Takeshi Murata, Om Rider

Futurabilità → Millennials

Cos’hanno in comune l’ultimo saggio di Bifo e il nuovo romanzo della Buoncostume? L’invito a liberare la conoscenza dal Capitale. E la costruzione di un nuovo «orizzonte di possibilità»

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Takeshi Murata, Om Rider

In queste settimane sono usciti due titoli che in libreria potrete trovare in scaffali distanti, si chiamano Futurabilità di Franco Berardi, detto Bifo, e Millennials della Buoncostume, un collettivo di registi, autori e attori. Il primo è un saggio che si occupa di politica, filosofia e storia del futuro; il secondo gli addetti ai lavori potrebbero definirlo un romanzo young adult post-apocalittico, noi chiamiamolo romanzo d’avventura, di fantascienza e di utopia (su Not, Pietro Minto ne ha parlato qui direttamente con gli autori). Sono due libri che implorano di essere raccontati insieme perché potrebbero riuscire a mobilitare le stesse energie psichiche.

Mi spiego meglio partendo dal romanzo: cosa racconta?

Il 3 maggio 2019 tutti gli uomini e le donne sopra i diciassette anni e mezzo si bloccano. Restano così, statue viventi in mezzo ai ragazzi nati nel terzo millennio. I superstiti, come priorità, salvano la conoscenza, proteggendo l’infrastruttura nata per condividere le istruzioni del vivere: internet. Allestiscono una piattaforma informatica rudimentale che è rete di comunicazione e moneta virtuale allo stesso tempo, il Syn. Il Syn è «un’enciclopedia social e un sistema di scambio di servizi» che permette di accumulare e distribuire benessere, arte e cultura, in una rete di piccole comunità energeticamente autosufficienti, un sistema più interessato a vivere che speculare.

L’immaginario costruisce nuove forme di futuro. I prodotti di intrattenimento che ci ricorderanno questo decennio saranno racconti di competizione selvaggia (uno per tutti: Hunger Games), sopravvivenza post-apocalittica (The Walking Dead) o intrecci di inganno, infedeltà e disperazione (Game of Thrones).

In Futurabilità, Berardi come esempio prende proprio Hunger Games, dove i ragazzi devono misurarsi, cito, con «un mondo ripugnante, eticamente intollerabile per la nostra coscienza», un’allegoria estrema di dove può portarci la politica dell’ineguaglianza. Ma non per questo il pubblico, per quanto giovane, è uscito dal cinema schiumando ribellione, anzi. Prima di cambiare il mondo bisogna finire i compiti, scrivere la tesi, comprare un master.

Ma l’ascensore sociale che ha portato le nostre famiglie dalle fabbriche all’università si è bloccato: si è diffusa invece l’idea di merito, pestilenziale, capace di sciogliere qualsiasi forma di solidarietà. Per quanto derisa, l’abbiamo inoculata e ce ne siamo accorti studiando in una lunga serie di cubicoli da dieci metri quadrati, lavorando più di prima per guadagnare come prima. Privilegiati in mezzo a chi non ha un lavoro o le case dei nonni.

«Slegare l’acquisizione autonoma della conoscenza
dal paradigma economico è una questione sociale»

Parliamo allora di felicità.

Il libro è la fotografia di un’esplosione. Millennials è il mondo salvato dai ragazzini con la voce semi-sviluppata che si passano fucili, drive usb e shot di vodka. I ragazzi di Millennials sono arroganti e un po’ cazzoni, ma sono felici. Sono pagani e multiculturali, localisti e global, lottano per interessi materiali e ideali retorici. Nonostante abitino un mondo stretto dalla scarsità non incarnano nessuna forma di austerity, perché l’austerity non può nascere dai giovani. Dai giovani nasce l’energia. Un assioma preso alla lettera nel romanzo, dove c’è una comunità di ragazzi che ha deciso di vivere protetta all’interno della centrale idroelettrica di Trezzo sull’Adda:

Quando nel resto d’Italia la maggior parte dei ragazzi aveva finito di piangere, ubriacarsi, festeggiare e fare l’amore, a Trezzo avevano già elettricità rinnovabile, tantissime armi e un castello. Quando qualcun altro aveva provato a prendersi la centrale i CSK avevano già la prima palizzata e i pannelli solari. […] Dopo quattro inverni era la cosa più simile a una città che il nuovo mondo avesse da offrire.

