Buon paradiso fiscale a tutti

Intervista al Demystification Committee, il collettivo di artisti che ha trasformato la finanza offshore in un gioco

Il Demystification Committee è un collettivo artistico dedicato all’analisi e allo studio delle piattaforme, delle reti e dei flussi di capitali e informazioni. Stanziato tra Londra e Berlino, il collettivo indaga «i sistemi di potere occulto che influenzano la nostra società», e attualmente «si preoccupa della relazione tossica tra sovranità e capitale, e della frizione tra reti di comunicazione e infrastrutture di potere».

L’obiettivo è la «ricerca di narrative alternative ai miti dominanti che circondano la tecnologia e la società», operazione svolta attraverso l’invenzione e la messa in funzione di vere e proprie macchine reticolari – nonché tramite una buona dose d’ironia e di umorismo. Diramazioni essenziali all’attività del gruppo sono il sound-system Network Ensamble (un progetto data-noise che ha l’obiettivo di rendere percepibili le misteriose connessioni di rete che attraversano corpi e spazi), e la struttura aziendale internazionale denominata Offshore Investigation Vehicle, per mezzo della quale il collettivo è riuscito a indagare i leggendari paradisi sommersi della finanza – e di cui potrete avere un panorama più che vasto scaricando questo monumentale PDF. Tra le ultime produzioni del collettivo vi è l’Offshore Economist, versione iperreale e irriverente, totalmente dedicata all’economia sommersa, del settimanale Economist.

In Italia, le azioni del Demystification Committee hanno trovato un’immediata sponda nel lavoro di Rizosfera (se volete saperne di più, fate un giro qui); ma per comprendere meglio sia l’Offshore Economist, sia il lavoro del Committee e quello ben più occulto della finanza offshore, ho pensato di contattare direttamente i misteriosi membri del collettivo per porre loro alcune domande. Ciò che è (parzialmente) emerso dagli abissi lascia di certo sbalorditi: data-kraken tecnocapitalisti, contadini folli, mutande, scene musicali sommerse e, soprattutto, noci di cocco allusive… Il sole non tramonta mai su Empire Management Limited!

Demystification Committee, dopo essere stati artisti residenti al Vilém Flusser Archiv di Berlino nel 2017, siete stati tra gli artisti invitati a Transmediale 2018, ancora una volta a Berlino. Lì avete presentato l’Offshore Investigation Vehicle e l’Offshore Economist. Cos’è esattamente e quali sono gli obiettivi dell’Offshore Economist?
L’Offshore Economist è una pubblicazione in formato digitale, lunga cinque metri, che tratta di paradisi fiscali. Il progetto è pura sperimentazione sull’estetica, non solo visuale, della finanza offshore: un mondo duplice e scivoloso, non tanto surreale quanto oltre il reale, sempre valido e mai veritiero. L’Offshore Economist tocca alcuni degli aspetti più bizzarri di questa impresa dell’immaginazione su scala globale che è la finanza offshore.

La pubblicazione è stata proposta dagli azionisti dell’Offshore Investigation Vehicle, un gruppo aziendale tricefalo che controlliamo da Londra, ma con sussidiaria nelle Seychelles e rapporti bancari a Puerto Rico. Dopo avere costituito l’Offshore Investigation Vehicle, nell’estate 2017, abbiamo affittato una sala da conferenze a Berlino e tenuto la prima riunione generale degli azionisti del gruppo. Tra le varie proposte sul da farsi, ora che una piccola comunità di gonzo-azionisti ed esploratori finanziari si era creata, c’era quella di lanciare una versione falsa, dunque ironica, del rinomato settimanale Economist. Una versione che ne rispecchiasse l’impaginazione, ma trattasse delle crepe e delle linee di fuga sulle quali i paradisi fiscali basano il diritto societario, vantaggioso per chi è altrove, e attraverso le quali si forma la nebbia seducente della finanza offshore.

