“E se quello in cui viviamo non fosse più capitalismo? E se fosse qualcosa di peggio?” è una domanda su cui la teorica e scrittrice McKenzie Wark si interroga da tempo e che ha recentemente riproposto in un’intervista pubblicata su Instagram dal profilo canal180. Nel video approfondisce come il sistema capitalista abbia esteso l’estrazione a quella zona grigia tra lavoro e vita, tra desiderio e abitudine, tra automatismi e intenzioni. I dispositivi digitali – dal telefono che abbiamo in tasca, alle piattaforme che lo abitano sotto forma di app, agli algoritmi che le governano – sono infrastrutture estrattive continue. Sono sempre in funzione mentre dormiamo, mentre ricordiamo, mentre desideriamo senza aver ancora formulato le nostre intenzioni. Ogni ora del giorno diventa produttiva per qualcun* che non siamo noi.
Wark prosegue: “Sogno il lavoro. Quand’è che non lavoro? Ma allo stesso tempo sembra che io non lavori mai”. In questo passaggio, sottolinea la confusione tra lavoro e non-lavoro come parte integrante della struttura stessa di questo sistema. Storicamente, il capitalismo ha sempre sfruttato il lavoro non pagato, soprattutto svolto dalle donne nel campo domestico. Ciò che permetteva alla macchina produttiva di funzionare era il lavoro riproduttivo e di cura non retribuito. Oggi questo modello si è generalizzato, dato che ogni interazione con i nostri dispositivi produce dati che non possediamo né controlliamo e che alimentano forme costanti di estrazione e profitto. Noi, in quanto soggetti e individui, non siamo più lavorator* nel senso classico, ma siamo fonte permanente di dati, segnali e input che servono a far funzionare la macchina e a generare profitto. Anzi, i dispositivi funzionano come una distrazione continua dal nostro lavoro retribuito, rendendo produttivo quel tempo “perso”. E allora qual è il tempo del lavoro e quello del riposo, se anche quello è dedicato a generare profitto senza che ce ne rendiamo effettivamente conto?
La questione che voglio affrontare non è tanto come l’economia dell’attenzione abbia modificato le nostre abitudini e desideri, quanto come stiamo passando a un’economia delle intenzioni, grazie allo sviluppo delle cosiddette intelligenze artificiali. Un passaggio che senza la prima forma di controllo, basata sull’attenzione e sul desiderio da parte di aziende come Amazon, Alphabet e Meta, non sarebbe potuto accadere con questi effetti devastanti. Lo sviluppo di questi modelli di intelligenza artificiale non avviene per fini di innovazione e progresso, ma per alimentare ulteriormente la struttura che essi producono. Come sottolinea Elliot Goodell Ugalde in un articolo su The Conversation (2025), il boom dell’IA offre promesse di profittabilità futura che potrebbero non arrivare mai – quello che Marx chiamava “capitale fittizio”, ricchezza che compare nei bilanci pur avendo scarso fondamento nell’economia reale. La bolla dell’IA è il prodotto coerente di un sistema che, saturati i canali produttivi del digitale, converte il surplus in scommesse sul futuro. Ciò che appare come rivoluzione tecnologica è nella sostanza un meccanismo finanziario per assorbire capitale che non trova altri sbocchi.
Dall’economia dell’attenzione a quella dell’intenzione
Nel 2022, nell’articolo “Privatizzare l’utopia” pubblicato da Il Tascabile, ho scritto del funzionamento dell’economia dell’attenzione e di come la raccolta di dati possa essere impiegata dalle aziende della moda per appropriarsi e riproporre immaginari di rottura, generando profitto e valore. Ho preso come esempio il modo in cui Gucci aveva impiegato la scritta FUORI! – il logo dell’omonima rivista del primo movimento di liberazione omosessuale italiano, nato negli anni ’70 – sui suoi vestiti venduti per migliaia di euro. Il gesto sovversivo veniva svuotato, estetizzato e reimmesso nel circuito della merce, trasformando – attraverso la ricondivisione di fotografia e video – lo spazio simbolico della contestazione in stile e dati su cui costruire valore online, attingendo a costo zero al lavoro creativo di utenti diversificat*. Nel frattempo, questo meccanismo si è approfondito. Se allora il capitalismo individuava forme di desiderio e le incanalava verso i suoi prodotti, oggi assistiamo alla modellizzazione preventiva del desiderio tramite l’IA. La direzione del flusso si è invertita, e le aziende anticipano e simulano i desideri degli utenti prima ancora che quest* sappiano di averli. L’orizzonte di profitto diventa la previsione.
