Be like Elon

Come ha fatto lo «spirito imprenditoriale» a diventare stile di vita e modello a cui aspirare sia come individui che come società? Breve genealogia di una distopia diventata realtà

Cos’hanno in comune la star televisiva Oprah Winfrey, il pioniere dell’automobile Henry Ford, l’icona della moda Coco Chanel, la mogul del giornalismo Arianna Huffington e l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump? La ricchezza e il successo – direte voi. Certo, ma anche il fatto che si tratta di imprenditori: attività diversissime, un unico ruolo.

È possibile individuare una specificità dell’imprenditoria o, al contrario, essa coincide tautologicamente con il fare impresa? Secondo Peter Thiel, controverso cofondatore di PayPal e sostenitore di Trump alle ultime elezioni, insegnare a fare impresa vuol dire incappare in un paradosso: dato che agire da imprenditore vuol dire allontanarsi dai sentieri battuti, non è possibile offrire una formula imprenditoriale replicabile. Ma si può considerare l’imprenditoria una disciplina? A partire da questo interrogativo è emerso un vero e proprio campo di studio: nato come branca dell’economia, si è sviluppato attraverso i management studies e ha dunque inglobato rudimenti di psicologia e sociologia. Nel frattempo si è diffuso un regime retorico che fa dell’imprenditoria un modo di vivere e dell’imprenditorialità un modo di essere. A contribuire all’idea che la libera impresa sia qualcosa di più che, appunto, la semplice creazione e amministrazione dell’azienda, vi è un filone accademico, generalmente critico, che sviluppa la prospettiva foucaultiana nei confronti dell’homo oeconomicus e dell’«imprenditore di se stesso». Per quanto si possa dubitare dell’analisi di Foucault, bisogna ammettere che i termini da lui impiegati si sono rivelati profetici: basti pensare all’abbondante presenza di «imprenditori presso se stessi» su Facebook.

Il trionfo dei nerd

A fare dell’imprenditoria ciò che è oggi, hanno profondamente contribuito i miti fondativi dell’universo hi-tech e in particolare dei colossi della Silicon Valley. In principio furono Bill Gates e Steve Jobs, entrambi a loro modo «ribelli»; il primo rispetto alla cultura aziendale di IBM e il secondo, ironicamente, rispetto a quella di Windows. Gates il businessman, Jobs l’artista. Se Bill Gates aderisce ancora ai tratti tipici del colletto bianco (indossa letteralmente camicia e cravatta), Steve Jobs, ritratto dal National Geographic in sella alla sua moto BMW R60/2, ha incanalato la fiamma controculturale e psichedelica della West Coast in un’eccezionale visione di business e un’attenzione maniacale per il design. Un’improbabile commistione cristallizzata nello slogan «Stay hungry. Stay foolish» pronunciato da uno Steve Jobs in procinto di canonizzazione durante il suo commencement speech a Stanford. Impropriamente attribuito al patron di Apple, il motto apparve sull’ultimo numero del Whole Earth Catalog di Stewart Brand, rivista che mescolava passione per la cultura strumentale e vocazione al vivere in comune. Oggi non è raro ritrovare lo slogan in forma di tatuaggio, magari a complemento di una mela mezza morsicata.

Se Jobs e Gates occupano forse le posizioni più prestigiose nell’Olimpo tecno-imprenditoriale, non sono certo gli unici ad abitarlo e, come nella mitologia, ogni imprenditore sembra personificare una specifica dote caratteriale. Incontriamo così Jeff Bezos, la cui risata parossistica tradisce un traboccante ottimismo; Jack Ma, co-fondatore di Alibaba, che interpreta un maestro di Taiji in un film di Jet Li; l’enigmatico duo Brin-Page di Google e ancora l’eccentrico Ev Williams di Twitter, il «rettiliano» Mark Zuckerberg, e via dicendo. Rimane tuttavia difficile scorgere, almeno a questi livelli di fama, imprenditori di sesso femminile. Ci imbattiamo anche in una serie di divinità minori come Tony Hsieh, creatore di Zappos, che ha convertito la felicità sia del cliente che dell’impiegato in un asset economico, radicalizzando il concetto di cultura aziendale a colpi di pistola nerf. Infine, discendendo agli inferi incappiamo in figure screditate come lo spietato Travis Kalanick, ex-CEO di Uber, che ha fatto dell’efferatezza competitiva un vanto. A vigilare pazientemente su questo microuniverso, ci sono gli angel investor, che da una posizione defilata fanno il buono e cattivo tempo.

