Contro l’attivismo tecno-feticista

È possibile sottrarre Internet, nato come esperimento militare, alla sua natura intrinsecamente violenta?

Questo articolo rappresenta una riflessione critica in risposta a progetti d’arte contemporanea come Collectivize Facebook (“Collettivizzare Facebook”) dell’artista Jonas Staal e dell’avvocato Jan Fermon. Qui Vinit Agarwal problematizza l’appello strategico del progetto, evidenziando la relazione geopolitica tra tecnologia e modernità abbracciando una prospettiva tecno-materiale. L’articolo è stato originariamente pubblicato sull’online journal dell’Harun Farocki Institut Mercedes #2 “Mutual Aid”, a cura di Tom Holert e Doreen Mende, nel Maggio 2020. 

Attualmente, Vinit Agarwal vive nel villaggio natale di Banera, nel Rajasthan. Nell’ambito della sua tesi OralOsmOsis, realizzata con la collaborazione di Kodwo Eshun, ha studiato l’oralità, l’epica e le possibilità narrative del suono nel cinema d’avanguardia indiano, per poi contribuire come ricercatore alla mostra A Slightly Curving Place curata da Nida Ghouse presso l’HKW di Berlino, sviluppata a partire dalla pratica dell’archeologo del suono autodidatta Umashankar Manthravadi. Il 18 Novembre, Vinit Agarwal presenta a Torino la listening session The sound has fallen nell’ambito della prima giornata del festival Sound Quests, a cura di ALMARE, ospitata dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

Collettivizzare Facebook e altri sogni elettrici

Scrivo questo messaggio dalla prospettiva opposta all’iniziativa Collectivize Facebook ed è da questa prospettiva che pongo la questione, apparentemente inverosimile, dei diritti dei popoli indigeni, dell’estrattivismo minerario, dello sfruttamento della terra e della disuguaglianza ai danni di chi sostiene i costi materiali delle istanze di collettivizzazione di un bene “globale” che stanno alla base di un attivismo tecno-feticista.

Per chi non ha tempo di leggere: IA, linguaggi di programmazione, server dati, fibre ottiche sottomarine che fanno funzionare Internet, satelliti. La vera e propria logica dello sviluppo di queste tecnologie si è basata sulla palese distruzione di alcune parti del mondo e delle loro popolazioni, sul continuo spargimento di sangue nei loro territori, sulla svalutazione delle loro conoscenze e delle loro tecnologie. Ironia della sorte, questo processo di svalutazione e sfruttamento si alimenta continuamente dell’ulteriore sfruttamento dei lavoratori delle fabbriche e dei professionisti delle tecnologie informatiche locali, con lo smaltimento dei rifiuti elettronici, dopo esser stati selezionati e rielaborati a mano da donne e bambini, negli stessi luoghi in cui sono stati estratti i minerali. 

Ecco un’immagine di Seelumpur: a differenza di NY, Seelumpur è una città sconosciuta alla maggior parte dei benpensanti dell’arte contemporanea. Un reportage pubblicato su The Hindu, nel settembre 2019, mostra questo:

Filo di rame riciclato in casa dai rifiuti elettronici (foto Bloomberg)

La logica di sfruttamento non riguarda l’applicazione di queste tecnologie e la loro proprietà. Se continueremo a programmare Facebook con PHP, Python, Erlang e D, se i database continueranno a basarsi sull’estrazione e la raccolta di dati depositati in SQL (Sequential Query Language), Oracle e altri sistemi di gestione di database relazionali, se nei sistemi di traduzione come DeepL su BRNN (Bidirectional Recurrent Neural Networks) l’intelligenza artificiale continuerà a girare su sistemi basati su NVIDIA o Deep Learning, fino a quando Internet funzionerà sulla base della propagazione di segnali laser in fibre ottiche e delle telecomunicazioni su satelliti, allora Facebook non smetterà mai di costituire un sostanziale sistema di sorveglianza, complice delle strutture capitalistiche, la cui capacità di manipolazione del desiderio e delle collettività non verrà in alcun modo intaccata

Certamente, per le élite dominanti, sarà possibile trasformarsi in forme di collettività apparentemente più grandi, più inclusive. Nei paesi sfruttati, le élite locali verrebbero tranquillamente e sempre più frequentemente integrate in queste forme di collettività –  avremmo “pari opportunità” estese ai rappresentanti delle diaspore e delle élite native, al fine di ottimizzare le modalità di sfruttamento di una parte della popolazione – ovvero quella indigena, dalit e adivasis, lavoratori delle fabbriche e coloro a cui sono state sottratte terre, montagne e fiumi. 