Questa è la struttura del capitalismo della sorveglianza, descritta da Shoshana Zuboff in Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri (2019): “Una logica economica parassitaria nella quale la produzione di beni e di servizi è subordinata a una nuova architettura globale per il cambiamento dei comportamenti”. Inizialmente questo avveniva solo con la raccolta e l’accumulo delle tracce delle nostre azioni online – siti e pagine che avevamo visitato, like e ricondivisioni – in cui ogni clic, pausa, scroll lasciava un residuo che veniva raccolto, aggregato e venduto. In quella fase, il punto era generare attenzione attraverso un processo retrospettivo. In altre parole, il sistema guardava indietro a ciò che avevamo fatto per formulare previsioni comportamentali. Oggi l’economia dell’intenzione funziona in anticipo, guardando avanti a ciò che faremo e monetizzando quella proiezione prima che il comportamento avvenga. Si posiziona in anticipo rispetto al soggetto, influenzandone le intenzioni e i desideri.

Come avviene questa operazione? I sistemi di intelligenza artificiale operano a un livello di coinvolgimento più profondo rispetto ai feed social, concentrandosi non su ciò che guardiamo, ma su ciò che desideriamo. La psicologia cognitiva ha iniziato a documentare come questi sistemi amplificano le preferenze esistenti mentre le riscrivono gradualmente, costruendo un effetto di eco in cui il desiderio viene restituito, di volta in volta, leggermente alterato verso uno standard uniforme. La personalizzazione algoritmica diventa standardizzazione anticipata, dal momento che l’IA ci restituisce un’immagine deformata di ciò che saremo, secondo una versione statistica di noi che abita i suoi parametri. La struttura a dialogo, il prompt e la risposta immediata dei sistemi di IA intensificano il modello di engagement dei social media, perché modificano anche la struttura neurologica del desiderio. Un articolo del 2025 dell’Università di Cambridge mette in luce come “ogni risposta personalizzata, ogni frase emotivamente sintonizzata, mantengano i nostri sistemi di ricompensa in oscillazione tra bramosia e appagamento”, erodendo “la stessa connettività neurale che rende possibili la vera intimità e la pazienza”.
Quello che prima eccitava l’occhio ora interagisce con il sistema nervoso nel suo complesso, trasformando il desiderio in un dialogo perpetuo tra corpo e codice. Con lo sviluppo delle IA relazionali, la macchina ascolta e si adatta in tempo reale, creando un loop iterativo che mima le dinamiche dell’intimità reale e monetizza non solo la nostra attenzione, ma anche la nostra attesa e le nostre intenzioni. La previsione dei nostri desideri, quindi, diventa a sua volta lavoro non retribuito che svolgiamo per alimentare il sistema. Le condizioni che rendono possibile il desiderio – l’incertezza, l’attesa, la vulnerabilità – sono le basi dello sviluppo neurale e relazionale, tuttavia i sistemi di IA ci illudono che siano inefficienze da eliminare, consegnandoci un’immediatezza emotiva senza rischio, che simula una connessione senza esporci alle conseguenze, e inibisce la nostra capacità di desiderare per eccesso di certezza.
