Apologia del complotto

Quando il debunking si traduce in un’acritica accettazione delle narrazioni ufficiali, forse è il momento di rispolverare il potere del dubbio

Credo che il cosiddetto debunking non sia la spassionata ricerca della verità ad opera di intellettuali coraggiosi che combattono le menzogne di quest’epoca così confusa. O per lo meno non sempre. Credo sia anche, e troppo spesso, un’ideologia che, come ogni ideologia, si afferma costruendo a suo uso e consumo un nemico, il complottismo, il quale le consente di produrre effetti verità apparentemente neutrali. Per argomentare la mia tesi, partirò da una produzione culturale forse marginale, che però, proprio in quanto marginale, può permettersi di forzare i limiti del dicibile, svelando la natura ideologica di quelle che, altrove, passano come semplici considerazioni «di buon senso».

L’eco del Nulla è un bel trimestrale di cinema e cultura che ha deciso di dedicare il suo ultimo numero cartaceo ai complotti. La rivista presenta pezzi descrittivi che si limitano a raccontare una particolare teoria del complotto o ad analizzare un film, insieme ad articoli d’opinione che hanno un po’ tutti la stessa opinione, che è poi l’unica consentita sul tema «complotti». Il più teoricamente cristallino e paradigmatico è un breve scritto di Emanuele Giusti intitolato «Il dio del complotto». La tesi è arcinota, condivisa e ripetuta da tutti gli anticomplottisti: il complottismo sarebbe per Giusti una secolarizzazione della religione, una malattia infantile dell’essere umano costretto nello stato di minorità dall’ignoranza. Posta di fronte a una realtà complessa e indecifrabile, la specie umana (di cui Giusti parla con disprezzo come se non vi appartenesse) cerca una causa semplice e fondamentale, un nemico cui attribuire tutte le colpe del male.

Fin qui, niente di nuovo. Sono interessanti, invece, i due elenchi che Giusti redige di queste disdicevoli devianze della ragione. Il primo lo troviamo a metà pezzo e recita: «Strada facendo, quest’uomo – o questa donna – può arrivare a scoprire (o almeno così crede) che il tessuto del reale corrisponde a delle trame che entità malvagie hanno ordito regolarmente a suo danno, e in perfetto contrasto con quelle verità istituzionalizzate che già lo lasciavano insoddisfatto: i prestiti facili non sono un’opportunità, sono una catena; i vaccini non proteggono il corpo, lo compromettono; gli OGM non sfamano il pianeta, lo avvelenano». Avete letto bene: covare sospetti verso dei presunti «prestiti facili» (che poi Giusti chiama, ironicamente, «una catena», forse per rivalutare in un colpo solo anche il marketing piramidale) è paragonato al non credere nell’efficacia dei vaccini e degli OGM. Due dubbi, già ampiamente demonizzati dalla stampa, hanno magicamente convocato un terzo a fargli compagnia nel non-più-dicibile: una sana diffidenza verso il sistema del prestito. Ma andiamo avanti.

Verso la fine, Giusti ripropone lo schema retorico dell’elenco che impersona la delirante voce interiore del complottista e scrive: «Non acquistare prodotti a base di olio di palma, uccideranno te e il pianeta; non votare il partito di maggioranza, punterà solo a conservare il suo potere; non ascoltare il dottore, ha dei secondi fini.» E qua sono rimasto venti secondi buoni a fissare la pagina con volto inespressivo. La coppia di «cattive abitudini conclamate», cioè non ascoltare il dottore e non comprare l’olio di palma, trascina al suo livello nientemeno che la decisione di non votare il partito di maggioranza. L’opposizione si becca lo stigma di antiscientificità. La stessa formulazione «partito di maggioranza», nella sua purezza formale da imperativo categorico, è curiosa: non che abbia dubbi sul partito che Giusti ha in mente e ha votato – poche righe prima, fa dire alla solita maschera complottara «se vuoi essere giusto e (h)onesto», per mettere nero su bianco chi non ha votato – ma così definita risulta un’esortazione filogovernativa pura, che oggi ti manda dal PD, ieri da Monti e l’altro ieri da Berlusconi. E chissà, magari domani dal movimento degli (h)onesti.