Per dirla con Ursula K. Le Guin, c’è sempre un bambino nel ripostiglio delle scope, a meno che non ci si allontani da Omelas. Nel mio villaggio in Rajasthan abbiamo un detto: “Le maledizioni lanciate dalle persone morenti rimangono attaccate a lungo agli assassini e continuano a realizzarsi per secoli nei loro clan”. Le ripercussioni del colonialismo e della modernità sono ancora palpabili. I privilegi costruiti attraverso quella che Georges Batailles definiva la “parte maledetta” (ovvero il dispendio improduttivo delle risorse, il consumo, lo spreco, il lusso) devono essere sradicati, prima che qualsiasi idea di collettivizzazione di Facebook, Instagram, Tiktok, Zoom, Jitsy, Skype o sogni elettrici di IA socialiste e Realtà Virtuale comuniste possano prendere vita.

La prospettiva opposta, ovvero quella che assumo nello scrivere,  viene spesso “esclusa in prima battuta” per tutta una serie di ragioni contingenti:

1) è opinione comune che nei momenti di crisi sia necessario reagire in maniera immediata e tempestiva. Le motivazioni, di solito, sono le seguenti: primo, c’è l’opportunità di farlo, “ora più che mai”. In secondo luogo, “non è il momento di discutere”, ma di agire. Terzo, “dobbiamo agire ora prima che sia troppo tardi”.

2) Si suppone che la diversità, la complessità di opinioni, le minoranze marginalizzate verranno comunque incluse nella discussione dopo la prima fase, cioè nella seconda, terza o quarta fase. A quel punto, potremmo persino permetterci di festeggiare l’inclusione della diversità. Tornate nella seconda, terza o quarta fase, per favore. Tornate quando sarete chiamati in causa.

3) Ogni grande rivoluzione dovrebbe essere inaugurata a partire da “un’economia dei piccoli gesti”: una volta che saremo riusciti a collettivizzare Facebook e simili, potremo occuparci della questione dei lavoratori neri e poi potremo persino includere le voci indigene! Allora il movimento sarà una vera “Internazionale”! In tal senso, è importante evidenziare un’ulteriore divisione nelle comunità nere e indigene, fondata sulle differenze di classe: c’è chi frequenta le scuole della Ivy League e commenta su Facebook il razzismo negli eventi di arte contemporanea a Londra. E c’è chi paga il prezzo della stessa possibilità di commentare, morendo avvelenato lentamente nelle miniere di bauxite in Ghana. Le miniere vengono sfruttate e svuotate. E poi rimane un vuoto, un dono velenoso della modernità. Detriti vuoti accanto a un villaggio. Accanto al mio villaggio.

Di cosa è fatto Facebook? Potremmo suddividerlo in molti livelli; io ve ne propongo tre, ispirati all’informatica e alle teorie del networking:

  1. Livello dell’applicazione
  2. Livello dei dati
  3. Livello dell’infrastruttura

Iniziamo dal terzo livello, quello dell’infrastruttura.

Dalla prospettiva opposta, quella da cui scrivo, si possono scorgere le miniere da cui viene estratto ogni centimetro di silice per la produzione di semiconduttori e le terre rare i cui minerali sono necessari per i condensatori e per ogni bit di archiviazione dati. Che cos’è un condensatore? All’interno di un condensatore, due fili conduttori sono separati da una serie di isolanti – vi lascio indovinare di cosa sono fatti questi conduttori e isolanti  e da dove vengono estratti. 

Questo minuscolo oggetto è alla base di ogni implementazione digitale e, di conseguenza, di ogni dibattito sul digitale interno al sistema dell’arte contemporanea:  la forma binaria della memorizzazione dei dati, tutti gli uno e tutti gli zero si manifestano materialmente in questo minuscolo demone. Il micro, come sappiamo da tempo, è ben più distruttivo del macro. Il bit (che utilizziamo come unità di memorizzazione in Megabyte, Gigabyte e Terabyte), è l’abbreviazione dell’espressione Binary Digits: ogni bit corrisponde ad un singolo valore binario: uno o zero. Tramite i condensatori, i i computer traducono gli uno con una tensione positiva (comunemente 5 volt o 3,3 volt) e gli zero come 0 volt (è possibile vedere molti di questi condensatori nella foto precedente, nella quale alcune donne raccolgono rifiuti elettronici).

