Guerrero Story

La triste parabola di Eddie Guerrero, il campione di origine messicana che ha rivoluzionato il mondo del wrestling

Intervistato per Grantland nel 2012,  il wrestler americano Kevin Nash rilasciò delle dichiarazioni tutt’altro che pacate. Nash, che negli anni Novanta aveva dominato le politiche di spogliatoio di una delle più importanti federazioni del periodo, la WCW (World Championship Wrestling) e influenzava il booking assieme ai compagni di stable del New World Order, tornò sull’espressione «vanilla midgets», allora usata all’indirizzo di wrestler tecnici ma di dimensione modeste.

Come esempio della fine dell’era d’oro del wrestling, Nash prese l’abbraccio proprio tra due vanilla midgets come Chris Benoit ed Eddie Guerrero (quest’ultimo alto poco più di un metro e settanta) alla fine della ventesima edizione di WrestleMania, il SuperBowl del wrestling. Benoit e Guerrero furono tra i vincitori di quell’edizione, avvenuta nel 2004; ma secondo Nash, «quando Benoit e Guerrero si abbracciarono, fu la fine di tutto […]. Se prendi due cazzo di tipi anche bravi ma alti quanto un cazzo di arbitro, mi spiace: guarderesti mai un film porno in cui il protagonista ha un uccello lungo sette centimetri? […] Non sono gli standard di un porno. E tu come campione del mondo ti scegli un tizio alto un metro e settanta».

Due metri e passa di muscoli, ovvero: Kevin Nash

Il wrestling non è uno sport. È una messa in scena che prevede esiti predeterminati, dove – per dirla col wrestler Catfish Charlie  – «i campioni sono come tutti gli altri. Vincono quando viene detto loro di vincere e perdono quando viene detto loro di perdere». Come scrivevo altrove, funziona un po’ come la letteratura e il cinema: «nel wrestling è centrale la sospensione d’incredulità. La fruizione richiede rinuncia al disincanto o allo scetticismo, e in cambio si riceve un piacere estetico, o più in generale l’accesso a un mondo governato da leggi proprie e plasmato da simboli e linguaggi». È questa rappresentazione che porta il pubblico nelle arene, a osservare i lottatori che si scontrano sul ring.

La messa in scena

Per Kevin Nash – uno dei wrestler di maggior successo nell’epoca d’oro degli anni Novanta – un lottatore tecnicamente dotato ma dalle dimensioni ridotte, le arene non le riempie (nello stesso articolo, parlando di wrestler come Cm Punk e Daniel Bryan, rincara la dose definendoli «Internet darling»). Nash parla ovviamente come se il lavoro dei booker – i «creativi» che materialmente inventano le trame dei match – non sia una parte essenziale del processo. E come se, a svuotare le arene della WCW fino a provocarne la morte naturale, non abbiano inciso da una parte il divario di trattamento tra star del suo calibro e resto dello spogliatoio, e dall’altra una dirigenza talmente convinta che bastasse strappare a suon di dollari le stelle alla concorrenza di altre federazioni rivali come la WWE e la ECW, da trascurare la gestione di altri talenti.

Ma, bile posticcia a parte, Nash tocca un nervo scoperto del wrestling americano, e in un certo senso attesta quella che è stata l’influenza avuta proprio da figure come Eddie Guerrero nella storia di questa arte. Uso la parola «arte» perché, se la natura predeterminata (anche se non esattamente «scritta a tavolino») del wrestling rende inesatta la definizione di «sport», il peso che hanno la preparazione atletica e la necessità di arrivare a uno specifico risultato costi quel che costi, ne fanno a tutti gli effetti un’arte performativa. E in arte esiste un orizzonte d’attesa, un’aspettativa estetica che si sedimenta nel pubblico e lo orienta, dei codici espressivi introiettati che possono essere sfidati ma non ignorati. Detta altrimenti: se in un film quando vediamo una pistola ci aspettiamo che prima o poi spari, nel wrestling se vediamo un cattivo accompagnato da una donna possiamo star certi che quella donna a un certo punto interverrà, e che il suo intervento sarà decisivo nel risultato finale. Bene: nel wrestling esistono persone che hanno sfondato e ridefinito quell’orizzonte, e reso plausibile quello che prima di allora sembrava impensabile o persino sciocco. Il chicano Eddie Guerrero, americano di origini messicane, è tra questi.