Al di là delle altalenanti indicazioni di voto di Giusti, ciò che mette in luce questa retorica è il dispositivo interno dell’ideologia debunking. Infatti, quello che mi preoccupa non è il tono che Giusti tiene per tutto l’articolo, sprezzante e derisorio, che non cerca neppure per un secondo di presentare il suo avversario dialettico come capace di intendere e di volere. Le critiche che ricevono i debunker, i divulgatori e i «blastatori» di professione, come Burioni o Mentana, si concentrano spesso su questa assenza di buone maniere che avrebbe lo spiacevole effetto di incarognire ancora di più l’analfabeta funzionale invece di «curarlo». Ma questo, vero o no, è il meno. Il dispositivo di cui parlo è un autentico problema filosofico, non una questione di comunicazione. Il dispositivo si poggia sull’imposizione preliminare della dicotomia complottismo/debunking che pretende di fondare un regime di verità scientifica: da una parte il falso, dall’altra il vero. Ma, una volta che viene dispiegato in politica, il dispositivo è in grado di processare allo stesso modo qualsiasi tipo di credenza (compresa quella di non voler votare per il partito di maggioranza), attraendola nel suo indiscutibile regime di verità.

E non accade solo a un giovane intellettuale che si fa prendere la mano. Prendiamo questo articolo del Post che girò molto a pochi giorni dal referendum del 4 dicembre 2016. Il titolo dichiara l’esistenza di «Nove bufale sul referendum», cioè fake news, cioè notizie false, cioè l’occupazione principale del debunker quando non si è ancora strutturato un vero e proprio complotto. Spiega l’introduzione: «Tra due giorni si voterà per il referendum Costituzionale del 4 dicembre e in rete, nei talk show e sui social network continuano a circolare moltissime notizie false che riguardano la riforma che sarà sottoposta al voto. Ne abbiamo scelte otto, tra quelle che sono vere e proprie bufale, e abbiamo cercato di spiegare bene che cos’è che non torna». Il fatto però è che diverse affermazioni vagliate dal Post non sono né false né vere: semplicemente, eludono un giudizio binario.

Vediamo la prima, la più palese: «La riforma rischia di produrre una deriva autoritaria». Questa affermazione, che presenta un’ipotesi già di per sé attenuata addirittura in due modi (il «rischio» e la «deriva») non può essere falsificata perché semplicemente non è una constatazione ma una previsione (titubante). Certo, nella scienza sono soprattutto le previsioni ad essere falsificate, ma si può fare solamente dopo l’esperimento cruciale (in questo caso, diciamo, dopo un lasso di tempo ragionevole dal referendum vinto dal Sì) non prima. Inoltre, proprio perché non siamo nel campo scientifico, quale assetto politico sia definibile «deriva autoritaria» varia da ideologia a ideologia, da partito a partito, da individuo a individuo e non c’è modo di metterli tutti d’accordo sul piano delle cose, altrimenti la politica, come prassi umana, non sarebbe mai nata. Perché non di cose parliamo, ma di valori. E però tutto l’articolo trae la sua forza eristica proprio dalla premessa: queste sono notizie false, «oggettivamente false». Una forza eristica immensa, la migliore disponibile sul mercato: quella del regime di verità di ascendenza scientifica.

La natura e il numero di affermazioni, credenze e teorie che possono essere mangiate dal dispositivo del debunking e messe sullo stesso piano di vere e proprie falsità (o idee già screditate come tali) è virtualmente infinito. Inoltre, accanto alla falsificazione della credenza, assistiamo alla patologizzazione del credente, che non a caso prima ho scritto che va «curato». L’analfabetismo funzionale è il grado minimo di malattia mentale dell’ignorante il quale non solo non sa le cose, ma è ritenuto cognitivamente incapace di processarle. Ovviamente, si tace quasi sempre sull’educazione di lungo corso che la stampa ufficiale – non quella alternativa! – ha messo in campo per configurare in tal modo il sistema cognitivo dei lettori: attraverso i titoli di richiamo, gli strilli, le immagini da stock, i virgolettati regolarmente falsi, la stampa si rende complice dello stesso sistema di fraintendimenti che criminalizza. In un certo senso, ogni quotidiano chiede di essere frainteso.

Una versione alternativa di un fatto storico non viene solamente dichiarata falsa, ma direttamente patologica, frutto di un’anomala condizione mentale. Ma se questa versione non fosse né falsa, né patologica?

