Auschwitz on the Beach

L’arte, l’Europa, i migranti: racconto di una performance che non si è mai svolta, e di una guerra che siamo destinati a perdere

Quello che potete leggere qui è un resoconto critico della vicenda che si è svolta attorno alla (non)performance Auschwitz on the Beach. Sulla stampa nordeuropea (tedesca, ma anche danese, olandese, e perfino sul New York Times) c’è stato un fiume di interventi, commenti, polemiche. In Italia nessuno ha ricevuto notizia della vicenda. Non che la cosa sia grave, ma fa comunque impressione il grado di ignoranza che caratterizza il ceto politico e giornalistico di questo paese: solo il Manifesto e Il Fatto Quotidiano online, oltre ad Artribune, si sono accorti di una storia che forse qualche elemento di interesse lo contiene (oppure no?).

Nell’agosto del 2016 Paul Preciado, direttore del Programma pubblico di documenta 14, mi invitò a partecipare alla manifestazione che ogni cinque anni si svolge a Kassel, in Germania. In quei giorni seguivo con costernazione le notizie sul respingimento sistematico dei flussi migranti dall’Africa e dall’Asia. Migliaia di persone cercavano ogni giorno di attraversare il Mediterraneo per trovare rifugio nel continente europeo, ma le loro richieste di asilo venivano respinte dalla maggioranza dei paesi con l’eccezione di Grecia e Italia – i più poveri dell’Unione – che erano costretti volenti o nolenti a ricevere coloro che riuscivano a sbarcare o quelli che venivano salvati dalle ONG o da altre entità presenti nel Canale di Sicilia.

Quanto più i migranti annegavano in mare, quanto più si vedevano immagini di gommoni al naufragio, più la popolazione europea diventava ostile alla migrazione e all’accoglimento. Il governo tedesco, che nel 2015 aveva aperto la porta a un milione di immigranti, fu investito da un’ondata di protesta popolare così che Angela Merkel fu costretta a recedere e a firmare un accordo con il dittatore turco Erdogan perché trattenga sul suo territorio milioni di persone che fuggono dal Medio Oriente in fiamme.

La grande migrazione attesa fin dagli anni Novanta si stava avvicinando a un picco, e la popolazione europea, impoverita da dieci anni di saccheggio finanziario e imbestialita dalla propria impotenza politica oltre che dal tradimento dei partiti di sinistra, rifiutava di accettare il peso dell’accoglienza e di affrontare la responsabilità storica di due secoli di colonialismo.

Questo era il mio flusso di pensieri nei giorni dell’estate 2016 quando Paul Preciado venne a trovarmi per invitarmi a Kassel. «Sì», risposi alla sua proposta, «farò una performance che si chiama Auschwitz on the Beach». Paul mi parve disorientato, e per un secondo il suo sguardo si fece interrogativo. Poi dopo quel secondo comprese, e mi disse: d’accordo.

Tutto intorno al Mediterraneo, sulla costa e all’interno, stanno moltiplicandosi i campi di concentramento.

Avevo un’idea molto vaga della performance, ma il titolo era ambiguo ironico e amaro. «Ti manderò il progetto fra un paio di mesi» dissi conclusivamente, poi cominciammo a discutere su quel che stava accadendo ai confini dell’Unione Europea: misure restrittive contro il movimento dei migranti e costruzione di reti e di muri da parte dei governi nazionali erano l’effetto di un vasto sentimento popolare: incapaci di venire fuori dalla trappola finanziaria, i lavoratori europei rivolgevano il loro desiderio di vendetta contro i migranti, un facile capro espiatorio per la rabbia impotente.

Come non vedere in questo una somiglianza dolorosa con quel che accadde in Germania dopo il Congresso di Versailles, come effetto dell’impoverimento drammatico dei lavoratori tedeschi? La dinamica sociale è la medesima, la mobilitazione dell’inconscio razzista che deriva dall’umiliazione è molto simile.

Tutto intorno al Mediterraneo, sulla costa e all’interno, stanno moltiplicandosi i campi di concentramento. Migliaia di persone sono morte affogate nel Mediterraneo negli ultimi due anni, e altrettanto ne stanno morendo nei campi libici.

Potrete rispondere: d’accordo quello che accade è brutto, ma non è Auschwitz. Non ancora. Vogliamo aspettare guardando la tivù?

