Abbiamo bisogno di una nuova meta-carne

Annientare il corpo per riconfigurare il desiderio: gli stadi metamorfici dell’erotismo post-internet, post- identità, post-tutto

Circa quarant’anni fa, Debbie Harry, in una celebre scena di Videodrome, invitava il protagonista del film di David Cronenberg ad abbandonarsi a un processo evolutivo inevitabile, scandendo queste parole: “To become the new flesh, you have to kill the old flesh. Don’t be afraid. Don’t be afraid to let your body die”.

Come per la nuova carne cronenberghiana, anche nell’evoluzione delle relazioni contemporanee, mediate costantemente da User Experience e User Interface, la morte della carne non è la fine di tutto, ma coincide con uno spostamento, del soggetto come dell’oggetto; una mutazione che reimmagina il ruolo dell’erotismo in un contesto in cui il desiderio viene contaminato sempre di più dai tool attraverso cui ne facciamo esperienza: story tattiche, icone di approvazione, spunte, doppie spunte, “sta scrivendo…”. Un’interfaccia che diventa apertura bagnata del reale, nera e lucida, dai bordi spessi e scivolosi su cui viene voglia di strusciarsi compulsivamente, soglie che incorniciano la nostra immagine replicata ancora e ancora, in un delay rituale e implacabile.

Nasce così un nuovo corpo, una nuova meta-carne, che rimodella il desiderio e la percezione del Sé erotico nel contesto ipersaturato del post-internet, post-posting, post-identità, post-anything. Uno spazio liminale, in cui non solo l’autonarrazione, ma anche le interazioni, come il sexting, sono completamente delegate ai nostri simulacri ipercurati; avatar tenuti in vita da ciò che Letty Cole definisce infinite self-gaze. Secondo Cole, il nostro senso di identità si è ormai frantumato nel dialogo incessante tra noi stessi, i nostri riflessi e le nostre identità online, e di conseguenza “non siamo più soltanto il nostro aspetto fisico e la nostra capacità di esprimerci, ma anche le loro controparti digitali”, in un rimando di sguardi che genera strati su strati, sotto i quali il corpo vuole scomparire, lasciando il piacere proiettato in uno spazio altro e il desiderio ancorato al simbolico. 

Dall’urgenza di entrambe le mie personae, quella di teorica culturale e quella di artista, nasce così la teorizzazione di una membrana fantasmatica, carne trasparente e iperreale, meta: NEWMETAFLESH (NMF). Attraverso una ricerca multimediale sull’intersezione tra corpi, auto-osservazione e desiderio – approfondita con un saggio pubblicato per Inactual nell’Antologia Artificiofilia e con un progetto audio/video appena uscito per 00part sotto il nome di Kayla Trillgore, co-prodotto con Salvatore Versace ed Erotocomatose – ho sviscerato i vari stadi metamorfici che portano in vita questo nuovo dispositivo del desiderio. Lasciatemi essere quella Panopticon Girl.

La genesi di questo processo può essere rintracciata nell’occhio, in quelle traiettorie visive che si intersecano portando osservati e osservatori a impigliarsi nei fili immaginifici, appiccicosi e tesi che escono dalle loro cornee, disincarnandosi mentre ci si attraversa a vicenda, disintegrandosi a livello fisico e identitario.

Le proiezioni nate da questa collisione generano una matrice, un modello di ciò che Baudrillard definisce iperrealtà, una dimensione che imita il reale riconfigurandolo. Qui esiste una nuova versione dell’occhio, quello introiettato, somma di tutte le aspettative che sappiamo di dover soddisfare, una presenza con la quale siamo in costante dialogo per compiere un aggiustamento perpetuo e camaleontico del modo in cui vogliamo essere percepiti.

