Animali belli e tempi infiniti

La bellezza è negli occhi di chi non ha occhi

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Perché i fiori sono belli, se non possono vedersi? Poeti e scienziati passano il tempo a indagare la natura delle linee inseguite dalla bellezza, e ci capiscono giusto un po’: tra giustificazioni di utilità e sezioni tecniche, ingegnerie al rovescio, ne escono tristi. 

Non abbiamo chiesto di disporre ossa nervi e tendini lungo una simmetria bilaterale; poteva essere radiale, ciclomerica, come nelle meduse. Che sono venute prima di noi: sono forme di vita separate dal regno dei camaleonti, dei mostri marini e degli esseri umani: hanno seguito un altro phylum, centinaia di milioni di anni fa, e ci sopravvivono, e continueranno a farlo.

Non è scritto infatti che la vita debba per forza complicarsi; in realtà, dall’inizio della civiltà industriale,  sta succedendo il contrario. Negli ultimi 50 anni l’essere umano ha estinto il 60% degli altri animali.

Tratta da: Altre Menti di Peter Godfrey-Smith (Adelphi, 2018). Notare il ramo delle meduse.

Seicento milioni di anni fa, cioè prima del Cambriano che ha inventato gli animali per come circa li conosciamo, insieme alle meduse galleggiavano esemplari di Dickinsonia, di Kimberella e di Cloudina, e di chissà cosa. Sono creature che conosciamo soltanto come fossili (scoperte da un geologo in una miniera), e che possiamo descrivere soltanto con soluzioni sinestetiche: alcuni sono fronduti e bulbosi, altri tentacolari e pruniformi, o come rosoni gotici; altri ancora, semicavi come pietre che suonano.

Creature che non hanno ancora sviluppato i sensi: non vedono non predano: assorbono nutrienti dal fondale marino («qualcosa d’immensamente diverso dalla vita animale di oggi»). Poi nel fluire dei milioni di anni si accorgono che su quel tappeto alcuni ritagli sono più nutrienti di altri. Sono i cadaveri di Kimberella, e di altri consimili; confondono al buio i morti con i vivi, e se li mangiano. Nasce così la predazione. Forse, non si sa, non c’eravamo: e quello che sappiamo lo dobbiamo ai resti meno flaccidi di un mondo tutto flaccido…!

Più di antenne e artigli, è l’invenzione degli occhi alla base dell’esplosione cambriana, di quando tutta questa idea di animali alieni ediacarani è scomparsa, lasciando spazio alla nostra alternativa. 

In un lungo processo evolutivo, un cervello fatto per controllare il movimento si sposta nella testa per incontrare alcuni organismi sensibili alla luce, che diventeranno occhi. 

Quindi gli occhi sono nati per cacciare fuggendo, per scamparla? E poi, come dire, le cose belle… erano belle anche prima che le vedesse qualcuno?

Statisticamente associamo all’idea di bellezza quella di salute, e di successo riproduttivo, ma si tratta di un’illusione ottica – il nostro desiderio che supera il ragionamento. Nel suo saggio, L’evoluzione della bellezza (Adelphi), Richard O. Prum – docente di ornitologia alla Yale – scrive che quasi tutti i suoi colleghi che da decenni si professano darwinisti, di Darwin non hanno capito niente.

Come in incubo, il principio della selezione sessuale formulata da Darwin (che nel suo ultimo articolo scrisse: «rimango fermamente convinto della sua verità») venne distorto da uno dei suoi rivali più noti, Alfred Russel Wallace. ARW «era scettico sul fatto che gli animali possedessero le capacità sensoriali e cognitive necessarie per scegliere con chi accoppiarsi. Credeva che gli esseri umani avessero un posto speciale nella creazione e che Dio li avesse dotati di abilità cognitive assenti negli animali. […] Wallace fu il primo ad avanzare l’ipotesi, da me soprannominata ‘BioTinder’, oggi oltremodo popolare, secondo cui la bellezza non serve ad altro se non a fornire un profilo ricco di informazioni pratiche sulle qualità adattative dei potenziali partner».

