Dissociarsi oltre la disperazione

TikTok, brutti sentimenti e la promessa della felicità. Un estratto da “Traumacore”, prossimo titolo della collana NOT

Traumacore

Mi trascino con la bocca riarsa, intossicata da qualche inibitore selettivo della ricaptazione ormonale con cui riesco a eliminare qualsiasi sensazione e minimizzare l’urto. Nella mia testa risuona «I’m tired»di Labrinth e Zendaya:

Ehi, Signore… sai che sono stanca… ehi, Signore… sai, sono stanca di piangere… ehi, Signore, sai, sto combattendo… sono sicura che questo mondo è finito con me… ehi, Signore… lo sai che è la verità… adesso che la marea avanza non voglio vincere… lascia che mi porti via… lascia che mi porti via… andrò avanti per la mia strada… Quanto tempo posso stare in un posto che non riesce a trattenermi… ehi, Signore… sai che sono stanca… ehi, Signore… mi dispiace aver fallito… Perché? Perché non sono una brava persona… questo non è… non è vero… ma non mi conosci più… sì che ti conosco… sono sempre al tuo fianco… mi manchi moltissimo… un giorno vedrai di nuovo… credimi… credimi… per favore, non dire che hai bisogno di me… credimi… credimi… un giorno vedrai di nuovo… credimi… credimi…

La telecamera si allontana e mi mette a fuoco dall’esterno, mentre ballo come una zombie con i piedi incollati a terra. Sogno di camminare da sola per una strada disabitata prima delle 8:16. Una strada parallela ad Avinguda Mare de Déu di Bellvitge, tra la Bodega Bar Ermita e il centre de dia, il centro di assistenza diurna. Mi riparo dal sole. Ho la sensazione di camminare in silenzio con M. Sogno di ripararmi dal sole. Non dormo. Ricordo quello che Susan Sontag diceva sui film di fantascienza in Contro l’interpretazione (1966). Film che parlano della catastrofe, uno dei temi più antichi dell’arte – e non della scienza. L’immaginario della catastrofe svela che viviamo in una doppia minaccia, la quale ci assedia contemporaneamente: la banalità ininterrotta e il terrore inconcepibile.

Mi chiedo se la presenza su TikTok di tante persone che si identificano come donne, e adottano l’autodistruzione e il fatalismo indifferente come tratti della propria ideologia e identità, non evidenzi lo slittamento verso un femminismo sinistro, gotico. Un femminismo della dissociazione, o una risposta post-traumatica all’inclusione delle soggettività femministe (ciò che abbiamo represso e che, inaspettatamente, ritorna in una forma familiare). Insomma, se è la prova che qualcuna di loro si è dissociata, ha separato la coscienza dall’esperienza corporea ed emotiva immediata, o se si tratta semplicemente dell’ennesimo tentativo di attirare l’attenzione mostrando il disagio fisico a un futuro osservatore esterno.

Al riguardo Emmeline Clein sostiene che le bambine o, meglio, quelle che la società contraddistingue come bambine imparano a dissociarsi in età precoce tramite abitudini culturali nel seguente modo: «mi versano della cera calda e poi me la strappano dalla parte più sensibile del corpo, solo perché qualcun altro me la tocchi». Facciamo nostra la dissociazione quotidiana mentre ci vestiamo, ci sistemiamo, forse persino ci trucchiamo, con processi di anticipazione che possono rasentare la paranoia. La dissociazione inizia con il presentimento di come verremo trattate oggi: ci prenderanno sul serio? Ci isoleranno? Ci lasceranno in pace?

Quest’attitudine dissociativa dimostra che il potere non è solo un’istanza esterna che ti domina, bensì un’istanza produttiva che ti porta a fare cose assurde, come partecipare alla #blackoutchallenge di TikTok, una sfida che consiste nel soffocarsi in diretta fino a rimanere incosciente; o al #vabbing, ungerti la pelle con il tuo stesso fluido vaginale per rafforzare la tua autostima, ultima tendenza dell’estate 2022: pratica promossa dall’erotismo self-help che mette a rischio il benessere vaginale allo stesso modo dei dilatatori che O si introduceva nella vagina su richiesta dell’amante René, secondo il quale aveva una vagina troppo stretta.

Le sfide su TikTok sono modelli decisamente spettrali nella via del successo neoliberista di chi aspira a diventare imprenditore di sé stesso. Un percorso aspirazionale che si regge sull’immaginazione della catastrofe, nel significato suggerito da Sontag, ossia di doppia espressione fantasmatica (banalità ininterrotta e terrore inconcepibile). Difatti, nell’estetica radicale in cui la fabbrica non può più dividersi tra la realtà della carne umana e la materialità dello schermo e del suo ectoplasma, ci lascerebbe intravedere quelle che pensatori degli anni Ottanta come Michel Foucault indicavano come mutazioni del liberismo, del mercato lavorativo e dei rapporti sociali in strutture parastatali legate al mercato.