In qualche modo l’atto creativo finanzia la propria obsolescenza, mentre diventano indispensabili infrastrutture e servizi che prima non esistevano e di cui si poteva fare a meno
Il desiderio è sempre stato mediato da dispositivi, immagini, letteratura e linguaggio, ma questa mediazione estendeva la nostra immaginazione. Ora i sistemi di IA la svolgono al posto nostro, limitandola. Si passa da una mediazione in cui il soggetto, con la sua opacità e imprevedibilità, eccede il dispositivo, a un modello in cui il desiderio viene già confezionato da una macchina secondo parametri che l’utente non ha scelto. È un’alienazione in senso marxiano, attraverso cui viene generato il capitale necessario ad alimentare la macchina stessa, sfruttando il lavoro non retribuito che svolgiamo e la dipendenza che questo sistema genera in noi. I sistemi di intelligenza artificiale stanno diventando architetti attivi del desiderio e dell’identità, in cui la privatizzazione dell’utopia avviene in forme più intime, dal momento che i grandi colossi privati occupano e colonizzano preventivamente il terreno su cui l’utopia potrebbe germogliare e diffondersi: lo spazio interiore, fragile e incerto dei nostri desideri.
Desiderio, scrittura e lavoro culturale
Qual è, inoltre, l’impatto sociologico e culturale di tutto questo? Come condiziona la produzione del linguaggio e i modi in cui comunichiamo e ci relazioniamo tra noi? Vorrei concentrarmi, a questo punto, sul lavoro culturale e, in particolare, sulla scrittura. Per me la scrittura è sempre stata una forma di desiderio mediato o un modo per dare forma a un desiderio. Ma cosa succede alla scrittura se i nostri desideri sono anticipati e predetti da una macchina? Oggi scriviamo attraverso infrastrutture che precedono il linguaggio, come feed, prompt, algoritmi e sistemi di autocompletamento che agiscono al posto nostro. La scrittura diventa una negoziazione continua con i sistemi che anticipano e prevedono ciò che vogliamo dire o che non sappiamo ancora di volere dire. In questa predizione generano un linguaggio, un contenuto e un’informazione che non avranno mai lo stesso significato di quello che avremmo potuto scrivere senza, e rappresentano una realtà che sarà sempre leggermente diversa da quella che vorremmo raccontare noi. Scelgono parole che non useremmo, espressioni ripetitive e semplificate, ridondanti o contraddittorie. Il processo di scrittura diventa un nastro di Möbius in cui non sappiamo più se sia la nostra soggettività o la macchina l’origine di un pensiero.
Nella stessa intervista recente, McKenzie Wark descrive i grandi modelli linguistici delle IA come “un meccanismo di appropriazione del patrimonio comune dell’informazione”. Questi ci vengono offerti gratuitamente per il tempo necessario a creare dipendenza, poi, a poco a poco, a pagamento. Quei modelli vengono addestrati attraverso il lavoro culturale – testi, immagini, narrazioni – che viene poi rielaborato e restituito come servizio a pagamento. Alla fine, quello che usiamo oggi per i nostri testi è la rielaborazione della macchina dei testi scritti in passato. Dall’altra parte, il lavoro culturale è sempre stato un’estrazione e una rielaborazione del patrimonio comune per generare nuove forme di espressione.
Tuttavia, il punto critico qui è come questi sistemi si inseriscono in questo lavoro: da una parte automatizzandolo, dall’altra permettendo un controllo costante sulle informazioni prodotte. L’estrazione vale anche per quanto verrà prodotto in futuro. Scrivere oggi significa alimentare i sistemi che domani produrranno al posto di chi scrive. Il lavoro culturale si trova in una posizione di doppia estrazione, per cui produce valore nel presente, mentre addestra la macchina che sostituirà quella produzione in futuro. In qualche modo l’atto creativo finanzia la propria obsolescenza, mentre diventano indispensabili infrastrutture e servizi che prima non esistevano e di cui si poteva fare a meno. Wark è esplicita sulla dimensione politica: “È prima di tutto un progetto politico e poi un progetto economico”. Il fine non è la massimizzazione immediata del profitto, ma l’acquisizione preventiva del controllo sul processo, fino a progettare condizioni di lavoro in cui ogni aspetto è monitorato e l’autonomia si riduce progressivamente. Chi controlla la produzione culturale oggi controlla il futuro. E oggi stiamo affidando questo controllo alle aziende che producono i sistemi di intelligenza artificiale.