Gli imprenditori di successo, specialmente nell’ambito tecnologico, sono ormai diventati delle proprie star, al pari dei divi del cinema e della musica. Dunque ci si affanna per emularne il carattere e le abitudini, prendendo nota della loro dieta settimanale e delle ore di sonno che si concedono. E ciò non vale solo per gli adulti: nasce infatti Teen Boss, una specie di Cioè rivolto ai teenager che ambiscono a diventare imprenditori. Quora ospita infinite discussioni riguardanti i principali pregi di queste rockstar imprenditoriali e i modo in cui replicarne il successo colossale. Un utente, egli stesso imprenditore, chiede: «Quanto daresti a Steve Jobs su una scala da 1 a 10 in quanto miglior essere umano di tutti i tempi?»

L’adulazione imprenditoriale coinvolge anche l’Italia, seppur in modo particolare – e non mi riferisco al fu Cavaliere. Mentre commemorano nostalgicamente l’impresa dal volto umano di Adriano Olivetti (protagonista di una fiction agiografica della Rai), gli italiani condannano a fasi alterne la spudorata «riccanza» di Flavio Briatore. Molti danno ascolto alle parabole di Marco «Monty» Montemagno, divulgatore delle nuove filosofie di business e delle gesta di coloro che le applicano. Un gioco da tavola per diventare imprenditori diventa il cavallo di troia di Scientology per diffondere il proprio culto. Gli startupper nostrani si dividono tra una richiesta sul «Gruppo di aiuto reciproco fra startupper», un Like su «La startup di merda» e un commento su CheFuturo!, sito dal taglio tecno-ottimista e quasi propagandistico sui temi dell’innovazione. Sorprende dunque che il suo fondatore Riccardo Luna abbia recentemente denunciato lo sconfortante stato di salute delle startup italiane. A fare appello al pragmatismo è di nuovo Briatore, il quale ha sostenuto – in tempi non sospetti – che in Italia è meglio aprire una pizzeria che fondare una startup.

Al di là delle sue varie declinazioni, una cosa è certa: la libera impresa ha colonizzato profondamente l’immaginario collettivo contemporaneo. Ma cosa ha reso possibile tale fenomeno? Si potrebbe trattare di un’estensione del feticismo nei confronti dei prodotti o dei servizi come quelli forniti da Apple o Amazon, oppure della brama collettiva di profitto, o ancora di un circolo vizioso in cui l’imprenditorialità è valore a sé e quindi trova nel chi fa impresa un punto di riferimento. Certamente un ruolo chiave è giocato dal fatto che alcuni dei sopracitati Ur-imprenditori hanno un’enorme influenza mediatica: Jeff Bezos possiede il Washington Post, mentre Mark Zuckerberg è spesso accusato di non assumersi la responsabilità per quello che è il più grande editore digitale: Facebook. E poi c’è l’intrattenimento imprenditoriale offerto da diversi reality show, come il britannico Dragons’ Den (creato nel 2005 sulla base di un crudele format giapponese), The Apprentice, Shark Tank e, ultimo in ordine di apparizione, Planet of the Apps (prodotto da Apple). Tuttavia in questi show, che pur sono un esempio lampante di ciò che i sociologi Federico Chicchi e Anna Simone definiscono «pedagogia performativa» , scopriamo che, lungi dall’essere spiriti liberi colti da fuoco imprenditoriale, i partecipanti sono spesso soggetti esitanti o addirittura fragili che scelgono di subire le sadiche vessazioni degli investitori, i legittimi occupanti della stanza dei bottoni.

Unternehmergeist

In che modo la libera impresa diventa un valore per chi imprenditore in senso stretto non lo è e non ambisce a diventarlo? In altre parole, come fa l’imprenditoria a trasformarsi in imprenditorialità? Insomma, come nasce lo «spirito imprenditoriale»? A coniare il termine (in tedesco Unternehmergeist) ci ha pensato l’economista viennese Joseph Schumpeter, noto ai non addetti ai lavori per una visione del mondo il cui principale agente di progresso non è la progressiva ottimizzazione, bensì la «distruzione creatrice» che, con le sue continue burrasche, catalizza l’innovazione.