Nato il 9 ottobre del 1967 a El Paso, in Texas, il destino di Eduardo Gory Guerrero sembra scritto sin dagli inizi: sul certificato di nascita il nome «Gory» suona come un auspicio, perché Gory Guerrero è il nome con cui già suo padre era diventato una leggenda del wrestling in Messico. Il papà di Eddie era stato a lungo in coppia con El Santo, vera e propria icona della lucha libre (il wrestling messicano), con cui aveva formato la coppia nota come La Pareja Atómica. Era stato anche un innovatore delle tecniche di lotta: sua la mossa con cui El Santo era solito chiudere gli incontri, La de a Caballo (nota come Camel Clutch in inglese), sue alcune varianti di facebuster e di backbracker che ruotano attorno a una manovra di sottomissione, la Gory Special:

In casa Guerrero, anche i fratelli maggiori di Eddie – Chavo Sr., Mando ed Hector – sono wrestler, e anzi quella dei Guerrero è a tutti gli effetti una delle principali famiglie di wrestler messicani, se non la più importante. Tuttavia i capostipiti non riuscirono a far brillare il cognome oltreconfine e ad arrivare alla gloria nel mercato USA. A dirla tutta Gory, un anno prima della nascita di Eddie, aveva rotto con l’Empresa Mexicana de Lucha Libre (la più importante federazione del Messico) per trasferirsi appunto negli Stati Uniti, dove avrebbe alternato una serie di incontri minori all’attività di allenatore e promotore. Suo figlio (e fratello di Eddie) Hector, arriva invece in WWE (allora WWF) nel 1990, ma solo per interpretare quella che, a tutti gli effetti, può essere considerata una delle gimmick più stupide nella storia del wrestling: il tacchino gigante.

Tacchino gigante

Questa difficoltà ad affermarsi negli Stati Uniti, non significa però che Hector e gli altri fratelli di Eddie non fossero bravi. Semplicemente, ancora negli anni Ottanta e Novanta, per gli atleti di origini messicane era molto difficile farsi strada negli USA. E questo sia per uno stile di lotta diverso da quello statunitense (la lucha libre predilige velocità, ritmo elevato e manovre acrobatiche) sia perché, come ricordato da Kevin Nash, gli americani preferiscono i big-men alla Hulk Hogan, e non certo i latinos-vanilla midgets.

C’era poi una certa diffidenza verso l’idea di un messicano come volto di punta del mondo del wrestling americano. Uno dei più popolari wrestler messicani degli anni Ottanta, «Il Matador» Tito Santana, benché fosse molto amato dal pubblico, non arrivò mai a detenere la massima cintura della WWF, ma solo quella di Campione Intercontinentale. E se si guarda l’albo d’oro delle cinture, prima di Eddie Guerrero l’unico latinoamericano a detenere il titolo di Campione nella storia della WWF fu il portoricano Pedro Morales (quando tra l’altro la federazione era ancora nota come WWWF). Anche l’altezza raramente scendeva sotto il metro e novanta. Immaginate insomma uno spettacolo che (tolte pochissime eccezioni) relega gli attori latinoamericani e di bassa statura in parti secondarie, e avrete un quadro preciso del contesto.

La capacità di Eddie Guerrero di esondare le aspettative dell’ambiente e di ridefinire l’orizzonte d’attesa, si manifesta già in Messico – dove si esibisce agli inizi della sua carriera – con un gesto che non ha precedenti: togliersi la maschera davanti al pubblico. Nella lucha libre, infatti, gli enmascarados possono togliersi la maschera solo quando perdono in specifici incontri appositamente concepiti, le cosiddette luchas de apuesta. La maschera insomma è un vero e proprio simbolo, tanto che la vera identità degli enmascarados è nascosta al pubblico.

Eddie rompe questo tabù nel 1993. Un anno prima, la lucha libre ha conosciuto il Grande Scisma. Il promotore Antonio Peña, convinto che la vecchia Empresa Mexicana de Lucha Libre (EMML) sia ormai sclerotizzata e che il wrestling messicano vada profondamente rinnovato, ha fondato una nuova federazione chiamata AAA: Asistencia Asesoría y Administración. Eddie è conteso dalle due sigle, e all’inizio opta per la prima – una scelta che però non si rivela felicissima. Gli tocca infatti la parte di Máscara Magica, una gimmick alquanto discutibile, da buono: ed Eddie sul ring preferisce il ruolo del cattivo. «Di base, l’idea era che la maschera fosse magica. Tutto qui. Ancora oggi non ho idea di cosa avessero in mente», scrive nella sua autobiografia Cheating Death, Stealing Life. È abbastanza perché Eddie si rivolga alla rivale AAA, e qui decida di esordire in grande stile. Si presenta infatti proprio come Máscara Magica, infischiandosene del fatto che la maschera sia di proprietà della EMML. E una volta sul ring, fa qualcosa che per la lucha libre è assolutamente folle: prende la maschera e se la toglie. Dopo l’incontro, spiegherà di averlo fatto perché, in quanto figlio di Gory Guerrero, è orgoglioso di portarne il nome. Un Guerrero non ha bisogno di nascondersi.