Oltre l’analfabeta funzionale che si beve un po’ tutto ciò che gli capita a tiro, c’è poi il complottista vero e proprio che ha formato un sistema di pensiero coerente che, come abbiamo visto, è analogo alla religione ma anche alla paranoia. In questo modo, una versione alternativa di un fatto storico non viene solamente dichiarata falsa, ma direttamente patologica, frutto di un’anomala condizione mentale. Ma se questa versione non fosse né falsa, né patologica? Se il complotto fosse vero? Semplice: basta pensare che le cose potrebbero non essere come appaiono che si rischia l’interdizione vita natural durante dal ceto medio riflessivo.

Eppure ci sono complotti che si sono rivelati veri. Il più ironico e recente è contenuto nel libro di Leonardo Bianchi La Gente. Bianchi indaga il fenomeno del gentismo: una specie di qualunquismo anabolizzato da internet, base magmatica di movimenti dal basso come quello dei forconi e lo stesso Movimento 5 Stelle, sempre pronto a credere a questa o quella bufala. Essendo un bravo giornalista, Bianchi non mostra quella strafottenza che sovente si incontra quando un intellettuale mette le mani nei deliri del popolo (basti pensare al burionismo e ai «blastatori» di cui sopra); cerca di mantenere una distanza di sicurezza, raccontando solo i fatti e le idee espresse dalla cosiddetta gggente, ma è comunque chiaro a chi legge che l’autore non crede a mezza parola di quelle che pesca negli abissi dell’ignoranza del nostro paese. E come dargli torto?

Be’, ci pensa lui stesso. In La Gente, c’è il colpo di scena alla fine: l’ultimo capitolo, tratto da un articolo dello stesso Bianchi uscito per VICE il 30 novembre 2016, svela una realtà sconcertante: i famigerati troll pagati dal PD esistono davvero. O forse sarebbe meglio dire «i troll pakatih dal piddìì!!!1!»? Come sappiamo, l’idea che gli avversari virtuali del M5S siano in realtà dei professionisti al soldo del Partito Democratico intenti a fare propaganda spacciandosi per normali cittadini, è una delle più antiche, e assurde, che da sempre circolano nella galassia grillina. Ma è anche, a quanto pare, vera. Scopre Bianchi che – ancora una volta durante la campagna elettorale per il referendum costituzionale – diverse pagine di umorismo generalista (dette in gergo «buongiorniste») sono state acquistate dai comitati per il Sì e riconvertite in informali organi di propaganda. Non solo: erano stati creati anche dei veri e propri utenti finti che gravitavano intorno alle pagine cercando di convincere la gente «a tu per tu», non di rado ritrovandosi a parlare gli uni con gli altri.

Autentici troll, insomma, che avveravano i peggiori incubi dei grillini e ne mutavano addirittura spazi, umorismo e lingua; si impadronivano dei modi espressivi della base elettorale del movimento, quelli che il ceto medio riflessivo disprezza come segnali di analfabetismo funzionale, mentre i dirigenti del partito, cinici come è sempre il potere, non ci pensavano due volte a sfruttarli. Ma se questa è la verifica di un complotto dai risvolti ironici (perché arriva da un giornalista di inchiesta che, proprio per amore della verità, ne ha scoperta una che non quadrava con il cappello ideologico che gli si voleva mettere) ce ne sono altre ben più serie e importanti.

La foga e l’arroganza con cui parlano gli anticomplottisti in Italia stupisce specialmente perché lo stanno facendo in Italia. Dopotutto, se c’è un paese in cui il complottismo si è fatto Storia è il nostro: una decina di bombe, centinaia di morti, una pletora di associazioni segrete e lobby dai nomi evocativi, e poi fascisti, mafia e criminali comuni legati a esponenti di spicco delle istituzioni da un paio di gradi di separazione sono gli ingredienti di ciò che chiamiamo strategia della tensione, da anni presente su tutti i libri di testo scolastici e oggetto di numerose monografie nonché opere di finzione. È l’elefante nella stanza di ogni debunker italiano che parte dal presupposto che discutere le versioni dei fatti alternative alla verità istituzionale sia roba da reparto psichiatrico. Il problema è che questi matti hanno fatto la storia (in tutti i sensi) del nostro paese, spesso lottando duramente contro chi all’epoca li voleva internare; basti pensare alla memoria di trincea costruita dall’Associazione tra i familiari dei parenti delle vittime del 2 Agosto, che per decenni ha supportato e aiutato a ricostruire le «versioni alternative» della strage di Bologna: evidentemente, il debunker medio di oggi li definirebbe dei complottisti sciroccati in tutto e per tutto.