Durante la mia formazione in Ingegneria Elettronica e delle Comunicazioni alla Rajasthan University ho seguito diversi corsi, sia teorici che pratici, sulle tecnologie dei semiconduttori e dei circuiti elettronici. Nei laboratori, le linee di zinco, rame, alluminio e dei vari materiali conduttori venivano messe su un circuito stampato sul quale venivano aggiunti condensatori e semiconduttori, identificandoli tramite codici e nomi scritti in caratteri minuscoli su linee variamente colorate. Il circuito stampato era un modellino degli schemi circuitali contenuti nei nostri appunti. L’assistente di laboratorio spesso si infastidiva per la grande quantità di semiconduttori che riuscivamo a distruggere e che doveva puntualmente sostituire. Costavano molto, quindi a volte si limitava a prendere in mano la situazione e a mostrarci le procedure corrette, anziché lasciarci sperimentare.

Alimentatore per Raspberry-PI + Disco Rigido

Nello schema circuitale del disco rigido qui sopra, c1-c8 sono condensatori, D1 e D2 sono diodi e il LED1 che vediamo in basso a destra è un diodo a emissione luminosa. Tutte queste componenti sono costituite da minerali estratti dalla terra, nelle miniere, e lavorati attraverso un processo specifico. Nell’ingegneria elettronica, questo processo si chiama lavorazione e produzione di semiconduttori. Vi siete mai chiesti perché la Silicon Valley si chiama “silicon”?

Mettendo da parte l’elettricità (il cui immenso consumo in tecnologie come la blockchain e i data center su larga scala richiederebbe una lunga trattazione a sé), questo è il minimo circuito di base necessario per il funzionamento di un’unità di memorizzazione. Molte di queste unità di memoria sono utilizzate per memorizzare i dati su Facebook: una volta che avremo collettivizzato Facebook, i nostri dati saranno ancora memorizzati su hard disk o in un data center?

Anche se indossa dispositivi di protezione individuale, la persona che vediamo nella fotografia non è un lavoratore in prima linea contro il Coronavirus, ma è stato fotografato in un impianto di produzione di semiconduttori a Taiwan. Nel paragonare queste categorie di lavoratori, non è mia intenzione evidenziare le differenze, bensì, al contrario, individuare i punti in comune: per cominciare, la persona fotografata rischia di essere esposta a sostanze chimiche tossiche, esattamente come succede al personale medico. “A prima vista, l’industria dei semiconduttori sembra sterile. Tra le camere bianche e i dispositivi di protezione individuale (DPI) come guanti, camici e respiratori, le condizioni degli impianti di produzione di chip sono state descritte come più pulite di quelle di un ospedale medio” dichiara Megan Ray Nichols ad EHS Today.

Volete vedere la magia dei programmatori di IA nella Silicon Valley che si fonde a quella delle attività di estrazione mineraria? Ci sono molti esempi, eccone uno:

Un tipico kit di intelligenza artificiale NVIDIA contiene molti chip di semiconduttori. Anche se si trova in fondo alle classifiche di produzione di semiconduttori (che sono per lo più utilizzati in beni di largo consumo come i personal computer), NVIDIA è alla base del 90% degli sviluppi dell’intelligenza artificiale.

Qui, un elenco delle quote di mercato dei produttori di semiconduttori.

Dalla presentazione della GPU (unità di elaborazione grafica) per data center NVIDIA® V100 Tensor Core, sul sito web del marchio:

Non dimentichiamo inoltre che l’architettura stessa di Internet si basa sulla fibra ottica. Le tecnologie di produzione, distribuzione e controllo possono essere identificate allo stesso modo.

“Il Fibre-optic Link Around the Globe (FLAG) è un cavo di comunicazione in fibra ottica lungo 28.000 chilometri (17.398 miglia; 15.119 nmi), per lo più sottomarino, che collega il Regno Unito, il Giappone, l’India e molte altre località. Il cavo è gestito da Global Cloud Xchange. Il sistema va dalla costa orientale del Nord America al Giappone. Il suo segmento Europa-Asia è il quarto cavo più lungo del mondo”.

www.submarinecablemap.com

africandiaspora.wisc.edu

Osservando la giustapposizione di queste mappe, potremmo notare come, in qualche modo, le linee tracciate dai cavi sottomarini moltiplichino quelle delle rotte della tratta atlantica – le vie del  commercio triangolare. Quali nuove forme di razzializzazione e di schiavitù vanno producendosi oggi? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo guardare all’interno di un programma informatico. Assumiamo X come variabile. La Stringa X = “essere”; Y=X. X può essere privato del suo essere persona, fino a diventare un puro valore infinitamente trasferibile.

