MEDUSA newsletter è nata nel 2017. Parla di cambiamenti climatici e culturali, di nuove scoperte e vecchie idee. Esce ogni due mercoledì e puoi iscriverti qui.
MEDUSA è anche un libro, che non è una raccolta dei numeri della newsletter ma un saggio narrativo sull’Antropocene: Medusa. Storie dalla fine del mondo (per come lo conosciamo).
L’impianto di climatizzazione è rotto, si respira a fatica, il treno è pieno, qualcuno protesta perché tre ore qua dentro in queste condizioni proprio non si può. Dopo i primi chilometri il sistema parte con un brontolio metallico e comincia a sputare aria fredda. La gente si rilassa. Ancora qualche minuto e finalmente si sta bene. Che bello, ora sì – però l’aria continua a uscire e non si ferma, la temperatura scende troppo, diventa da brividi, ci saranno dieci gradi protesta qualcun altro. Il capotreno passa, sguardo basso, fa sì sì con la testa, non si ferma, scompare, forse va a combattere col termostato, poi torna da noi e dice a tutti, con tono di rimprovero: “O così o si spegne tutto, scegliete”. Non mi sono portato una felpa, tiro fuori una seconda maglietta e me la metto sulle spalle, le maniche corte annodate malamente attorno al collo.
Arrivo a Roma che è ancora presto, per strada il caldo non è opprimente, qualche nuvola scherma il sole. Ho un appuntamento di lavoro a pranzo in zona piazza Navona e ho qualche ora libera. Decido di fare una cosa che non faccio da anni: prendo il primo bus e mi giro il centro. Mi può tornare utile, sto provando a scrivere una storia in cui uno dei protagonisti lavora, con sua grande frustrazione, nell’accoglienza, nel turismo. Posso approfittarne per prendere appunti, visto che a Roma in centro non ci capito mai, non ho un motivo per girarci, se non accompagnare qualche amico ospite da fuori, ma anche in quei casi cerco di dirottare le visite su qualcosa di meno ordinario. Scelgo invece via del Corso. C’è un autobus diretto. È nuovo, profuma ancora di concessionario, il sentore dolce del solvente vinilico, ed è mezzo vuoto, è silenzioso e parte puntuale, e poi arriva subito: niente di quello che mi aspettavo. Per strada, invece, la situazione è meno sorprendente. Migliaia di persone, un corteo senza causa che marcia in tutte le direzioni. Qualcuno dovrebbe studiarla come si fa con gli stormi di uccelli, questa massa turistica che pulsa a ogni ora per le strade del centro. Mi lascio inghiottire, mentre la mattina si scalda, e inizio a osservare le cose con lo sguardo esausto del personaggio che sto scrivendo.
Polpacci, ginocchia, caviglie gonfie, pelle arrossata che tira lucida sotto il sole, screziata di creme spalmate male. Un bouquet di talloni slabbrati, alluci valghi, dita a martello o aperte a ventaglio dentro sandali economici, o dentro sandali costosissimi, suole sottili di infradito che schioccano a ogni passo accanto a sneaker colorate. Le perline di sudore si mescolano alla pasta dolciastra degli spray solari o, sui lati della bocca, alle gocce zuccherine dei coni gelato che poi colano a terra. Mani occupate sui telefoni, a cercare posti, a fotografare cose, a inquadrare sempre lo stesso scorcio replicato mille volte in mille sfumature, risoluzioni e bilanciamenti del bianco. Eppure è sempre lo stesso vicolo, comunque sempre uguale a se stesso. Occhi socchiusi, foto da rifare, ciglia incollate dalla luce e bocche semiaperte, assetate, distratte, di nuovo sporche di gelato. Si entra e si esce dai negozi, si mangia ovunque, a ogni ora si cerca di soddisfare questo appetito insaziabile, e dove non si mangia si comprano magneti che dicono ROMA, ITALIA, DAJE, SEI BELLA COME ROMA, I <3 ITALY, e poi miniature, pezze di cotone, magliette con le stesse scritte. Le code si formano senza criterio, il centipede umano non cede, non si spezza, al massimo si sparpaglia per un attimo. I contatti continui dei corpi garantiscono una omeostasi epidermica della massa turistica, un mostro che trova sempre il modo di ricomporsi altrove, davanti a un’altra vetrina identica a questa, a un altro paninaro segnalato su TikTok, davanti a un altro gelataio dalle fontane di cioccolata, dove bisogna fare un’ora di fila per arrivare al banco. Ci sono ombrellini colorati