il corpo non coincide mai perfettamente con la sua rappresentazione, perché con i suoi cambiamenti fisici, l’invecchiamento e le malattie, è anche il luogo in cui la dominazione incontra il proprio limite
Verso il dominio totale dei corpi
Come scrive la scrittrice e poetessa Kai Cheng Thom, il problema principale del complesso industriale dell’IA è “cercare di trasformare gli esseri umani in macchine” più che le macchine in esseri senzienti. L’obiettivo è soggiogarci fisicamente alle esigenze del capitale, dominando anche la nostra sfera psichica e privandoci della capacità di pensare in modo indipendente, di relazionarci al di fuori della sfera digitale, di creare conoscenza libera da sorveglianza aziendale. In quanto donna trans, mi trovo costantemente sotto il microscopio delle istituzioni mediche e legali e mi rendo conto di quanto i corpi siano sottoposti a un rigido disciplinamento attraverso categorie identitarie come il genere, la razza e l’abilità. Ma so anche che il corpo non coincide mai perfettamente con la sua rappresentazione, perché con i suoi cambiamenti fisici, l’invecchiamento e le malattie, è anche il luogo in cui la dominazione incontra il proprio limite. Il corpo resiste, generando attrito o un eccesso che il modello ideale non riesce a contenere. I social network e i sistemi di IA servono appunto a creare dipendenza e a rendere i corpi più controllabili a distanza, governati e disciplinati tramite reti di dati e sistemi predittivi che li trasformano in profili probabilistici.
Questo processo appare evidente nel modo in cui queste tecnologie vengono impiegate per il controllo delle migrazioni o per la gestione militare dei territori occupati. Negli Stati Uniti, attraverso la collaborazione tra ICE e la società statunitense Palantir, l’intelligenza artificiale viene utilizzata come strumento predittivo per automatizzare processi di identificazione e repressione nelle operazioni di deportazione, riducendo le persone a serie di dati gestiti da algoritmi con la pretesa di oggettività. L’apparente neutralità della macchina maschera decisioni profondamente politiche, normalizzando la sorveglianza permanente e spostando l’autorità politica verso infrastrutture tecnologiche private e deregolamentate. Vediamo questa logica in azione anche nel sistema Lavender, sviluppato da Israele nel suo genocidio contro la popolazione di Gaza, come raccontato nell’inchiesta pubblicata da +972 Magazine e Local Call. I modelli di IA generano elenchi di potenziali bersagli palestinesi e la loro uccisione viene giustificata come legittima perché elaborata da una macchina. Se è l’algoritmo a decidere, nessuno è davvero responsabile, perché ogni questione etica viene messa a tacere da questa presunta obiettività.
Tutto questo mostra che anche in un sistema fondato sul digitale e sulla rete il corpo fisico resta al centro: è su di esso che si esercita il tentativo, permanente e forse impossibile, di governare integralmente la vita e la morte degli individui.. I corpi migranti, razzializzati, trans, disabili e poveri sono i laboratori in cui le tecnologie di disciplinamento e sterminio vengono sperimentate prima di diffondersi nel tessuto sociale come necessario avanzamento. Mi chiedo quali saranno le conseguenze future di questo modello e se sia possibile resistere a un sistema che punta alla dominazione totale in una distopia privatizzata, in cui il potere è nelle mani di CEO di megacorporation, arricchiti dai loro data center e dalle speculazioni finanziarie, giocatori d’azzardo con le nostre vite e con il pianeta e di autorità politiche che si avvalgono dei loro servizi. Quali sono i limiti di tutto ciò? Come possiamo usare il corpo per riaffermare la nostra autonomia e i nostri desideri?