Nell’edizione originale della sua Teoria dello sviluppo economico, pubblicata nel 1911, Schumpeter attribuisce un ruolo privilegiato all’imprenditore, figura fino ad allora prevalentemente ignorata a livello teorico. Per il giovane economista, l’imprenditore occupa una collocazione privilegiata in una società da lui vista come rigidamente piramidale. Alla base troviamo una massa edonistica di individui troppo occupati a guadagnarsi da vivere («a non perire») per potersi dedicare all’invenzione. Sul gradino successivo troviamo una minoranza dotata di una più acuta intelligenza e immaginazione che le permette di ideare nuove combinazioni di materiali, beni e servizi. Infine in cima alla piramide c’è un gruppo molto esiguo di «uomini d’azione», magari non particolarmente intelligenti ma in grado di innovare, ovvero tradurre invenzioni proprie o altrui in realtà sociali, «soggiogando gli altri e utilizzandoli per i propri fini».

Secondo Schumpeter, ciò che caratterizza l’imprenditore è la sua costituzione mentale, il coraggio di affrontare i rischi senza paura e, la conseguente capacità di «sollevarsi dalla folla» e di esercitare dunque un’influenza politica, sociale e culturale. «Le caratteristiche del suo modo di vivere acquistano una sorta di universalità», afferma Schumpeter, «egli emana non solo un processo economico, ma anche sociale, di riorganizzazione». Paradossalmente, ciò che rende l’imprenditore un soggetto sui generis fa di lui un modello generale. Tuttavia, dato che il principale medium dell’imprenditore è la personalità, lo spirito imprenditoriale non è qualcosa che si eredita. Schumpeter smusserà successivamente il suo punto di vista, rimanendo comunque saldo sul fatto che l’attività imprenditoriale è il perno delle società capitalistiche e che l’idealtipo imprenditoriale è una specie rara. Egli anticiperà inoltre un futuro in cui il ruolo dell’imprenditore declina, dato che la sua funzione verrà in parte automatizzata. Negherà infine il precedente eroismo con cui aveva tratteggiato tale figura, a fronte del rapporto che questi intrattiene con le banche e i finanziatori, ai quali è in fin dei conti asservito.

La società imprenditoriale

Tra i numerosi seguaci di Schumpeter, vi è chi si è concentrato in maniera particolare sul ruolo dell’imprenditoria. Scrivendo alla metà degli anni Ottanta, Peter Drucker, vero e proprio guru del management, rileva una metamorfosi nell’economia degli Stati Uniti, che passa da una dimensione manageriale fatta di grandi corporation a una imprenditoriale, fatta di piccole e medie imprese. Come il suo mentore, Drucker abbraccia appieno l’idea che il cambiamento sia un fatto naturale e addirittura salutare per l’economia. È così importante per Drucker la categoria del cambiamento che la pone al centro della sua definizione di imprenditore, sostituendola con l’usuale componente di rischio: «l’imprenditore è sempre in cerca del cambiamento, risponde a esso, e ne fa un’opportunità dalla quale trarre vantaggio». Drucker si spinge fino a presentare l’imprenditore come un dissidente, una figura che «sconvolge e disorganizza». E questo sconvolgimento risulta meno rischioso del mero mantenimento di ciò che già esiste.

Drucker non si concentra sul temperamento o sul carattere degli imprenditori, troppo differenti secondo lui, bensì sulle loro azioni. La libera impresa è per Drucker una pratica che attraverso un processo di codificazione può diventare una disciplina che riguarda aziende private, organizzazioni pubbliche e soggetti singoli. È possibile dunque sistematizzare l’imprenditoria e orientarla verso ciò che è autentica innovazione. A favorire la libera impresa sono fattori che generalmente esulano dall’analisi economica, come l’istruzione, i mutamenti nei sistemi di valori, ecc. E come l’imprenditoria esula dalla generica analisi economica, così esulano le sue applicazioni: essa infatti «concerne tutte le attività di esseri umani diverse da quelle che si potrebbero definire “esistenziali” piuttosto che “sociali”».