sollevati come bandiere, a radunare i sottogruppi del corpo turistico più vasto, i gruppi cioè più etnicamente definiti, gli spagnoli, i francesi, gli americani, che si addensano in piccole concrezioni dentro il brodo umano più ampio, compatti, disciplinati o caotici, avanzano a scatti, si arrestano tutti insieme. Vedo: facce pallide macchiate di rosso, nasi spellati, scapole nude segnate dal disegno in negativo di una spallina, righe bianche dove la pelle non ha preso il sole. Vedo: corpi giovani che si accarezzano le schiene sudate sotto piccoli zainetti ricolmi. Decine, centinaia di ventilatorini elettrici, color pastello, tenuti a pochi centimetri dal viso come coni gelato. L’unica frase in italiano che sento la pronuncia un cameriere, tra i tavolini che invadono una traversa: “solo i tedeschi, oramai, pagano in contanti”. Il resto è un vapore di idiomi che si impastano per aria, e poi risate brevi, urla, nomi gridati per non perdersi, per richiamare alla marcia. Sale l’afa, nelle traverse più strette e agli incroci non si passa, la calca avanza di pochi centimetri, poi si ferma di nuovo, a volte arretra, tutto rallenta, poi riparte, un unico corpo stanco che respira a fatica, si espande nelle piazze e si comprime nelle arterie minori, e intanto si lascia dietro una lunga scia di materiale – scontrini, volantini, carta, PET, polistirene, cartoni poliaccoppiati per bevande, chewing gum sacchetti buste imballaggi lattine bottiglie barattoli cannucce posate salviette – e si proietta verso la prossima attesa, la prossima fila, la vetrina più avanti.

Dopo pranzo mi dirigo verso casa. Prendo la metro, risalgo a Conca d’Oro. Le scale mobili si affacciano sulle griglie di ventilazione, così appena arrivo in superficie mi investe un’aria soffocante che soffia da lì, un getto inverosimile, come di scirocco, che porta su il tanfo dei miasmi sotterranei. Mi sposto veloce, attraverso la strada e cerco riparo sotto il grande platano della piazza. L’aria mi segue. Non è lo scarico, ci metto un po’ a capirlo, non è l’impianto di ventilazione, da cui ormai mi sono allontanato. È l’aria e basta, è la temperatura che c’è, sono le due del pomeriggio, è metà giugno, è Roma, è così.
Uno dei miei più cari amici ha avuto una bimba da meno di un anno. Nonostante tutto quello che sa e che ha studiato, e che fino a poco tempo fa lo inquietava molto, sul riscaldamento globale, mi ha confessato di non riuscire più ad angosciarsi per le questioni climatiche. Lo capisco, provo anch’io qualcosa di simile, credo sia una sensazione condivisa. Con tutto quello che è successo e che sta succedendo nel mondo negli ultimi tempi, è come se l’asticella dei nostri turbamenti si fosse spostata un po’ più giù. Guardiamo con una specie di nostalgia i tempi in cui potevamo preoccuparci del clima come fosse l’emergenza della nostra epoca. Lo era, lo è ancora, ma per molti in questi anni la questione si è allontanata, scavalcata da angosce più vicine: lo spettro di un conflitto mondiale continuo e totale, senza regole, il controllo di massa, la distruzione delle nostre capacità cognitive, la sopravvivenza di pochi super ricchi a discapito di tutti gli altri. La crisi climatica, però, non ha certo rallentato nel frattempo, anzi ha accelerato, e con questo giugno così opprimente, così grottescamente caldo, sembra volerci tirare di nuovo per la giacca. Vi ricordate la vivibilità del pianeta, la giustizia climatica, la siccità, le alluvioni, gli incendi, le nuove carestie, la perdita irreversibile di biodiversità, la vita che diventerà impossibile per milioni di persone… Sono ancora qui.
In un giorno particolarmente buio degli ultimi mesi, a marzo, all’inizio degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, ho scritto a un mio ex collega, una persona a cui voglio bene e del cui giudizio sul mondo mi fido, per chiedergli come facesse a non deprimersi leggendo le notizie che arrivavano. Mi ha risposto parafrasando il passaggio dei diari di Kafka La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. – Nel pomeriggio, lezione di nuoto. Come a dire: certo che mi spavento, ma non mi deprimo, cerco di andare avanti come posso, con le piccole cose della vita.