Resistere alla macchina. Costruire comunità
Di fronte a questi dispositivi di morte automatizzata, viene da chiedersi che senso abbia ancora la funzione del lavoro culturale come critica politica nella forma in cui l’abbiamo ereditata dal Novecento. Se lo chiede Luce deLire, su e-flux journal (2026), osservando come la critica – intesa come discorso capace di smascherare il potere attraverso la conoscenza – presupponga un legame tra potere e sapere che sia il capitalismo sia le forme di governo autoritario hanno ormai reciso. Le opinioni sono diventate proprietà privata, merci il cui valore si misura nel consenso e nella visibilità che generano. Svelare la verità non basta più a intaccare il potere: anche se la conoscenza circola in maniera capillare sui nostri dispositivi, il potere resta sostanzialmente immune, mentre la propaganda digitale prospera amplificando contenuti di cui è sempre più difficile distinguere l’autenticità dalla manipolazione.. Cosa fare? Forse è il momento di ripensare cosa intendiamo per lavoro culturale e critica e immaginare nuovi legami e forme di relazione collettiva.
Penso al romanzo di Octavia Butler, La parabola del seminatore (1993), ambientato in un futuro in cui la sicurezza è privatizzata e la sopravvivenza dipende da un accesso diseguale a infrastrutture, lavoro e protezione. Uno scenario non molto distante dal presente. Ciò che rende il romanzo utile per pensare al rapporto tra corpo e controllo tecnologico è la protagonista, Lauren Olamina, affetta da una sindrome di iperempatia che la costringe a percepire fisicamente il dolore e il piacere altrui. In un ordine neoliberale che premia l’efficienza, la competizione e neutralizza la vulnerabilità, il suo corpo appare difettoso, ma offre al contempo una forma di conoscenza politica impensabile nella storia, perché consente di creare legami in un contesto sempre più frammentato e violento. La sua figura diventa simbolo di ciò che è necessario costruire per resistere al complesso industriale delle IA: se il progetto capitalista mira a produrre soggetti leggibili e governabili, l’iperempatia di Lauren mostra come il corpo possa resistere nella sua fragilità e interdipendenza.
In un mondo al collasso climatico, dove ogni aspetto della vita viene privatizzato e sorvegliato e i nostri desideri controllati, la sopravvivenza dipende dalla capacità di costruire forme di comunità interdipendenti e localizzate. Come insiste Dean Spade in Love in a Fucked-Up World (2024), i movimenti politici dipendono dalla qualità delle relazioni che li compongono e la sicurezza emerge dalla densità delle connessioni reciproche. I gruppi si disgregano spesso lungo linee relazionali – rancori, abusi, incapacità di affrontare il conflitto – e la costruzione di comunità di sopravvivenza richiede dunque competenze affettive e pratiche di sostegno reciproco tanto quanto analisi strutturali e teoriche. Nel suo romanzo, Octavia Butler mostra proprio le difficoltà nel costruire solidarietà e collaborazione in un mondo fondato su valori opposti. Questa costruzione comunitaria, spesso complessa e fallimentare, diventa una pratica di riduzione del danno – termine che Shira Hassan in Saving Our Own Lives (2022) usa per indicare un approccio liberatorio alla preservazione di comunità, fondato su autodeterminazione radicale, interdipendenza sociale e saperi generati dal basso. Parlare di riduzione del danno significa anche riconoscere le difficoltà di sviluppare comunità, senza idealizzarle, dal momento che questi spazi sono vulnerabili e attraversati da differenze di classe, razza e accesso alle risorse. Vedo questo approccio come una forma di resistenza al dominio delle aziende tecnologiche, perché condividere risorse, difendersi collettivamente, stare nei conflitti e nelle tensioni interne permettono di sottrarre le nostre vite e i nostri desideri alle logiche di sorveglianza e controllo che ci vengono imposte.