In quei giorni dell’estate 2016 stavo scrivendo un poema che si intitolava proprio così: Auschwitz on the Beach. Incontrai mio fratello Fabio, che è un musicista, e un artista visivo brasiliano che si chiama Dim Sampaio. Lessi loro il mio poema e proposi di immaginare una performance per documenta 14. Mio fratello scrisse tre minuti di musica mescolando una marimba brasiliana con un loop alla Philip Glass creando un ritmo dolciastro e insieme inquietante. Dim immaginò la scena della performance: un quadrato di sale sei metri per sei, che luccica bianco nella luce di una lampada fortissima; tutt’intorno, il buio.

La performance non si è mai svolta, e il poema non esiste più perché ho cancellato il testo dal mio computer. Nelle righe che seguono vi spiego perché.

Documenta nella tormenta

Documenta 14 è stata oggetto di controversie, è il meno che si possa dire. All’inizio c’è l’intenzione di Adam Szycmznyk di dividere la mostra in due differenti città: Kassel, il luogo dove ha luogo l’istituzione, e Atene. L’implicazione evidente di questa scelta consisteva nel dire che gli artisti, nonché un’istituzione d’arte tedesca, esprimevano la loro solidarietà con la popolazione greca che nel 2015 è stata aggredita finanziariamente e umiliata culturalmente dalle istituzioni finanziarie europee, dalla troika e in particolare da molti giornalisti e politici tedeschi.

L’intenzione originaria era quindi di solidarietà. Ma le cose si sono rivelate più complicate del previsto, mostrando fino a qual punto sia penetrata l’insofferenza, la desolidarizzazione, la solitudine, la disperazione anche negli ambienti della sinistra e dell’intellettualità.

L’intenzione di Smycznyk e Preciado era di convocare le energie artistiche del mondo per mettere in moto un processo di emancipazione dal dominio dell’Astrazione. Il desiderio di riattivare il corpo sensibile dall’astrazione del denaro, della tecnologia e del linguaggio automatico è la corrente profonda che corre lungo la storia dei movimenti sociali negli ultimi quindici anni. Occupy, Black Lives Matter, Acampada e Tahrir Square sono i nomi di questo tentativo che finora è fallito.

Preciado dichiara questa intenzione convocando un «Parlamento dei corpi» e paragonando le mostre di documenta e il Museo di Storia Naturale: «Molti degli artisti di questa mostra, coi loro corpi i loro linguaggio, la loro tradizione le loro pratiche potrebbero essere dietro le vetrine del Museo, ma noi gli abbiamo dato la possibilità di distruggere le vetrine in cui si esibiscono gli umani considerati meno che umani… e diventare artisti e curatori. Il coloniale, il suprematista bianco e l’etero-normativo hanno creato il museo moderno.»

La scelta di spostare parte della mostra nella città di Atene era generosa e pericolosa al tempo stesso. E infatti l’accoglienza da parte della città è stata, per usare un eufemismo, ambivalente.

Nel giugno del 2017 iLiana Fokianaki ha intervistato Yanis Varoufakis per ArtAgenda. Il titolo dell’intervista è We Come bearing gifts: «Veniamo a portare doni». Varoufakis, che oggi è l’animatore della rete europea DIEM25, comincia con un riferimento fortissimo alla colonizzazione finanziaria della Grecia: «Per cominciare c’è il lato sinistro della privatizzazione. Nel 2015 quattordici aeroporti regionali, i più lucrativi come Santorini, Mykonos, e così via, sono stati venduti a una compagnia controllata dallo stato tedesco (Fraport) come parte della privatizzazione voluta dalla Troika. In effetti gli aeroporti greci sono stati nazionalizzati, ma da un’altra nazione! Diamo un’occhiata a chi ha pagato per la privatizzazione/nazionalizzazione: il prezzo iniziale era 1,2 miliardi di euro, che vennero presentati come un’entrata di capitali nella povera Grecia affamata di cash. Ma Fraport ha comprato questi aeroporti con dei prestiti dalle banche Greche. È come se io venissi a comprare la tua casa, ma tu devi pagarmela. O piuttosto è come se tu garantissi per i debiti che io contraggo in banca per potermi pagare la tua casa. Se non riesco a restituirli tu agirai come mio garante. Sarebbe da ridere se io facessi una simile proposta. Questo viene presentato come la prova che la Grecia si va normalizzando. Certo, è normalizzata ma come qualcosa di simile a una colonia o forse peggio.»