Giù la maschera

Se inizialmente il gesto contraria tanto il pubblico quanto gli avversari, alla fine dell’incontro la folla impazzisce per Eddie. Prima di allora, soltanto altri due luchadores si erano tolti la maschera al di fuori di una lucha de apuesta: nel 1984 Rodolfo Guzmán, il leggendario El Santo – proprio lui, il vecchio socio di Guerrero padre – lo fece in un programma televisivo, una settimana prima di morire. Era malato terminale, e il gesto rappresentava la volontà di salutare per l’ultima volta il popolo messicano. Fu un momento molto toccante, anche perché il rispetto di Guzmán per le tradizioni gli fa togliere la maschera solo parzialmente.

Il gesto del Santo, 1984

Pochi anni dopo, invece, è David Garcia (Huracán Ramirez) a togliersi la maschera nel corso di un’esibizione locale, per reclamarne la proprietà agli occhi del pubblico: i diritti appartenevano infatti alla famiglia di produttori cinematografici dietro i film con protagonista il luchador. Il gesto di Eddie Guerrero però, non rappresentava una rottura della kayfabe, la quarta parete del wrestling: piuttosto, traduceva nel pieno dello spettacolo i dissapori dietro le quinte, le frustrazioni per le promesse non mantenute. Brillavano nel gesto il suo carisma, la capacità di portare sotto i riflettori aspetti privati senza tradirne la natura, le corde profonde e segrete che questi toccavano in lui. Quel carisma se lo porterà dietro anche una volta che dal Messico torna negli Stati Uniti, dove si esibisce per tre federazioni diverse – prima in ECW, poi in WCW e infine WWE – facendo sfoggio di un repertorio tecnico con pochi eguali.

Se dal padre Eddie Guerrero aveva appreso il wrestling old-school, le manovre al tappeto e la capacità di interpretare psicologicamente il match, dalla lucha libre e dal puroresu (il wrestling giapponese) assimilò le manovre più acrobatiche, mentre nelle federazioni minori americane – e in particolare nella ECW – imparò a conoscere il pubblico americano e l’importanza che assume ai suoi occhi la capacità di raccontare una storia attorno alla rappresentazione di una lotta. Ma soprattutto Guerrero non perdeva mai la direttrice psicologica alla base dello spettacolo, senza la quale, quando sale il ritmo, lo scontro rischia di assomigliare a uno sfoggio di tecnicismi e si perde il racconto della storia. Si possono trovare wrestler con una maggiore capacità al microfono nei coloriti discorsi che tipicamente precedono i match (The Rock), più acrobatici (Rey Mysterio), più tecnici (Kurt Angle), più carismatici (Shawn Michaels): ma nel ventaglio di capacità in cui un wreslter deve saper eccellere, pochi erano eclettici e versatili come Eddie Guerrero.

Il passaggio a una federazione major qual era la WCW di Ted Turner avviene durante la guerra di ascolti televisivi che la stessa WCW intrattiene con la rivale WWE, e fa parte di una politica volta a soffocare le federazioni emergenti – in questo caso la ECW. Nella prima metà degli anni Novanta, la Extreme Championship Wrestling ha sul wrestling lo stesso impatto che sulla musica hanno l’avvento dell’alternative e l’esplosione del grunge: il nichilismo di una generazione trova nel wrestling «hardcore» un tempio in cui autorappresentarsi, denigrando e dissacrando tutto ciò che non va nella società dello spettacolo. Lo scaltrissimo e geniale promotore Paul Heyman, al wrestling classico affianca colpi di sedie e mazze, ingaggiando atleti di grande tecnica come Chris Jericho, Rey Mysterio, Dean Malenko, Lance Storm, nonché gli stessi Eddie Guerrero e Chris Benoit. Tutti nomi che la WCW strappa a Heyman nel giro di uno o due anni; in quello iato però, i protagonisti della ECW riescono a imprimere un marchio inconfondibile: Dean Malenko ed Eddie Guerrero, ad esempio, si rendono protagonisti di un match considerato ancora oggi tra i migliori dell’intera storia ECW.