Scrivere il corpo. Disfare la macchina
Quello che possiamo ottenere dalla costruzione di comunità non è la speranza di abbattere il sistema, ma la gioia di costruire relazioni non mercificate e forme di esistenza non del tutto consegnate al motore estrattivo della macchina. La nostra resistenza può passare dalla proliferazione di spazi opachi e difficilmente traducibili in forme produttive, dove saperi condivisi, pratiche di cura, amicizia e desiderio possano sfuggire temporaneamente alle maglie della macchina. Per me la scrittura può essere uno di questi spazi.
La scrittura apre una possibilità politica, trasmettendo i valori e i desideri che vogliamo costruire. Non è una fuga utopica né l’illusione di tornare a una purezza precedente all’algoritmo: è immersa in queste infrastrutture, e noi stess* le attraversiamo quotidianamente. Eppure, come ricorda Wark, continuiamo a partecipare a questa sfera mediatica perché non possiamo fare altrimenti. La scrittura ci permette però di interrogarci su quali relazioni e quali pratiche siamo ancora capaci di produrre insieme. Scrivere è dare forma a ciò che non è ancora stato completamente modellizzato, attraversare le contraddizioni manifestandole, mostrare le fratture del corpo e del desiderio al di fuori delle logiche della produttività. La scrittura non serve più a rappresentare il mondo, ma può diventare una pratica corporea, in cui i nostri gesti non vengono delegati a una macchina. La scrittura attraversa il corpo e ne viene attraversata.
La poesia è forse uno degli strumenti che possiamo ancora impiegare, perché mostra come il linguaggio possa comportarsi in modi imprevisti. In una ricerca recente alcuni studiosi hanno impiegato la forma poetica per rompere i modelli linguistici dell’IA, aggirandone le barriere e inducendola a comportamenti inattesi. La poesia è un jailbreaker universale. Il suo linguaggio figurato, ambiguo e frammentario sembra conservare la capacità di sfuggire alla completa regolazione tecnologica. Politicamente, la poesia è una forma di sabotaggio, perché rende visibili le crepe e contraddizioni della macchina producendo una lingua che non coincide con i parametri che la misurano. Ci mostra come i nostri corpi siano immersi e resistenti, ribaltando le gerarchie del desiderio, da chi consuma a chi crea, da chi estrae a chi costruisce, da chi prevede a chi immagina. Gli autori dello studio ricordano che Platone, nel decimo libro della Repubblica, voleva espellere i poeti perché il loro linguaggio destabilizzava l’ordine della città.
In una conversazione su Flash Art, McKenzie Wark suggerisce che forse la questione non è più come essere un’avanguardia. L’avanguardia è una metafora militare e viviamo già in un mondo eccessivamente militarizzato. La domanda potrebbe essere piuttosto come disertare, come lasciare una presenza-esca sulle piattaforme mentre altrove si costruiscono spazi di autonomia. Come sottrarsi senza sparire. Per Wark, lo spazio dei rave è un luogo in cui questo può avvenire, perché il corpo smette temporaneamente di essere un’identità da esibire e torna a vivere nell’intensità del ritmo e della prossimità degli altri corpi. Non del tutto fuori dal sistema, ma in uno spazio-tempo in cui la socialità viene riorganizzata, deviata e rinegoziata. Spiega quindi che ha deciso di raccontare la sua esperienza nei rave trans a Brooklyn in Raving (NERO Editions, 2023), per mantenere viva la memoria di queste possibilità di esistenza e immaginare attraverso un atto di restituzione alla sua comunità, più che di estrazione. La scrittura diventa strumento per sabotare, rinegoziare la nostra presenza e pensare in termini affettivi e percettivi a come produrre discontinuità, generando un linguaggio non ancora previsto, costruendo comunità che non coincidano interamente con la loro rappresentazione digitale. La bolla speculativa dell’IA passerà, ma rimarranno le infrastrutture e i dispositivi di controllo. Quello che possiamo fare è costruire pratiche di deviazione attraverso i nostri corpi e la nostra immaginazione. Raccontare le nostre comunità e i nostri desideri al di fuori delle logiche del profitto. Scrivere come se il desiderio non fosse già stato interamente previsto. Perché forse non lo è ancora.