La proposta, discussa e approvata all’unanimità, si è trasformata appunto nell’Offshore Economist, una pubblicazione che dà consigli e insegna trucchi per muoversi al meglio nella fitta nebbia offshore, ed allo stesso tempo ne problematizza alcuni aspetti facendo uso di poesia, finzione, legalese ed ironia. La scelta del formato digitale risponde alla necessità di creare un prodotto di impaginazione fluida ma scivolosa, difficile da inquadrare. L’Offshore Economist propone cinque metri (un limite imposto dal software, noi ne volevamo altri cinquanta) di estetica in continuo cambiamento, anche drastico, ma sempre scorrevole, o «scrollable».

Anche i contenuti si alternano in modo avventuroso: un viaggio nello spazio a metà tra la musica elettronica e i paradisi fiscali, guidato dal Kyberneticos Kommando; un compendio di tattiche finanziarie aziendali redatto da Brett Scott; aneddoti di finanza nera al cortisolo presi in prestito dal fittizio W. G. Hill; una poesia di Annelyse Gelman in frammenti, quasi codificata, come i documenti delle società offshore che sono ricchi di acronimi ma inintelligibili; sponsor e pubblicità della nostra società; e così via…

Il numero unico del settimanale Offshore Economist è rimasto in mostra durante la settimana di transmediale 2018, a Berlino, su una serie di (orribili) tablet verticali – ma i giornali digitali chi li legge?

Nel vostro progetto Offshore Investigation Vehicle è prevista la creazione di due società, una offshore e una onshore. Cosa avete scoperto con la loro costituzione? A che punto siete con le indagini offshore?
L’Offshore Investigation Vehicle è stato costituito per modellare su piccola scala le pratiche finanziarie del mondo offshore, divenendo la nostra guida e scudo legale all’interno dei paradisi fiscali. Parte integrante di questa indagine dall’interno, prima ancora del suo uso, è proprio il processo di costituzione del gruppo aziendale offshore: i costi, le tempistiche, gli agenti intermediari e gli ostacoli legali.

Il veicolo di investimento/investigazione ha tre componenti principali. A terra, onshore, c’è Empire Management Limited, una società a responsabilità limitata registrata in Inghilterra. Sono bastate un’ora, una connessione internet e quindici euro per costituirla: non c’è alcun tipo di controllo, ma serve una casella postale in Inghilterra dalla quale ritirare il codice di attivazione online, recapitato da sua maestà in una lettera. I direttori della società sono due membri del Demystification Committee.

A mare, offshore, c’è Invest. One Limited, una «società per business internazionale»  registrata alle Seychelles, costituita per conto di OneOffshoreCompany, un agente intermediario inglese approcciato dal Demystification Committee. L’agente ha a sua volta attivato AAA International Services, un secondo intermediario alle Seychelles, il paradiso fiscale da noi scelto come casa di Invest. One Limited. Qui le cose si complicano, a favore nostro. Il direttore di Invest. One Limited ci viene assegnato dagli agenti: Mr. Mark Andew Derek Farmer, abbreviato MAD Farmer, che non incontreremo mai, ma che firma ogni documento a suo nome. Più burattino che direttore, MAD Farmer firma anche una procura, segreta e apostillata, concedendoci tutti i poteri di controllo della società, accompagnata da una gentilissima lettera di dimissioni non datata. Invest. One Limited è quindi indipendente, su carta, ma controllata da e subordinata di Empire Management Limited e i suoi direttori, in realtà.

La costituzione di Invest. One Limited è costata duemila euro e ha impiegato due settimane. Questi tempi riflettono più la velocità dei sistemi di posta internazionali che la voracità degli agenti, che nel giro di poche ore presentano richiesta alla Camera di Commercio competente per aprire la società offshore desiderata. Da un lato, i membri del Demystification Committee hanno dovuto provare a OneOffshoreCompany la loro identità con fotocopie di documenti e lettere bancarie che provino la validità dell’indirizzo domiciliare. Dall’altro, i documenti di costituzione provenienti dall’ufficio temporaneo di AAA International Services sono dovuti passare prima dalla fattoria di MAD Farmer a Cipro, per la sua firma, e poi dalla sede di OneOffshoreCompany a Londra, per un controllo finale. Tutti i documenti sono stati recapitati tramite corriere postale, e tutte le comunicazioni con l’agente svolte per email.