Tuttavia per Drucker l’emergere di un’economia imprenditoriale non è sufficiente: il vero obiettivo è fondare una società imprenditoriale. In tale ottica, la stato sociale risulta un impedimento e le rivoluzioni un’ingenua illusione. E così Drucker si concentra, quasi con disprezzo, sui «lavoratori in eccesso»: una classe che non ha avuto motivo di evolversi dato che il suo potere contrattuale le ha permesso di ottenere salari stellari. Per Drucker, i lavoratori salariati non sono in grado di rispondere autonomamente all’esigenza di essere flessibili e in costante apprendimento. Essi rappresentano «una forza puramente negativa» che limita l’avanzare del progresso al pari delle istituzioni governative che con la loro burocrazia rallentano le imprese private. È dunque necessario «incoraggiare le istituzioni e gli individui a coltivare l’abitudine alla flessibilità, all’apprendimento continuo e all’accettazione del cambiamento come naturale e dunque come opportunità». Da tale punto di vista, l’aggiornamento costante diventa una responsabilità del singolo individuo o della singola organizzazione, proprio come lo è per la singola impresa privata.

La mente imprenditoriale

Per capire come funziona un imprenditore proviamo a immergerci nella letteratura accademica con quello che, a detta del Wall Street Journal, è un vero e proprio classico. Pubblicato per la prima volta nel 1977, New Venture Creation si propone di analizzare le strategie degli imprenditori di successo di oggi e formare quelli di domani. L’autore del manuale è il professor Jeffry Timmons, che fu docente presso la prestigiosa Harvard Business School e apparentemente il primo a usare il termine «imprenditoriale» nel titolo di una tesi. Nel 1994, all’alba del boom delle dot.com, Timmons parla dell’emergere della consapevolezza imprenditoriale come di una rivoluzione, dapprima silenziosa e poi chiara a tutti, paragonabile alla seconda rivoluzione industriale.

Secondo Timmons, la vocazione imprenditoriale coincide con il sogno americano in quanto permette di realizzare la principale aspirazione dei cittadini statunitensi, il loro «imperativo culturale»: quello di lavorare in proprio. A detta del professore, i lavoratori in proprio sono felici di se stessi, gratificati dal proprio lavoro e soddisfatti del proprio tornaconto economico. A sostegno di questa tesi, il professore presenta una serie di interviste con un campione particolarmente rappresentativo degli Stati Uniti e del mondo intero: gli… studenti di Harvard.

Se un tempo l’avversione nei confronti del lavoro salariato si esprimeva attraverso l’assenteismo e il rifiuto, Timmons offre un’alternativa diametralmente opposta: diventare il capo di se stessi. Timmons propone insomma una definizione sorprendentemente vaga di imprenditoria, ovvero l’«atto di creare e costruire qualcosa di valore praticamente dal nulla». Per questo l’imprenditoria è un atto profondamente creativo, se non addirittura artistico, che richiede passione, impegno e motivazione. E, non da ultimo, la disponibilità a rischiare sia a livello personale che finanziario, benché in maniera calcolata. Non a caso, l’imprenditore è creativo quanto un inventore, ma anche dotato di capacità manageriali al pari di un amministratore. L’imprenditore è come un decatleta olimpionico o un attento chirurgo: va veloce come un discesista di sci alpino, e come questi è sempre sull’orlo del disastro. Al pari di un direttore d’orchestra, egli concerta e coordina, nonostante lo stress. Ed è per queste ragioni che il fallimento è la regola, piuttosto che l’eccezione. Ma non c’è da preoccuparsi, perché a fallire sono le imprese e non gli imprenditori. Anzi, il fallimento rappresenta per questi ultimi un perfetto addestramento.

Ma come pensa e agisce un imprenditore? Timmons ci offre uno spaccato altamente idealizzato (dato che è basato sulle affermazioni di un gruppo ristretto di imprenditori di successo) di quella che lui definisce «mente imprenditoriale»:

«Gli imprenditori di successo condividono atteggiamenti e comportamenti comuni: lavorano sodo e sono spinti da un intenso impegno e una perseveranza risoluta, vedono il bicchiere mezzo pieno piuttosto che mezzo vuoto, lottano per l’integrità, ardono dal desiderio competitivo di eccellere e vincere, sono insoddisfatti dello status quo e cercano opportunità per migliorare quasi ogni situazione che incontrano, usano il fallimento come strumento per imparare e rifuggono la perfezione in favore dell’efficacia; e credono di poter fare personalmente un’enorme differenza nel risultato finale delle loro imprese e delle loro vite».