Privatizzazioni di massa e disarticolazioni sindacali che sfociano nell’emergenza di una serie di condizioni materiali legate al genere, alla classe sociale, al colonialismo o all’abilismo, e che determinano le nostre possibilità fattuali; e in cui l’esercizio del potere sarà narrativizzato attraverso un soggetto autogovernato che imprigionerebbe l’individuo in logiche di competitività. Il cosiddetto imprenditore di sé stesso, il selfmade man.

In un simile contesto l’esercizio di potere diventa impensabile, e lo dimostra pure TikTok con modelli verticali simili a quelli che reggevano le vecchie fabbriche fordiste organizzate dal padronato (sopra) e dalla classe operaia (sotto). Nel capitalismo delle piattaforme questi modelli politici muterebbero dall’orizzontalità interpersonale all’orizzontalità dei corpi interconnessi (in rete), ormai interiorizzati dal soggetto politico neoliberista, e non sono più solo produttivi ma anche riproduttivi. Ci manovrano, ci spingono a mettere in primo piano il nostro corpo perché il corpo è la fabbrica. Inoltre, le sfide virali o challenge aggiungono un tocco di decadenza e collasso climatico, di tempus fugit: «Hai meno di un minuto per completare la tua carriera di successo!».

La dissociazione è un al di là, un oltre la disperazione, uno stato out of joint che fugge dal corpo per mancanza di limiti

In questo intreccio di sfide, TikTok sembra invocare lo spirito del programma televisivo statunitense Jackass, famoso negli anni Duemila, in cui un gruppo di trentenni con il complesso da supereroe si sottoponeva a una serie di sfide e torture, con grande spasso degli spettatori adolescenti di mezzo mondo. L’orgoglio della stupidità nichilista incarnato dai protagonisti di Jackass alla stregua dei membri delle confraternite universitarie, portato alle estreme conseguenze, celebrava l’ossessione per il corpo maschile, la puzza e il sudore. Stavano riscrivendo i codici estetici dello slapstick, il sottogenere della commedia basato su uno humour tutto fisico a base di botte e goffaggine estrema.

Gli utenti di TikTok sfidano la morte tramite challenge come il #deathdiving. Con questo hashtag gli appassionati di immersione saltano da altezze smisurate nel tentativo di realizzare la più grande impresa subacquea dei loro tempi. Un altro esempio di sfida sarebbe il freckle trend, in cui gli utenti si incidono sul volto delle lentiggini. È andato avanti finché la star australiana dei reality Tilly Whitfield è comparsa in rete mostrando le cicatrici permanenti sul volto e la cecità temporanea che si era procurata.

La pagina web tiktokdeath.com permette di osservare le morti in diretta e le ferite provocate dall’ideologia del gimmick e del Gimme More.1 Le statistiche dimostrano che le morti superano i ferimenti, e per la grande maggioranza sono l’esito di sfide. Seguono in ordine discendente: gli attacchi ad arma bianca, gli investimenti, le bravate, gli annegamenti, la morte per suicidio, gli omicidi, la caduta libera e le coreografie di danza.

L’ideologia del gimmick – il trucco, l’espediente – crea un dispositivo per risparmiare energie. Questa categoria estetica porta con sé ben più di un po’ di transvalutazione e cosificazione. Nel suo Theory of the Gimmick, la studiosa femminista Sianne Ngai sostiene che il trucchetto ha un valore critico che regolarmente disprezziamo. Si distingue dai suoi parenti kitsch, camp o dall’arte concettuale perché comporta calcoli di valore che lo rendono una forma specificatamente capitalista.

Ngai delinea la natura contraddittoria e capitalista del gimmick, che fa risparmiare lavoro/non fa risparmiare lavoro contemporaneamente; fa lavorare molto duramente/fa lavorare molto poco; è antiquato/è innovativo, è dinamico/è statico, è irripetibile/è riutilizzabile, è trasparente/è oscuro, è biopolitico/è necropolitico. Allo stesso modo, il momento in cui il gimmick risveglia una risposta critica è uno spreco di criticità. Un trucco necessario dovrebbe, per definizione, essere banale. Come lo stesso capitalismo, in cui abbondano i paradossi quali l’obsolescenza programmata e l’innovazione rutinaria, anche il gimmick, inteso quale espediente, bravata, trucchetto, sarebbe una forma fondamentalmente instabile.