Ogni documento ha un’imperfezione volta a moltiplicare il numero di persone naturali e legali lì nominate, confondendo le carte e possibili future piste investigative. Questa tendenza l’avevamo già osservata studiando i Panama Papers.

Dove possibile, entrambi gli agenti hanno commesso errori per salvaguardare la nostra privacy: omissioni, invenzioni plateali, ortografia tattica («How do you spell this fucking Italian name!?»). Ogni documento ha un’imperfezione volta a moltiplicare il numero di persone naturali e legali lì nominate, confondendo le carte e possibili future piste investigative. Questa tendenza l’avevamo già osservata studiando i Panama Papers, un fascicolo di documenti di società offshore, distribuito dal Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi. Tra quei documenti appaiono nomi simili ma diversi, indirizzi multipli ma con variazioni microscopiche, date a tre cifre, e così via. Questa tattica geniale favorisce coloro che utilizzano società offshore a sfavore di chi ne cerchi informazioni, sia in forum legali sia digitali. Infatti, mentre l’occhio umano non viene ingannato da semplici errori di ortografia, quello digitale non può vedere gli errori in modo così immediato: su ogni database, “A ≠ B”. E quando si tratta di documenti digitali o digitalizzati, che sono le fondamenta delle società offshore, l’indicizzazione delle variazioni crea centinaia di multipli sparsi nel sistema. Legalmente, inoltre, è obbligatorio e costoso certificare che ogni errore sia un errore, provando dunque che “A = B = A”.

Recentemente A(a)r(r)on Banks, il milionario più losco d’Inghilterra e direttore di LeaveEU, la lobby pro-Brexit che ha assunto Cambridge Analytica, è stato interrogato da una commissione di inchiesta del Parlamento Britannico, che ha iniziato ad indagare le tattiche (di guerra psicologica) e i budget (incanalati tramite società offshore) confluiti nelle varie campagne coordinate in supporto di Brexit, a partire dalla sua LeaveEU. A un certo punto, Arron (Fraser) (Andrew) Banks viene interrogato sui tanti nomi simili al suo, presenti in documenti di svariate compagnie registrate alla Camera di Commercio. «A simple mistake» commesso dagli addetti ai lavori. È palese invece che sia lui la persona nominata in quelle compagnie e anzi, come egli sostiene stizzito, gli tocchi ora pagare più tasse di tutti quei parlamentari messi insieme… Banks è persona scaltra e sa che il numero di indirizzi, date e nomi contrastanti presenti nei documenti fondanti di quelle società, rendono tutt’altro che palese il compito, legale e digitale, di determinare chi sia chi, anche quando c’è il legittimo sospetto o il leak digitalizzato.

Un’altra scoperta interessante è stata quella di un sottobosco di forum per personaggi in cerca di aiuto e guida su come aprire società offshore. Presumibilmente questi individui hanno poco capitale e molto da nascondere, come il Demystification Committee: mentre le grandi compagnie affidano le ristrutturazioni societarie in paradisi fiscali a gruppi specializzati di avvocati e commercialisti strapagati. Noi ci siamo affidati a offshorecorptalk.com dove abbiamo trovato agenti intermediari più economici e consigli più «succulenti».

Il terzo componente del veicolo è un conto aziendale aperto con Euro Pacific Bank, a Porto Rico, nel nome di Invest. One Limited. Il conto bancario è stato aperto solo dopo un’intervista Skype tra uno dei manager della banca offshore e uno dei membri del Demystification Committee, e dunque beneficiario della compagnia. La banca ha bisogno di assicurarsi, almeno superficialmente, che il Demystification Committee non sia coinvolto in attività criminali. Questo processo è parte dalla non voluta ma «dovuta diligenza» che ogni intermediario, a ogni tappa, deve intraprendere. Una celebre intervista a Calderoli con lui in mutande sotto e camicia sopra, ci ha impartito la terza lezione del mondo offshore: l’apparenza conta, ma fino ad un certo punto. Il processo di «dovuta diligenza» viene infatti intrapreso dalla Banca o dagli agenti più per dimostrare di aver soddisfatto la legge, alla lettera, che per assicurarsi della veridicità di quello che viene detto o mostrato loro.