Documenta 14 ha probabilmente segnato la fine di un’epoca confusa in cui la ricerca estetica si è barcamenata tra mercato, turismo artistico e lavoro precario sottopagato.

Fin qui l’ex Ministro greco delle Finanze colpisce perfettamente nel segno. Poi affonda il pugnale nel petto di documenta 14: «Ho fatto l’esempio di Fraport perché abbiamo un fenomeno simile con documenta. In teoria documenta viene in Grecia per spendere, ma in realtà ha succhiato ogni risorsa disponibile sulla scena dell’arte locale… E mentre i settori pubblici e privati greci tirano fuori tutte le risorse normalmente disponibili per gli artisti greci per darle a documenta, il suo direttore artistico ha avuto il coraggio di dire ad alta voce che non è interessato alla scena artistica locale, ma è solo interessato ad Atene… documenta ha portato un po’ di risorse dalla Germania, ma in effetti ha funzionato come un processo estrattivo, ha preso molto più di quel che ha dato ad Atene. Aggiungere la patina di una narrazione di sinistra contro il neoliberismo a un progetto neocoloniale estrattivo è come aggiungere al danno le beffe.»

Credo che qui Varoufakis, pur cogliendo un aspetto che è emerso davvero durante lo svolgimento della manifestazione ad Atene, abbia esagerato: credo che stia dimenticando qui il coraggio politico del progetto e la sua originale intenzione provocatoria. E soprattutto l’intenzione di quegli artisti (greci e non) che hanno preso parte a documenta14, con tutte le sue imperfezioni organizzative.

Eppure, al di là di tutto questo mi pare che documenta14 ha probabilmente segnato la fine di unepoca confusa in cui la ricerca estetica si è barcamenata tra mercato, turismo artistico e lavoro precario sottopagato.

Tuttavia, per essere sincero, io non mi sono concentrato molto sulle controverse avventure di documenta 14, perché ho pensato essenzialmente alla performance Auschwitz on the Beach: il suo messaggio, il suo significato, le sue intenzioni.  Ora però la cacofonia di incomprensioni mi spinge a una nuova interrogazione su cosa significa fare arte oggi.

No-performance

La performance era programmata per il giorno 24 Agosto alle 8 di sera nello spazio centrale del Fridericianum. Pochi giorni prima della mia partenza per Kassel, mi arrivarono dei messaggi da parte dell’ufficio stampa di documenta 14, seguiti da una telefonata di Preciado. La stampa tedesca stava attaccando la performance, o meglio il titolo della performance. Nessuno sapeva in cosa effettivamente Auschwitz on the Beach consistesse, ma ognuno poteva facilmente interpretare il significato del titolo e collegare l’orribile passato con l’orribile presente. La principale accusa della stampa era: relativizzazione dell’Olocausto.

Nominare Auschwitz nel frivolo contesto della spiaggia provocava sentimenti di disgusto, di colpa e di ripulsa tra i giornalisti tedeschi e i loro lettori. Naturalmente mi ero aspettato reazioni polemiche fin da quando quel titolo mi era venuto nella mente come reminiscenza di Robert Wilson e di Philip Glass (Einstein on the Beach è uno spettacolo teatrale firmato dai due nel 1976). Mi ero aspettato una risposta al titolo intenzionalmente provocatorio, ma la reazione che stavamo ottenendo era molto più vasta e più aspra di quel che avevo previsto: le autorità politiche dell’Hessen, alcuni centri culturali ebrei, e l’intera stampa nazionale mi accusavano di offendere la memoria della Shoah. Quando ricevetti una seconda chiamata di Paul Preciado, e notai una certa comprensibile ansietà nella sua voce, semplicemente gli dissi: cancelliamo la performance.