Nel libro di MEDUSA citiamo proprio questa pagina di Kafka. Spesso è stata usata – scrivevamo – per rinsaldare il mito di uno scrittore geniale e distante, talmente assorbito dalle proprie ossessioni, dalla “lucidità vertiginosa dei propri incubi”, come scrive per esempio Javier Cercas, da restare “indifferente alla storia”, estraneo alle questioni politiche, incurante persino dei grandi drammi del suo tempo. Noi cercavamo invece di rileggere quella nota del diario quasi fosse un brevissimo racconto, dove Kafka, tutt’altro che disinteressato al mondo, descriveva in un lampo l’impotenza del singolo contro un accidente inconcepibile come lo scoppio di un conflitto mondiale. Davanti alla guerra, che è un’epica impossibile da contenere in un unico pensiero, un uomo qualsiasi non può fare altro che cercare rifugio nella propria ridicola quotidianità, finché ce n’è una, e andare a lezione di nuoto. Prese così, quelle righe avevano la levigatezza di una barzelletta spietata, una scintilla assurda provocata dalla frizione di una cosa enorme contro un’altra assolutamente insignificante. E così ci sentivamo noi davanti a un’entità mostruosa, polimorfa e inafferrabile come il riscaldamento globale.
Sono passati cinque anni e oggi mi sembra invece una frase incredibilmente normale. Era scoppiata la prima guerra mondiale e Kafka era andato a farsi un bagno in piscina. E allora? Cosa stiamo facendo noi nelle nostre vite, in questi tempi, cosa stiamo scrivendo, di così diverso, nei nostri diari?
La rileggo e ricordo perfettamente l’effetto che mi faceva quella frase allora. Il senso di surrealtà, la distorsione prospettica, l’abbinamento spericolato, il divertito sgomento. Era il motivo per cui avevamo deciso di usarla. La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. – Nel pomeriggio, lezione di nuoto. Assurdo, no? Sono passati cinque anni e oggi mi sembra invece una frase incredibilmente normale. Era scoppiata la prima guerra mondiale e Kafka era andato a farsi un bagno in piscina. E allora? Cosa stiamo facendo noi nelle nostre vite, in questi tempi, cosa stiamo scrivendo, di così diverso, nei nostri diari? Da almeno quattro anni assistiamo a un conflitto di logoramento come quello russo-ucraino, i cui aggiornamenti ci scorrono davanti agli occhi ormai sempre simili, mese dopo mese, in coda ai tiggì o in post e reel a cui badiamo ogni volta un po’ di meno. Notizie di droni e di attacchi a infrastrutture critiche e a snodi logistici, un rosario di esplosioni snocciolato come fosse una galanteria da galateo. Eppure non è uno scontro a bassa intensità, una scaramuccia minore tra stati sovrani distanti migliaia di chilometri, qualcosa cioè che possiamo concederci di ignorare: è una guerra lontana tre confini da noi, che ha già fatto più di un milione di morti (un milione, si dice, e i dati veri chissà quando li sapremo, tra quanto tempo, dietro chissà quale contropropaganda).
Da tre anni, invece, assistiamo inerti al massacro genocida che sta avvenendo poco più giù, nel Mediterraneo, a pochi chilometri dalle coste dove ci stiamo magari preparando ad andare in vacanza, orrore militare e culturale di cui i nostri governi, i governi occidentali cioè, sono attivamente complici, e con loro le nostre aziende, i nostri soldi, il nostro stile di vita, la massa di turisti in centro a Roma. Lo stesso si può dire della crisi climatica: sono attributi diversi della stessa epoca oscura. The Destruction of Palestine Is the Destruction of the Earth è il titolo, il motto, di uno degli ultimi libri di Andreas Malm.
Questi sono i pensieri che faccio a letto, le serrande abbassate, nel pomeriggio senza fiato che intanto è esploso fuori. In posizione orizzontale riesco un po’ a lavorare. Edito qualche pezzo con il portatile sulla pancia, mi lascio stordire dal muggito irrequieto di un ventilatore molto più vecchio di me, un relitto ricevuto in dotazione con la casa. Passano le ore e il caldo non si ferma. Quando arriva sera capisco che qui, nella stanza da studente fuorisede dove dormo quando torno nella città in cui sono nato, non riuscirò a passare la notte. Così gratto qualcosa dal frigo dei coinquilini, furto che mi faccio andare bene come cena, e alle undici di sera rifaccio le valigie e vado a casa dei miei, che sono già partiti per il mare. Il loro palazzo è in un quartiere migliore, quindi più antico, quindi con le mura più spesse, quindi più fresco. Quando entro nell’androne un alito da cantina mi accarezza il sudore della giornata.