Dopo la costituzione, l’Offshore Investigation Vehicle è stato utilizzato per commercializzare una linea vestiti da mare esentasse, e per altre operazioni a metà tra il gioco e la galera. Per finire, siamo appena rientrati dalle Seychelles, dove in qualità di beneficiari di Invest. One Limited abbiamo visitato e filmato gli uffici degli agenti. Queste prime immagini fanno parte di un nuovo progetto, un film episodico sperimentale che prende come punto di partenza l’indiscussa estetica paradisiaca delle pratiche offshore e le problematizza, riterritorializzandole nel punto d’incontro e scontro tra capitalismo accelerato e sovranità di stato, o di «zona» – un termine che prendiamo in prestito da Keller Easterling.

Learning from Calderoli

Stando ad alcune stime, circa l’80% della ricchezza mondiale è offshore. Secondo l’OXFAM le prime vittime della sparizione di capitali nei paradisi fiscali sono i paesi africani, ma la proliferazione di tali «paradisi terrestri» sembra toccare sempre più da vicino anche le democrazie europee – si veda, ad esempio, lo statuto sempre più ambiguo della City di Londra. Quali pericoli nasconde la migrazione offshore dei capitali? Come funziona la sfida al ribasso fiscale tra stati e quali potrebbero essere, a vostro parere, alcune strategie e traiettorie per comprendere il futuro e reagire?

Ci scusiamo se la lunghezza di questa risposta è inversamente proporzionale alla sua qualità, ma siamo artisti, non economisti! Al di là delle ovvie osservazioni sul come la migrazione del capitale offshore consolidi la ricchezza di individui ed aziende già potenti a scapito dei bilanci pubblici (98 delle 100 società più capitalizzate quotate al London Stock Exchange hanno sussidiare offshore), ci interessa di più l’impatto di tale migrazione – e questo sia nei paradisi fiscali, sia altrove.

La dottrina economica dominante neoliberale, infiltratasi nelle camere di governo sin dagli anni Novanta, comanda il laissez-faire in nome della competizione. Così a tasse basse e segretezza, i paradisi fiscali accompagnano privatizzazione e deregolarizzazione di certi ambienti lavorativi, in una corsa al ribasso per attrarre investimenti, spesso occidentali, con conseguenze micidiali per le proprie risorse e i propri lavoratori.

Un triste esempio è la cinese Foxconn, che produce gadget elettronici per Apple e Amazon. Il conglomerato di fabbriche costituisce una vera e propria città-stato, con tanto di guardie, dove centinaia di migliaia di lavoratori dormono, mangiano e lavorano. Per attrarre l’investimento occidentale, il governo cinese è disposto ad applicare imposte di società bassissime e leggi speciali designate a questa zona: i lavoratori sono definiti dispatch workers e non vengono pagati loro vacanze o congedi per malattie; vengono lasciati a casa quando la domanda è minore dell’offerta; firmano contratti dove promettono di non suicidarsi.

D’altronde i paradisi fiscali non sono che zone di extra-legalità legalizzata, nella forma di leggi piene di crepe o scappatoie. Questa extra-legalità permette innanzitutto a un’attività commerciale che avviene altrove di essere lì presente, su carta, pur rimanendo assente. Mentre tale attività prospera grazie a vantaggi principalmente fiscali, il proprietario usufruisce della segretezza manufatta e legalizzata dallo statuto del paradiso fiscale. Celare non solo le quantità, natura, provenienza e direzione del capitale di passaggio attraverso una società offshore, ma anche i suoi veri beneficiari e membri, conferisce un potere opaco e costituisce un pericolo enorme.