Invece nel vecchio mondo analizzato da Berardi, e intendo il nostro, «una sorta di paralisi si è impadronita dell’organismo cosciente. L’incapacità di contrastare il male in maniera cosciente genera una dissonanza emotiva e cognitiva: il risultato è che, percependo la nostra impotenza, siamo costretti a pensare che non è più possibile alleviare la sofferenza con dei progetti politici, ma solo con gli psicofarmaci».

I cervelli dei ragazzi di Millennials si sono ri-cablati, riformattati: hanno rigenerato quella triade di coscienza, volontà e azione sempre più rara nel vecchio mondo. Non ci sono riusciti tutti, com’è ovvio: a proteggere il primo diritto della collettività – godere – ci pensa un’avanguardia, com’è sempre stato. Chi detiene la conoscenza, gli Admin del Syn, può prendersi il rischio di parlare per gli altri, e così agire: non è un rischio anzi, è un dovere.

Video da guardare a occhi chiusi.

In Millennials, chi studia e chi sa, condividendo le sue competenze per il bene della comunità, guadagna credito. Nel mondo nuovo la produzione di conoscenza coincide con le richieste della società. Nel vecchio mondo invece «la produzione di conoscenza e tecnologia si dispiega in uno spazio privatizzato scollegato dalla società, che risponde soltanto alle richieste economiche di massimizzazione del profitto».

Epilogo

L’orizzonte della possibilità dei protagonisti di Millennials non è diverso da quello tracciato in Futurabilità: «la liberazione della conoscenza e della tecnologia dal Capitale. […] Il soggetto di questa possibilità è l’intelligenza collettiva reincarnata nelle condizioni della solidarietà».

Mi concentro su Futurabilità per cercare di capire dove può nascondersi della felicità nel vecchio mondo. Secondo Franco Berardi «la composizione dell’attuale società globale è strutturata attorno a una separazione fondamentale tra la sfera sociale interna al bunker e la sfera sociale esterna al bunker». Il bunker è l’ufficio, il co-working, qualsiasi bar di Milano con centrifugati e wi-fi. Nel bunker vivono la classe finanziaria e «i lavoratori cognitivi», precari e partite IVA che lavorano al pc. Fuori dal bunker rimane chi non ha funzioni nel «ciclo della connessione», i fruitori passivi dei media elettronici.

Tra questi, operai, disoccupati, manovali, migranti e rifugiati, soggetti che non possono intervenire nei processi decisionali perché non hanno accesso al bunker. Il bunker ha mura di cemento ed è senza finestre, chi è dentro non vede fuori. Il potere dell’intelligenza collettiva è stato assorbito dal mercato del lavoro e dalla paura della fine, assorbito insieme alla sua qualità migliore, l’empatia.

La linea di fuga dall’inevitabile è l’inconcepibile. Ciò a cui non avresti mai pensato, come trovare delle idee di futuro in un romanzo di genere che qualche anno fa non avresti neanche preso in mano. Solo partendo dall’immaginazione si può dissolvere il codice dominante che ci nega una visione alternativa, quella di «un approccio al tecno-potere che si fondi sui bisogni sociali anziché sulle priorità dell’economia».

Di più: «Quel che possiamo fare è creare concetti e forme estetiche per l’autodispiegamento della possibilità. […] Nella concatenazione vivente di cento milioni di menti al lavoro in connessione, è inscritta la possibilità tecnica della buona vita». Nell’epoca di automazione e computazione la «vibrazione esistenziale» dell’uomo – che per Berardi è incalcolabile e imprevedibile a priori – resta un mistero irriducibile, come il futuro che può partorire. Mentre gli intellettuali si alienano sui social, nei romanzi per ragazzi si smantella e si riprogramma la macchina, si forma una coscienza comune, si cerca «l’emozione del corpo vicino», si superano l’ansia e la paura, si lavora a una d’uscita.

Una via d’uscita che passa attraverso «la solidarietà dei lavoratori cognitivi di tutto il mondo [e la costruzione di] una piattaforma tecno-poetica per la collaborazione». Scienza e letteratura, ingegneri e scrittori.

Nicolò Porcelluzzi è editor del Tascabile, scrive per Internazionale e altre riviste. Dal 2017 co-autore di una newsletter sull'antropocene che si chiama MEDUSA.