Alcuni amici pensano che io mi sia piegato a un atto di censura. Non è così. Quando ho capito che la performance era sotto attacco, mi concentrai sul messaggio che mi interessava diffondere, non sulla maestria estetica dell’azione teatrale. E il messaggio era questo: «attenzione, quel che gli europei stanno facendo nel Mediterraneo sarà una macchia permanente per generazioni a venire. Questa macchia segnerà il popolo europeo come l’Olocausto ha segnato la memoria storica tedesca, ammesso che nel futuro ci siano degli storici e che gli umani si sveglino un giorno dall’incubo in cui oggi ci aggiriamo con la mente obnubilata».

Qui non era in gioco la mia libertà di espressione, ma la vita di milioni di uomini e donne che il cinismo europeo sta esponendo a un pericolo estremo. Perciò decisi di rinunciare volontariamente alla mia libertà di parola, se questo mi permetteva di richiamare l’attenzione sull’infamia che stiamo commettendo. L’ufficio stampa di documenta 14 mi mandò una lista impressionante di articoli: siccome non leggo il tedesco mi trovai obbligato a tradurre con Google articoli di giornalisti del Welt, del Zeit, e poi HNA, FAZ, TAZ e così via.

Come detto, anche il New York Times pubblicò un articolo sullo scandalo; non era un’aggressione come le altre, bensì un resoconto distaccato di un’ossessione. I giornalisti tedeschi apparivano gravemente offesi da quelle quattro parole. Qual era il rimprovero che la stampa rivolgeva alla performance programmata?

Relativizzazione dell’Olocausto.

Auschwitz è una parola che non si può dire perché stiamo cercando di non capire il senso della costruzione di campi di concentramento lungo le coste mediterranee.

Quel titolo osa paragonare lo sterminio degli ebrei negli anni Quaranta e la costruzione di campi tutto intorno al Mediterraneo. Ebbene sì, quel titolo intendeva proprio sottolineare l’analogia tra razzismo e sterminio negli anni Quaranta del Novecento, e razzismo e sterminio nel secondo decennio del XXI secolo. È una provocazione? Sì, lo è. Ricordiamo l’etimologia della parola «provocare»: chiamare fuori qualcosa che è nascosto, negato, rimosso nell’oscurità. E allora?

Allora succede che coloro che vivono in uno stato di falsa coscienza, voglio dire la maggioranza dei giornalisti e dei politici europei, reagiscono con la rabbia isterica di chi è costretto a vedere in uno specchio il lato inquietante della sua propria faccia. Sì cari amici, stiamo tornando a quel punto: all’ombra della torre dell’Eurobank francofortese, la barbarie sta crescendo dovunque in Europa.

Auschwitz è una parola che non si può dire perché stiamo cercando di non capire il senso della costruzione di campi di concentramento lungo le coste mediterranee. È una parola che non si può dire, ed è proprio per questo che ho pronunciato quel nome. La performance (musica, immagini e parole) a quel punto era inutile: quelle quattro parole avevano fatto il loro lavoro. Avevo dunque rinunciato al mio ruolo di artista, di poeta, per limitarmi alla provocazione?

Cosa è l’arte? Non lo so, non ho mai saputo quale sia il significato del termine. Ho studiato la questione fin da quando seguivo le lezioni del professor Luciano Anceschi all’università di Bologna nel 1968, eppure non ho mai potuto definire in modo stabile quella parola. In quegli anni Harold Rosenberg pubblicò un libro sulla s-definizione dell’arte, e il senso delle lezioni di Anceschi per me era questo: arte è qualcosa che non si può definire se non dal punto di vista dell’artista, e la cui funzione è provocare coscienza, rompendo il vincolo tra il segno e il significato e costringendoci a vedere qualcosa che era prima invisibile.

Viktor Sklovskij, il pensatore che creò i concetti della teoria formalista e la sensibilità dell’avanguardia russa, scrive che noi perdiamo la capacità di vedere la pietra che sta di fronte alla nostra casa, poiché la vediamo ogni giorno. L’arte è proprio l’atto che ci obbliga a riconoscere la singolarità di quel è nascosto nel nostro subconscio automatico. L’arte rende la pietra un oggetto brillante, scuro, spaventoso, sublime nella nostra attenzione emozionale.

Ossessionati dal senso di colpa (nel migliore dei casi) i giornalisti tedeschi non riescono a vedere la pietra, ma la pietra è qui. Auschwitz on the Beach era una provocazione linguistica finalizzata a scatenare uno sdegno ipocrita. Missione compiuta.