Due degli eventi politici più importanti degli ultimi anni nel mondo occidentale, ovvero il voto in favore della Brexit nel Regno Unito e l’elezione di Donald Trump negli USA, possono essere letti in questa chiave. I gruppi e le lobby dietro le varie campagne propagandistiche in favore di queste opzioni hanno utilizzato canali finanziari oscuri per coordinare budget e donazioni a politici, non tanto per lo sconto sulle tasse, quanto per l’opacità garantita dalla segretezza legalizzata che uno Stato sovrano offre senza domande a chiunque abbia capitale da investire. Il rapporto tra sovranità e capitale può risultare paradossale: pur avendo le prove di eventuali misfatti economici, quale potere normativo e sanzionatorio ha uno stato sovrano sugli affari di una società residente «nominalmente e fiscalmente» in un altro stato?

Ci chiedete quali strategie abbiamo per il futuro. Il Demystification Committee, per ora, ha adottato una posizione giocosa per lanciare una discussione critica su problematiche ben maggiori dell’evasione fiscale. Nonostante i temi, il nostro lavoro sull’offshore cerca l’ironia, anche grottesca, e la reazione divertita del nostro pubblico, perseguendo una ricerca artistica che giochi con il linguaggio aziendale e non dei paradisi fiscali, assieme a una sperimentazione visuale che lo sfidi e lo complichi.

Il Demystification Committee a Transmediale 2018

Pensando a Case, il cowboy d’interfaccia di Neuromancer di Gibson, durante le vostre esplorazioni delle reti «profonde» e dei fondali dell’economia sommersa vi siete mai imbattuti in personaggi loschi, attività criminali o semplici bizzarrie?
La nostra galassia offshore pare costellata di personaggi bizzarri più che loschi. Uno di loro è Graham Wooton, direttore di OneOffshoreCompany e nostro agente, scelto per i prezzi modici e le recensioni online positive dei suoi servizi. Non abbiamo mai incontrato Graham, ma di recente rileggendo Headless, il romanzo sui paradisi fiscali pensato da Goldin+Senneby, abbiamo notato che lavorava proprio per il Sovereign Group, l’agente attorno al quale si sviluppa la storia di Headless, e proprio nella sede di Gibilterra tra il 2003 ed il 2008: insieme dunque a KD, la scrittrice involontaria del romanzo che lavorava per Sovereign in quel periodo. La sua persona ha assunto ulteriore significato quando, rivisitando le recensioni di OneOffshoreCompany sui vari forum, ci siamo accorti che quelle piú positive venivano scritte proprio dall’utente «graham» (LOL).

Il doppelgänger di Graham è il direttore di AAA International Services, l’agente che ha costituito Invest. One Limited e che abbiamo incontrato alle Seychelles. Narice imbiancata, occhiali da sole graduati e parlata velocissima, Ricardo ci ha mostrato il suo ufficio: una stanza polverosa con tende tirate, dove varie caselle postali vuote prendono le vesti di società offshore. Ci ha confidato che questo ufficio è in disuso da anni, che un altro più economico è stato affittato dietro l’angolo, seppur sia burocraticamente «errato» pagare il doppio affitto piuttosto che modificare l’indirizzo delle quindicimila società registrate in quella stanza.

MAD Farmer, il direttore burattino di Invest. One Limited, rimane forse il personaggio più intrigante. Si sa così poco di lui (o lei, o loro) che abbiamo iniziato a speculare sulla sua identità in una serie di brevi racconti interconnessi, pubblicati sull’Offshore Economist e su Schloss—Post. Utilizzando la segretezza e l’anonimato offerte dai paradisi fiscali a nostro vantaggio, ci siamo immaginati chi possa essere MAD Farmer. Uno, nessuno, centomila. Esiste poi W. G. Hill, uno scrittore fittizio che nella sua opera Banking in Silence confida come contrabbandare denaro usando un apparecchio gessato o una valigia piena di make-up. La sua frase preferita: «più flessibilità».

