di ogni bene consentirebbe a suo parere la risoluzione definitiva di questo tipo di inconvenienti.

Per esempio: se tutti i corsi d’acqua avessero un proprietario, invece di rimanere inquadrati come bene pubblico, la fabbrica poco attenta all’ambiente che scarica liquami inquinanti sarebbe probabilmente chiamata a risponderne in tribunale dai proprietari dell’acqua, impazienti di ottenere risarcimento per la loro risorsa rovinata. In questa prospettiva i problemi di pianificazione urbana, vicinato e gestione dello spazio troverebbero vie d’uscita analoghe. Ciò significa che diventerebbe impossibile passeggiare per strada o accedere a un’opera d’arte qualsiasi? Persino gli anarcocapitalisti più radicali ritengono che non sia il caso. Considerato che gli esseri umani non sono mossi solamente dal loro interesse personale, invocano pratiche come il mecenatismo o la carità, elevandoli a modelli per rispondere a obiezioni del genere. I proprietari sono liberi di lasciare un accesso alle loro proprietà, se ci guadagnano qualcosa: riconoscimento e approvazione sociale, l’impressione di fare una cosa buona, denaro, e così via.

Attraverso esempi simili, a volte tematizzati nei termini di uno «sfruttamento del forte da parte del debole» ovvero bene naturale, i libertariani hanno sostenuto anche che molti beni privati si trovano già in condizioni di libero accesso. Se ben sfruttato (lo sfruttamento, nelle idee e pratiche libertariane, è sempre presente), un sistema di questo tipo potrebbe persino apportare ai proprietari notevoli benefici, anche introiti economici.

La teoria dei sottoprodotti commerciali, ben nota nel mondo dei media, pretende esattamente questo: la pubblicità può finanziare una trasmissione o un giornale di cui noi utenti possiamo approfittare gratuitamente. Ci troviamo di fronte al precursore analogico della data economy. L’esplosione dell’economia dei dati, ha avuto come conseguenza di offrire alle argomentazioni dei teorici libertariani di un tempo un sovrappiù di consistenza pratica che essi non erano nemmeno in grado di immaginare.

Tim O’Reilly

Proprietà intellettuale e diritto d’autore

Si potrebbe pensare, per via della sua insistenza sulla proprietà, che il libertarianesimo tenda a difendere la proprietà intellettuale con le unghie e con i denti. Ma un atteggiamento simile renderebbe i suoi propositi del tutto incompatibili con i cosiddetti «movimenti 2.0», soprattutto con quelli che sono nati da lotte per una totale libertà di scambio di ogni tipo di file, compresi quelli sottoposti al diritto d’autore, attraverso Internet. Per esempio, alienerebbe le simpatie dei Partiti pirata favorevoli allo scambio di contenuti in maniera decentrata – come consente l’architettura stessa della Rete p2p.

Per il sostegno alla circolazione e condivisione delle informazioni questi movimenti sono stati automaticamente assegnati a sinistra. Ma si tratta di un errore grossolano. Certo, l’anarcocapitalista Rothbard ha difeso il copyright, attaccando d’altra parte i brevetti, che considerava un’estensione monopolista, rea di falsificare il libero gioco della concorrenza. Per parte sua, l’oggettivista Ayn Rand (cui si ispira fra gli altri il convinto libertariano Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia) ha tessuto l’elogio dei brevetti. Opinioni e posizioni diverse, che non hanno impedito a una parte considerevole e in crescita costante dei libertariani di criticare i dispositivi della proprietà intellettuale e di sposare appieno la causa dell’open source o persino del software libero. Il pragmatico O’Reilly è un esempio lampante, insieme al guerrafondaio e suprematista hacker Eric S. Raymond.

Quando i libertariani attaccano con veemenza il sistema dei brevetti o il copyright lo fanno alla luce delle stesse assurdità che possono essere denunciate dal punto di vista della sinistra. Ma invece di denunciare l’iniquità del mercato, lamentano piuttosto la concorrenza falsata da queste pratiche. Rimane intatto il problema teorico che questo genere di proprietà pone. Per risolverlo, secondo alcuni libertariani sarebbe sufficiente un semplice gioco di parole. Sulle orme di Hayek (e opponendosi a una parte dei liberali e ai libertariani come Rand) alcuni come Stephan Kinsella hanno affermato che la proprietà non deriva né dal lavoro né dalla creazione, ma dalla scarsità delle risorse. In altri termini, il diritto alla proprietà non discende dalle operazioni effettuate su questa o quella cosa, ma dalla preservazione o meno della loro integrità fisica. Un’opera dell’ingegno, ma anche un’idea (in tutte le accezioni del termine) o una formula chimica e così via, possono essere utilizzate, riprodotte e modificate senza che la suddetta integrità venga mai rimessa in questione.

La rivoluzione dell’ordine, la banalità dell’obbedienza e altri paradossi

Tutta la forza del pensiero libertariano proviene dallo stupefacente paradosso su cui si fonda: predica un insieme di trasformazioni radicali che si dicono rivoluzionarie, ma sostiene al tempo stesso l’ordine del mondo. Man mano che le sue rappresentazioni hanno acquistato concretezza, le tecnologie su cui si appoggiano hanno trovato sempre più credito e spazio.

Non abbiamo alcun interesse né desiderio di additare i cattivi libertariani responsabili della nostra situazione attuale. La questione del dominio ha sempre almeno due corni: di chi comanda è facile occuparsi, salvo poi accorgersi che sono in tanti a dire di voler comandare, e un capo si trova sempre, ma ancor di più quelli che desiderano ardentemente obbedire. Ben più difficile è affrontare chi obbedisce, e rende così possibile il comando. Infatti sono molto più numerosi i libertariani inconsapevoli che contribuiscono a realizzare questo progetto. Sono particolarmente numerosi nel mondo dell’informatica e persino fra gli hacker, fra quegli hacker per i quali la parola etica suona spesso vuota, quando addirittura non repellente.

Avere una vaga idea delle tesi libertariane ci offre quantomeno una prospettiva per intravedere dove ci stanno portando. Ma non abbiamo la minima intenzione di richiamare a un’unità d’intenti nostalgica, alla classe o al partito, né tantomeno ad altre tipologie di Identità, individuali o collettive. Dobbiamo fare i conti con la nostra frammentazione, ma è ora di finirla di chiedere alle macchine di ricomporre la mitica unità perduta. Rimettiamoci insieme per costruire mondi adeguati a noi, organizziamoci! Può darsi che sia ora di riprendere in considerazione qualcuna delle ipotesi libertarie.

Nei prossimi giorni, Tecnologie del dominio verrà presentato in due appuntamenti a Milano: il 17 novembre alle ore 19.00 presso Slam (in occasione Bookcity), e il 23 novembre alle ore 21.00 presso il centro sociale SOS Fornace di Rho.

Ippolita è un gruppo di ricerca e formazione indisciplinare attivo dal 2004. Tra i saggi pubblicati: Anime ElettricheLa Rete è libera e democratica. FALSO!; Nell’acquario di Facebook; Luci e ombre di GoogleOpen non è free.