Il Chameleon Effect, la tendenza inconscia a imitare gesti ed espressioni delle persone con cui interagiamo, è a tutti gli effetti un atteggiamento evolutivo, una forma subconscia di empatia: il mirroring del corpo, dei ritmi del linguaggio, delle microespressioni ci permette di costruire facilmente legami sociali. Ma quando ciò che imitiamo è a sua volta un layer performativo prestabilito, un feed di corpi, voci e posture ottimizzati algoritmicamente per generare desiderabilità, ci allontaniamo sempre più dalla nostra forma, da qualsiasi forma umana riconoscibile, diventando una sostanza liquida e insaziabile.

Ed è così che entriamo nel secondo stadio, quello in cui curation propriocettiva, coreografie cinetiche e revisioni continue del nostro personal branding – online e offline – diventano quasi pratiche esoteriche, visualizzazione e manifesting, atti magici in cui il device tecnologico è un totem contemporaneamente rassicurante e giudicante, che ci sussurra dolcemente che l’identità è reale solo se osservata.

A quanto pare l’it-girl più hot dell’Internet ha la forma di un rizoma

La funzione di questo panopticon autoinnestato è quella di nutrire e mantenere in vita il simulacro che abbiamo costruito al fine di veicolare una narrazione di noi stessi che sia desiderabile ed eccitante, cercando di ricevere conferme che man mano vanno a sostituirsi al rapporto reale, anche e soprattutto quando il rapporto si rivela un disastro.

Restiamo ancorati all’ideale dell’interazione tra i simulacri in campo: non importa se non c’è abbastanza chimica, se le mani non si muovono come vorremmo e se l’incontro è stato meno intenso di quanto ci aspettavamo, quando torniamo a casa possiamo sempre toccarci pensando a come avremmo voluto che fosse, filtrando il reale e tenendo con noi solo gli elementi che rendono più nitida la proiezione che ci sta facendo godere. L’erotismo si riconfigura così come pratica liminale, che non vive dell’interazione tra corpi, ma si infila negli assemblaggi di macchine desideranti deleuziane, oscillando sulle soglie, dentro e fuori, alla ricerca del riconoscimento meta-narrativo del proprio simulacro.

Ogni selfie, caption, sessione di shit-posting fa parte di una performance dinamica ma ben orchestrata, e ciò che va in scena è la nostra desiderabilità. Attraverso l’accomodamento ottico della nostra immagine percepita sovrascriviamo la nostra Persona con un corpus fatto di simboli ed echi reiterati, schegge che – in quello che possiamo intendere come il terzo passaggio di questa metamorfosi – segmentano e sparpagliano la nostra identità in un’interfaccia decentralizzata. 

A quanto pare l’it-girl più hot dell’Internet ha la forma di un rizoma.

Quest’azione di sovrascrittura è molto vicina a ciò che accade nel romanzo di J. G. Ballard, Crash: il personaggio di Vaughan, attraverso il suo occhio fotografico, sovrappone al reale il framework visivo del suo desiderio, finché quest’ultimo non finisce per coincidere con la sua rappresentazione.

Il segno diventa più importante dei segni che ci lasceremmo sulla pelle. L’output in pixel delle dita su una tastiera è più vivido e caldo dei polpastrelli che potrebbero accarezzarci, l’osservazione mediata più penetrante degli occhi che potrebbero guardarci, l’autofagia immaginifica più saziante del cannibalismo dei corpi di cui potremmo nutrirci.

Annientare l’interfaccia-corpo, bramando e diventando noi stessi quell’interfaccialità, per arrivare così a quella continuità che ci permette, così come ogni petite-mort, di dimenticare il fatto che siamo esseri segmentati e isolati

Andando avanti nel processo di formazione della Nuova Meta-Carne, arriviamo quindi al punto in cui la rappresentazione sostituisce il reale. Il sistema simbolico della soglia e dell’erotismo mortifero che Bataille fa coincidere con la ricerca di continuità e fusione totale è una camera oscura in cui si sviluppa una nuova immagine del desiderato e del desiderante. 