La bizzarria più incantevole sono i coco-de-mer: un frutto «endemico» di una delle centodieci isole che formano l’arcipelago delle Seychelles, con forme suggestive della sessualità umana e dimensioni incredibili. L’isola in cui i coco-de-mer crescono è stata paragonata al Giardino dell’Eden. Questo frutto proibito è la noce più grande al mondo ed è stata desiderata per centinaia di anni da vari sovrani europei. Di conseguenza, nel 1978 le Seychelles hanno regolamentato il coco-de-mer, imponendo dazi ed ologrammi al confine, per tracciare i movimenti oltremare di ogni singolo frutto. Nello stesso anno, le Seychelles hanno deregolamentato le società per business internazionale, rendendole irrintracciabili. Oggi un cocco vale cinque società.

Coco-de-mer

Il denaro sembra divenire sempre più indipendente dal proprio involucro materiale (prima geologico-metallico, la moneta, poi plastico-magnetico, la carta di credito), per divenire sempre più simile a una fiction o a un gioco linguistico-matematico (aspetti esplorati dal duo Goldin+Senneby). Cosa comporta tale dematerializzazione del denaro?
Storicamente, il trasferimento del denaro, o di valori, non ne ha sempre accompagnato il movimento fisico o la prossimità dei coinvolti. I valori intesi come promessa, accordo o storia sono tanto antichi quanto l’invenzione del debito. Ad esempio, una delle monete ufficiali in Micronesia, sull’isola di Yap, sono le pietre Rai, il cui valore si basa sulla dimensione e la storia del loro trasporto. A causa del peso, le pietre Rai si trovano in piazze o percorsi specifici e, quando utilizzate in transazioni, il loro cambio di proprietà viene registrato soltanto nella storia orale.

Invece all’interno del Demystification Committee usiamo quasi esclusivamente l’ḥawāla, un antichissimo sistema di trasferimento di valori basato su fiducia e password criptate. Ironicamente anche coloro che speculano sui bitcoin promuovendo la narrativa del denaro immateriale, sanno bene che la fiducia verso la cripto-moneta esiste in forma di algoritmi che vengono computati in modo molto materiale: un enorme network di computer sempre operativi ed ecologicamente disastrosi.

Il trasferimento di valori oggi è gestito per la maggior parte da grandi istituzioni finanziarie e di conseguenza standardizzato, velocizzato e invischiato in sistemi computerizzati globali. I mercati finanziari su cui Goldin+Senneby giocano si fondano proprio sulla totale rimozione dalla fisicitá e prossimità della moneta, il che permette una speculazione proficua, alimentata dall’automazione accelerata di algoritmi che commerciano in borsa valori senza che se ne possano sempre identificare le azioni o prevedere le intenzioni. Quando distorta, tale speculazione porta a implosioni e crash di mercato di portata gigantesca.

Da una certa prospettiva potrebbe sembrare che i mercati e i flussi di capitale siano controllati da entità misteriose, ammantate da una fitta coltre di nebbia, ma individuabili (tale è la direzione del complottismo, che vede lobby e burattinai in ogni anfratto). Da un’altra prospettiva, invece, si potrebbe affermare che l’economia sia divenuta «acefala», totalmente folle, autonoma e dotata di parti (economico-politiche) intercambiabili? Se sì, in che misura?
Il mercato finanziario in quanto sistema complesso, a tratti autonomo e totalmente folle, fa da eco perfetta all’ultima performance musicale dei Network Ensemble, l’unità di battaglia sonora del Demystification Committee. Lo scorso maggio abbiamo suonato al Design Museum, riproponendo sonicamente un evento storico di grande importanza economico-politica: il Flash Crash del 6 Maggio 2010.

Nel giro di poche ore, in quel maggio di otto anni fa, si sovrapposero eventi di vario tipo. Atene bruciata dalle proteste in seguito all’approvazione delle misure di austerità sostenute dall’Europa, volte a prevenire un default greco sui pagamenti dei prestiti di Stato, il Regno Unito rimasto senza governo politico, dopo la chiusura dei seggi per la prima volta in 40 anni, e il più importante indice azionario della borsa valori, il Dow Jones di New York, crollato nel modo più catastrofico della storia, bruciando mille miliardi di dollari, per poi rimbalzare e riprendersi dopo pochi minuti.