Altro aspetto importante della questione, riguarda la distinzione tra verità giudiziaria e verità storica. La verità giudiziaria è, discorsivamente, la cosa più vicina che abbiamo a una verità scientifica fuori dal regno della fisica (sebbene tra le due passi comunque un oceano di gradi di certezza). In merito allo stragismo di Stato ci sono poche e frammentarie verità giudiziarie: colpevoli minori che bastano a confermare l’azione di «agenti dei servizi segreti deviati» (che però potrebbero essere liquidati con la retorica delle mele marce) e l’esistenza accertata di molteplici società segrete, nazionali e internazionali, operanti sul territorio italiano in quegli anni, come la ben nota stay behind Gladio, il cui coinvolgimento rimane però abbastanza oscuro. Queste rivelazioni basterebbero da sole a smontare la «verità ufficiale» propagandata dalle istituzioni dell’epoca; ma la verità storica si spinge oltre.

Se parliamo di strategia della tensione è perché gli storici hanno elaborato e interpretato una massa di indizi superiore a quelli accolti in un’aula giudiziaria dalla quale è poi uscito verdetto di colpevolezza. La storia infatti ricostruisce gli eventi e fornisce una (o più) versione dei fatti che ritiene probabile. Una di queste, scritta senza troppe remore sui manuali delle superiori, è proprio quella che definiamo «strategia della tensione» o più direttamente stragismo di Stato. In poche parole, lo storico «unisce i puntini», quel crimine primigenio che si imputa al complottista: avere l’ardire di notare dei fatti, fare collegamenti e formulare un’ipotesi; sostanzialmente, esercitare il proprio pensiero critico. Intendiamoci: molte delle teorie del complotto sono davvero deliranti e piene di incongruenze; ma quello che la retorica anticomplottista impone, è condannare il gesto medesimo di ragionare indipendentemente come fosse già segno di paranoia galoppante, una devianza da sanzionare in sé per sé.

Lo storico «unisce i puntini», quel crimine primigenio che si imputa al complottista: avere l’ardire di notare dei fatti, fare collegamenti e formulare un’ipotesi.

E qui arrivo alla mia ultima osservazione contro l’ideologia del debunking. L’amore sfegatato «per la verità» dell’anticomplottista che, come abbiamo visto, invade anche campi in cui una verità scientifica non può darsi, risulta nella pratica una difesa «per principio preso» delle ricostruzioni fornite dal sistema mediatico-politico. Quella dell’anticomplottista è quindi una postura etica che sa immediatamente da che parte stare; ancora prima di informarsi, o al limite mentre le notizie stanno uscendo fuori, si lancia in prima linea a difendere non sa bene neanche lui cosa, ma lo sappiamo noi: il potere.

Prendiamo un classico della teoria del complotto come l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. A me importa relativamente se l’amministrazione Bush fosse a conoscenza dell’attentato o se addirittura lo avesse architettato internamente (!111!). Ciò che mi preme è che questa ipotesi possa essere formulata, che sia ritenuta possibile, che si possa pensare che chi ci governa è moralmente in grado di compiere un massacro – come in Italia, appunto, sappiamo bene. È anche interessante come si apra una distanza fisica tra i luoghi in cui tale ipotesi può essere formulata: chiunque frequenti piazze e bar sa benissimo che non c’è niente di strano nell’esprimere sospetti sull’11 settembre; mentre nei luoghi del ceto medio riflessivo come giornali, università, e circoli culturali di varia natura, è letteralmente da pazzi avanzare dubbi sulle versioni ufficiali fornite dal governo USA. La guerra del debunking assume insomma, suo malgrado, i contorni della lotta di classe: come Pasolini, la working class «sa ma non ha le prove» e la borghesia colta fa da pompiere spegnendo la stessa legittimità di fare domande, e scavando un solco sempre più profondo tra le fazioni. Da una parte quindi, nei ceti popolari la sfiducia nei confronti dei governanti prende la forma – spesso allucinatoria, a volte terribilmente vera – del complottismo. Dall’altra, il disprezzo «dall’alto» per le interpretazioni popolari viene ribadito anche quando queste interpretazioni sono sostanzialmente vere.