La commedia, specialmente quella che David Flusfeder chiama «comedy of procedure», la commedia del processo, si presta particolarmente a dare risalto all’unicità del gimmick come categoria estetica – ossia, come una forma vincolata in modo specifico a un giudizio basato sulle sensazioni provocate dalla nostra percezione della forma […] La commedia del processo trasforma la razionalità moderna in generale in un’esperienza estetica, incoraggiando […] la «visualizzazione della causa e dell’effetto».

Lo stratagemma, il trucco, sarebbe un «dispositivo» o «apparato» comico, centrale nelle prime commedie cinematografiche, come «la macchina delle salsicce, in cui gli animali vengono spinti da un lato per uscire dall’altro trasformati in insaccati; o i grovigli di corde con cui i bambini legano tra loro secchi, coperte e altri oggetti di adulti ignari, che diventano così parti di un elaborato “dispositivo di connessione” – un dispositivo che gli esseri viventi che vi sono immersi non possono vedere del tutto».

Secondo Ngai, il concetto di gimmick compare in modo piuttosto rivelatore negli anni Venti, ovvero in un momento di euforia ed estremo disincanto verso una miriade di tecniche capitalistiche. Il gimmick capitalista è insieme una meraviglia e un trucchetto, una forma con cui ci meravigliamo e di cui non ci fidiamo, che ammiriamo e disprezziamo, e la cui intensità affettiva aumenta proprio a causa di questa ambivalenza. Gli studi di Sianne Ngai si chiedono in che modo una simile ambiguità possa relazionarsi con il tempo (il suo risparmio), il lavoro (la sua riduzione) e il costo (la sua svalutazione) sottoforma di «dispositivo di risparmio di manodopera».

Su TikTok i trucchi sono facili da capire e da tenere sotto controllo. A chi non piace l’idea di ridurre lo sforzo mentale e farsi una risata? Le istruzioni dello #hackegg erano chiare: «Procurati un recipiente profondo, un misurino di vetro andrà bene. Riempilo con un po’ d’acqua e versa un cucchiaio di aceto. Agita l’acqua e l’aceto, infilaci un uovo fresco e poi metti tutto nel microonde per un minuto e mezzo». Le linee guida consideravano che il funzionamento materiale del trucchetto sta nella tentazione e non nel rifiuto delle astrazioni. Quando Chantelle Conway, un’utente, ha proposto una versione modificata della challenge dell’uovo riempiendo una tazza di acqua bollente, rompendo l’uovo con un cucchiaio e poi infilandolo nel microonde per dieci secondi, si è vista schizzare addosso l’acqua ustionante.

Questa riduzione della fatica, secondo Ngai, raggiunge un punto critico nella commedia del processo capitalista in quanto feticizzazione dell’idea. Un’esperienza estetica che celebra la trasformazione delle idee in oggetti (di desiderio, di consumo) tramite la loro rettificazione in un sistema di produzione generalizzato di merci.

La relazione tra il malessere psichico e la dissociazione menzionata all’inizio del capitolo è alla base della serie Euphoria (2019), che presenta scene molto precise al riguardo, come quella che ha per protagonista Rue Bennet:

Uno Due Tre Quattro Cinque Sei Sette Uno Due Tre Quattro Cinque Sei Sette Uno… L’altra cosa della depressione è che il tempo crolla […] All’improvviso le tue giornate si fondono in un loop infinito e soffocante. Cerchi di ricordare le cose che ti rendevano felice […] Ma lentamente il tuo cervello cancella ogni ricordo che ti abbia suscitato gioia. E alla fine riesci solo a pensare che la vita è sempre stata così. E continuerà a essere così.2

Il trauma da abbandono emotivo del Padre etichetta Rue Bennet come persona affetta da Disturbo Ossessivo Compulsivo, Disturbo da Deficit di Attenzione, Ansia e un possibile Disturbo Bipolare Affettivo, anche se la sua rappresentazione suggerisce una personalità borderline con una condotta persistente di ipersensibilità nei rapporti interpersonali, instabilità del vissuto personale e fluttuazioni estreme dello stato d’animo. Rue si affanna per scongiurare l’abbandono aggrappandosi a relazioni precarie e intense che idealizzano e svalutano l’altra persona. Ha un’immagine o una percezione di sé completamente sballata, che oscilla tra gli estremi dell’eccessiva sicurezza e dell’autodistruzione depressiva. A volte Rue si spinge fino ad atti di autolesionismo: pratica il sesso senza protezione, ha desideri di morte automutilante o di scomparsa, tutti sentimenti di vuoto emotivo ed esistenziale che cerca di lenire con il consumo di droghe. Saranno poi le droghe stesse a creare in lei pensieri paranoici transitori o sintomi dissociativi, generati alla base dal disturbo post-traumatico da stress in seguito alla morte prematura del padre.