Al Centro di studi giudaici di Kassel

Alcuni centri di cultura ebraica si erano dichiarati indignati per il nostro titolo. Lo capisco, mi dispiace per questa non tanto imprevedibile reazione. Ma prendo la cosa seriamente, perché non accetto di essere accusato di antisemitismo. Così, insieme a Paul Preciado e Adam Szymczyk, decisi di cancellare la performance e di sostituirla con una discussione pubblica, cambiando il titolo della serata in Shame on Us: «Vergogna su di noi».

Chi dovrebbe vergognarsi? I performers pentiti della loro provocazione? O gli europei che rifiutano di affrontare le loro responsabilità storiche e pianificano un massiccio respingimento e detenzione di milioni di persone nei campi di concentramento libici e turchi?

La prima cosa che feci quando arrivai a Kassel fu andare al Sara Nussbaum Zentrum, il centro di cultura ebraica della città. Ci sedemmo intorno a un lungo tavolo rettangolare: sei rappresentanti del centro, io, Paul e Adam. La discussione fu estremamente significativa, e amichevole. Un samovar era al centro della tavola.

Per prima cosa discutemmo della decisione di ospitare la performance da parte di documenta. «Non vogliamo censurare opere d’arte», disse subito uno dei rappresentanti del centro, «ma la decisione di ospitare questa performance è sbagliata perché Auschwitz ha un carattere di specificità e unicità che non può essere relativizzata». In risposta, Paul e Adam insistettero sul fatto che non era nelle loro intenzioni una banalizzazione della memoria, ma il contrario: riaffermare quella memoria come qualcosa che non appartiene soltanto agli ebrei, ma che appartiene al genere umano.

Eva Schulz-Jander, coordinatrice del Gesellschaften für Christlich-Jüdische Zusammenarbeit, disse di essere consapevole del fatto che non eravamo certo animati da motivazioni antisemite, ma riaffermò che il nome di Auschwitz appartiene alla memoria ebraica. Poi, allo scopo di chiarire la sua comprensione della nostra critica verso le politiche europee della migrazione, ricordò che nel 1938 molte migliaia di ebrei tedeschi cercarono di emigrare verso l’Inghilterra e gli Stati Uniti, e si trovarono di fronte al respingimento motivato con le stesse ragioni che oggi motivano il respingimento europeo nei confronti dei migranti siriani o africani. Molti di quegli ebrei respinti da inglesi e americani in seguito morirono nei campi di concentramento.

A questo punto io dissi che la scelta di pronunciare quelle parole non aveva da parte mia un significato frivolo, ma un senso drammatico. La mia intenzione era provocare, dissi, chiamare fuori, portare alla luce qualcosa che è nascosto nel buio. La mia intenzione è di usare Auschwitz come uno scudo, come una protezione contro il pericolo che Auschwitz ritorni. Poi citai le parole di Gunther Anders, che in Noi, figli di Eichmann scrive della possibilità di un ritorno del Nazismo in una società in cui la tecnica prende il sopravvento sugli esseri umani. Auschwitz è stato il primo esperimento di una gestione industriale dello sterminio. Attenzione alle forze congiunte di tecnica e razzismo, oggi.

A quel punto prese la parola la persona che si occupa dell’assistenza ai sopravvissuti di Auschwitz. Con la voce rotta dall’emozione, descrisse la sofferenza che quella parola provoca in loro. Io le risposi così: «Ammetto di non avere il diritto di provocare sofferenza in persone che hanno sofferto tanto, quali che siano le mie ragioni. Se insistessi nel pronunciare quella parola potrei avere ragione dal punto di vista politico o filosofico, ma avrei torto dal punto di vista psicoanalitico, dal punto di vista della sensibilità. Perciò non leggerò il mio testo nella conferenza di questa sera, e cancellerò quel testo dalla memoria del mio computer».

L’incontro si concluse così e lasciammo la sala promettendoci di rimanere in contatto. Paul e Adam invitarono tutti a partecipare all’evento della serata, e cioè proprio Shame on Us. Tre di loro vennero e la loro presenza durante la discussione fu enormemente importante, anzi cruciale.

Perché ho pronunciato quel nome?