Come suggerisce Alenka Zupančič in What IS Sex?, la sessualità funziona come una sorta di «cortocircuito» tra ontologia (essere) ed epistemologia (conoscenza). In questo punto di collasso tra rappresentazione e corpo, il sesso smette di essere soltanto un atto biologico o relazionale, e si struttura intorno a una negatività fondamentale in cui la sessualità è sempre mediata da fantasia, simboli, linguaggio. Questa frattura, lo scarto tra reale e linguaggio, spinge il soggetto a reinventare costantemente la propria forma. 

L’osservazione di una nuova immagine del desiderato e del desiderante, insieme al check compulsivo della sua aderenza alla nostra autonarrazione ideale, innesca un loop ossessivo. Un meccanismo alimentato dalle infrastrutture social costruite proprio per giocare coi nostri circuiti dopaminergici e facilitare uno stato di limerenza, cioè quella condizione che la psicologa Dorothy Tennov descrive come un’intensa infatuazione e attaccamento ossessivo verso una persona (l’«oggetto di limerenza»), caratterizzato da pensieri intrusivi, idealizzazione e un disperato bisogno di reciprocità. Questa condizione è legata a doppio filo al fatto di esistere e interagire nel digitale; la chiamerei quindi cyberlimerence: lo stadio intermedio fondamentale per accumulare tessuto fantasmatico fino a riempire ogni buco, ogni spazio vuoto lasciato dall’altro, finché nulla più si somiglia e importa solo ciò che ci piace immaginare. Siamo noi a dirigere la luce che esce dai nostri device, a puntarla su ciò che vogliamo vedere e ignorare il resto.

Qui si arriva a una saturazione totale, a un annientamento finale del corpo erotico come lo conosciamo. Provando però a depatologizzare il processo tortuoso e ossessivo che ci porta alla formazione di una Nuova Meta-Carne, possiamo intravedere un’opportunità. Se questa serie di spasmi che, contraendoci, ci spostano sempre più fuori dal corpo, stesse cercando di dirci qualcosa? Cosa significherebbe accogliere questo nuovo erotismo come una spinta evolutiva necessaria?

Annientare l’interfaccia-corpo, bramando e diventando noi stessi quell’interfaccialità, per arrivare così a quella continuità che ci permette, così come ogni petite-mort, di dimenticare il fatto che siamo esseri segmentati e isolati, mentre la sensazione di un Uno vorace e totalizzante ci abbraccia.

L’ultimo stadio è quindi la morte della carne e il suo completo spostamento, ma come dicevamo questo non è la fine, è piuttosto una riconfigurazione che ci spinge a riprogrammare il modo in cui pensiamo ai nostri corpi, in cui viviamo le relazioni, o il modo in cui insediamo gli spazi altrui invece di attraversarli, imponendo la nostra desiderabile presenza un photodump dopo l’altro.

Come affermo nel saggio da cui nasce questa speculazione: “Resta allora da compiere un gesto mitopoietico ed etico: re-immaginare un nuovo erotismo della soglia, in cui il contatto non sia consumo ma esplorazione, in cui l’interfaccia torni a essere rito di passaggio, non solo schermo. Non si tratta di tornare al corpo “vero” a tutti i costi, ma di inventare nuove forme di relazione e scambio che tengono conto di questi cambiamenti, in cui il desiderio torni a essere relazione e creazione, e non solo specchio.”

Se nella dimensione del reale, con l’atto erotico colmiamo e riempiamo i buchi che delimitano la nostra esistenza in quanto soggetti separati, nell’iperreale l’annientamento del nostro corpo è la modalità con cui annulliamo la nostra discontinuità, per farci desiderio e ricongiungerci al flusso denso e impetuoso che scorre tra gli assemblaggi di una macchina desiderante fatta di metallo e carne, che sfreccia sulle nostre autostrade neurali accecandoci coi suoi fari. Dobbiamo solo decidere di essere noi quelli al volante.

Credits foto editoriale:

Creative Co-Direction and Art Direction – Erotocomatose
NMF Bodypiece Costume Design – Luca Dalla Vedova
Technical Set Design – HARDGORE2000
Assistant Art Director – Enrico Martina

Out for 00part – In Partnership with Blue Institute of Futures