Salito su, decido di accendere l’aria condizionata. A casa dei miei c’è, e io me la merito; la metto a 26 gradi, però, che magari così riesco ancora a salvare il mondo. In pochi secondi la temperatura si abbassa ancora, e forse è proprio la ritrovata stabilità biochimica che mi spinge a prendere in mano il cellulare e scrivere a _________.
_________ è un mio amico negazionista: nega cioè l’esistenza dei cambiamenti climatici. Negli anni ha raffinato la sua posizione. Oggi nega più che altro tre cose. Primo, che i cambiamenti, che ora in parte ammette, siano colpa delle attività umane. Secondo, che la devastazione del clima sia poi così perniciosa e pervasiva come alcuni, tra cui io, vorrebbero fargli credere. E come terza cosa nega di aver mai negato che esistesse il benché minimo cambiamento climatico – ma l’ha fatto, e in parte continua a farlo.
Comprese tutte queste sfumature, _________ è, a tutti gli effetti, un negazionista da manuale. A lui però si chiude la vena quando lo chiamo così, e per reazione mi accusa in quei momenti di perpetuare la violenza del pensiero unico. E mi risponde: globalista, mondialista, elitista. La cosa però non mi tocca. So bene di non essere un globalista, figuriamoci nell’accezione MAGA che lui dà alla parola (quella, più o meno, di sostenitore uberliberal degli interessi sovranazionali dei mercati, e in questo caso quindi anche di una qualche “lobby verde” che manipola l’informazione scientifica) e non riesco a capire come la cosa potrebbe offendermi.
Anche così, tuttavia, quando litighiamo sento spesso un brivido: gli scrivo, scazziamo, alziamo i toni. So di avere ragione ma ogni tanto avverto, lontana, la paura di poterlo comprendere. So sul serio di non essere globalista, allora, o lo so nello stesso modo in cui lui sa di non essere negazionista, pur essendolo in pieno? Credo che sia per provare questo brivido, oltre che per trincerarci nelle nostre rispettive posizioni, che torniamo a litigare ogni tre o quattro mesi.
Tiro fuori il cellulare, gli scrivo: posso chiederti una cosa? ma questo caldino di questi giorni, come te lo vivi? come lo vivete sto caldino qua, voi negazionisti?
Mentre aspetto che risponda scorro la nostra chat. Trovo il grafico che illustra il declino delle temperature degli anni Quaranta – Settanta del Novecento su cui lui, qualche mese fa, mi ha chiesto provocatoriamente spiegazioni. Ho fatto del mio meglio, ma non l’ho convinto: ste cose che mi dici mi paiono pura fantasia, me pare Tolkien. Ci sono le copertine di libri “contrarian” che mi ha mandato lui, e poi una manciata di screenshot delle temperature massime e minime di un’estate recente che, secondo _________ ,dovrebbero dimostrare a occhio il fatto che in fondo è stata una normalissima estate calda non caldissima, nulla di che, dov’è la notizia? Ogni tanto spuntano messaggi normali, affettuosi, film che ci consigliamo quando facciamo pace. Scorrendo abbastanza indietro nel tempo mi accorgo che sono io, ogni estate, a ogni giugno, da almeno quattro anni, a contattarlo per fargli più o meno sempre la stessa domanda, sempre con lo stesso tono saccente e stizzito.
Potevo scegliere un atteggiamento diverso, più persuasivo, per invitarlo a rivedere le sue opinioni, nel tempo? “Bisogna trovare un tono diverso per uscire dall’apatia di questo nostro eterno presente” predicavamo su questa newsletter. E invece io l’ho radicalizzato in questi anni. O no?
Mi assolvo troppo velocemente rispondendomi che, conoscendolo, qualsiasi approccio con lui sarebbe stato vano. WhatsApp interrompe il mio rimuginio: sotto il suo nome appare l’avviso che _________ è online e sta scrivendo. Passa un minuto, ne passano due, e sta ancora scrivendo. Si vede che ha tempo, non va di fretta. Mi sta preparando uno di quei suoi insulti corposi. Finalmente, per la prima volta nella giornata, mi sento davvero bene.