Alle otto e mezzo del 24 agosto, la sala della Rotonda del Fridericianum era piena. Dinanzi, c’era una folla di gente che non poteva entrare. Molti seguivano la serata in streaming. Paul Preciado fece una breve introduzione parlando del significato del «Parliament of Bodies», lo spazio in cui i corpi possono esprimersi attraverso le immagini e le parole degli artisti. Poi spiegò il senso di un titolo come Shame on Us. Disse prima di tutto che quelle parole ci erano state rivolte in alcuni messaggi e in alcuni articoli di giornale: «Shame on you!» ci avevano detto. E in effetti noi proviamo vergogna, perché siamo incapaci di fermare, almeno per il momento, l’onda di fascismo che monta in Europa. Così concluse Preciado.

Poi parlai io. Per prima cosa diedi alcuni informazioni: quante persone sono ufficialmente morte annegate nel Mediterraneo? Trentamila. Quante ne saranno morte in modo non ufficiale? Quante persone stanno morendo nei deserti per il blocco decretato dai governi europei?

Rivendicai il diritto di chiamare sterminio la politica di respingimento sistematico, e osservai che il processo è solo ai suoi inizi. Quindi affermai che la discriminazione ha carattere razziale: se io voglio andare a Lagos o a Tunisi compro un biglietto d’aereo e vado là. Perché il reciproco viaggio non è possibile? Non si tratta di un segno di discriminazione? Lo sterminio e la discriminazione razziale, secondo il mio modesto modo di vedere, corrispondono alla sostanza del Nazismo. Mi sto sbagliando?

Continuai dicendo che la popolazione europea ha deciso di iniziare una guerra, una guerra contro la migrazione, come George Bush decise di lanciare una guerra contro il terrorismo nel 2003. Questa guerra noi la perderemo, come gli Americani hanno perso le guerre in Afghanistan e in Iraq.

I bianchi perderanno le loro guerre per due semplici ragioni. La prima è che, grazie alla deregolamentazione del mercato, le armi di distruzione di massa non sono più una prerogativa della razza bianca. Recentemente Kim Jong Un ha detto che «gli occidentali devono svegliarsi dal loro sogno che la morte riguardi solo gli altri». Adesso, secondo Kim, «noi siamo capaci di portare la morte nelle vostre terre». Questo è tecnicamente vero, dal momento che la tecnologia nucleare è sfuggita al controllo delle potenze bianche del mondo. In secondo luogo: da quando bin Laden scatenò l’inferno a Manhattan e scatenò una guerra che gli americani hanno perduto, un esercito di vendicatori suicidi periodicamente terrorizza le città europee e non solo europee, e continuerà a terrorizzarle. Quell’esercito è immenso. Solo la pace, la solidarietà, una politica dell’accoglienza, e la redistribuzione della ricchezza permetterà di sfuggire a una guerra che stiamo già perdendo, una guerra che distruggerà la vita quotidiana delle nostre città e delle generazioni a venire.

Questo è quello che dissi al Fridericianum.

Alla fine ho riferito dell’incontro pomeridiano che avevo avuto con i membri del centro Sara Nussbaum, e conclusi con queste parole: «Io penso che la popolazione e i governi europei stiano seguendo una strada che assomiglia al fascismo, e che l’arte, la scienza e la saggezza possano aiutarci a trovare una via di uscita dalla disgrazia. Eppure oggi, al Centro Sara Nussbaum, ho compreso che non è mio diritto provocare sofferenza nelle persone che hanno già sofferto tanto. Perciò rinuncio a leggere il mio poema Auschwitz on the Beach, e mi impegno a non pubblicarlo».

A questo punto strappai i fogli su cui il poema era stampato, e dissi: «vi ringrazio per la vostra attenzione».

Avete dimenticato il senso delle parole «Nie Wieder Auschwitz»?

Da qualche parte ho letto che nel 1940, durante l’occupazione tedesca di Parigi, un ufficiale nazista visitò lo studio di Picasso. Si dice che l’ufficiale, sostando di fronte a una replica di Guernica, chiese al pittore: «Lo ha fatto lei?». «No» rispose Picasso. «Lo avete fatto voi.»