Malenko vs. Guerrero

Tuttavia, come già accennato, una volta approdata alla WCW questa nuova generazione di talenti finisce avviluppata nelle politiche di spogliatoio. La divisione è netta: da una parte quelli che contano, appresso a senatori strapagati come Kevin Nash e Hulk Hogan; dall’altra tutti gli altri, tra cui ovviamente i vanilla midgets. Per dare l’idea di come funzionasse questo sistema «a caste», basti pensare allo smascheramento del messicano d’origine Rey Mysterio, avvenuto dopo uno scontro (in coppia col cubano Konnan) contro i senatori Kevin Nash e Scott Hall. È una scelta alla quale Rey Mysterio si oppone: come abbiamo visto, nella lucha libre lo smascheramento rappresenta un punto di svolta epocale, e le luchas de apuestas vengono costruite nel tempo attraverso rivalità accese; qui invece si tratta di nient’altro che di una forca caudina davanti alle telecamere imposta dagli yankees a danno dei latinos. Poco importa: non avendo abbastanza peso nello spogliatoio né sufficiente potere contrattuale, Rey Mysterio deve a malincuore subire quella che, a tutti gli effetti, è un’umiliazione.

Per quanto riguarda Eddie Guerrero, il clima nella WCW peggiora i problemi di dipendenza – soprattutto dall’alcol – che già lo segnavano da tempo. Il punto di non ritorno è l’incidente d’auto del Capodanno 1999: sotto l’effetto di GHB, finisce fuoristrada a 200 chilometri all’ora e si salva solo perché catapultato fuori dalla vettura. L’incidente è così grave che quando arrivano i primi soccorsi inizialmente Eddie è creduto morto; ricoverato in ospedale, i medici sono convinti che non supererà le 48 ore. Uscito dalla fase critica, la prognosi sembra condannarlo a non poter più salire sul ring. E invece lui ci torna di nuovo nel maggio dello stesso anno, anche se – come ricordato di recente da Kurt Angle in un episodio di Talk Is Jericho – ormai ci sono cose che sul ring Eddie non può più fare. Senza quell’incidente, è probabile che Guerrero sarebbe diventato il più grande wrestler di sempre.

Non solo: i dolori oramai cronici portano all’abuso di antidolorifici, che si sommano a quelli di steroidi e (ancora) alcol. È in questo quadro clinico che Eddie approda finalmente alla terra promessa di ogni wrestler: la WWE. Qui inventa la gimmick che lo rende famoso al grande pubblico: «Latino Heat», il chicano guascone che ricorre a ogni trucco pur di vincere. Il ruolo viene da un’idea dello stesso Eddie, e attinge alle sue radici: può sembrare una parte macchiettistica, e questo in effetti è un rischio frequente nel wrestling (negli anni non mancheranno i dissapori sulla sua figura, sempre sul filo degli stereotipi); ma i vari «vato», «ese», «mamacita» fanno comunque parte del suo mondo di provenienza e del suo lessico quotidiano, sono espressioni che usa in famiglia e con gli amici. E non è affatto scontato vedere un chicano che, spesso e volentieri, «va over» (diventa popolare tra il pubblico, insomma) pur barando e muovendosi lungo quella linea sottile che nel gergo di settore prende il nome di tweener: il wrestler ambiguo che adotta espedienti da heel (il cattivo), o anche l’heel che, nonostante tutto, è percepito come un face (il buono).

Eddie fa il matto

Ma proprio ora che è al vertice i problemi di dipendenza presentano il conto. Nel 2001 Eddie Guerrero è licenziato dalla WWE e mandato in riabilitazione, dopo un arresto per guida in stato di ebbrezza che naturalmente gli vale l’attenzione della stampa. Sua moglie Vickie chiede il divorzio, e quando Eddie lo fa presente al commentatore Jim Ross, questi lo gela: «Be’, la vuoi incolpare per questo? Sei un cazzo di tossico».