Oscillo tra due definizioni filosofiche, all’apparenza contrapposte, che Sianne Ngai unisce nel prologo del saggio Ugly Feelings; l’affermazione di Hannah Arendt: «ciò che rende l’uomo un essere politico è la sua capacità di agire», e la descrizione di Baruch Spinoza delle emozioni quali «vacillazioni della mente» che possono aumentare o diminuire la facoltà di agire e di prestare attenzione all’estetica dei «brutti sentimenti»,  nel senso suggerito da Paolo Virno, secondo il quale i «sentimenti di disincanto» indicavano posizioni di radicale alienazione nel sistema di lavoro salariato (opportunismo, paura e cinismo).

Esiste una relazione speciale tra i «brutti sentimenti» e il femminismo dissociativo. I sentimenti non catartici generano un’estetica non catartica: l’arte che producono e mettono in primo piano sarà un difetto nella liberazione emotiva (un’altra forma di azione sospesa). Anche il femminismo dissociativo ha mosso i primi passi sotto il segno dei cosiddetti «brutti sentimenti» come la negazione, la stanchezza o l’irritazione. Una sensazione di sfinimento che la scrittrice e giornalista Shannon Keating amplia nella sua analisi di Tre donne, l’ode di trecento pagine di Lisa Taddeo alla disperazione delle cosiddette donne eterosessuali, in cui segnala che l’elemento più scoraggiante nella narrazione vertiginosa sulla disperazione è che tutto ruota attorno a Loro stesse [«Chi?» si chiede Taddeo / «Tutti» dice sua madre. È profondamente sfinita. È sul letto di morte. «Altre donne, perlopiù»].

Secondo Emmeline Clein, la dissociazione nasce in risposta a una simile disperazione da parte di una comunità di persone identificate come donne bianche eterosessuali, che si struggono per la propria sorte e rispondono al modello di femminilità incarnato dalle protagoniste di Sex and the City: donne bianche, canonicamente attraenti e cis che senza dubbio ottengono tutto più facilmente rispetto alla maggior parte delle altre. Diciamo che Loro hanno il privilegio di classe e sono pure spiritose ed eloquenti. Mi azzarderei ad affermare che la dissociazione viene dopo la disperazione, come spostamento (volontario o involontario) delle emozioni fuori dal corpo. La dissociazione è un al di là, un oltre la disperazione, uno stato out of joint che fugge dal corpo per mancanza di limiti. Un femminismo dissociato, quindi, richiederebbe un’etica del disorientamento al cospetto di un mondo abitato dall’angoscia e dalla disperazione etero-patriarcale che precipita e inciampa su sé stesso. Sarebbe una risposta squilibrata al femminismo ottimista del «benessere» neoliberista con la sua «condizione salutare», legata alla promessa del successo individuale e della felicità eterna. Questa risposta non scenderà in strada come faceva la vecchia militanza femminista, ma trasformerà il dolore in prosa, sublimandolo in messaggi per il suo pubblico dell’oltre, come se il suo atteggiamento cinico e sarcastico fosse lo scudo perfetto contro la morale ipocrita di certi social network e di certe community online.

Note:

1 Un’economia visiva tipica di piattaforme come TikTok in cui risuonano echi di ciò a cui faceva riferimento – prima della crisi economica del 2008 – Britney Spears quando nell’album Blackout cantava: «Cameras are flashin’ while we’re dirty dancin’ / They keep watchin’ (they keep watchin’), keep watchin’ / (Feels like the crowd is sayin’) / Gimme, gimme (more), gimme (more), gimme, gimme (more)» [Le fotocamere lampeggiano mentre balliamo in modo sconcio / sembra che la folla stia dicendo / dammi, dammi (di più), dammi (di più), dammi, dammi (di più)] Jive Records. [La theory of gimmick, traducibile come «teoria del trucco», «dell’espediente», è stata analizzata dalla teorica Sianne Ngai, N.d.T.]

2 Hunter Schafer, Sam Levinson, Ron Leshem e Daphna Levin, Euphoria, Stagione 1 Episodio 7: «The Trials and Tribulations of Trying to Pee While Depressed». A24 Television, The Reasonable Bunch, Little Lamb, DreamCrew, Tedy Productions 2019.