Naturalismo imprenditoriale

Fare impresa: ragione o sentimento? Se da una parte l’attitudine imprenditoriale si propone di razionalizzare ogni tipo di attività, emozione e relazione (Jeff Bezos sostiene che la sua scelta di abbandonare una fulgida carriera nella finanza per creare Amazon sia stata dettata da un «modello di minimizzazione del rimpianto»), dall’altra essa tradisce una dimensione passionale che fa della disposizione un elemento chiave del successo. Sarah Lacy, giornalista insider della Silicon Valley, afferma che gli imprenditori sono ottimisti per natura. Portato alle sue estreme conseguenze, l’ottimismo diventa ciò che Mark Fisher chiama, sulla scorta di David Smail, «volontarismo magico», ovvero l’idea secondo cui basta desiderare ardentemente qualcosa affinché la si ottenga. E chi ha più bisogno di canalizzare la propria volontà dell’imprenditore, immerso com’è nell’incertezza di un continuo e naturale cambiamento? Il dionisiaco diventa così complemento dell’apollineo, si razionalizza l’irrazionale per poterne trarre una formula da replicare.

Nel momento in cui l’imprenditoria diventa imprenditorialità, essa si veste di qualità psicologiche o addirittura patologiche: come nell’autobiografia professionale di Andrew Grove, presidente di Intel, intitolata Solo i paranoici sopravvivono. Il magnate Warren Buffett si è spesso autodefinito come vincitore della «Lotteria ovarica» o alternativamente come membro del «Lucky Sperm Club». Ma ciò non basta: quella del gene imprenditoriale è un’idea diffusa, la troviamo ad esempio nel sopracitato Teen Boss. Qualcuno propone addirittura una frenologia dell’imprenditore di stampo lombrosiano, la cui principale sezione del cranio rivela l’«abilità di creare la propria realtà». Una prassi specifica si sublima a senso comune e talvolta a leggendario stato di natura. L’imprenditore sociale bengalese Muhammad Yunus, pioniere del microcredito, è ampiamente citato per aver sostenuto che «tutti gli esseri umani sono imprenditori. Quando vivevamo nelle caverne, eravamo tutti lavoratori autonomi».

Una questione di buon senso

Apparso intorno al 2015, Be Like Bill è un cosiddetto exploitable, ovvero un meme che si presta a essere modificato producendo così nuovi adattamenti basati sulla sua logica interna. Bill, un omino fatto di semplici linee, rappresenta un generico soggetto che compie scelte avvedute seguendo il suo buon senso. Se navigando su internet si imbatte in qualcosa che lo offende, Bill semplicemente lo ignora e passa oltre. «Bill è intelligente. Sii come Bill» – intima il meme. Qualche tempo dopo The Mind Unleashed, organizzazione di «aggregazione mediatica consapevole» con più di otto milioni di follower, ne produce una versione in cui il protagonista viene sostituito. Bill diventa così Elon. Elon Musk ovviamente, cittadino onorario dell’Olimpo tecno-imprenditoriale. La parabola dell’imprenditore si fonda sulla volontà: Elon voleva un nuovo sistema di pagamento e ha creato PayPal; voleva guidare una macchina elettrica e ha fondato Tesla; voleva andare sullo spazio a basso costo e ha creato SpaceX; voleva dei mezzi di trasporto più veloci e sta perciò sviluppando Hyperloop. Elon non si lamenta continuamente di quanto il mondo sia cattivo. Elon lavora per cambiarlo.

A questo punto possiamo tracciare una provvisoria genealogia del ruolo dell’imprenditore e della sua attitudine nell’arco di circa un secolo: l’individuo eccezionale che, secondo il giovane Schumpeter, si eleva dalla folla, si moltiplica – attraverso Peter Drucker – in un’intera società di dissidenti che traggono giovamento da un contesto in continuo mutamento ed esercitano la propria autonomia incarnando così, a detta di Jeffry Timmons, il sogno americano di libertà e indipendenza sotto forma di lavoro autonomo. Allora rivolgono lo sguardo al proprio passato, alle proprie origini di specie e si rendono conto finalmente, pronunciando le parole di Muhammad Yunus, di essere sempre stati imprenditori… eccetto durante quella parentesi storica che passa per il nome di civilizzazione. Ed è così che la volontà trionfa sulla storia.