Come? Perché? WTF? Durante il Flash Crash, i commentatori di borsa americani cercavano spiegazioni, speculando in diretta su cosa o chi potesse averlo causato. L’ansia e l’eccitazione erano palpabili nell’aria: potrebbe sembrare controintuitivo, ma in borsa valori la volatilità va di pari passo con il profitto, che i valori volino o precipitino.

Un lustro più tardi, il trader Navinder Sarao viene arrestato a Londra ed estradato negli Stati Uniti per essere processato. L’accusa: aver causato il Flash Crash. In particolare, Sarao è accusato di aver ingannato i mercati finanziari in quel maggio 2010, per trarre profitto da una borsa valori già volatile, con una tecnica nota come spoofing. Sarao, che operava dal PC di casa con una normale connessione WiFi, utilizzava un programma hackerato con l’abilità di piazzare ordini di borsa alla velocità della luce. Questo programma gli permetteva di creare l’illusione di commerciare un certo prodotto, senza però venderlo o comprarlo: il suo software modificava gli ordini in diretta, cancellandoli prima di eseguirli, fuorviando così altri computer programmati per inseguire i prezzi di mercato. Mentre il prodotto preso di mira da Sarao, un future sulla borsa di Chicago, perdeva valore, altri computer, reagendo a questo movimento scaturito dalle interferenze di Sarao, innescavano una reazione a catena.

«Così fan tutti» si difende Sarao. L’algo-trader conosce le regole dei mercati e le sorpassa, come in una sfida, un gioco al computer, giocato da casa e con i cheat che Sarao chiama «the Matrix» in una email sbruffona ad un collega. Il crash dipende tanto da lui quanto dall’incidentalità di quel conglomerato di parti, quel network di scala e velocità enormi creato da uomini ma presidiato da macchine, che è la finanza, acefala e complessa, cui fate riferimento. Incidentalità su cui Sarao, e i grandi mercati, prosperano.

Audioposter

Come mai avete scelto di dar vita a un vostro sound system data-noise, il Network Ensamble? Quali sono gli scopi nel percepire i flussi di dati e le reti senza fili non (solo) visivamente? Quali sono i rischi di tale attività di «data-eye» (gioco di parole con private-eye, investigatore privato)?
Il progetto musicale Network Ensemble nasce da un interesse per l’infrastruttura nascosta dei sistemi di comunicazione che ci connettono da venti anni, oggi immanenti ed onnipresenti. La rete di nodi e cavi che compongono lo strato fisico di Internet ha una portata tecno-politica immensa: i punti di accesso e uscita sono facilmente controllabili, e come ci mostrano i leaks di Edward Snowden, questa infrastruttura diviene arma di controllo di Stato. Allo stesso tempo, il WiFi, simbolo «glocale» dell’internet di ogni giorno, rimane invisibile, incompreso e malleabile, passando attraverso i nostri corpi sotto forma di radiofrequenze, e sopra i nostri corpi, sotto forma di frequenze satellitari.

Il Network Ensemble si propone di esplorare questo insieme di protocolli tecnologici potenti e impenetrabili, utilizzando macchine capaci di traslare direttamente i dati in suoni, con l’obiettivo di creare un’estetica dei network che vada oltre i cliché del nodo-linea. La scelta di suonare piuttosto che visualizzare i network nasce dall’inadeguatezza della visualità di fronte alla loro velocità e portata: ci interessa più l’esperienza che la rappresentazione dei network.

Non vogliamo semplicemente inquadrare i network, ma suggerirne la pressione, l’accelerazione e la saturazione di cui sono capaci, lasciando spazio all’immaginazione, che colma le lacune dei suoni suggestivi. I suoni variano da rumori (noise) di diverso colore, traslati direttamente dai dati grezzi in entrata, a click veloci e bassi risonatori innescati dagli stessi, ma anche eco e cambi di intonazione autonomi. Non vogliamo un tempo unico e non esiste un solo ritmo. Durante la performance i ritmi emergono e si evolvono, noi cerchiamo di modellarne la direzione, componendo una serie stratificata di cambi di velocità.