È la caduta da cui uno pensa di non potersi più rialzare, specie se le gambe sono già malconce: quella dalla vetta. Eppure Eddie non solo riesce a disintossicarsi, ma abbatte la quarta parete tra personaggio pubblico e sfera privata, tra Eddie ed Eduardo Gory. I suoi problemi sono diventati di pubblico dominio, per cui è impossibile tenerli lontani dai riflettori: tanto vale parlarne con franchezza. Nell’arco di un anno, davanti al pubblico Eddie diventa dunque ciò che è: un uomo che ha perso molto per le proprie debolezze, ma che è riuscito a rialzarsi. Ricomincia dalla gavetta, nelle federazioni indipendenti americane: il pubblico sa dei suoi problemi, sa che la presenza sul ring nasconde un altro tipo di lotta, e che questa lotta Eddie riesce a vincerla ogni volta che riesce a restare sobrio, prima e dopo lo spettacolo.

Quando nel 2002 riesce infine a tornare in WWE, è una persona completamente diversa: niente più festeggiamenti selvaggi, e un sacco di letture bibliche. Nel 2003, durante un incontro con i Basham Brothers, finisce contro le transenne, da dietro le quali un fan gli tira sulla schiena della birra. Furioso – perché assorbire alcol attraverso la pelle non è un’esperienza piacevole per chi si è disintossicato – perde le staffe e tira due pugni all’uomo, mancandolo. A fine incontro Eddie si trattiene al centro del ring. Microfono in mano, spiega al pubblico i motivi dello scatto d’ira, e tra i cori d’incitamento si scusa per non essere stato in grado di porgere l’altra guancia.

Sono questi fattori, probabilmente, che fanno intuire a Vince McMahon, boss della WWE, il potenziale di un Eddie Guerrero con la cintura da campione – oltre al fatto che, come ogni multinazionale, la WWE è sempre a caccia di nuove fasce di pubblico, e quello latino-americano è in quel periodo in crescita. Si arriva così alla rivalità tra Eddie Guerrero e l’allora campione WWE, Brock «The Next Big Thing» Lesnar, che culmina nella sfida all’evento pay-per-view No Way Out, il 15 febbraio 2004. Prima dell’incontro, le indicazioni su come Eddie deve festeggiare la vittoria sono: «Esci pazzo». Ed è quello che accade, con tanto di abbracci alla madre, al fratello Mando e sventolii di bandiera.

Eddie campione

Eddie mantiene la cintura fino al giugno dello stesso anno. Non è chiaro se alla fine sia lui a rinunciarvi: è probabile che gli pesi la pressione data dall’essere il volto della WWE, ed è anche risaputo che negli ultimi tempi i dolori cronici lo fiacchino fino quasi a renderlo irriconoscibile. E sarà il fisico debilitato – dagli sforzi e dalle cicatrici lasciate da eccessi e infortuni – a stroncarlo nel novembre del 2005, con un arresto cardiaco in una stanza d’albergo a Minneapolis. È angosciante leggere, ancora nell’autobiografia Cheating Death, Stealing Life scritta a ridosso della vittoria a No Way Out, di quando Chris Benoit, Dean Malenko e Perry Saturn, preoccupati per la sua salute, lo prendono di petto perché ci dia un taglio con gli eccessi. «Non potrei più convivere con me stesso se ti dovessi trovare morto in una stanza d’albergo. E non ho dubbi che sia questa la strada che stai percorrendo» è l’involontaria profezia di Dean Malenko.

A un wrestler è richiesto di saper cadere e di saper distrarre: nella vicenda tracciata da Eddie Guerrero, sono doti che sembrano tracciare una parabola. Fino all’ultimo ha dissimulato i dolori di cui soffriva, sacrificando troppo di sé allo spettacolo e certo inseguendo un sogno vasto come la sua stessa vita. E come nella più classica delle parabole, una volta toccato il fondo aveva compreso che i motivi più importanti per vivere si trovano altrove, «a riflettori spenti». Si è costretti a convivere col dubbio che quella morte si potesse evitare, considerato che la WWE adottò un Wellness Program proprio a pochi mesi dal novembre 2005 (la classica, tardiva «corsa ai ripari»). Certo è che, dopo Guerrero, di campioni messicani all’altezza se ne sono visti pochi: il già citato Rey Mysterio, ancora più basso e poco portato al microfono, non ha brillato particolarmente con la cintura da campione, a dispetto delle doti acrobatiche fuori dal comune. Ma di sicuro, senza Guerrero nessuno avrebbe seriamente pensato di poter affidare regni credibili ad altri «vanilla midgets» o «Internet darling» che dir si voglia, con buona pace della vecchia guardia.

Matteo Pascoletti lavora nella comunicazione digitale e ha scritto tra gli altri per Effe, Nazione Indiana e Scrittori Precari. Il suo romanzo I giorni della nepente è uscito per Effequ nel 2015.