Non ho intenzione di fare un paragone tra Picasso e gli autori della (invisibile) performance Auschwitz on the Beach: dio ce ne scampi. Ma osservo le reazioni della stampa tedesca. A parte alcuni commentatori che si distinguono dal coro, come Philipp Ruch, vedo che si sono impegnati in un linciaggio contro di me e i miei collaboratori perché abbiamo avuto la sfrontatezza di ricordargli una frase: Nie Wieder Auschwitz, «mai più Auschwitz».

Leggendo alcuni di questi commenti (per esempio Jens Jessen dello Zeit) si potrebbe pensare che io e i miei amici abbiamo commesso un crimine contro l’umanità. No, cari giornalisti tedeschi, il crimine contro l’umanità lo avete commesso voi, lo ha commesso il popolo tedesco, e adesso lo state rifacendo insieme ai vostri colleghi francesi, italiani e spagnoli. Al summit europeo del 28 agosto i governi europei hanno deciso di rimettere in scena l’orribile show di sterminio di massa fondato sulla discriminazione etnica.

Ripeto la parola scandendo bene le sillabe: ster-mi-nio.

Quello che l’Unione Europea sta compiendo, quello che i governi e i popoli europei stanno compiendo, è un crimine contro l’umanità.

Trentamila persone sono morte annegate nel canale di Sicilia negli ultimi quindici anni, e alla fine il governo italiano ha denunciato e cacciato le organizzazioni non governative che hanno salvato migliaia di uomini e donne e bambini. Coloro che salvano la gente dall’annegamento sono accusati di favorire l’immigrazione clandestina. Nel frattempo qualcuno dice: «aiutiamoli a casa loro», come se già non li stessimo aiutando, depredando le risorse del continente africano come abbiamo fatto per due secoli, e fornendo armi a coloro che in Africa hanno i mezzi per potersele comprare. Medici Senza Frontiere ha abbandonato il mare e denunciato l’impossibilità di fare il proprio lavoro a causa dell’atteggiamento delle autorità europee.

Ma quel che sta accadendo nel mare è solo una parte della storia: il processo di sterminio si espande dalla costa al confine libico meridionale, ai deserti dell’Africa occidentale. Un milione di migranti sono detenuti nei campi di concentramento libici (posso usare questa espressione, oppure appare eccessiva alla sensibilità pruriginosa dei giornalisti tedeschi?). Nel prossimo futuro un numero crescente di migranti dovrà fare i conti con gli eserciti del Chad, del Mali e della Libia, armati dall’Europa. Paesi dove il rispetto dei diritti umani è al di sopra di ogni sospetto?

Quello che l’Unione Europea sta compiendo, quello che i governi e i popoli europei stanno compiendo, è un crimine contro l’umanità. Questo crimine contro l’umanità viene commesso in base a una discriminazione etnica: non sono cittadini bianchi e quindi non hanno il diritto di emigrare, mentre noi possiamo andare in Africa come turisti e come uomini d’affari, e se qualcuno non è d’accordo gli mandiamo le nostre truppe. Posso chiedervi, giornalisti tedeschi, di ricordare che un tempo dicevate tutti Nie Wieder Auschwitz, e adesso vi indignate con chi vi ricorda quelle parole?

Venti anni fa, quando il fenomeno della grande migrazioni era ai suoi inizi, i governi europei avrebbero dovuto investire denaro e risorse nell’accoglienza e nell’educazione. Invece investirono i loro denari nel consolidare la fortezza, respingendo gente che stava sfuggendo agli effetti di secoli di colonialismo e di guerre. Decisero di privilegiare l’espansione finanziaria e di spostare il denaro pubblico verso il salvataggio di un sistema bancario moralmente corrotto. Abbiamo finto di non vedere l’onda in arrivo, e ora l’onda sta sommergendo quel che è rimasto della democrazia e dei sentimenti umani.

Siamo impegnati in una guerra, e questa guerra la perderemo perché un esercito di vendicatori suicidi è all’orizzonte: da Pyongyang al Medio Oriente, ai sobborghi delle metropoli europee.

Franco «Bifo» Berardi è scrittore, filosofo e agitatore culturale. Tra gli ultimi libri da lui pubblicati ricordiamo Heroes. Suicidio e omicidi di massa (2015), il romanzo Morte ai vecchi (2016, scritto con Massimiliano Geraci) e l'antologia Quarant'anni contro il lavoro (2017).