“Ciò che emerge dal principio nel discorso di Du Bois e che rimane presente in tutto il suo itinerario concettuale è che sia necessario, per pensare la possibilità di qualcosa come un soggetto afroamericano, essere in grado di pensare non solo le pratiche sociali effettive che danno alla nostra modernità storica il suo carattere specifico, ad esempio il funzionamento delle pratiche sotto il segno distintivo della razza, ma la possibilità infrastrutturale, più radicale, dell’identità e dell’identificazione.” (Nahum Dimitry Chandler, X—The Problem of the Negro as a Problem for Thought).

Non c’è bisogno di tirare a indovinare per capire chi possiede e manipola la tecnologia di questi cavi.

www.wired.com/story/google-cramming-more-data-new-atlantic-cable

È possibile sottrarre Internet, nato come esperimento militare, alla sua natura intrinsecamente violenta? Solo una parola può indicare in modo chiaro le responsabilità: infrastruttura. La critica baudrillardiana alla pura economia del segno si applica qui all’uso di Facebook come segno.

“Un ultimo errore concettuale è la tendenza diffusa a confondere la rete con una o più applicazioni utilizzate dalle persone. Così, ad esempio, molti utenti pensano che il World Wide Web sia ‘Internet’. Altri commettono lo stesso errore nei confronti di Facebook (si veda ad esempio Moo 2016). Ma il Web e Facebook sono solo esempi particolari di servizi abilitati all’elaborazione dei dati che funzionano sull’infrastruttura che costituisce Internet, e scambiarli per la rete è analogo a pensare che i treni intercity, ad esempio, definiscono il sistema ferroviario.” (John Naughton, “The Evolution of the Internet: from Military Experiment to General Purpose Technology,” Journal of Cyber Policy 1/1 [2016]).

A 24 chilometri dal college in cui studiavo, sulla strada per il mio villaggio, c’era un luogo contrassegnato dal gruppo Vedanta per l’estrazione di zinco. In quei giorni, le pantere delle colline di Aravali avevano iniziato a tornare nei villaggi vicini. Il gruppo Vedanta ha avviato un programma educativo per sostenere gli abitanti dei villaggi e fornire loro istruzione,  progetti per la salute, l’emancipazione femminile e lo sviluppo di competenze. La Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) è sia un atto comico autodelirante che una macchina strategica atta a produrre divisioni nelle popolazioni (per la dichiarazione di Vedanta sulla sua politica di RSI, cliccare qui ).

Dopo l’università, per il mio primo lavoro come programmatore di computer, sono stato selezionato da Infosys, un gigante indiano dell’IT che gestisce il più grande centro di formazione residenziale del mondo a Mysore, vicino a Bangalore. Nel 2009 ci stavamo riprendendo dalla crisi dei mutui subprime ed eravamo felici di venire finalmente assunti dopo una lunga attesa di un anno dalla laurea nel 2008. Non avevamo paura di andare a Bangalore, a 1800 chilometri di distanza dai nostri villaggi e dalle piccole città del Rajasthan. Nessuno di noi pensava che ci sarebbe stato un giorno in cui saremmo dovuti tornare a casa a piedi. Un giorno in cui non ci sarebbero stati mezzi di trasporto.

Coda di registrazione in Uttar Pradesh nel maggio 2020 per i lavoratori migranti che chiedono il trasporto per tornare a casa durante la Covid-19.

Collettivizzare internet, collettivizzare la tecnologia. Imparare la techné non da Heidegger, ma dai popoli indigeni. E niente fuffa sull’estetica simbolica all’ombra dell’arte contemporanea: solo un cambiamento strutturale potrebbe condurre al successo di una simile impresa.

Vinit Agarwal è un artista e ricercatore indiano; nel 2019 si laurea in Critical Curatorial Cybernetic Research Practices presso la HEAD di Ginevra, dopo aver lavorato per otto anni come ingegnere informatico.