Prima ancora della performance, il Network Ensemble interviene in situazioni spaziotemporali specifiche, con l’obiettivo di usare il suono per raccontare le storie di luoghi (o tempi) in cui si intersecano infrastrutture (o movimenti) di rete e di potere. Spesso ci rechiamo di persona in questi luoghi per collezionare dati da utilizzare in un secondo momento. Questa attività necessita di programmi e macchine costruiti da noi, che ci permettono di attingere segretamente da vari network e luoghi sensibili, come un aereo, un’ambasciata o il Vaticano. Le stesse macchine vengono poi usate nella performance per tradurre i dati in segnali sonori.

Il data-eye delle nostre macchine può vedere tutto, ma ci limitiamo a guardare dall’esterno: non ci interessano i contenuti dei dati ma i loro contenitori, ciò che li circonda, i metadati. In altre parole, ci limitiamo a capire che tipologia di «pacchetto dati» il network stia trasferendo in quell’istante, senza aprirlo. Disinneschiamo quindi intenzionalmente i rischi di invasione della privacy, ma prestiamo attenzione al mito dei metadati: possono dire molto più dei dati, come racconta il maligno ex direttore NSA Michael Hayden: «We kill people based on metadata».

Nel lavoro del Network Ensemble, le immagini rimangono importantissime -– dopotutto ci siamo formati come graphic designer. Ogni uscita musicale è accompagnata da una ricerca visuale di carattere unico: il Network Ensemble ha infatti prodotto, in edizioni limitate, un vinile con libro (a cura di Obsolete Capitalism), un pacchetto Faraday con carta SD sottovuoto (Edizioni Rizosfera), e un audio-poster risografico.

Network Ensemble

Recentemente, con il moniker Network Ensemble, avete «suonato» live da Canary Wharf, Londra, per il Borderline Festival di Atene, Grecia. Possiamo affermare che esiste una vera e propria scena data-noise internazionale? Ce ne potete parlare?
A Canary Wharf abbiamo testato una nuova macchina e una nuova idea, «sonificando» i dati dalle reti WiFi bancarie e trasmettendoli in diretta ad Atene, come suoni e immagini distorte. La nuova macchina è alimentata direttamente dalla porta USB del cellulare, e vi trasmette i suoni tramite la porta delle cuffie, come fosse un microfono esterno, mentre le immagini sono collezionate dalla videocamera. Ora chiunque puó chiamare il Demystification Committee al 07874378095 e «vivere» il nostro network locale e la sua latenza.

La performance audiovisuale è una camminata al telefono attraverso Canary Wharf, un’area infestata da nonluoghi di affari e nontempi di «indaffaratezza». La performance entra in risonanza con le parole di Mark Fisher, che nel 2005 attraversava la necropolis di Canary Wharf insieme a Scanshifts. Il loro audio-racconto, LondonunderLondon, è da brivido: «Approach from West India Quay and see what corpses have sprouted on the Isle of the Dead… Barclays – HSBC – Bank of America – Citigroup […] In Cabot Square, descend through the mock deco hallways into the migraine hyperbright no-wonderland of the retail arcades».

Sulla scia di queste parole, vorremmo concludere con un semplice shout-out. Esistono artisti fantastici in questo campo, più di quelli che conosciamo e frequentiamo. Intorno a noi vediamo meno una scena internazionale e più un gruppo sciolto di veri sperimentatori, energici ed imprevedibili. John Richards, o meglio Dirty Electronics, il quale sovrappone processo, interfaccia e performance, creando, in comunione, esperienze musicali che sono riti, gesti e interazioni sociali. O Sam Conran, che sintetizza i segnali dallo Spazio con macchine di sua produzione, per far musica. E ancora Wesley Goately, che studia il potere opaco e i processi nascosti nei dati e nelle reti tramite installazioni ed oggetti sonori. Ci sono poi Lee Gamble e Sam Keating-Fry, che durante la serata Ø ospitata da Kode9 al londinese Corsica Studios, hanno trasformato il club in una guerra di dati audiovisuali, presi direttamente dai cellulari dei clubber e proiettati sui muri grezzi del locale.

Ciao!