Nell’evoluzione delle specie, e nella selezione sessuale che la indirizza, le funzioni e l’utilità non spiegano tutto: «la bellezza capita», così a caso, e tendiamo a cercare il piacere per il fine stesso del piacere.

Uno dei motivi per cui gli psicologi evoluzionisti faticano a trovare una spiegazione per le contraddizioni delle preferenze femminili è che hanno elaborato un concetto di valore riproduttivo troppo limitante per abbracciare la complessità della scelta del partner nella nostra specie. In un certo senso, il concetto stesso di valore riproduttivo è l’espressione scientifica di quello che i teorici del femminismo hanno battezzato «lo sguardo maschile» [the male gaze, ndA], un punto di vista che concepisce la donna e il corpo femminile solo come oggetto del piacere erotico e del desiderio di controllo maschile.

Il nostro destino evolutivo non è stato tracciato dalle donne o dagli uomini soltanto, è stato tracciato insieme. Da quello che ci piaceva (vedere, toccare, eccetera). I maschi di esseri umani hanno uno scroto più dondolante degli altri primati perché alle femmine piaceva così.

Non sapevo che il video di «Bello e impossibile» fosse stato girato in una raffineria.

Ora va citato un classico del nostro canone, di uno scrittore a cui vogliamo tutti bene, Italo Calvino. Calvino nei suoi libri attraversa sempre il desiderio tra persone e persone, o persone e oggetti, o idee, e l’attraversa con quel suo modo, mitologico-cortese… Come non esistesse un mondo senza gentilezza, un po’ ingenuo forse; Le cosmicomiche (tra i libri più medusici nell’universo) si spingono anche oltre, perché lo sguardo maschile di Calvino si fa appunto cosmico; eppure mi sembrerebbe miope, ma vorrei dire ridicolo, ridurre un libro del genere a questa lettura.

Perché? La risposta è nel libro, nella scelta e nell’ordine delle parole, come nell’ultimo racconto, «La spirale». Calvino distillato: la bellezza leggera, senza scopo e: inspiegabile.

Siamo prima del Cambriano. Per differenziarsi dagli altri molluschi, e farsi riconoscere da una certa mollusca, il protagonista Qfwfq inizia a buttare i fili proteici del guscio: «Insomma mi veniva una conchiglia di quelle tutte attorcigliate a spirale, che voi a vederle credete siano tanto difficili da fare invece basta insistere». Non lo fa per difendersi, certo conviene anche quello, ma lo fa anche perché boh, così…

Intanto che la facevo non mi veniva mica di farla perché mi serviva…. Cioè solo per esprimermi. […] Questa conchiglia era una cosa diversa da me ma anche la parte più vera di me, la spiegazione di chi ero io, il mio ritratto tradotto in un sistema ritmico di volumi e strisce e colori e roba dura. 

Fatta la conchiglia, si fanno le immagini; fatte le immagini, dice Qfwfq, si presuppone una retina e la retina presuppone un encefalo, e relativi gangli ottici, nervi… fino ad arrivare al benedetto occhio. Ed ecco il dramma sottomarino di Qfwfq: la bellezza che sta creando non sarà goduta dai suoi simili: la vista che «oscuramente aspettavamo, fu la vista che gli altri ebbero di noi». 

Sarà goduta da esseri informi e incolori, e poi «occhi tumidi e slavati di polpi e seppie», e milioni di anni dopo «incorniciati da lenti da presbite mi sento addosso gli occhi di uno zoologo che cerca d’inquadrarmi nell’occhio di una Rolleiflex». La bellezza è per tutti, ma non per loro, e così «tutto il resto», il mondo, le forme e le funzioni: tutto nasce dalle relazioni. Ci facciamo vedere senza poterci vedere davvero; lasciamo dighe e ossa nella terra, ma cosa vedranno le meduse? I fiori si fanno belli per gli altri, per chi deve mangiarne.

Nicolò Porcelluzzi è editor del Tascabile, scrive per Internazionale e altre riviste. Dal 2017 co-autore di una newsletter sull'antropocene che si chiama MEDUSA.