Un buon esempio è la foga con cui il ceto medio riflessivo deride le lamentele di chi ciclicamente parla di un «presidente non eletto dal popolo». Ci viene spiegato (con tutta la saccenza di questa terra) che secondo la nostra Costituzione il presidente del consiglio non viene veramente eletto dal popolo, ma dal parlamento; di conseguenza, gli ultimi tre presidenti del consiglio che l’Italia ha conosciuto, sono perfettamente legittimi perché legali. Tutto giusto, tutto corretto – almeno apparentemente. Perché in questo modo, si finge di non vedere l’effettiva anomalia che pure stiamo vivendo in Italia: un paese in cui, per anni, in campagna elettorale sono stati gli stessi partiti a insistere sui loro «candidati premier», sta vivendo un’alternanza di presidenti del consiglio che non hanno mai vinto le elezioni da leader di coalizione. A ogni elezione, per buoni due decenni abbiamo conosciuto una prassi che, anche se era una mera «abitudine» non prescritta da nessuna legge, veniva effettivamente presentata come una realtà de facto condivisa da tutti gli attori coinvolti: non solo dagli elettori ignoranti, ma anche (anzi: in primo luogo) dai giornalisti e dagli stessi politici coinvolti. Un’accusa come quella di «questo presidente non è stato eletto dal popolo» è legalmente nulla e non può mandare in galera nessuno, certo; eppure sul «presidente eletto dal popolo» hanno insistito gli stessi partiti che negli ultimi vent’anni si sono alternati al governo. Più in generale, le rimostranze contro gli «accordi di palazzo» su cui pure si resse la Prima Repubblica, segnalano comunque il disagio nei confronti di quella che viene percepita come una retromarcia nella democraticità del processo politico. A questa protesta – forse scomposta, forse ignorante, forse poco aggiornata sugli articoli della Costituzione – i debunkers ridono in faccia perché tanto non è vero, è una bufala, e i complottisti dovrebbero farla finita di vedere trame ovunque.

Il complottismo, ci viene spiegato, è una risposta semplice a una realtà complessa: riduce fenomeni complicatissimi e di estrema sofisticazione a una rassicurante accozzaglia di scie kimike e fenomeni improbabili che però sono più facili da comprendere per chi «non sa e non può sapere» (perché non ne ha i mezzi né le facoltà cognitive). Eppure la storia ci insegna che dubitare delle narrazioni ufficiali non solo è sano, non solo è legittimo, ma è anche un modo di svelare la complessità dell’esistente – altro che di ridurla a barzelletta rassicurante. È vero, molte teorie del complotto sono assurde quando non direttamente grottesche: eppure autori «complottisti» come William Burroughs, Thomas Pynchon o Alan Moore, ci insegnano che nella ricerca «paranoica» della cospirazione si cela anche un meccanismo conoscitivo dal grande potenziale liberatorio, oltre che una tattica di resistenza ai meccanismi coercitivi del potere. Al di là delle caricature, delle degenerazioni, delle aberrazioni vere e proprie che vanno dai Savi di Sion al piano Kalergi, l’immaginario del complotto ha anche cercato – nelle sue migliori espressioni – di raccontare e rappresentare una realtà che risponde a meccanismi effettivamente elusivi. A farla semplice, è semmai il debunker che ti spiega che «le cose stanno come te le hanno raccontate, punto».

In questo senso, l’estensione del paradigma di verità fondato sulla brutale dicotomia debunkers/complottisti, risponde a una logica talmente pericolosa da alimentare davvero il sospetto complottardo e la paranoia cospirazionista: perché non solo opera una costante difesa dello stato di cose esistenti, ma mette in moto un dispositivo retorico potentissimo, potenzialmente in grado di screditare qualsiasi espressione di dissenso. E se davvero un giorno ci ritrovassimo al punto in cui il semplice impulso di dubitare venisse derubricato a roba da rettiliani e altre fantasticherie? Ci toccherebbe riesumare il celebre Prima vennero di Bertold Brecht, che poi non è di Bertold Brecht ma chi se ne importa, il fact checking non ci piace.

Alessandro Lolli è nato a Roma nel 1989. Suoi scritti sono apparsi su Prismo, Pixarthinking, VICE, L’Indiscreto, Il Tascabile e altri. È autore del saggio La guerra dei meme (Effequ, 2017).